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2. Letture e introduzioni – 31 ottobre 2021

31 ottobre

31ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il primo comandamento è l’amore

Nel capitolo 12 del Vangelo di Marco Gesù viene attaccato pesantemente dai maestri della legge, dagli scribi, dai farisei e dagli erodiani che gli pongono domande di ogni tipo, tutte maliziose per metterlo in trappola. L’ultimo assalto è quello di uno scriba, che pare fare a Gesù una domanda sincera perché gli chiede quale sia il comandamento più importante. Le leggi ebraiche erano infatti così numerose che era normale che uno si domandasse se c’era qualcosa da privilegiare nelle proprie scelte di vita. Gesù gli indica l’amore verso Dio e verso il prossimo e aggiunge: «Non c’è altro comandamento più grande di questo». Un unico comandamento dalla doppia faccia, sorprendentemente nuovo, che ha però radici antiche.

PRIMA LETTURA

Ascolta, Israele: ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore.
Mosè presenta al popolo il «primo dei comandamenti», quello Scema’ Israel che gli ebrei reciteranno mattino e sera e che ordina un amore senza misura verso il Dio dell’alleanza.

 Dal libro del Deuteronomio.                                                                                             Dt 6,2-6

Mosè parlò al popolo dicendo: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni.
Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore».
Parola di Dio.

 

SALMO RESPONSORIALE                                                                     Dal Salmo 17 (18)

Il salmo è attribuito al re Davide che ringrazia per essere stato salvato, in nome della fedeltà alla chiamata che Dio gli ha fatto sin dalla giovinezza. 

Rit. Ti amo, Signore, mia forza.

Ti amo, Signore, mia forza,
Signore, mia roccia,
mia fortezza, mio liberatore.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza
e mio baluardo.

Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia,
sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato.

SECONDA LETTURA
Egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta.
A differenza dei vari sacerdoti dell’antica alleanza, Cristo, sacerdote della nuova ed eterna alleanza, è sacerdote per sempre, è senza peccato, ed essendo Dio, salva con la sua vita una volta per tutte l’umanità.

Dalla lettera agli Ebrei.                                                                                                  Eb 7,23-28

Fratelli, [nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.
Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.
Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO                                   Gv 14,23

Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.

Alleluia.

VANGELO
Amerai il Signore tuo Dio. Amerai il prossimo tuo.
Qual è il comandamento più importante della legge ebraica? Non è facile districarsi tra tante prescrizioni e proibizioni. Gesù risponde a questa questione indicando non tanto una delle numerose leggi, ma lo spirito con cui ogni legge dovrebbe essere osservata.

Dal vangelo secondo Marco.                                                                                 Mc 12,28b-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
Parola del Signore.

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3. Annunciare la Parola – 31 ottobre 2021

31 ottobre

31ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il primo comandamento è l’amore

PER RIFLETTERE E MEDITARE

L’episodio che viene proposto oggi è riportato da tutti e tre gli evangelisti sinottici. Sicuramente le parole di Gesù a questo scriba sono state al centro della predicazione apostolica. Ed è un testo talmente importante che ci viene proposto ogni anno. Possiamo immaginare la scena. Gesù ha appena chiuso la bocca prima ai farisei e agli erodiani, poi ai sadducei, su due questioni pretestuose, e ora uno scriba lo interroga. Marco non lo dice, ma sia Matteo che Luca affermano che lo fa, come tutti gli altri, «per metterlo alla prova» (Mt 22, 35; Lc 10,25).

Il comandamento più importante
La domanda aveva certamente un senso, perché gli ebrei avevano 613 leggi, di cui 248 precetti, uno per ciascuna delle ossa del corpo umano, come si credeva allora, e 365 proibizioni, una per ogni giorno dell’anno. Tra precetti grandi e piccoli, qual era il più importante? Era normale farsi questa domanda.
La risposta di Gesù è semplice e rimanda a un celebre testo del Pentateuco che ogni ebreo conosceva bene. Si trova nel libro del Deuteronomio e ci è proposto dalla prima lettura di quest’oggi. È lo Scema’ Israel che ogni ebreo recitava tre volte al giorno (Mc 12,29-30). Questo è il primo comandamento, dice Gesù. Ma aggiunge: «Il secondo è questo: amerai il tuo prossimo come te stesso». E conclude: «Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Anche il secondo precetto era ben conosciuto dagli ebrei. La novità è che Gesù lo affianca al primo comandamento, come fossero due facce della stessa medaglia. Dice infatti il libro del Levitico: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (19,18). Come si vede, l’amore veniva però inteso in senso ristretto ai soli connazionali, ai «figli del tuo popolo». Gesù invece intende proprio tutti, come afferma Luca, che dopo queste parole fa seguire la parabola del buon samaritano (Lc 10,30-37). Tutti sono prossimo, anche i nemici, anche gli odiosi samaritani.
Questo dialogo con lo scriba mette fine alle domande-trappola per Gesù. Marco scrive che «Nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo».

Amare Dio, amare il prossimo
Questo scriba approva ciò che dice Gesù e afferma: amare Dio e il prossimo «vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». E Gesù si complimenta con lui e gli assicura che non è «lontano dal regno di Dio».
Ama il prossimo «come te stesso», dice Gesù e ci fa riflettere prima di tutto sulla qualità dell’amore verso noi stessi. Ci amiamo davvero? Come ci amiamo? Ci accettiamo positivamente e siamo impegnati a fare di noi stessi un capolavoro per Dio? Amare gli altri «come te stesso» vuole dire poi amarli con generosità, con un amore che non sia piccolo e fatto a mani chiuse.
Ma la domanda di fondo è infine questa: che cosa vuol dire amare? Amare Dio significa accettare che sia lui a condizionare la nostra vita, che sia lui a tracciare i nostri progetti. Significa accettare di mettermi all’ascolto di lui, con disponibilità, lasciandomi amare. E per capire come amare i fratelli, basta rifarsi alla parabola del buon samaritano (Lc 10,30-37). Questo vuol dire amarli come li ama Dio, perché chi ama con il cuore di Dio, ama davvero tutti senza alcuna distinzione.

Ai nostri giorniù
Ma proviamo a girare la domanda di questo scriba e a proporcela in questo modo: «Alla fin fine, se uno vuol essere un buon cristiano, che cosa deve fare?». Anche per i cristiani d’oggi, nella vita personale ed ecclesiale non mancano precetti, disposizioni, riti e pratiche di pietà. A che cosa dare la precedenza? Anche per il cristiano il primo precetto è amare Dio senza misura, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le proprie forze. Non c’è vita di fede che tenga, se manca questo amore. Se Dio non ha il primo posto, allora è scarsa anche la nostra vita cristiana ed è sicuramente scarso anche il nostro amore per il prossimo. Per capire l’amore di Dio, conviene rifarci ai santi. Sono essi che hanno preso davvero sul serio le parole di Gesù e lo hanno amato sopra ogni cosa, mettendosi al suo seguito, abbandonando tutto per lui, come Gesù ha chiesto ai suoi discepoli. Santi che si sono innamorati di Dio, gettandosi nelle sue braccia. È stato così per san Francesco, che passava le notti a ripetere «Mio Dio e mio tutto!», e per santa Teresa, che ripeteva: «Nada te turbe, nada te espante, quien a Dios tiene, nada le falta, solo Dios basta».
Amare Dio, ma ancor più lasciarci amare da lui. Sapendo che Dio ci ama come nessun altro, in modo unico e fedele e per sempre. «Quando ami, non dire: “Ho Dio nel cuore”, ma piuttosto: “Sono nel cuore di Dio» (Khalil Gibram).
Dobbiamo poi amare il prossimo. Non perché necessariamente lo meriti, ma perché in ogni uomo c’è una traccia di Dio. Perché l’amore è la legge della vita. Perché nulla esisterebbe senza l’amore, a cominciare proprio dalla vita. Ma dobbiamo amare anche qualsiasi altra manifestazione di umanità, perché se non c’è qualcuno che ama e che si sacrifica e si dona, non nasce nulla di positivo nel nostro mondo. E ancora una volta, per capire come si deve amare il prossimo, ci si può rifare alla vita dei santi.

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

Jamie, dublinese di 16 anni, vedendo un uomo sul cornicione di un ponte con i piedi pronti al balzo, è salito sul ponte, si è seduto accanto a lui che stava per suicidarsi e gli ha gettato al collo solo due parole: «Stai bene?». Per tutta risposta l’uomo si è messo a piangere. Poi ha cominciato a parlare per tre quarti d’ora, concentrando tutte le miserie di una vita. Jamie lo ha lasciato parlare, poi ha detto: «Stanotte non riuscirei a dormire se ti sapessi in giro solo per la città. Chiamerò un’ambulanza perché ti porti in ospedale». L’uomo si è lasciato convincere, più per non deludere il nuovo amico che per altro. Si sono scambiati i numeri di telefono. A tre mesi da quella notte lo smartphone di Jamie ha suonato e lui ha subito riconosciuto la voce: «Stai bene? Sono state queste parole a salvarmi». «Com’è possibile che ti siano bastate due parole?», gli ha chiesto Jamie. «Immagina se per tutta la vita non te le avesse mai rivolte nessuno».

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4. Parola da Vivere – 31 ottobre 2021

31 ottobre

31ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il primo comandamento è l’amore

COMMENTO

È un brano centrale nell’insegnamento di Gesù e in Marco assume una sfumatura particolare perché, diversamente da Matteo e Luca, non è polemico: infatti, lo scriba è gentile ed è l’unico della sua categoria che si dichiara in sintonia con Gesù; il Signore, da parte sua, lo tratta con benevolenza e lo invita a completare il suo percorso per entrare nel regno di Dio. Infatti non basta riconoscerlo maestro, è necessario camminare dietro a lui fino alla passione.
La domanda è classica e tocca il cuore non solo della Legge, ma dell’atteggiamento fondamentale che deve avere il credente: qual è il comandamento più importante, quello da cui tutti gli altri dipendono, osservato il quale si osserva tutta la legge, mentre se non lo si osserva, a nulla serve osservare tutti gli altri?
Tutte le scuole rabbiniche si ponevano questa domanda, perché la Legge aveva 613 precetti, 365 su ciò che si doveva evitare e 248 su azioni da compiere. Erano divisi in leggeri o gravi, ma tutti da osservare. Le scuole erano divise e andavano da quelle che rifiutavano qualunque riduzione o riassunto, a quelle che riconoscevano un comandamento principe, come si capisce dal commento del rabbino alla risposta di Gesù.
Essa raccoglie due comandamenti della Legge antica e può sembrare che non dica nulla di nuovo, anche perché lo scriba non fa nessuna fatica ad accettarla, anzi, la commenta bene. Invece, la novità che Gesù esprime, e che lo scriba intuisce, è che i due comandamenti sono in pratica uno solo. Cosa che la Chiesa primitiva esprimerà in molti modi, in particolare san Giovanni nella sua prima lettera dirà che non si può amare Dio senza amare i fratelli e chi dichiara di amare Dio e non ama i fratelli è un bugiardo.
Se sul piano logico il primo è l’amore di Dio, sul piano esistenziale il primo è l’amore del fratello, perché solo attraverso questo amore esiste quello per Dio, infatti chi ama Dio ma non il fratello, si inganna e non arriva a Dio, ma chi ama il fratello, anche se non conosce Dio, certamente lo raggiunge.
Perché il Signore dice allo scriba che non è lontano dal Regno e non che vi appartiene già? Perché entra consapevolmente nel Regno chi decide di seguire Gesù e lo scriba a questo punto non ha ancora scelto.
Parola di Dio, liturgia e carità (= unità di amore per Dio e il fratello) non possono essere separate. Non si celebra una Eucaristia autentica, non ci si nutre vitalmente della Parola, senza prestare attenzione, cura, misericordia, rispetto, aiuto al fratello, specialmente bisognoso. Se è vero il commento dello scriba, la carità verso il fratello è superiore alla liturgia, difatti chi celebra senza amare il fratello, si perde; chi ama il fratello, senza celebrare, è salvato. Ma per il discepolo del Signore Eucaristia e carità sono strettamente unite e si esigono a vicenda: la carità anima l’Eucaristia e l’Eucaristia alimenta la carità.
Una domanda sincera fatta al Signore ha sempre una risposta. È questione di fede. La risposta può essere diversa da quella che ci aspettiamo; ci può arrivare attraverso una persona o un modo inatteso, mai sospettato; può ritardare, secondo i nostri criteri, ma arrivare sempre al momento giusto, per i criteri di Dio; può darci sofferenza invece che la consolazione che desideriamo; può chiederci ancora di più di quello che pensiamo di poter dare. Ma è sicuro: arriva e ci porta amore, misericordia, aiuto, salvezza.

SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA

  1. Noi cristiani non abbiamo bisogno di fare questa domanda a Gesù, conosciamo bene la risposta. Quali possono essere i motivi che ce la fanno dimenticare tanto spesso? Ciascuno di noi deve cercarli dentro di sé per lavorare su di sé.
  2. I giocatori bravi sanno valutare se la posta in gioco richiede un investimento eccessivo. Qui la posta in gioco è la vita eterna, perciò non si può investire meno di tutto ciò che si ha e di tutto ciò che si è. Il bello è che Gesù ha detto che in questo caso la vincita è sicura.
  3. Molti giovani di oggi non credono che l’amore vero, quello che ha insegnato Gesù, possa esistere tra gli uomini. Pensano questo anche dell’amore di coppia. Alcuni si accontentano di un amore parziale o part time. Invece l’amore autentico non può fare a meno di “tutto” e “per sempre”.
  4. Il messaggio di Gesù sull’amore di Dio e dei fratelli è sempre nuovo e impegnativo. La cultura edonistica e individualistica in cui siamo immersi ne rende molto difficile l’accoglienza. Tocca ai cristiani far vedere concretamente non solo che è bello e possibile, ma che è l’unica strada della vera felicità, quella che attraversa anche la morte.

PROPOSTA DI IMPEGNO PER LA SETTIMANA

Prendersi cura di un parente, amico o vicino di casa che ha bisogno di aiuto.


Tratto da: Messale delle domeniche e delle feste – Elledici – 2018

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5. Perdono e Preghiere dei Fedeli – 31 ottobre 2021

31 ottobre

31ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il primo comandamento è l’amore

RICHIESTA DI PERDONO

  • Signore Gesù, che ci chiedi di amarti sopra ogni cosa, abbi pietà di noi.
  • Cristo, che ci hai amati fino alla morte e alla morte di croce, abbi pietà di noi.
  • Signore, il tuo amore grande ci spinga ad amare i nostri fratelli, abbi pietà di noi.

PREGHIERA UNIVERSALE

Celebrante. Fratelli e sorelle carissimi, amare Dio e amare i nostri fratelli è il motore della nostra vita e la fonte della nostra gioia. Ci rivolgiamo insieme al Signore perché l’amore scaldi sempre la nostra vita. Preghiamo insieme e diciamo:

Insegnaci ad amare, Signore.

  • Per la Chiesa e coloro che sono responsabili delle nostre comunità, affinché siano testimoni credibili dell’amore che li anima, preghiamo.
  • Per i governanti e per chi è responsabile dei servizi sociali, perché dimostrino sempre una viva sensibilità nel soccorrere quanti sono svantaggiati e in difficoltà, preghiamo.
  • Per la nostra comunità, perché la legge dell’amore sia la nostra regola di vita e impariamo ad amarci e a servirci con generosità, preghiamo.
  • Per ciascuno di noi, affinché diventiamo testimoni di amore in famiglia, nella parrocchia e nei nostri quotidiani ambienti vita e di lavoro, preghiamo.

Celebrante. Padre, incoraggiati dalle parole di Gesù, ti chiediamo un amore forte, che dia freschezza e gioia alla nostra vita. Te lo chiediamo per Cristo, nostro Signore.

 

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6. Vignetta di RobiHood – 31 ottobre 2021

31 ottobre

31ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il primo comandamento è l’amore

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Pubblicazioni di Roberto Benotti (RobyHood) presso Elledici:

Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

I Love Francesco

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2. Letture e introduzioni – 24 ottobre 2021

24 ottobre

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il grido di Bartimeo, che ritrova la luce

GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE

adre Clemente Vismara è stato beatificato a Milano il 26 giugno 2011 in piazza Duomo a Milano. Dal 1923 al 1988 ha passato 65 anni della sua vita nella foresta birmana, tra villaggi sperduti. Diceva a se stesso: «La vita è fatta per esplodere, per andare più lontano. Se essa rimane costretta entro i suoi limiti non può fiorire, se la conserviamo solo per noi stessi la si soffoca. La vita è radiosa dal momento in cui si comincia a donarla».
Un grande missionario padre Vismara, che ha vissuto gran parte dei suoi 91 anni donandoli a una popolazione in attesa della fede. Ma in forza del battesimo tutti siamo missionari, ci ha detto il Concilio Vaticano II. Perché la predicazione e la testimonianza cristiana è propria di ogni cristiano.
ùNon mancano anche oggi preti e ragazzi e ragazze volontari che scelgono di lasciare la propria patria per raggiungere quelle nazioni in cui i cristiani sono ancora minoranza, ma oggi sta aumentano il numero di coloro che dall’estero vengono in Europa per amministrare parrocchie e comunità che rischiano di non avere più nessuno che celebri l’Eucaristia domenicale e si occupi dalle crescita nella fede della comunità cristiana. Si tratta di indiani, africani, asiatici che ci raggiungono per annunciare nelle nostre città il Vangelo di Gesù.
Ogni parrocchia oggi raccoglie fondi per sostenere qualche iniziativa missionaria. Quante scuole, chiese e pozzi sono stati costruiti grazie a questo tipo di solidarietà che si rinnova ogni anno! Una donna, che godeva di una solida posizione economica, uscendo da messa ha detto al suo parroco: «Mi aiuti a fare un po’ di bene!». E le fu consigliata un’adozione a distanza. Un’altra donna, di 92 anni, rimasta vedova, ha scritto a una congregazione missionaria per offrire un oggetto per lei di particolare valore simbolico e sentimentale: offriva le fedi nuziali, la sua e quella del marito defunto: un dono, diceva nella lettera, destinato a quei missionari che avevano scelto i più poveri.

Preghiamo

«O Dio, che hai chiamato i tuoi missionari a seguirti per le vie del mondo, le più difficili, dove ci son guerre, fame, freddo, sole bruciante, epidemie, sette, persecuzioni, abbi pietà di loro. Manda la Vergine santissima a custodirli, a difenderli, a ritemprarli nelle forze, a incoraggiarli, a stringerli al suo materno seno. Noi Ti preghiamo, Signore, ascoltaci. Ascoltaci per l’Europa, ascoltaci per l’Asia, ascoltaci per l’Africa, ascoltaci per l’America, ascoltaci per l’Oceania. Anch’io per essi ti offro la mia giornata con tutti i suoi pesi perché tu accetti il mio sacrificio come umile offerta e la porti in quella terra dove maggiore è il bisogno. Manda sorgenti di acqua viva affinché i tuoi missionari si dissetino; manda pane e vino perché celebrino la santa Messa e si nutrano al fine di poter intraprendere con più forza i lunghi cammini apostolici, affinché tutti ti chiamino Padre del Cielo e della terra, in trinitaria unione. Così sia» (Madre Provvidenza).

La guarigione del cieco Bartimeo si collega alla profezia di Geremia, alle sue parole di salvezza e di speranza. Geremia vede ciechi, zoppi e donne incinte in un viaggio di liberazione verso la terra promessa e grida: «Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni…». È inimmaginabile che una comitiva come questa possa farcela senza l’intervento di Jahvè. Ma è questa la logica di Dio in ogni tempo. Predilige e riempie di speranza e di attenzioni proprio chi è inadeguato, emarginato, piccolo.

 

PRIMA LETTURA
Riporterò tra le consolazioni il cieco e lo zoppo.
Il ritorno degli Ebrei dall’esilio di Babilonia. È un popolo di salvati, anche se si tratta di un misero «resto», composto di ciechi, zoppi, donne incinte. Ma si sente un canto di gioia e di speranza: Dio interviene e mostra al suo popolo una via di salvezza. 

 Dal libro del profeta Geremia.                          Ger 31,7-9

Così dice il Signore: «Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: “Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele”.
Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla.
Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito».
Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE                Dal Salmo 125 (126)
Canto di gioia degli Ebrei usciti dall’esilio, quando furono liberati dalla schiavitù. Nella vita alla fatica della semina, segue la gioia del raccolto.

Rit. Grandi cose ha fatto il Signore per noi.

Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

 SECONDA LETTURA
Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek.  
Gesù, Figlio di Dio, sommo sacerdote per volere del Padre, nella sua umanità prova compassione per le nostre infermità, ed è in grado di venirci in soccorso nella tentazione, essendo stato anche lui come noi provato in ogni cosa, pur senza condividere il nostro peccato. 

Dalla lettera agli Ebrei.                                                                                                       Eb 5,1-6

Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati.
Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo.
Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.
Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».
Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO                              Cf 2 Tm 1,10

Alleluia, alleluia.

Il salvatore nostro Cristo Gesù ha vinto la morte
e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo.

Alleluia.

VANGELO
Rabbunì, che io veda di nuovo!  
Insieme ai suoi discepoli e a molta folla, Gesù, partendo da Gerico, è diretto verso Gerusalemme. Lungo la strada c’è un cieco che invoca per pietà la guarigione e lo riconosce «figlio di Davide». C’è chi lo zittisce, ma lui grida più forte. Gesù lo fa chiamare e gli restituisce la luce della vista, riconoscendo la sua fede.

Dal vangelo secondo Marco.                                     Mc 10,46.52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Parola del Signore.

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3. Annunciare la Parola – 24 ottobre 2021

24 ottobre

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il grido di Bartimeo, che ritrova la luce

PER RIFLETTERE E MEDITARE

Un ritratto tracciato con poche drammatiche pennellate quello di Bartimeo, mendicante cieco, inchiodato al buio sul ciglio di una strada di Gerico. Ma improvvisamente tutto si illumina e si trasforma: passa Gesù e ritorna la vita, soffia il vento della speranza. Con il Signore è sempre possibile un futuro diverso.

Il grido di Bartimeo
La guarigione di questo cieco è raccontata anche da Matteo e Luca, con qualche variante. Marco aggiunge il nome del cieco: si tratta di Bartimeo, il figlio di Timeo. Tutti e tre gli evangelisti dicono che è un mendicante e questa era sicuramente l’unica occupazione che a quel tempo era consentita a un non vedente.
Marco potrebbe aver conosciuto Bartimeo nella comunità di Gerusalemme, cristiano tra i cristiani della prima ora, e avergli sentito raccontare del suo incontro con Cristo e del miracolo.
Gesù è in viaggio verso Gerusalemme. Arriva a Gerico, la città delle palme, dieci gradi in più di Gerusalemme. Si trova a 300 metri sotto livello del mare. Distrutta, è stata ricostruita da Erode il Grande, che morirà in questa città. È separata da Gerusalemme da 37 km di strada nel deserto. Luca ambienta in questa strada la parabola del buon samaritano.
Gesù sembra aver fretta. Ma sulla strada c’è un povero che chiede l’elemosina. È un cieco, e sente dire che passa Gesù di Nazaret e la sua condizione diventa una penosa invocazione di aiuto. Bartimeo è una persona condannata all’emarginazione sociale, anche perché tra gli ebrei di allora ogni disabilità era dovuta a una punizione divina, a causa di chissà quali peccati personali o ereditati.
«Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!», grida Bartimeo, dimostrando la sua fede grande. Gesù non si dimostra infastidito, mentre l’atteggiamento della folla è contraddittorio: prima è indifferente verso il cieco e gli dice di smetterla, poi lo incoraggia quando ormai Gesù lo ha visto e lo ha chiamato. In ogni tempo sono tante le persone che si infastidiscono di fronte all’urlare di qualcuno che è nella sofferenza, che ti dicono con le parole o con il loro atteggiamento di «non rompere», che non intendono muoversi e farsi vicini e solidali. Gesù lo accoglie, lo guarisce, gli dice: «La tua fede ti ha salvato». E il cieco lo segue, si fa discepolo.

Un cammino battesimale
«Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita», ha detto Gesù (Gv 8,12). Ed è questo il significato simbolico del miracolo fatto a Bartimeo, che diventa insieme segno del potere taumaturgico di Gesù che dona la luce a uno sventurato condannato al buio. Bartimeo getta via il mantello: è da una vita che attende questo momento e per raggiungere Gesù si libera del poco che ha. È il gesto che richiama quello che i catecumeni compivano nel giorno del loro battesimo: si spogliavano dei loro vestiti e indossavano per una settimana una tunica bianca, per indicare il passaggio alla vita nuova che iniziavano da quel momento.
«La tua fede ti ha salvato», dice Gesù al termine di un dialogo serrato e amoroso. E Bartimeo trova la luce e si mette al seguito di Gesù. La storia della Chiesa nei suoi duemila anni ha conosciuto tantissime esperienze di uomini e donne che hanno sentito il fascino di Gesù, hanno ricevuto la luce della fede e ci sono consacrati definitivamente a lui. Questo cieco è un modello per coloro che vogliono seguirlo. E il racconto di questo miracolo serviva egregiamente nella Chiesa primitiva perché i catecumeni si sentissero come contagiati dalla sua fede.

La nostra cecitàù
Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ci riguarda. Di fronte ai silenzi di Dio e alle sconfitte della vita, corriamo il rischio di non vederci più, di perderci per la strada.
Si può essere ciechi e vederci benissimo, sembra dire Gesù. Mentre si può essere in grado di vedere ed essere ciechi, perché non abbiamo la luce della fede, perché non facciamo buon uso dei doni di Dio. Ogni cristiano deve chiedere un po’ di fede, deve chiederla gridando: «Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me!».
Gesù ci ascolta, Gesù ci vede. Nel suo modo di agire si accorge anche del particolare; in questo caso del cieco Bartimeo; in altri momenti non gli sfuggirà Zaccheo, nascosto tra i rami di un albero (Lc 19,1-10), né una donna ammalata, confusa tra la folla (Mc 5,25-34), e nemmeno una povera vedova, che getta le due monetine nel tesoro del tempio (Lc 21,2).
Il cieco grida, invoca. Pregare gridando vuol dire non volersi arrendere. Pregare è voler vincere le difficoltà, lo scoraggiamento, il pessimismo; vuol dire continuare a lottare. È così che, secondo la parola di Gesù, si può raggiungere la forza onnipotente e amichevole di Dio. Invece quanti rimangono muti, fermi, seduti sull’orlo di una strada!
Come si diceva, l’episodio di Bartimeo è ricco di significati per noi. Chi ha la luce della fede ci vede, ci dice Gesù. Vale a dire, anche se il cristiano conduce la vita di tutti e va incontro alle difficoltà che incontrano tutti, la fede gli fa vedere ogni cosa sotto una luce diversa e gli fa affrontare le difficoltà in modo più determinato. Conosce l’anima del mondo e lo scopo del nostro vivere e agitarci.

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

Un giovane trentenne della mia diocesi è morto a causa dell’Aids. Aveva conosciuto Cristo praticamente alla fine della sua vita e faticava a capire perché fosse accaduto così tardi e in quella circostanza. Scrivendo il suo diario, l’ultima pagina e le ultime parole prima di morire furono queste: tutti mi lasciarono. I primi ad abbandonarmi furono quelli che con la droga distrussero la mia vita quando ormai non servivo più a loro. Dopo mi abbandonarono gli amici e perfino la mia famiglia. Io stesso mi stufai di me. Alla fine, proprio alla fine, soltanto Cristo è rimasto fedele accanto a me» (mons. J. S. Montes)

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4. Parola da Vivere – 24 ottobre 2021

24 ottobre

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il grido di Bartimeo, che ritrova la luce

COMMENTO

Un quadretto molto fresco, immediato, ma anche denso di significati teologici e spirituali.
Gesù sta andando a Gerusalemme. È il suo ultimo viaggio e, oltre ai discepoli, lo segue una folla di persone all’uscita da Gerico. Un uomo, Bartimeo, diventato cieco, chiede l’elemosina. La cecità causata da una malattia corrisponde non solo a una punizione di Dio per chissà quali peccati, ma anche allo smarrimento di chi conosceva la via della salvezza, ma l’ha abbandonata, diventando incapace di “vedere” la verità e la giustizia di Dio.
Egli ha sentito parlare di Gesù, ma non ha potuto andare da lui. Si spiega allora il suo gridare: non poteva perdere un’occasione irripetibile per essere guarito.
Manifesta fede e umiltà: riconosce in Gesù il Messia, figlio di Davide, e chiede compassione per il suo stato, riconoscendo in lui l’unico capace di guarirlo.
La folla svolge un ruolo ambiguo: in un primo momento vuol far tacere il cieco e valuta il fastidio del grido più grande e importante della sua fede; solo quando Gesù ordina di chiamarlo, cambia atteggiamento, ma non è chiaro perché, forse c’è anche della curiosità per quello che avrebbe fatto il Signore.
Il cieco, chiamato, diventa icona di chi vuol diventare cristiano: invitato da Gesù, dà un balzo e getta il mantello (esso rappresenta tutto ciò che ostacola il cammino verso Gesù e che l’aspirante discepolo deve lasciare dietro di sé) e va da Gesù, con una richiesta precisa: tornare a vedere.
I miracoli di Gesù sono due: gli dona non solo la vista del corpo, ma anche quella dello spirito che gli fa vedere e riconoscere il Salvatore del mondo.
Infatti Bartimeo, non appena ci vede, mostra di valorizzare i doni ricevuti, mettendosi alla sequela di Gesù. Per Marco è il vero discepolo, che segue Gesù anche quando sta andando verso la passione.
Molti cristiani di oggi spesso non si accorgono di essere ciechi e mendicanti. Ciechi, quando non riescono a leggere la vita alla luce del Vangelo e si lasciano prendere da delusione, tristezza, scoraggiamento. Mendicanti, tutte le volte che cercano brandelli di gioia in un mondo che li deruba di tutto, anche della dignità più alta, quella di essere e sentirsi figli di Dio.
Bartimeo con il suo balzo e la rinuncia al mantello ci scuote e ci invita a correre da Gesù, senza volgere lo sguardo alle cose che bisogna lasciare, per seguire liberamente il Signore.
La folla che tenta di far tacere i ciechi di oggi e di impedire che vadano dal Signore, lasciandoli nel loro stato di schiavitù, è cresciuta di molto. Sono coloro che vivono di curiosità, che cercano la felicità a poco prezzo e godono dello spettacolo offerto da questo mondo malato e lontano da Dio. Sono anche coloro che credono di aver raggiunto il Signore e se lo tengono stretto, come una loro conquista da non condividere con gli altri. Sono anche coloro che, troppo impegnati a stare vicino a Gesù, provano fastidio o non si accorgono dei poveri ed emarginati che gridano per avere aiuto e salvezza.

SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA

  1. Ci riconosciamo anche noi affetti da cecità spirituale, perché a volte non riusciamo a vedere e leggere la nostra vita e gli avvenimenti nell’ottica di Gesù. Se vogliamo davvero la luce dello Spirito, cerchiamo dentro di noi il coraggio di gridare per richiamare l’attenzione del Signore.
  2. Il desiderio di essere guariti ce l’abbiamo, ed è anche forte. Ma c’è qualcosa dentro di noi che ci appesantisce e ci impedisce di «correre» da Gesù. Bartimeo si è liberato del mantello. E noi siamo disposti a gettare via abitudini, legami, comodità, piaceri…, che ci ostacolano nel nostro andare da Gesù, per essere guariti?
  3. Nella folla attorno a Gesù ci siamo anche noi. Abbiamo l’orecchio rivolto al Signore e gli occhi attenti a chi soffre, per poter trasmettere il messaggio di Gesù:
    «Coraggio! Alzati, il Signore ti chiama e vuole guarire il tuo male»?
  4. Chi è stato guarito segue il Signore e non lo lascia più, anche quando sta andando verso la passione. Così il discepolo, a poco a poco, diventa come il suo maestro e salvatore.

PROPOSTA DI IMPEGNO PER LA SETTIMANA

Lasciamo qualcosa o un’abitudine che ci ostacola nel seguire Gesù.


Tratto da: Messale delle domeniche e delle feste – Elledici – 2018