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Vogliamo misurare l’infinito con un metro troppo corto (2 giugno 2026)

Vogliamo misurare l’infinito con un metro troppo corto

San Carlo Lwanga e compagni
3 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,18-27

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

COMMENTO

Una donna rimasta vedova di sette fratelli: nella risurrezione di chi sarà moglie? I sadducei si avvicinano a Gesù con questa domanda, che sembra quasi una barzelletta. Dietro questo loro tranello assurdo c’è sempre quella dinamica che tutti conosciamo benissimo, cioè l’ansia di voler controllare il futuro proiettandovi dentro le nostre piccolezze. Questi sadducei vogliono misurare l’infinito con il metro corto dei loro calcoli e del possesso.
«Voi siete in grande errore», risponde loro Gesù. Più precisamente dice πολὺ πλανᾶσθε (poly planasthe), letteralmente «andate fuori strada», vagate senza una meta… Noi andiamo sempre fuori strada ogni volta che ignoriamo la potenza di Dio. Pensiamo che l’eternità sia solo la continuazione all’infinito di questa vita, con le stesse logiche di possesso, di bisogni, di contratti umani… La risurrezione è invece un modo totalmente nuovo di esistere.
Saremo liberi «come angeli nei cieli», spiega Gesù: non ameremo meno, ma finalmente ameremo senza la paura di perdere o trattenere qualcosa o qualcuno. La risurrezione è una promessa che deve rivoluzionare il nostro presente, perché il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» non è un custode di tombe. Se Dio è fedele, allora noi siamo già vivi in lui, oggi stesso.

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Noi non siamo di Cesare (2 giugno 2026)

Noi non siamo di Cesare

Martedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,13-17

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.

COMMENTO

«Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». Questa domanda, posta a Gesù da alcuni farisei ed erodiani, ci porta a pensare che la fede sia una faccenda di schieramenti, cioè: o stai con i devoti o stai con i laici, o con la Chiesa o con lo Stato… Farisei ed erodiani – che normalmente si detestavano – si mettono insieme con l’unico scopo di «incastrarlo». Così gli lanciano un’esca con una domanda sul tributo a Cesare. Se Gesù dice sì, è un traditore del popolo; se dice no, è un ribelle politico. Gesù non cade in questa trappola. Sa bene che è un gioco antico come il mondo: il gioco di incastrare l’altro.
Quante volte, in effetti, nelle nostre relazioni creiamo dilemmi finti solo per avere ragione, per stringere l’altro d’assedio? Gesù chiede loro una moneta e pone una domanda elementare: di chi sono l’immagine e l’iscrizione? Gli rispondono: «Di Cesare». Ecco: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». In greco Apodidōmi, cioè letteralmente «restituire ciò che è dovuto», insomma… saldare un debito.
Gesù non divide il mondo in due zone di influenza. Se la moneta ha sopra la faccia di Cesare, ridatela a lui: sono cose sue. Ma noi, piuttosto, di chi portiamo l’impronta? Noi portiamo in noi l’immagine di Dio. La nostra vita non appartiene ai condizionamenti, alle aspettative degli altri, alle scadenze… Noi non dobbiamo restituire noi stessi a Cesare. Apparteniamo a Dio e la grande notizia è che a Lui non dobbiamo «rendere» niente indietro. A chi stiamo consegnando i pensieri e il cuore, in questo momento?

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Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro (1 giugno 2026)

Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro

San Giustino
1 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,1-12

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

COMMENTO

Pensiamo che i nostri guai nascano quasi sempre dalle cose che non capiamo: «Se sapessi le intenzioni di chi mi sta davanti, magari riuscirei a…», oppure «se capissi bene i “piani” di Dio, io…». Ma i nostri guai non nascono quasi mai da questa nostra incapacità di conoscere le cose nel loro segreto; nascono semmai perché siamo malati di possesso. Nel Vangelo di oggi «un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre». In pratica, fa di tutto per recintare tutta quella bellezza e proteggerla, poi la affida a dei contadini e se ne va.
Questi contadini si illudono che ciò che è stato loro dato semplicemente in custodia sia ormai roba loro. Hanno confuso il servizio con il dominio. E quando fiutano il pericolo che il padrone mandi qualcuno di sua fiducia a raccogliere i frutti dalla sua proprietà, i contadini lo bastonano, lo insultano e addirittura lo uccidono. Fino a quando arriva da loro il figlio di quell’uomo, «il figlio amato», il suo ultimo tentativo. E quei contadini ragionano tra di loro, perché non sono ignoranti e sanno benissimo chi è: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra», concludono.
È un atteggiamento che potrebbe essere anche il nostro, senza neppure farci caso. Cioè quello di pensare che, per essere felici, dobbiamo eliminare chiunque rivendichi un diritto sulla nostra vita. Così vogliamo essere padroni assoluti dei nostri figli, di nostra moglie o di nostro marito, padroni del nostro tempo, persino di Dio. E sentirci dire che siamo solo poveri amministratori di tutto, anche della vita che abbiamo ricevuto in dono, ci causa sempre fastidio. Pur di non rispondere a nessuno, siamo capaci, come quei contadini, di far fuori la verità nuda e cruda.
A chi stiamo sbarrando la strada per paura di perdere il controllo?

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Il contrario della fede è il controllo (30 maggio 2026)

Il contrario della fede è il controllo

Sabato della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
30 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 11,27-33

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».
E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

COMMENTO

Gesù passeggiava nel tempio. Il Vangelo usa un tempo verbale che descrive un’immensa calma, mentre attorno a lui il clima è quello di un’aula giudiziaria. Gesù, però, cammina con il passo leggero di chi sa da dove viene.
Sacerdoti, scribi e anziani lo raggiungono, compatti. L’istituzione ufficiale dell’epoca si schiera per chiedere a questo maestro della Galilea con quale autorità compia le opere che fa.
A volte pensiamo che il contrario della fede sia il dubbio. Non è così. Il contrario della fede è il controllo, la pretesa di gestire gli imprevisti che Dio misteriosamente permette dentro i recinti delle nostre rassicurazioni.
Questi capi religiosi non cercano la verità, ma soltanto un capo d’accusa. Vogliono vedere se Gesù ha una delega, un attestato, un “titolo accademico” che giustifichi ciò che dice. Qualcosa, insomma, che si possa in qualche modo catalogare e neutralizzare.
Gesù, anziché balbettare qualche parola davanti a quelle eminenze, risponde con una provocazione: il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?
«Essi discutevano fra loro dicendo: “Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?”. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta».
Rispondono allora a Gesù con un prudente: «Non sappiamo». È una risposta che rivela un fallimento e un rifiuto ostinato di arrendersi all’evidenza di Dio quando questa disturba troppo i nostri piani.
Rischiamo anche noi di preferire l’appiattimento di un’incertezza che ci pare comoda al rischio di fare una scelta di campo.
«Gesù disse loro: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose”».
Gesù decide di fare silenzio, di troncare lì la conversazione, perché semplicemente non ci sono più parole da spendere con chi ha già deciso di restare cieco. In fin dei conti, se non si accetta il rischio del cielo, a che cosa serve davvero l’autorità?

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«Domani cambierò, domani amerò, domani pregherò» (29 maggio 2026)

«Domani cambierò, domani amerò, domani pregherò»

Venerdì della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
29 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 11,11-25

[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

COMMENTO

«Avendo Gesù visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie».
È un paradosso umano quello di avere molte foglie ma nessun frutto. Investiamo tutto sulle foglie, cioè sull’apparenza, sul vestito buono della domenica e sulle strutture perfette, perché, sotto sotto, non amiamo guardare la terra nuda delle nostre radici. E possiamo vivere e muoverci nel “sacro”, illudendoci di comprare sicurezza, come se Dio fosse da ingraziare con i nostri molti sacrifici.
Né la fede è una questione di grandi monumenti religiosi o di cose fatte alla perfezione. Gesù, nel Vangelo di oggi, preferisce un tempio distrutto a un tempio diventato un mercato. Preferisce un deserto, ma vero, alla menzogna appariscente di un albero sterile che ha solo delle foglie da esibire.
L’evangelista annota che «non era la stagione dei fichi». Ci si chiede come mai Gesù pretenda dall’albero dei frutti ancora fuori tempo. Per le cose che contano davvero – per l’amore e per la conversione – Gesù sembra dirci che non esiste una stagione ben precisa a cui appellarsi per portare frutto. Il tempo, per Gesù, è adesso!
Invece noi passiamo la vita a dire: «Domani… cambierò, domani… amerò, domani… pregherò». Sempre domani, cioè mai. E nel frattempo ci riempiamo di foglie anche noi.
Chiediamo al Signore, oggi stesso (non domani!), di concentrarci più sulla verità dei frutti che sulla facciata del nostro albero.

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1. ORAZIONI – 31 MAGGIO 2026 – SANTISSIMA TRINITÀ

31 MAGGIO 2026

SANTISSIMA TRINITÀ

IL NOSTRO DIO È COMUNIONE

 

Antifona

Sia benedetto Dio Padre
e l’unigenito Figlio di Dio
e lo Spirito Santo;
perché grande è il suo amore per noi.
Si dice il Gloria.
Colletta

O Dio Padre,
che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità,
e lo Spirito santificatore
per rivelare agli uomini il mistero ineffabile della tua vita,
fa’ che nella confessione della vera fede
riconosciamo la gloria della Trinità
e adoriamo l’unico Dio in tre persone.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

Padre fedele e misericordioso,
che ci hai rivelato il mistero della tua vita
donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore,
sostieni la nostra fede
e ispiraci sentimenti di pace e di speranza,
perché, amandoci come fratelli,
rendiamo gloria al tuo santo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Si dice il Credo

Sulle offerte

Santifica, Signore nostro Dio,
i doni del nostro servizio sacerdotale
sui quali invochiamo il tuo nome,
e per questo sacrificio
fa’ di noi un’ offerta perenne a te gradita.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione

Voi siete figli di Dio:
egli ha mandato nei nostri cuori
lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». (Cf. Gal 4,6)

*A
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito,
perché chiunque crede in lui non vada perduto,
ma abbia la vita eterna. (Gv 3,16)

Dopo la comunione

Signore Dio nostro,
la comunione al tuo sacramento
e la professione della nostra fede in te,
unico Dio in tre persone,
siano per noi pegno di salvezza dell’anima e del corpo.
Per Cristo nostro Signore.

Nel congedare l’assemblea, il diacono o, se assente, lo stesso sacerdote canta o dice:

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3. Commento alle Letture – 31 MAGGIO 2026 – SANTISSIMA TRINITÀ

31 MAGGIO 2026

SANTISSIMA TRINITÀ

IL NOSTRO DIO È COMUNIONE

 

COMMENTO 1

Il mistero della Trinità divina è un invito a  riflettere sulla pedagogia che Dio ha attuato per riportare l’umanità sulla retta via durante lo svolgersi della storia.
Dio Padre dà origine all’universo ed all’umanità.
È il periodo del Paradiso Terrestre dove l’armonia della natura e l’ assenza  della morte, il più grande tra tutti i mali, rendono la vita luminosa e serena davanti all’onnipresenza di Dio.
Egli è fiero dell’umanità posta al vertice della creazione. Adamo ed Eva sono la sua immagine concreta attraverso l’uso corretto della libertà e dell’intelligenza.
Ma ad un certo punto è  proprio quest’ultima  che li spinge  a sfidare  il Creatore  ed ad impancarsi a detentori delle chiavi del bene  e del male. L’umanità, prima esente dall’influsso del male, comincia a pagare un pesante pedaggio al peccato.
Dio attraverso la scelta di un  popolo eletto tenta un ricupero: stipula un’Alleanza (Abramo), fissa una Legge (Mosè); crea una nazione(Israele); sceglie una capitale (Gerusalemme) dove stabilisce la sua dimora (Tempio).
Ma tutto questo non basta perché l’Alleanza sbiadisce;  la Legge si trasforma in un totem che indossa i panni di un nevrotico culto del Sabato; il Tempio si trasforma in una spelonca di ladri. In questo contesto Dio irrompe nella storia come Figlio. Scende dall’alto dei cieli e si incarna nella natura umana e prende dimora tra noi. Nasce, cresce umanamente e spiritualmente come tutti noi; incarna la nostra quotidianità; esperimenta le nostre gioie e paure; subisce le ricadute delle nostre emozioni e sentimenti; percorre le nostre strade; insegna un nuovo modo di relazionarci; privilegia i poveri, gli ammalati e i peccatori; denuncia i soprusi e le ingiustizie; rivoluziona i rapporti attraverso il perdono; predica e testimonia il Regno dei Cieli  apertamente e senza paura anche tra i supplizi della Croce.
I successi del Dio Figlio sono piuttosto magri. La morte lo fa uscire dal tempo ma non dalla storia.
Con la Pentecoste rientra e vi rimane, per sempre, come Dio Spirito Santo.
Qui si innesta il brano evangelico di oggi. Esso fa parta del dialogo tra Gesù e Nicodemo.
Illuminati dallo Spirito i discepoli finalmente capiscono che il Figlio non è altro che la realizzazione dell’amore del Padre che ama tanto l’umanità  da assicurare che,  chi crede nel Cristo, “non muoia ma abbia vita eterna” (Gv 3, 16)”.  In questa ricerca della fede l’umanità è assistita dalla costante luce di Dio Spirito Santo.
È una luce non fatta di fotoni ma di fede che illumina la strada del bene ed evita di precipitare nei tenebrosi burroni del male.
Questa scelta tra luce e tenebre è regolata da nessuna legge impositiva e giudicante, ma dalla sola libertà di coscienza di cui ogni uomo e donna è l’unico responsabile.
Dio non ci giudica, siamo noi gli unici attori responsabili della scelta esistenziale di vivere nella luce del bene o nel buio del male.

COMMENTO 2

SOLENNITÀ DELLA SS. TRINITÀ

A Dio Uno e Trino

Dio dell’amore, della pace e della speranza, Creatore del cielo e della terra, ricco di misericordia e di tenerezza, Signore di Abramo, Isacco, Giacobbe,
che attraverso Mosè ci hai donato la Legge, Ti lodiamo e Ti benediciamo per esserti rivelato Padre di tutti noi nel Tuo Figlio Gesù Cristo,
per mezzo del quale vennero a noi la grazia e la verità. Ti supplichiamo: ad immagine di Te,
che Ti doni completamente al Figlio Tuo, rendici capaci di essere dono gli uni per gli altri, rinunciando all’egoismo.

Dal mattino alla sera, di giorno e di notte Tu ci chiami a vivere alla Tua Presenza, a respirare in Te,
a rimanere uniti a Te, immersi nel Tuo cuore palpitante d’amore. Come Mosè, anche noi ci prostriamo dinanzi al Tuo mistero,
adorandoti con tutto il cuore, Dio per noi, pietoso e fedele, che cammini in mezzo a noi,
manifestando la Tua onnipotenza soprattutto nella grazia del perdono.

Benedetto sei Tu, Dio dei nostri padri!

O Signore nostro Gesù Cristo,
Dio con noi, Emmanuele, sulla Croce ci hai testimoniato la carità gratuita e senza riserve del Padre,
che ci ha tanto amato da inviarti come Salvatore, perché chiunque crede in Te non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Con la Tua passione, morte e risurrezione ci hai elargito la Tua grazia.
Credere nel Tuo Nome, o Unigenito Figlio di Dio fatto carne per opera dello Spirito Santo nel grembo di Maria Vergine, significa essere salvati.
Ti lodiamo e Ti ringraziamo per averci fatto rinascere dall’alto, da acqua e da Spirito,
nel Battesimo, rendendoci creature nuove in Te, figli del Padre in Te, Figlio, per il dono dello Spirito Santo.
Santificati per la grazia battesimale,
Tu ci chiami ad essere perfetti come il Padre che è nei cieli.
La comunione con il Tuo Corpo e il Tuo Sangue ci immerge nel mistero di Dio Uno e Trino,
perché Tu e il Padre siete una cosa sola nello Spirito Santo.
A imitazione Tua, o Gesù, che accogli docilmente l’amore del Padre, abilitaci a vivere con gli altri,
ad accoglierci gli uni gli altri, rinunciando all’orgoglio.

Benedetto il Tuo Nome glorioso e santo, Signore Gesù!

O Dio, Spirito Santo, nostro Santificatore,
Tu sei il Dio dentro di noi, il vincolo d’amore del Padre e del Figlio,
colui che ci rende uno con Gesù e in Gesù.
Tu che produci ed operi la comunione, insegnaci ad avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
Suscita in noi la gioia, rendici operatori di unità, dandoci la forza di rinunciare allo spirito di divisione.

Benedetto sei Tu, Divino Spirito Paraclito!

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo ora e nei secoli eterni. Amen. Alleluja! 

Commento a cura di don Francesco Dell’Orto, parroco di San Lorenzo in Bisceglie, Per crescere nella conoscenza e nell’amore di Gesù Cristo. Preghiere e catechesi mistagogiche domenicali ciclo A 

MEDITAZIONE

In questo commento di Gesù all’incontro con Nicodemo brillano alcune verità che toccano nel profondo la rivelazione contenuta in questo vangelo. Anzitutto è detta a chiare lettere la motivazione dell’agire di Dio: è l’amore senza misura, o meglio, con la misura di Dio. Sicuramente qui Dio sta per Padre, ma non gli facciamo torto se pensiamo che è tutta la Trinità ad amare e a decidere come esprimere l’amore per l’umanità: il Padre, il Figlio e lo Spirito si muovono amando all’unisono e insieme hanno deciso che, per rendere figli gli uomini, era necessario che proprio il Figlio diventasse uomo e, a causa del peccato, sacrificasse la sua vita umana. Così gli uomini sarebbero stati liberati da ogni colpa e avrebbero visto il Figlio, a immagine del quale sono stati creati e al quale sono invitati a conformare mente, cuore e azione.
È sufficiente questo per capire che Dio non ha nessuna voglia di condannare? Cos’altro deve fare per farci capire che soltanto noi possiamo tragicamente impegnarci per auto-condannarci e auto-escluderci dalla comunione eterna con la Trinità? Non basta che il Figlio incarnato sia venuto, sia morto in croce e sia risorto?
Non possiamo non capire ora che il più grande dispiacere della Trinità è che anche uno solo degli uomini vada perduto.
La chiave di tutto per poter accedere al dono di amore della Trinità, che è la figliolanza divina unita alla vita eterna, è la fede in Gesù. L’evangelista Giovanni rende molto più semplice l’essere discepoli del Signore e ha solo due comandamenti: credere in Gesù e amare i fratelli… e pensa: cosa c’è di difficile?

SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA

  1.  «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito…». Ogni volta che dubitiamo dell’amore di Dio, proviamo a metterci di fronte a un crocifisso. Poi immaginiamo alle spalle di Gesù il Padre che, piangendo, ce lo offre e lo Spirito Santo che ci invita a entrare nel circolo di amore che li avvolge tutti e tre.
  2. «… perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Noi non sappiamo come la Trinità realizzerà questo suo desiderio, ma è certo che Gesù è morto e risorto per questo. Solo un cuore chiuso lo può fermare. La fede apre la porta del cuore e permette al Signore di entrare e salvarci.
  3. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». Il mondo è fatto di peccatori, ma la missione del Figlio è salvarli. Non c’è nessun bisogno di condannarli, si sono condannati già da soli e camminano verso la solitudine e la morte. La Chiesa ha ereditato la missione di Gesù.
  4. Trinità, parola difficile per dire una realtà semplice: il nostro Dio è una comunione di persone che si amano, creano per amore, lasciano liberi gli uomini, perché siano dei figli, li salvano perché li amano e si dispiacciono se dovessero perderli. Questa nostra vita è un allenamento di amore, per poter entrare eternamente nella comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

PROPOSTA DI IMPEGNO DELLA SETTIMANA

Ricostruire la comunione con una persona.

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2. introduzioni – 31 MAGGIO 2026 – SANTISSIMA TRINITÀ

31 MAGGIO 2026

SANTISSIMA TRINITÀ

IL NOSTRO DIO È COMUNIONE

PRIMA LETTURA

Gesù ci ha mostrato che il nostro Dio non è solo, ma una Trinità di persone che danzano dall’eternità nell’amore. Tutto ciò che portano fuori dalla loro comunione è amore, misericordia e desiderio di comunione con tutti i figli di Dio dispersi nel mondo e nella storia. La Chiesa è impegnata a mostrare al mondo l’immagine visibile e sperimentabile di questo Dio, Trinità di amore.

Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso.

Il popolo ha costruito il vitello d’oro e merita di essere punito. Mosè ha imparato a conoscere Dio e si fida della sua misericordia. Si rende solidale con il popolo dalla «testa dura», che ha peccato, intercede presso il Signore e chiede perdono. Il Signore misericordioso farà l’alleanza con Israele.

SALMO RESPONSORIALE                

SECONDA LETTURA

La grazia di Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo.

Paolo conclude la sua lettera con un saluto molto affettuoso. La benedizione con cui si congeda è di tutta la Trinità, centro della vita della comunità cristiana e fonte di amore e di comunione fraterna.

VANGELO

Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Dopo aver raccontato l’incontro con Nicodemo, l’evangelista Giovanni prosegue con un commento di Gesù sull’amore infinito del Padre, che ha mandato il Figlio a salvare il mondo. La risposta richiesta, che costituisce il primo comandamento di questo vangelo, è credere in Gesù, il Verbo incarnato, il Figlio unigenito del Padre, fattosi visibile nel mondo.

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4. Letture – 31 MAGGIO 2026- SANTISSIMA TRINITÀ

31 MAGGIO 2026

SANTISSIMA TRINITÀ

IL NOSTRO DIO È COMUNIONE

PRIMA LETTURA

Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso.

Il popolo ha costruito il vitello d’oro e merita di essere punito. Mosè ha imparato a conoscere Dio e si fida della sua misericordia. Si rende solidale con il popolo dalla «testa dura», che ha peccato, intercede presso il Signore e chiede perdono. Il Signore misericordioso farà l’alleanza con Israele.

Dal libro dell’Èsodo                Es 34,4b-6.8-9

In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.
Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».
Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervíce, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».

SALMO RESPONSORIALE                

Dn 3,52-56

R. A te la lode e la gloria nei secoli.

Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri. R.

Benedetto il tuo nome glorioso e santo. R.

Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso. R.

Benedetto sei tu sul trono del tuo regno. R.

Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi
e siedi sui cherubini. R. 

Benedetto sei tu nel firmamento del cielo. R.

SECONDA LETTURA

La grazia di Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo.

Paolo conclude la sua lettera con un saluto molto affettuoso. La benedizione con cui si congeda è di tutta la Trinità, centro della vita della comunità cristiana e fonte di amore e di comunione fraterna.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi           2Cor 13,11-13

Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.
Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.
La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

Parola di Dio

 

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,
a Dio, che è, che era e che viene. (Cf. Ap 1,8).

Alleluia.

VANGELO

Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Dopo aver raccontato l’incontro con Nicodemo, l’evangelista Giovanni prosegue con un commento di Gesù sull’amore infinito del Padre, che ha mandato il Figlio a salvare il mondo. La risposta richiesta, che costituisce il primo comandamento di questo vangelo, è credere in Gesù, il Verbo incarnato, il Figlio unigenito del Padre, fattosi visibile nel mondo.

Dal Vangelo secondo Giovanni   Gv 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Parola del Signore.

 

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6. Vignetta di RobiHood – 31 MAGGIO 2026 – SANTISSIMA TRINITÀ

31 MAGGIO 2026

SANTISSIMA TRINITÀ

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