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La missione comincia senza garanzie (11 giugno 2026)

La missione comincia senza garanzie

San Barnaba
11 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 10,7-13

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

COMMENTO

Esiste un’ansia da equipaggiamento di cui soffriamo un po’ tutti. Da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire, riempiamo lo zaino della nostra mente con una serie di certezze che ci facciano sentire un po’ protetti: “Questo mi serve, questo non si sa mai, se mi mancano i soldi come faccio? E se quella persona non mi accoglie?”. Insomma, desideriamo avere le spalle coperte.
Questa paura ossessiva del domani – una patologia della previdenza – finisce per trasformarci in accumulatori compulsivi di rassicurazioni. Nel Vangelo di Matteo, nel momento in cui invia i suoi, Gesù dà un ordine che capovolge completamente questa logica ossessiva: «Non procuratevi oro né argento né moneta di rame nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone».
Forse lo avremmo guardato anche noi con occhi sgranati come a voler dire “Gesù, dici sul serio?”, perché siamo convinti, spesso erroneamente, che l’efficacia di tutto dipenda dallo spessore della corazza. Il vangelo ci dice invece che è nella trasparenza del cuore il potere della nostra credibilità. Una sola parola, nel testo greco di questa pagina, scardina l’impalcatura filistea della nostra giornata. Si tratta dell’avverbio dōreán: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Quel dōreán non significa il semplice volontariato inteso come filantropia, ma piuttosto riscoprire che l’esistenza non è una proprietà privata da difendere o da mercanteggiare. In altre parole, è l’antidoto alla cupidigia del calcolo. Senza questa povertà fiduciosa a cui ci invita il Vangelo, il pericolo è di rimanere solo funzionari del sacro, manager religiosi, pieni di strumenti ma vuoti di fede. Finché invece non rischiamo sulla Sua parola, resteremo fermi a contare ancora ciò che ci manca.

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Gesù riempie di senso la nostra vita fino all’orlo (10 giugno 2026)

Gesù riempie di senso la nostra vita fino all’orlo

Mercoledì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
10 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 5,17-19

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

COMMENTO

Il nostro rapporto con le regole è sempre un po’ complicato. Le viviamo spesso con una sottile ansia, con il peso di dover fare tutto bene per sentirci finalmente a posto. In comunità, al lavoro, in famiglia, persino davanti a noi stessi, allo specchio. E la cosa terribile è quando diventiamo “scribi” ultra severi di noi stessi, pronti a punirci per ogni minima mancanza. Magari qualcuno temeva – come gli scribi – che, con il suo modo di fare e di parlare, Gesù avesse in mente di cancellare almeno qualcuna delle 613 regole da osservare. «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti — precisa invece Gesù —; non sono venuto ad abolire, ma a compiere». A “compiere”, che nell’originale greco plēróō significa anche “riempire”, come quando versi del vino buono in un bicchiere vuoto fino a farlo quasi traboccare. Questo significa che il Vangelo non viene ad aggiungere ulteriori fatiche alla nostra agenda. Gesù viene a riempire di senso quello che già siamo. Anche i nostri dettagli più insignificanti, la nostra fedeltà quotidiana e nascosta, di cui magari nessuno si accorge, sono quello “iota” o quel “solo segno” che saranno certamente compiuti, perché agli occhi di Dio non sono irrilevanti, ma hanno un peso immenso.
Il Vangelo oggi non ci chiede di essere supereroi della morale, ma di permettere che il vuoto che ci portiamo dentro venga abitato dalla sua presenza. E allora scopriremmo che la giustizia vera non è quella che si ottiene con gli sforzi muscolari di chi vuole essere perfetto, ma nasce dall’accoglienza del dono di Dio, che ci fa tornare a respirare. La conversione che oggi il Vangelo ci chiede è di non perdere tempo a contare i nostri passi falsi, ma di ricordarci della pienezza che Gesù è venuto a portare nella nostra vita.

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Sale e luce è ciò che già siamo (9 giugno 2026)

Sale e luce è ciò che già siamo

Martedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
9 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

COMMENTO

Dopo aver proclamato le Beatitudini sul monte, Gesù ci rivela la nostra identità più profonda. Non ci dice che “dobbiamo diventare” qualcosa, o meglio non prescrive un percorso prestazionale. Noi invece viviamo sempre con l’ansia di dover dimostrare qualcosa agli altri – un riflesso quasi nevrotico –, convinti che per valere si debbano fare cose straordinarie. Ci sentiamo insignificanti, invisibili, schiacciati dalla costante paura di non contare nulla. Al contrario, Gesù ci rivela ciò che già siamo: «Voi siete il sale della terra», «Voi siete la luce del mondo». Niente a che vedere con la logica del rendimento. Piuttosto, il pericolo vero per noi è l’insipidità: smarrirci, mimetizzarci con il grigiore del mondo per la paura di esporci o di dar fastidio. Ma una «città posta sopra un monte non può rimanere nascosta». La fede non si configura come un club privato da coltivare nel segreto delle nostre stanze; serve a dare sapore e luce alla vita reale, quella quotidiana di tutti i giorni, in ufficio o in famiglia. Quando Gesù ci chiede di far vedere le nostre «opere buone», usa il termine kalà, che in greco significa anzitutto “belle”. Questo significa che la nostra testimonianza non è questione di doveri morali pesanti, un moralismo che fa venire l’orticaria a chi ci guarda, ma una bellezza che attrae, che genera un contagio. Le nostre opere sono buone quando appaiono così belle, limpide e gratuite da far nascere negli altri la nostalgia di Dio. Se oggi stesso chi ci incontra a casa o sul lavoro non avverte un sapore diverso, a che cosa serve la nostra fede?

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“Beati… i mendicanti di Dio” (8 giugno 2026)

“Beati… i mendicanti di Dio”

Lunedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
8 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mt 5,1-12

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

COMMENTO

La nostra idea di felicità spesso coincide con una collezione di successi. Gesù, nel Vangelo di oggi, sale sul monte per smontare queste illusioni: l’illusione che si sia felici quando si è forti, quando si è sazi, quando si è impeccabili… Piuttosto, dice ai suoi discepoli: «Beati i poveri in spirito». Com’è possibile essere felici se ci manca il terreno sotto i piedi, anche quando le cose non vanno come vorremmo? Dovremmo sempre ricordarci di essere quei “poveri in spirito”, non cioè coloro che hanno poco, ma mendicanti assoluti, consapevoli di non avere davvero nulla e di dover sempre tenere le mani tese verso Dio. Questo è un vero ribaltamento della nostra logica mondana. Insomma, il Vangelo ci sta dicendo che la felicità non è il premio per chi è perfetto. La felicità è piuttosto l’esperienza di chi smette di bastare a se stesso. Noi ingaggiamo ogni giorno una guerra contro le nostre crepe e le nostre fragilità, cercando invano di nasconderle a noi stessi e al mondo là fuori, mentre Dio ha bisogno di infiltrarsi proprio lì, nei vuoti che non amiamo. Gesù dice anche ai suoi discepoli che sono «Beati quelli che sono nel pianto», perché è certo che le nostre lacrime hanno un valore immenso e che Dio le raccoglie sempre. Tutte le beatitudini che Gesù inanella, una dopo l’altra, sono per ciascuno di noi uno specchio di come cambia la nostra vita quando accettiamo di essere amati da Dio nella nostra povertà, nelle nostre lacrime, nella nostra fame e sete di giustizia… Una buona domanda da porci, oggi, è se abbiamo ancora paura del nostro vuoto.

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Se anche noi trasformiamo Gesù in una comoda bugia (5 giugno 2026)

Se anche noi trasformiamo Gesù in una comoda bugia

San Bonifacio
5 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,35-37

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

COMMENTO

Per capire Gesù non bastano tutte le cose buone e giuste che di lui abbiamo imparato al catechismo. Spesso trattiamo Gesù come un’etichetta certificata che mette d’accordo un po’ tutti. Era già la trappola in cui cadevano gli scribi nel tempio, convinti che bastasse conoscere la teologia della discendenza per sapere da chi sarebbe disceso il Messia atteso.
«Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?», chiede allora Gesù. La gente che lo ascoltava soffriva infatti della mania di voler ingabbiare Dio dentro determinate griglie umane, sociali o morali, riducendolo a un “nuovo Davide” che doveva risolvere i loro problemi politici o cacciare l’occupante di turno.
«Da dove risulta che è suo figlio?», incalza ancora Gesù. A lui non interessa fare una lezioncina sulla linea di sangue del Messia, ma invitare ciascuno di noi a scavare più in profondità. La domanda sottesa è questa: da dove viene la tua speranza? Tradotto: qual è l’origine profonda delle cose che vivi?
Gesù ci invita a guardare oltre la superficie, oltre la logica del sangue e del dovere. Se restiamo alla superficie, diventiamo schiavi delle nostre attese mondane, schiavi di un’idea di Dio che ci siamo costruiti nella testa. Cristo, però, è più grande di una discendenza. È più grande delle nostre idee e delle nostre convinzioni. Non si lascia ingabbiare. È il Signore che abita il nostro buio e scompagina i nostri calcoli.
Dove stiamo cercando l’origine della nostra vita? Nelle cose che si spiegano da sole o in quel mistero che ci abita da dentro?

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Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo (4 giugno 2026)

Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo

Giovedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
4 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,28-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

COMMENTO

Viviamo con la sensazione di essere continuamente frammentati, persi dietro a mille doveri da compiere. Come se la vita fosse una lista della spesa spirituale da spuntare ogni giorno. Con una stanchezza simile sul fondo del suo cuore, uno scriba si avvicina a Gesù e gli chiede: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». È come se quest’uomo stesse cercando un filo conduttore per non impazzire nel caos di regole che si era costruito attorno. Gesù gli risponde così: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Contrariamente a quello che siamo portati a credere, e cioè che l’amore sia solo una questione di pancia, un’emozione forte che va e viene, il vangelo usa la parola greca dianoia, che significa metterci la mente, l’intelligenza. Tradotto, Gesù ci sta dicendo concretamente che, per amare, non bastano i batticuori passeggeri o le buone intenzioni; è importante anche metterci la testa, perché si deve scegliere con lucidità e bisogna far abitare la fede anche nei pensieri quotidiani. Per questo l’amore vero è anche un atto intelligente, non un semplice vapore emotivo.
Lo scriba apprezza la risposta sintetica e corretta di Gesù e la approva: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». E davanti alla rispostina corretta il vangelo poteva chiudersi gloriosamente senza aggiungere altro; invece Gesù risponde allo scriba: «Non sei lontano dal regno di Dio», in greco Ou makran, cioè “Sei sulla soglia…”. Queste poche battute sono capaci di darci una lezione immensa, perché noi confondiamo quasi sempre il capire una cosa con il viverla. Gesù, tra le righe, dice allo scriba: tu puoi avere nella testa una teologia perfetta e fare ragionamenti impeccabili, eppure rimanere fuori dalla porta, fermo sul pianerottolo. A questo scriba, per fare quell’ultimo centimetro ed entrare, manca drammaticamente il corpo. Gli manca il rischio di sporcarsi le mani nella sequela dietro al Maestro, di scendere dal balcone delle sue idee per abbracciare la croce di qualcuno in carne e ossa.
È il rischio che corriamo tutti: possiamo essere d’accordo su tutto quello che Gesù ha detto e fatto, ma oggi, concretamente, Gesù ci chiede se siamo entrati o se siamo rimasti a guardare il Regno di Dio dallo zerbino di casa nostra.

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Vogliamo misurare l’infinito con un metro troppo corto (3 giugno 2026)

Vogliamo misurare l’infinito con un metro troppo corto

San Carlo Lwanga e compagni
3 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,18-27

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

COMMENTO

Una donna rimasta vedova di sette fratelli: nella risurrezione di chi sarà moglie? I sadducei si avvicinano a Gesù con questa domanda, che sembra quasi una barzelletta. Dietro questo loro tranello assurdo c’è sempre quella dinamica che tutti conosciamo benissimo, cioè l’ansia di voler controllare il futuro proiettandovi dentro le nostre piccolezze. Questi sadducei vogliono misurare l’infinito con il metro corto dei loro calcoli e del possesso.
«Voi siete in grande errore», risponde loro Gesù. Più precisamente dice πολὺ πλανᾶσθε (poly planasthe), letteralmente «andate fuori strada», vagate senza una meta… Noi andiamo sempre fuori strada ogni volta che ignoriamo la potenza di Dio. Pensiamo che l’eternità sia solo la continuazione all’infinito di questa vita, con le stesse logiche di possesso, di bisogni, di contratti umani… La risurrezione è invece un modo totalmente nuovo di esistere.
Saremo liberi «come angeli nei cieli», spiega Gesù: non ameremo meno, ma finalmente ameremo senza la paura di perdere o trattenere qualcosa o qualcuno. La risurrezione è una promessa che deve rivoluzionare il nostro presente, perché il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» non è un custode di tombe. Se Dio è fedele, allora noi siamo già vivi in lui, oggi stesso.

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Noi non siamo di Cesare (2 giugno 2026)

Noi non siamo di Cesare

Martedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,13-17

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.

COMMENTO

«Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». Questa domanda, posta a Gesù da alcuni farisei ed erodiani, ci porta a pensare che la fede sia una faccenda di schieramenti, cioè: o stai con i devoti o stai con i laici, o con la Chiesa o con lo Stato… Farisei ed erodiani – che normalmente si detestavano – si mettono insieme con l’unico scopo di «incastrarlo». Così gli lanciano un’esca con una domanda sul tributo a Cesare. Se Gesù dice sì, è un traditore del popolo; se dice no, è un ribelle politico. Gesù non cade in questa trappola. Sa bene che è un gioco antico come il mondo: il gioco di incastrare l’altro.
Quante volte, in effetti, nelle nostre relazioni creiamo dilemmi finti solo per avere ragione, per stringere l’altro d’assedio? Gesù chiede loro una moneta e pone una domanda elementare: di chi sono l’immagine e l’iscrizione? Gli rispondono: «Di Cesare». Ecco: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». In greco Apodidōmi, cioè letteralmente «restituire ciò che è dovuto», insomma… saldare un debito.
Gesù non divide il mondo in due zone di influenza. Se la moneta ha sopra la faccia di Cesare, ridatela a lui: sono cose sue. Ma noi, piuttosto, di chi portiamo l’impronta? Noi portiamo in noi l’immagine di Dio. La nostra vita non appartiene ai condizionamenti, alle aspettative degli altri, alle scadenze… Noi non dobbiamo restituire noi stessi a Cesare. Apparteniamo a Dio e la grande notizia è che a Lui non dobbiamo «rendere» niente indietro. A chi stiamo consegnando i pensieri e il cuore, in questo momento?

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Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro (1 giugno 2026)

Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro

San Giustino
1 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,1-12

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

COMMENTO

Pensiamo che i nostri guai nascano quasi sempre dalle cose che non capiamo: «Se sapessi le intenzioni di chi mi sta davanti, magari riuscirei a…», oppure «se capissi bene i “piani” di Dio, io…». Ma i nostri guai non nascono quasi mai da questa nostra incapacità di conoscere le cose nel loro segreto; nascono semmai perché siamo malati di possesso. Nel Vangelo di oggi «un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre». In pratica, fa di tutto per recintare tutta quella bellezza e proteggerla, poi la affida a dei contadini e se ne va.
Questi contadini si illudono che ciò che è stato loro dato semplicemente in custodia sia ormai roba loro. Hanno confuso il servizio con il dominio. E quando fiutano il pericolo che il padrone mandi qualcuno di sua fiducia a raccogliere i frutti dalla sua proprietà, i contadini lo bastonano, lo insultano e addirittura lo uccidono. Fino a quando arriva da loro il figlio di quell’uomo, «il figlio amato», il suo ultimo tentativo. E quei contadini ragionano tra di loro, perché non sono ignoranti e sanno benissimo chi è: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra», concludono.
È un atteggiamento che potrebbe essere anche il nostro, senza neppure farci caso. Cioè quello di pensare che, per essere felici, dobbiamo eliminare chiunque rivendichi un diritto sulla nostra vita. Così vogliamo essere padroni assoluti dei nostri figli, di nostra moglie o di nostro marito, padroni del nostro tempo, persino di Dio. E sentirci dire che siamo solo poveri amministratori di tutto, anche della vita che abbiamo ricevuto in dono, ci causa sempre fastidio. Pur di non rispondere a nessuno, siamo capaci, come quei contadini, di far fuori la verità nuda e cruda.
A chi stiamo sbarrando la strada per paura di perdere il controllo?

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Il contrario della fede è il controllo (30 maggio 2026)

Il contrario della fede è il controllo

Sabato della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
30 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 11,27-33

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».
E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

COMMENTO

Gesù passeggiava nel tempio. Il Vangelo usa un tempo verbale che descrive un’immensa calma, mentre attorno a lui il clima è quello di un’aula giudiziaria. Gesù, però, cammina con il passo leggero di chi sa da dove viene.
Sacerdoti, scribi e anziani lo raggiungono, compatti. L’istituzione ufficiale dell’epoca si schiera per chiedere a questo maestro della Galilea con quale autorità compia le opere che fa.
A volte pensiamo che il contrario della fede sia il dubbio. Non è così. Il contrario della fede è il controllo, la pretesa di gestire gli imprevisti che Dio misteriosamente permette dentro i recinti delle nostre rassicurazioni.
Questi capi religiosi non cercano la verità, ma soltanto un capo d’accusa. Vogliono vedere se Gesù ha una delega, un attestato, un “titolo accademico” che giustifichi ciò che dice. Qualcosa, insomma, che si possa in qualche modo catalogare e neutralizzare.
Gesù, anziché balbettare qualche parola davanti a quelle eminenze, risponde con una provocazione: il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?
«Essi discutevano fra loro dicendo: “Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?”. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta».
Rispondono allora a Gesù con un prudente: «Non sappiamo». È una risposta che rivela un fallimento e un rifiuto ostinato di arrendersi all’evidenza di Dio quando questa disturba troppo i nostri piani.
Rischiamo anche noi di preferire l’appiattimento di un’incertezza che ci pare comoda al rischio di fare una scelta di campo.
«Gesù disse loro: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose”».
Gesù decide di fare silenzio, di troncare lì la conversazione, perché semplicemente non ci sono più parole da spendere con chi ha già deciso di restare cieco. In fin dei conti, se non si accetta il rischio del cielo, a che cosa serve davvero l’autorità?