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Gesù riempie di senso la nostra vita fino all’orlo (10 giugno 2026)

Gesù riempie di senso la nostra vita fino all’orlo

Mercoledì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
10 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 5,17-19

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

COMMENTO

Il nostro rapporto con le regole è sempre un po’ complicato. Le viviamo spesso con una sottile ansia, con il peso di dover fare tutto bene per sentirci finalmente a posto. In comunità, al lavoro, in famiglia, persino davanti a noi stessi, allo specchio. E la cosa terribile è quando diventiamo “scribi” ultra severi di noi stessi, pronti a punirci per ogni minima mancanza. Magari qualcuno temeva – come gli scribi – che, con il suo modo di fare e di parlare, Gesù avesse in mente di cancellare almeno qualcuna delle 613 regole da osservare. «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti — precisa invece Gesù —; non sono venuto ad abolire, ma a compiere». A “compiere”, che nell’originale greco plēróō significa anche “riempire”, come quando versi del vino buono in un bicchiere vuoto fino a farlo quasi traboccare. Questo significa che il Vangelo non viene ad aggiungere ulteriori fatiche alla nostra agenda. Gesù viene a riempire di senso quello che già siamo. Anche i nostri dettagli più insignificanti, la nostra fedeltà quotidiana e nascosta, di cui magari nessuno si accorge, sono quello “iota” o quel “solo segno” che saranno certamente compiuti, perché agli occhi di Dio non sono irrilevanti, ma hanno un peso immenso.
Il Vangelo oggi non ci chiede di essere supereroi della morale, ma di permettere che il vuoto che ci portiamo dentro venga abitato dalla sua presenza. E allora scopriremmo che la giustizia vera non è quella che si ottiene con gli sforzi muscolari di chi vuole essere perfetto, ma nasce dall’accoglienza del dono di Dio, che ci fa tornare a respirare. La conversione che oggi il Vangelo ci chiede è di non perdere tempo a contare i nostri passi falsi, ma di ricordarci della pienezza che Gesù è venuto a portare nella nostra vita.

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Sale e luce è ciò che già siamo (9 giugno 2026)

Sale e luce è ciò che già siamo

Martedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
9 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

COMMENTO

Dopo aver proclamato le Beatitudini sul monte, Gesù ci rivela la nostra identità più profonda. Non ci dice che “dobbiamo diventare” qualcosa, o meglio non prescrive un percorso prestazionale. Noi invece viviamo sempre con l’ansia di dover dimostrare qualcosa agli altri – un riflesso quasi nevrotico –, convinti che per valere si debbano fare cose straordinarie. Ci sentiamo insignificanti, invisibili, schiacciati dalla costante paura di non contare nulla. Al contrario, Gesù ci rivela ciò che già siamo: «Voi siete il sale della terra», «Voi siete la luce del mondo». Niente a che vedere con la logica del rendimento. Piuttosto, il pericolo vero per noi è l’insipidità: smarrirci, mimetizzarci con il grigiore del mondo per la paura di esporci o di dar fastidio. Ma una «città posta sopra un monte non può rimanere nascosta». La fede non si configura come un club privato da coltivare nel segreto delle nostre stanze; serve a dare sapore e luce alla vita reale, quella quotidiana di tutti i giorni, in ufficio o in famiglia. Quando Gesù ci chiede di far vedere le nostre «opere buone», usa il termine kalà, che in greco significa anzitutto “belle”. Questo significa che la nostra testimonianza non è questione di doveri morali pesanti, un moralismo che fa venire l’orticaria a chi ci guarda, ma una bellezza che attrae, che genera un contagio. Le nostre opere sono buone quando appaiono così belle, limpide e gratuite da far nascere negli altri la nostalgia di Dio. Se oggi stesso chi ci incontra a casa o sul lavoro non avverte un sapore diverso, a che cosa serve la nostra fede?

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“Beati… i mendicanti di Dio” (8 giugno 2026)

“Beati… i mendicanti di Dio”

Lunedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
8 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mt 5,1-12

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

COMMENTO

La nostra idea di felicità spesso coincide con una collezione di successi. Gesù, nel Vangelo di oggi, sale sul monte per smontare queste illusioni: l’illusione che si sia felici quando si è forti, quando si è sazi, quando si è impeccabili… Piuttosto, dice ai suoi discepoli: «Beati i poveri in spirito». Com’è possibile essere felici se ci manca il terreno sotto i piedi, anche quando le cose non vanno come vorremmo? Dovremmo sempre ricordarci di essere quei “poveri in spirito”, non cioè coloro che hanno poco, ma mendicanti assoluti, consapevoli di non avere davvero nulla e di dover sempre tenere le mani tese verso Dio. Questo è un vero ribaltamento della nostra logica mondana. Insomma, il Vangelo ci sta dicendo che la felicità non è il premio per chi è perfetto. La felicità è piuttosto l’esperienza di chi smette di bastare a se stesso. Noi ingaggiamo ogni giorno una guerra contro le nostre crepe e le nostre fragilità, cercando invano di nasconderle a noi stessi e al mondo là fuori, mentre Dio ha bisogno di infiltrarsi proprio lì, nei vuoti che non amiamo. Gesù dice anche ai suoi discepoli che sono «Beati quelli che sono nel pianto», perché è certo che le nostre lacrime hanno un valore immenso e che Dio le raccoglie sempre. Tutte le beatitudini che Gesù inanella, una dopo l’altra, sono per ciascuno di noi uno specchio di come cambia la nostra vita quando accettiamo di essere amati da Dio nella nostra povertà, nelle nostre lacrime, nella nostra fame e sete di giustizia… Una buona domanda da porci, oggi, è se abbiamo ancora paura del nostro vuoto.

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Se anche noi trasformiamo Gesù in una comoda bugia (5 giugno 2026)

Se anche noi trasformiamo Gesù in una comoda bugia

San Bonifacio
5 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,35-37

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

COMMENTO

Per capire Gesù non bastano tutte le cose buone e giuste che di lui abbiamo imparato al catechismo. Spesso trattiamo Gesù come un’etichetta certificata che mette d’accordo un po’ tutti. Era già la trappola in cui cadevano gli scribi nel tempio, convinti che bastasse conoscere la teologia della discendenza per sapere da chi sarebbe disceso il Messia atteso.
«Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?», chiede allora Gesù. La gente che lo ascoltava soffriva infatti della mania di voler ingabbiare Dio dentro determinate griglie umane, sociali o morali, riducendolo a un “nuovo Davide” che doveva risolvere i loro problemi politici o cacciare l’occupante di turno.
«Da dove risulta che è suo figlio?», incalza ancora Gesù. A lui non interessa fare una lezioncina sulla linea di sangue del Messia, ma invitare ciascuno di noi a scavare più in profondità. La domanda sottesa è questa: da dove viene la tua speranza? Tradotto: qual è l’origine profonda delle cose che vivi?
Gesù ci invita a guardare oltre la superficie, oltre la logica del sangue e del dovere. Se restiamo alla superficie, diventiamo schiavi delle nostre attese mondane, schiavi di un’idea di Dio che ci siamo costruiti nella testa. Cristo, però, è più grande di una discendenza. È più grande delle nostre idee e delle nostre convinzioni. Non si lascia ingabbiare. È il Signore che abita il nostro buio e scompagina i nostri calcoli.
Dove stiamo cercando l’origine della nostra vita? Nelle cose che si spiegano da sole o in quel mistero che ci abita da dentro?

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Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo (4 giugno 2026)

Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo

Giovedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
4 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,28-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

COMMENTO

Viviamo con la sensazione di essere continuamente frammentati, persi dietro a mille doveri da compiere. Come se la vita fosse una lista della spesa spirituale da spuntare ogni giorno. Con una stanchezza simile sul fondo del suo cuore, uno scriba si avvicina a Gesù e gli chiede: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». È come se quest’uomo stesse cercando un filo conduttore per non impazzire nel caos di regole che si era costruito attorno. Gesù gli risponde così: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Contrariamente a quello che siamo portati a credere, e cioè che l’amore sia solo una questione di pancia, un’emozione forte che va e viene, il vangelo usa la parola greca dianoia, che significa metterci la mente, l’intelligenza. Tradotto, Gesù ci sta dicendo concretamente che, per amare, non bastano i batticuori passeggeri o le buone intenzioni; è importante anche metterci la testa, perché si deve scegliere con lucidità e bisogna far abitare la fede anche nei pensieri quotidiani. Per questo l’amore vero è anche un atto intelligente, non un semplice vapore emotivo.
Lo scriba apprezza la risposta sintetica e corretta di Gesù e la approva: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». E davanti alla rispostina corretta il vangelo poteva chiudersi gloriosamente senza aggiungere altro; invece Gesù risponde allo scriba: «Non sei lontano dal regno di Dio», in greco Ou makran, cioè “Sei sulla soglia…”. Queste poche battute sono capaci di darci una lezione immensa, perché noi confondiamo quasi sempre il capire una cosa con il viverla. Gesù, tra le righe, dice allo scriba: tu puoi avere nella testa una teologia perfetta e fare ragionamenti impeccabili, eppure rimanere fuori dalla porta, fermo sul pianerottolo. A questo scriba, per fare quell’ultimo centimetro ed entrare, manca drammaticamente il corpo. Gli manca il rischio di sporcarsi le mani nella sequela dietro al Maestro, di scendere dal balcone delle sue idee per abbracciare la croce di qualcuno in carne e ossa.
È il rischio che corriamo tutti: possiamo essere d’accordo su tutto quello che Gesù ha detto e fatto, ma oggi, concretamente, Gesù ci chiede se siamo entrati o se siamo rimasti a guardare il Regno di Dio dallo zerbino di casa nostra.

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1. ORAZIONI – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

Antifona

Il Signore ha nutrito il suo popolo con fiore di frumento
e lo ha saziato con miele dalla roccia. (Cf. Sal 80,17)
Si dice il Gloria.
Colletta

Signore Gesù Cristo,
che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia
ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua,
fa’ che adoriamo con viva fede
il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,
per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.
Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre.

Oppure: 

Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre,
saziaci alla mensa della Parola
e del Corpo e Sangue di Cristo,
perché nella comunione con te e con i fratelli
camminiamo verso il convito del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Si dice il Credo

Sulle offerte

Concedi benigno alla tua Chiesa, o Signore,
i doni dell’unità e della pace,
misticamente significati nelle offerte che ti presentiamo.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione

Dice il Signore: «Chi mangia la mia carne
e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui». Alleluia. (Gv 6,56)

 

Dopo la comunione

Donaci, o Signore,
di godere pienamente della tua vita divina nel convito eterno,
che ci hai fatto pregustare
in questo sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

 

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3. Commento alle Letture – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE GESÙ

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

 

COMMENTO 1

Il capitolo sesto di Giovanni contiene una formidabile e sconvolgente catechesi sull’Eucaristia.
Le parole pronunciate a Cafarnao gettano sconforto e scompiglio fra i discepoli (cfr Gv 6,66). Essi sono turbati dalle ultime esperienze avute. Se il constatare, che Gesù cammina anche sulle acque tempestose ed infide del lago di Galilea e moltiplica  pane e pesci in abbondanza, li conferma sulla eccezionalità  della sua persona, il suo rifiuto ad essere proclamato re dalla folla entusiasta li delude nelle loro aspettative umane.
In questo clima di turbamento Gesù inizia la sua catechesi.
Si libera di tutte le paure e prudenze e usa un linguaggio che a troppi orecchi suona blasfemo e segna la sua condanna a morte.
Nell’AT Jahveh si rivela a Mosè definendosi “Ehyeh Asher Ehyeh” (Io sono colui che sono) (Es 3,14) per affermare la sua assoluta trascendenza rispetto all’uomo. Tra Dio e l’umanità  non c’è alcuna possibilità di amicizia ma solo di sudditanza.
L’osservanza della Legge non lascia spazio a sentimenti d’amore. Gesù, invece, categoricamente afferma: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo”  (Gv 6,41; 6,51).
Questo pane, a differenza della manna di Jahveh che libera dalla fame ma non dalla morte, sazia l’esistenza e vince la morte ed ha sapore di amore e gratuità  per tutti.
Queste affermazione scandalizzano molti seguaci che si allontanano delusi. La folla che si è sfamata abbondantemente di pane e pesci evapora e svanisce.
Solo gli apostoli  non se la svignano perché la delusione li paralizza.
Gesù coglie il loro disagio e li fulmina con una domanda secca: “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6, 67).

Questo quesito che anche oggi, come allora, continua ad echeggiare fra le rovine della sinagoga di Cafarnao dove per la prima volta venne posto, investe anche noi.
Siamo sicuri di credere veramente che l’ Eucarestia è il vero corpo di Gesù?
Siamo convinti che accostandoci ad essa non compiamo solo un pio atto di culto, ma pubblicamente facciamo la scelta di rendere vivo ed operante Cristo nella storia, con la nostra vita, con il nostro comportamento, con la nostra verificabile coerenza?
Riusciamo a trasformare i nostri cuori in tabernacoli viventi?
Cristo è vivo  oggi attraverso la nostra carità non solo conclamata, oppure è un etereo fantasma inconcludente imbalsamato tra le nostre volute d’incenso,  le nostre buone intenzioni che non lasciano traccia nella realtà quotidiana in cui viviamo ed operiamo a partire dalla nostra famiglia?
Siamo attori credibili o semplici comparse insignificanti?.

La nostra eventuale risposta  deve maturare solo nel silenzio della coscienza.

COMMENTO 2

SOLENNITÀ DEL SS.MO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

Cristo vivo e vero nell’Eucaristia

O Padre tenerissimo,
Tu ci chiami ad aprirci
al dono della Tua misericordia, sorgente inesauribile
di ogni rinnovamento personale e comunitario.
Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della Tua misericordia,
fonte di gioia, di serenità e di pace, e condizione della nostra salvezza.
La Tua misericordia è l’atto ultimo e supremo con il quale ci vieni incontro,
amandoci per sempre nonostante il limite del nostro peccato.
L’attuazione più alta del mistero della Tua misericordia è l’Eucaristia,
sorgente della missione della Chiesa, Tuo popolo santo,
mistero di comunione, che vive un’intimità itinerante con il Tuo Figlio, Gesù Cristo.
Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica del Tuo Figlio
senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che,
prendendo avvio dal Tuo Cuore clementissimo,
mira a raggiungere tutti gli uomini.
Tu ci chiedi di riconoscere nella fede
che la tensione missionaria
è parte costitutiva della forma eucaristica della nostra esistenza cristiana.
La Tua misericordia, che ci raduna nella santa assemblea
per celebrare gioiosamente il mistero pasquale del Tuo Figlio, Gesù Cristo,
ci spinge a prendere l’iniziativa per andare agli incroci delle strade
e invitare tutti al banchetto eucaristico.
A Te, Padre, che per Cristo nella potenza dello Spirito Santo
ci dai la vita e ci santifichi nell’Eucaristia,
lode, onore, gloria
oggi e nei secoli eterni!

Commento a cura di don Francesco Dell’Orto, parroco di San Lorenzo in Bisceglie, Per crescere nella conoscenza e nell’amore di Gesù Cristo. Preghiere e catechesi mistagogiche domenicali ciclo A 

MEDITAZIONE

Ci troviamo di fronte alla conclusione del discorso sul pane di vita, nel capitolo sesto del vangelo di Giovanni. Gesù aveva moltiplicato i pani, aveva fatto raccogliere dodici canestri di pezzi «avanzati», si era sottratto alla folla che lo voleva fare re, ha parlato alla folla di un altro pane, quello che dà la vita eterna.
Per tutta la prima parte del discorso Gesù si è collegato all’esperienza dell’Esodo. Gli Ebrei erano stati nutriti da Dio con la manna, pane che veniva dal «cielo» per la potenza di Dio e nutriva per un giorno. I rabbini nei loro commenti avevano collegato la manna alla parola di Dio che consideravano il vero nutrimento che il Signore ha offerto al popolo attraverso Mosè, lungo tutto l’Esodo.
Gesù si collega a questi insegnamenti, ben conosciuti, per affermare che lui offre un pane che veramente proviene dal cielo e che dà la vita eterna e che lui pronuncia una parola che viene da Dio e comunica la vita eterna. La rivelazione centrale è questa: lui stesso è «fisicamente» la Parola di Dio e il Pane di vita eterna.
Il suo corpo poi sarà davvero spezzato e il suo sangue sarà davvero versato sulla croce, per comunicare la vita eterna a tutti e renderli figli di Dio.
Il discorso si fa inaccettabile per gli Ebrei quando Gesù parla di «masticare» il suo corpo e di «bere» il suo sangue. Noi per comprendere l’intenzione dell’evangelista nel concludere il discorso di Gesù a Cafarnao dobbiamo distinguere gli Ebrei e i discepoli, quelli che dopo questo discorso se ne andranno, dai cristiani che leggono questo vangelo.
Gesù chiede agli Ebrei e ai discepoli di fidarsi della sua parola, perché hanno visto i segni già compiuti da lui e perché conoscono già dall’Esodo la potenza di Dio, che visibilmente è con lui. Giovanni non registra la reazione degli Ebrei alla conclusione del discorso, ma quella dei discepoli sì, e molti se ne vanno, invece Pietro e gli altri si fidano e rimangono.
Quanto ai cristiani lettori, dopo la prima parte del discorso essi si chiedono: dove troviamo noi il pane da mangiare e il sangue da bere per avere la vita eterna? La risposta dell’evangelista non è diretta ma facilmente comprensibile: si trovano nella celebrazione dell’Eucaristia. Evidentemente anche al tempo di Giovanni qualcuno faceva fatica a credere che il pane e il vino fossero, in virtù della parola del Signore, realmente il suo corpo e il suo sangue.

SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA

  1. «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo… il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Tutti noi abbiamo fame di vita e di felicità. Solo Gesù può saziare questa fame, ma noi cerchiamo altri cibi, ci accorgiamo che ci avvelenano, ma continuiamo a mangiarli. Chiediamo allo Spirito intelligenza spirituale.
  2. «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita». Non significa semplicemente andare a Messa e «fare la comunione», ma assimilare Cristo, decidere di rendere la propria vita simile alla sua e impegnarsi a farlo.
  3. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Ci insegnavano che l’ostia consacrata una volta mangiata rimane tale per poco tempo, ma Cristo continua ad abitare in noi; il segno sacramentale finisce, la realtà no. Noi portiamo Cristo in noi, e lui porta noi. Facciamo fatica a capire e a vivere questo Paradiso.
  4. «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me». Questo «per» ha un valore spirituale altissimo e può avere due significati: avrà la vita grazie a me; vivrà per mettere in pratica il mio insegnamento e realizzare la mia stessa missione.

PROPOSTA DI IMPEGNO DELLA SETTIMANA

Verifichiamo il nostro modo di partecipare all’Eucaristia

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2. introduzioni – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

PRIMA LETTURA

La forza della Chiesa nel vivere la missione evangelizzatrice e nel costruire la comunione fraterna viene dall’Eucaristia. Credere alla presenza reale di Cristo nel pane e nel vino della cena eucaristica è obbedienza alla sua Parola. Ma è anche esperienza del dono che più di tutti gli altri dice e realizza la comunione con lui e tra di noi.

Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Il Deuteronomio, attraverso i tanti discorsi attribuiti a Mosè, rilegge l’esperienza dell’Esodo per esortare Israele a ricordare quanto e come il Signore si è preso cura di lui nel deserto, dissetandolo e nutrendolo fisicamente, ma soprattutto spiritualmente con la sua parola. Gesù citerà questo brano rispondendo a Satana nel deserto.

SALMO RESPONSORIALE                

SECONDA LETTURA

Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Nella comunità di Corinto anche la celebrazione della Cena del Signore era diventata causa di divisione. Paolo interviene con forza, ricordando ai Corinzi che il pane e il vino, corpo e sangue di Cristo, realizzano la comunione vera e piena con il Signore e fanno dei credenti un solo corpo che ha per capo il Cristo.

VANGELO

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Questo brano è la parte finale del discorso di Gesù sul pane di vita. L’evangelista sottolinea che la salvezza che viene da Dio arriva a chi crede solo attraverso la comunione fisico-spirituale con Cristo. Questo scandalizza i Giudei, ma è il dono che i cristiani ricevono. Così già in questo tempo tra Cristo e il cristiano si realizza la reciproca inabitazione. Questa è già la vita eterna.

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4. Letture – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

PRIMA LETTURA

Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Il Deuteronomio, attraverso i tanti discorsi attribuiti a Mosè, rilegge l’esperienza dell’Esodo per esortare Israele a ricordare quanto e come il Signore si è preso cura di lui nel deserto, dissetandolo e nutrendolo fisicamente, ma soprattutto spiritualmente con la sua parola. Gesù citerà questo brano rispondendo a Satana nel deserto.

Dal libro del Deuteronòmio   Dt 8,2-3.14b-16a

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE                

Dal Salmo 147

R. Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce. R.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.  R.

SECONDA LETTURA

Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

Nella comunità di Corinto anche la celebrazione della Cena del Signore era diventata causa di divisione. Paolo interviene con forza, ricordando ai Corinzi che il pane e il vino, corpo e sangue di Cristo, realizzano la comunione vera e piena con il Signore e fanno dei credenti un solo corpo che ha per capo il Cristo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi    1Cor 10,16-17

Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Parola di Dio

SEQUENZA

La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma breve, a cominciare dalla strofa: Ecce panis.

Se la sequenza viene omessa, segue il CANTO AL VANGELO.

[Lauda Sion Salvatórem,
lauda ducem et pastórem,
in hymnis et cánticis.
[Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore
con inni e cantici.
Quantum potes, tantum aude:
quia maior omni laude,
nec laudáre súfficis.
Impegna tutto il tuo fervore:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.
Laudis thema speciális,
panis vivus et vitális
hódie propónitur.
Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.
Quem in sacrae mensa cenae,
turbae fratrum duodénae
datum non ambígitur.
Veramente fu donato
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.
Sit laus plena, sit sonóra,
sit iucúnda, sit decóra
mentis iubilátio.
Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito.
Dies enim sollémnis ágitur,
in qua mensae prima recólitur
huius institútio.
Questa è la festa solenne
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.
In hac mensa novi Regis,
novum Pascha, novae legis,
phase vetus términat.
È il banchetto del nuovo Re,
nuova Pasqua, nuova legge;
e l’antico è giunto a termine.
Vetustátem nóvitas,
umbram fugat véritas,
noctem lux elíminat.
Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l’ombra:
luce, non più tenebra.
Quod in cena Christus gessit,
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.
Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo.
Docti sacris institútis,
panem, vinum in salútis
consecrámus hóstiam.
Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza.
Dogma datur christiánis,
quod in carnem transit panis
et vinum in sánguinem.
È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne,
si fa sangue il vino.
Quod non capis, quod non vides,
animósa firmat fides,
praeter rerum órdinem.
Tu non vedi, non comprendi,
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.
Sub divérsis speciébus,
signis tantum et non rebus,
latent res exímiae.
È un segno ciò che appare:
nasconde nel mistero
realtà sublimi.
Caro cibus, sanguis potus:
manet tamen Christus totus
sub utráque spécie.
Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero
in ciascuna specie.
A suménte non concísus,
non confráctus, non divísus,
ínteger accípitur.
Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
Sumit unus, sumunt mille:
quantum isti, tantum ille:
nec sumptus consúmitur.
Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato.
Sumunt boni, sumunt mali:
sorte tamen inaequáli,
vitae vel intéritus.
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Mors est malis, vita bonis:
vide paris sumptiónis
quam sit dispar éxitus.
Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l’esito!
Fracto demum sacraménto,
ne vacílles, sed meménto,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.
Quando spezzi il sacramento
non temere, ma ricorda:
Cristo è tanto in ogni parte,
quanto nell’intero.
Nulla rei fit scissúra,
signi tantum fit fractúra,
qua nec status, nec statúra
signáti minúitur.]
È diviso solo il segno
non si tocca la sostanza;
nulla è diminuito
della sua persona.]
Ecce panis angelórum,
factus cibus viatórum:
vere panis filiórum,
non mitténdus cánibus.
Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.
In figúris praesignátur,
cum Isaac immolátur:
agnus Paschae deputátur,
datur manna pátribus.
Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell’agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.
Bone pastor, panis vere,
Iesu, nostri miserére:
tu nos pasce, nos tuére:
tu nos bona fac vidére
in terra vivéntium.
Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.
Tu qui cuncta scis et vales,
qui nos pascis hic mortáles:
tuos ibi commensáles,
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

 

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. (Gv 6,51)

Alleluia.

VANGELO

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Questo brano è la parte finale del discorso di Gesù sul pane di vita. L’evangelista sottolinea che la salvezza che viene da Dio arriva a chi crede solo attraverso la comunione fisico-spirituale con Cristo. Questo scandalizza i Giudei, ma è il dono che i cristiani ricevono. Così già in questo tempo tra Cristo e il cristiano si realizza la reciproca inabitazione. Questa è già la vita eterna.

Dal Vangelo secondo Giovanni    Gv 6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore.

 

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6. Vignetta di RobiHood – 7 GIUGNO 2026 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

7 GIUGNO 2026

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

GESÙ CRISTO È IL PANE DELLA VITA

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