
Sale e luce è ciò che già siamo
Martedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
9 giugno 2026

Don Antonio Carriero
Mt 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
COMMENTO
Dopo aver proclamato le Beatitudini sul monte, Gesù ci rivela la nostra identità più profonda. Non ci dice che “dobbiamo diventare” qualcosa, o meglio non prescrive un percorso prestazionale. Noi invece viviamo sempre con l’ansia di dover dimostrare qualcosa agli altri – un riflesso quasi nevrotico –, convinti che per valere si debbano fare cose straordinarie. Ci sentiamo insignificanti, invisibili, schiacciati dalla costante paura di non contare nulla. Al contrario, Gesù ci rivela ciò che già siamo: «Voi siete il sale della terra», «Voi siete la luce del mondo». Niente a che vedere con la logica del rendimento. Piuttosto, il pericolo vero per noi è l’insipidità: smarrirci, mimetizzarci con il grigiore del mondo per la paura di esporci o di dar fastidio. Ma una «città posta sopra un monte non può rimanere nascosta». La fede non si configura come un club privato da coltivare nel segreto delle nostre stanze; serve a dare sapore e luce alla vita reale, quella quotidiana di tutti i giorni, in ufficio o in famiglia. Quando Gesù ci chiede di far vedere le nostre «opere buone», usa il termine kalà, che in greco significa anzitutto “belle”. Questo significa che la nostra testimonianza non è questione di doveri morali pesanti, un moralismo che fa venire l’orticaria a chi ci guarda, ma una bellezza che attrae, che genera un contagio. Le nostre opere sono buone quando appaiono così belle, limpide e gratuite da far nascere negli altri la nostalgia di Dio. Se oggi stesso chi ci incontra a casa o sul lavoro non avverte un sapore diverso, a che cosa serve la nostra fede?
