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1. ORAZIONI – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

Antifona

Il Signore ha nutrito il suo popolo con fiore di frumento
e lo ha saziato con miele dalla roccia. (Cf. Sal 80,17)
Si dice il Gloria.
Colletta

Signore Gesù Cristo,
che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia
ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua,
fa’ che adoriamo con viva fede
il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,
per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.
Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre.

Oppure: 

Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre,
saziaci alla mensa della Parola
e del Corpo e Sangue di Cristo,
perché nella comunione con te e con i fratelli
camminiamo verso il convito del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Si dice il Credo

Sulle offerte

Concedi benigno alla tua Chiesa, o Signore,
i doni dell’unità e della pace,
misticamente significati nelle offerte che ti presentiamo.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione

Dice il Signore: «Chi mangia la mia carne
e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui». Alleluia. (Gv 6,56)

 

Dopo la comunione

Donaci, o Signore,
di godere pienamente della tua vita divina nel convito eterno,
che ci hai fatto pregustare
in questo sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

 

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3. Commento alle Letture – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE GESÙ

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

 

COMMENTO 1

Il capitolo sesto di Giovanni contiene una formidabile e sconvolgente catechesi sull’Eucaristia.
Le parole pronunciate a Cafarnao gettano sconforto e scompiglio fra i discepoli (cfr Gv 6,66). Essi sono turbati dalle ultime esperienze avute. Se il constatare, che Gesù cammina anche sulle acque tempestose ed infide del lago di Galilea e moltiplica  pane e pesci in abbondanza, li conferma sulla eccezionalità  della sua persona, il suo rifiuto ad essere proclamato re dalla folla entusiasta li delude nelle loro aspettative umane.
In questo clima di turbamento Gesù inizia la sua catechesi.
Si libera di tutte le paure e prudenze e usa un linguaggio che a troppi orecchi suona blasfemo e segna la sua condanna a morte.
Nell’AT Jahveh si rivela a Mosè definendosi “Ehyeh Asher Ehyeh” (Io sono colui che sono) (Es 3,14) per affermare la sua assoluta trascendenza rispetto all’uomo. Tra Dio e l’umanità  non c’è alcuna possibilità di amicizia ma solo di sudditanza.
L’osservanza della Legge non lascia spazio a sentimenti d’amore. Gesù, invece, categoricamente afferma: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo”  (Gv 6,41; 6,51).
Questo pane, a differenza della manna di Jahveh che libera dalla fame ma non dalla morte, sazia l’esistenza e vince la morte ed ha sapore di amore e gratuità  per tutti.
Queste affermazione scandalizzano molti seguaci che si allontanano delusi. La folla che si è sfamata abbondantemente di pane e pesci evapora e svanisce.
Solo gli apostoli  non se la svignano perché la delusione li paralizza.
Gesù coglie il loro disagio e li fulmina con una domanda secca: “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6, 67).

Questo quesito che anche oggi, come allora, continua ad echeggiare fra le rovine della sinagoga di Cafarnao dove per la prima volta venne posto, investe anche noi.
Siamo sicuri di credere veramente che l’ Eucarestia è il vero corpo di Gesù?
Siamo convinti che accostandoci ad essa non compiamo solo un pio atto di culto, ma pubblicamente facciamo la scelta di rendere vivo ed operante Cristo nella storia, con la nostra vita, con il nostro comportamento, con la nostra verificabile coerenza?
Riusciamo a trasformare i nostri cuori in tabernacoli viventi?
Cristo è vivo  oggi attraverso la nostra carità non solo conclamata, oppure è un etereo fantasma inconcludente imbalsamato tra le nostre volute d’incenso,  le nostre buone intenzioni che non lasciano traccia nella realtà quotidiana in cui viviamo ed operiamo a partire dalla nostra famiglia?
Siamo attori credibili o semplici comparse insignificanti?.

La nostra eventuale risposta  deve maturare solo nel silenzio della coscienza.

COMMENTO 2

SOLENNITÀ DEL SS.MO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

Cristo vivo e vero nell’Eucaristia

O Padre tenerissimo,
Tu ci chiami ad aprirci
al dono della Tua misericordia, sorgente inesauribile
di ogni rinnovamento personale e comunitario.
Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della Tua misericordia,
fonte di gioia, di serenità e di pace, e condizione della nostra salvezza.
La Tua misericordia è l’atto ultimo e supremo con il quale ci vieni incontro,
amandoci per sempre nonostante il limite del nostro peccato.
L’attuazione più alta del mistero della Tua misericordia è l’Eucaristia,
sorgente della missione della Chiesa, Tuo popolo santo,
mistero di comunione, che vive un’intimità itinerante con il Tuo Figlio, Gesù Cristo.
Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica del Tuo Figlio
senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che,
prendendo avvio dal Tuo Cuore clementissimo,
mira a raggiungere tutti gli uomini.
Tu ci chiedi di riconoscere nella fede
che la tensione missionaria
è parte costitutiva della forma eucaristica della nostra esistenza cristiana.
La Tua misericordia, che ci raduna nella santa assemblea
per celebrare gioiosamente il mistero pasquale del Tuo Figlio, Gesù Cristo,
ci spinge a prendere l’iniziativa per andare agli incroci delle strade
e invitare tutti al banchetto eucaristico.
A Te, Padre, che per Cristo nella potenza dello Spirito Santo
ci dai la vita e ci santifichi nell’Eucaristia,
lode, onore, gloria
oggi e nei secoli eterni!

Commento a cura di don Francesco Dell’Orto, parroco di San Lorenzo in Bisceglie, Per crescere nella conoscenza e nell’amore di Gesù Cristo. Preghiere e catechesi mistagogiche domenicali ciclo A 

MEDITAZIONE

Ci troviamo di fronte alla conclusione del discorso sul pane di vita, nel capitolo sesto del vangelo di Giovanni. Gesù aveva moltiplicato i pani, aveva fatto raccogliere dodici canestri di pezzi «avanzati», si era sottratto alla folla che lo voleva fare re, ha parlato alla folla di un altro pane, quello che dà la vita eterna.
Per tutta la prima parte del discorso Gesù si è collegato all’esperienza dell’Esodo. Gli Ebrei erano stati nutriti da Dio con la manna, pane che veniva dal «cielo» per la potenza di Dio e nutriva per un giorno. I rabbini nei loro commenti avevano collegato la manna alla parola di Dio che consideravano il vero nutrimento che il Signore ha offerto al popolo attraverso Mosè, lungo tutto l’Esodo.
Gesù si collega a questi insegnamenti, ben conosciuti, per affermare che lui offre un pane che veramente proviene dal cielo e che dà la vita eterna e che lui pronuncia una parola che viene da Dio e comunica la vita eterna. La rivelazione centrale è questa: lui stesso è «fisicamente» la Parola di Dio e il Pane di vita eterna.
Il suo corpo poi sarà davvero spezzato e il suo sangue sarà davvero versato sulla croce, per comunicare la vita eterna a tutti e renderli figli di Dio.
Il discorso si fa inaccettabile per gli Ebrei quando Gesù parla di «masticare» il suo corpo e di «bere» il suo sangue. Noi per comprendere l’intenzione dell’evangelista nel concludere il discorso di Gesù a Cafarnao dobbiamo distinguere gli Ebrei e i discepoli, quelli che dopo questo discorso se ne andranno, dai cristiani che leggono questo vangelo.
Gesù chiede agli Ebrei e ai discepoli di fidarsi della sua parola, perché hanno visto i segni già compiuti da lui e perché conoscono già dall’Esodo la potenza di Dio, che visibilmente è con lui. Giovanni non registra la reazione degli Ebrei alla conclusione del discorso, ma quella dei discepoli sì, e molti se ne vanno, invece Pietro e gli altri si fidano e rimangono.
Quanto ai cristiani lettori, dopo la prima parte del discorso essi si chiedono: dove troviamo noi il pane da mangiare e il sangue da bere per avere la vita eterna? La risposta dell’evangelista non è diretta ma facilmente comprensibile: si trovano nella celebrazione dell’Eucaristia. Evidentemente anche al tempo di Giovanni qualcuno faceva fatica a credere che il pane e il vino fossero, in virtù della parola del Signore, realmente il suo corpo e il suo sangue.

SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA

  1. «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo… il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Tutti noi abbiamo fame di vita e di felicità. Solo Gesù può saziare questa fame, ma noi cerchiamo altri cibi, ci accorgiamo che ci avvelenano, ma continuiamo a mangiarli. Chiediamo allo Spirito intelligenza spirituale.
  2. «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita». Non significa semplicemente andare a Messa e «fare la comunione», ma assimilare Cristo, decidere di rendere la propria vita simile alla sua e impegnarsi a farlo.
  3. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Ci insegnavano che l’ostia consacrata una volta mangiata rimane tale per poco tempo, ma Cristo continua ad abitare in noi; il segno sacramentale finisce, la realtà no. Noi portiamo Cristo in noi, e lui porta noi. Facciamo fatica a capire e a vivere questo Paradiso.
  4. «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me». Questo «per» ha un valore spirituale altissimo e può avere due significati: avrà la vita grazie a me; vivrà per mettere in pratica il mio insegnamento e realizzare la mia stessa missione.

PROPOSTA DI IMPEGNO DELLA SETTIMANA

Verifichiamo il nostro modo di partecipare all’Eucaristia

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2. introduzioni – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

PRIMA LETTURA

La forza della Chiesa nel vivere la missione evangelizzatrice e nel costruire la comunione fraterna viene dall’Eucaristia. Credere alla presenza reale di Cristo nel pane e nel vino della cena eucaristica è obbedienza alla sua Parola. Ma è anche esperienza del dono che più di tutti gli altri dice e realizza la comunione con lui e tra di noi.

Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Il Deuteronomio, attraverso i tanti discorsi attribuiti a Mosè, rilegge l’esperienza dell’Esodo per esortare Israele a ricordare quanto e come il Signore si è preso cura di lui nel deserto, dissetandolo e nutrendolo fisicamente, ma soprattutto spiritualmente con la sua parola. Gesù citerà questo brano rispondendo a Satana nel deserto.

SALMO RESPONSORIALE                

SECONDA LETTURA

Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Nella comunità di Corinto anche la celebrazione della Cena del Signore era diventata causa di divisione. Paolo interviene con forza, ricordando ai Corinzi che il pane e il vino, corpo e sangue di Cristo, realizzano la comunione vera e piena con il Signore e fanno dei credenti un solo corpo che ha per capo il Cristo.

VANGELO

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Questo brano è la parte finale del discorso di Gesù sul pane di vita. L’evangelista sottolinea che la salvezza che viene da Dio arriva a chi crede solo attraverso la comunione fisico-spirituale con Cristo. Questo scandalizza i Giudei, ma è il dono che i cristiani ricevono. Così già in questo tempo tra Cristo e il cristiano si realizza la reciproca inabitazione. Questa è già la vita eterna.

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4. Letture – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

PRIMA LETTURA

Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Il Deuteronomio, attraverso i tanti discorsi attribuiti a Mosè, rilegge l’esperienza dell’Esodo per esortare Israele a ricordare quanto e come il Signore si è preso cura di lui nel deserto, dissetandolo e nutrendolo fisicamente, ma soprattutto spiritualmente con la sua parola. Gesù citerà questo brano rispondendo a Satana nel deserto.

Dal libro del Deuteronòmio   Dt 8,2-3.14b-16a

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE                

Dal Salmo 147

R. Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce. R.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.  R.

SECONDA LETTURA

Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Nella comunità di Corinto anche la celebrazione della Cena del Signore era diventata causa di divisione. Paolo interviene con forza, ricordando ai Corinzi che il pane e il vino, corpo e sangue di Cristo, realizzano la comunione vera e piena con il Signore e fanno dei credenti un solo corpo che ha per capo il Cristo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi    1Cor 10,16-17

Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Parola di Dio

SEQUENZA

La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma breve, a cominciare dalla strofa: Ecce panis.

Se la sequenza viene omessa, segue il CANTO AL VANGELO.

[Lauda Sion Salvatórem,
lauda ducem et pastórem,
in hymnis et cánticis.
[Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore
con inni e cantici.
Quantum potes, tantum aude:
quia maior omni laude,
nec laudáre súfficis.
Impegna tutto il tuo fervore:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.
Laudis thema speciális,
panis vivus et vitális
hódie propónitur.
Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.
Quem in sacrae mensa cenae,
turbae fratrum duodénae
datum non ambígitur.
Veramente fu donato
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.
Sit laus plena, sit sonóra,
sit iucúnda, sit decóra
mentis iubilátio.
Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito.
Dies enim sollémnis ágitur,
in qua mensae prima recólitur
huius institútio.
Questa è la festa solenne
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.
In hac mensa novi Regis,
novum Pascha, novae legis,
phase vetus términat.
È il banchetto del nuovo Re,
nuova Pasqua, nuova legge;
e l’antico è giunto a termine.
Vetustátem nóvitas,
umbram fugat véritas,
noctem lux elíminat.
Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l’ombra:
luce, non più tenebra.
Quod in cena Christus gessit,
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.
Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo.
Docti sacris institútis,
panem, vinum in salútis
consecrámus hóstiam.
Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza.
Dogma datur christiánis,
quod in carnem transit panis
et vinum in sánguinem.
È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne,
si fa sangue il vino.
Quod non capis, quod non vides,
animósa firmat fides,
praeter rerum órdinem.
Tu non vedi, non comprendi,
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.
Sub divérsis speciébus,
signis tantum et non rebus,
latent res exímiae.
È un segno ciò che appare:
nasconde nel mistero
realtà sublimi.
Caro cibus, sanguis potus:
manet tamen Christus totus
sub utráque spécie.
Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero
in ciascuna specie.
A suménte non concísus,
non confráctus, non divísus,
ínteger accípitur.
Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
Sumit unus, sumunt mille:
quantum isti, tantum ille:
nec sumptus consúmitur.
Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato.
Sumunt boni, sumunt mali:
sorte tamen inaequáli,
vitae vel intéritus.
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Mors est malis, vita bonis:
vide paris sumptiónis
quam sit dispar éxitus.
Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l’esito!
Fracto demum sacraménto,
ne vacílles, sed meménto,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.
Quando spezzi il sacramento
non temere, ma ricorda:
Cristo è tanto in ogni parte,
quanto nell’intero.
Nulla rei fit scissúra,
signi tantum fit fractúra,
qua nec status, nec statúra
signáti minúitur.]
È diviso solo il segno
non si tocca la sostanza;
nulla è diminuito
della sua persona.]
Ecce panis angelórum,
factus cibus viatórum:
vere panis filiórum,
non mitténdus cánibus.
Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.
In figúris praesignátur,
cum Isaac immolátur:
agnus Paschae deputátur,
datur manna pátribus.
Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell’agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.
Bone pastor, panis vere,
Iesu, nostri miserére:
tu nos pasce, nos tuére:
tu nos bona fac vidére
in terra vivéntium.
Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.
Tu qui cuncta scis et vales,
qui nos pascis hic mortáles:
tuos ibi commensáles,
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

 

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. (Gv 6,51)

Alleluia.

VANGELO

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Questo brano è la parte finale del discorso di Gesù sul pane di vita. L’evangelista sottolinea che la salvezza che viene da Dio arriva a chi crede solo attraverso la comunione fisico-spirituale con Cristo. Questo scandalizza i Giudei, ma è il dono che i cristiani ricevono. Così già in questo tempo tra Cristo e il cristiano si realizza la reciproca inabitazione. Questa è già la vita eterna.

Dal Vangelo secondo Giovanni    Gv 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore.

 

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6. Vignetta di RobiHood – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

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Pubblicazioni di Roberto Benotti (RobyHood) presso Elledici:

Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

I Love Francesco

Testi e i commenti proposti per la domenica 

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5. PREGHIERE PERDONO E FEDELI – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

RICHIESTA DI PERDONO

  • Signore Gesù, a volte non ci siamo fidati della tua parola. Kyrie eleison.
  • Cristo, abbiamo dubitato della tua presenza amorevole nella nostra vita. Christe eleison.
  • Signore Gesù, per tutte le volte che dopo la celebrazione dell’Eucaristia non ti abbiamo portato nella vita quotidiana. Kyrie eleison.

PREGHIERA UNIVERSALE

Nella solennità del Corpus Domini, eleviamo la nostra preghiera a Dio, sostenuti dalla reale presenza di Gesù Eucaristia. Diciamo:

Sostieni il nostro cammino, Signore.

  • La tua chiesa celebri con fervore e gratitudine l’Eucaristia, pane di vita, per il popolo in cammino. Preghiamo
  • Donaci, Signore, di celebrare l’Eucaristia, come memoria della tua vita donata e spezzata e come invito alla condivisione. Preghiamo
  • Le nostre famiglie, nel ritrovarsi intorno alla tavola, vivano il segno della comunione e dell’unità, che accompagna il crescere della vita. Preghiamo
  • Ti chiediamo il tuo Spirito perché ci insegni ad adorare la tua presenza nello stupore di essere riuniti e nutriti. Preghiamo
  • I sacerdoti, tuoi ministri all’altare, vivano con gratitudine il dono della consacrazione e della comunione al del tuo corpo, conformando la loro vita a te. Preghiamo

Sac.: Padre, hai dato tuo figlio perché rimanesse con noi e noi con lui. Il suo Corpo eucaristico sia pegno di vita eterna. Lui, che lo ha promesso, è il vivente e il regnante nei secoli eterni. Amen

 

 

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Vogliamo misurare l’infinito con un metro troppo corto (3 giugno 2026)

Vogliamo misurare l’infinito con un metro troppo corto

San Carlo Lwanga e compagni
3 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,18-27

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

COMMENTO

Una donna rimasta vedova di sette fratelli: nella risurrezione di chi sarà moglie? I sadducei si avvicinano a Gesù con questa domanda, che sembra quasi una barzelletta. Dietro questo loro tranello assurdo c’è sempre quella dinamica che tutti conosciamo benissimo, cioè l’ansia di voler controllare il futuro proiettandovi dentro le nostre piccolezze. Questi sadducei vogliono misurare l’infinito con il metro corto dei loro calcoli e del possesso.
«Voi siete in grande errore», risponde loro Gesù. Più precisamente dice πολὺ πλανᾶσθε (poly planasthe), letteralmente «andate fuori strada», vagate senza una meta… Noi andiamo sempre fuori strada ogni volta che ignoriamo la potenza di Dio. Pensiamo che l’eternità sia solo la continuazione all’infinito di questa vita, con le stesse logiche di possesso, di bisogni, di contratti umani… La risurrezione è invece un modo totalmente nuovo di esistere.
Saremo liberi «come angeli nei cieli», spiega Gesù: non ameremo meno, ma finalmente ameremo senza la paura di perdere o trattenere qualcosa o qualcuno. La risurrezione è una promessa che deve rivoluzionare il nostro presente, perché il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» non è un custode di tombe. Se Dio è fedele, allora noi siamo già vivi in lui, oggi stesso.

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Noi non siamo di Cesare (2 giugno 2026)

Noi non siamo di Cesare

Martedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,13-17

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.

COMMENTO

«Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». Questa domanda, posta a Gesù da alcuni farisei ed erodiani, ci porta a pensare che la fede sia una faccenda di schieramenti, cioè: o stai con i devoti o stai con i laici, o con la Chiesa o con lo Stato… Farisei ed erodiani – che normalmente si detestavano – si mettono insieme con l’unico scopo di «incastrarlo». Così gli lanciano un’esca con una domanda sul tributo a Cesare. Se Gesù dice sì, è un traditore del popolo; se dice no, è un ribelle politico. Gesù non cade in questa trappola. Sa bene che è un gioco antico come il mondo: il gioco di incastrare l’altro.
Quante volte, in effetti, nelle nostre relazioni creiamo dilemmi finti solo per avere ragione, per stringere l’altro d’assedio? Gesù chiede loro una moneta e pone una domanda elementare: di chi sono l’immagine e l’iscrizione? Gli rispondono: «Di Cesare». Ecco: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». In greco Apodidōmi, cioè letteralmente «restituire ciò che è dovuto», insomma… saldare un debito.
Gesù non divide il mondo in due zone di influenza. Se la moneta ha sopra la faccia di Cesare, ridatela a lui: sono cose sue. Ma noi, piuttosto, di chi portiamo l’impronta? Noi portiamo in noi l’immagine di Dio. La nostra vita non appartiene ai condizionamenti, alle aspettative degli altri, alle scadenze… Noi non dobbiamo restituire noi stessi a Cesare. Apparteniamo a Dio e la grande notizia è che a Lui non dobbiamo «rendere» niente indietro. A chi stiamo consegnando i pensieri e il cuore, in questo momento?

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Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro (1 giugno 2026)

Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro

San Giustino
1 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,1-12

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

COMMENTO

Pensiamo che i nostri guai nascano quasi sempre dalle cose che non capiamo: «Se sapessi le intenzioni di chi mi sta davanti, magari riuscirei a…», oppure «se capissi bene i “piani” di Dio, io…». Ma i nostri guai non nascono quasi mai da questa nostra incapacità di conoscere le cose nel loro segreto; nascono semmai perché siamo malati di possesso. Nel Vangelo di oggi «un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre». In pratica, fa di tutto per recintare tutta quella bellezza e proteggerla, poi la affida a dei contadini e se ne va.
Questi contadini si illudono che ciò che è stato loro dato semplicemente in custodia sia ormai roba loro. Hanno confuso il servizio con il dominio. E quando fiutano il pericolo che il padrone mandi qualcuno di sua fiducia a raccogliere i frutti dalla sua proprietà, i contadini lo bastonano, lo insultano e addirittura lo uccidono. Fino a quando arriva da loro il figlio di quell’uomo, «il figlio amato», il suo ultimo tentativo. E quei contadini ragionano tra di loro, perché non sono ignoranti e sanno benissimo chi è: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra», concludono.
È un atteggiamento che potrebbe essere anche il nostro, senza neppure farci caso. Cioè quello di pensare che, per essere felici, dobbiamo eliminare chiunque rivendichi un diritto sulla nostra vita. Così vogliamo essere padroni assoluti dei nostri figli, di nostra moglie o di nostro marito, padroni del nostro tempo, persino di Dio. E sentirci dire che siamo solo poveri amministratori di tutto, anche della vita che abbiamo ricevuto in dono, ci causa sempre fastidio. Pur di non rispondere a nessuno, siamo capaci, come quei contadini, di far fuori la verità nuda e cruda.
A chi stiamo sbarrando la strada per paura di perdere il controllo?

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Il contrario della fede è il controllo (30 maggio 2026)

Il contrario della fede è il controllo

Sabato della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
30 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 11,27-33

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».
E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

COMMENTO

Gesù passeggiava nel tempio. Il Vangelo usa un tempo verbale che descrive un’immensa calma, mentre attorno a lui il clima è quello di un’aula giudiziaria. Gesù, però, cammina con il passo leggero di chi sa da dove viene.
Sacerdoti, scribi e anziani lo raggiungono, compatti. L’istituzione ufficiale dell’epoca si schiera per chiedere a questo maestro della Galilea con quale autorità compia le opere che fa.
A volte pensiamo che il contrario della fede sia il dubbio. Non è così. Il contrario della fede è il controllo, la pretesa di gestire gli imprevisti che Dio misteriosamente permette dentro i recinti delle nostre rassicurazioni.
Questi capi religiosi non cercano la verità, ma soltanto un capo d’accusa. Vogliono vedere se Gesù ha una delega, un attestato, un “titolo accademico” che giustifichi ciò che dice. Qualcosa, insomma, che si possa in qualche modo catalogare e neutralizzare.
Gesù, anziché balbettare qualche parola davanti a quelle eminenze, risponde con una provocazione: il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?
«Essi discutevano fra loro dicendo: “Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?”. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta».
Rispondono allora a Gesù con un prudente: «Non sappiamo». È una risposta che rivela un fallimento e un rifiuto ostinato di arrendersi all’evidenza di Dio quando questa disturba troppo i nostri piani.
Rischiamo anche noi di preferire l’appiattimento di un’incertezza che ci pare comoda al rischio di fare una scelta di campo.
«Gesù disse loro: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose”».
Gesù decide di fare silenzio, di troncare lì la conversazione, perché semplicemente non ci sono più parole da spendere con chi ha già deciso di restare cieco. In fin dei conti, se non si accetta il rischio del cielo, a che cosa serve davvero l’autorità?