7 DICEMBRE
2ª DOMENICA DI AVVENTO
IL TEMPO DELLA CONVERSIONE
COMMENTO
La liturgia della Parola di questa seconda domenica di Avvento sovrabbonda di insegnamenti .
Per ovvia necessità mi limiterò a prendere in considerazione un solo aspetto per ognuna delle tre letture proposte alla nostra meditazione.
Nella prima lettura Isaia ci presenta un identikit del Messia che germoglierà dal tronco di Iesse, padre del re Davide. Egli vivrà i sei doni che lo Spirito Santo richiede al Messia venturo e a tutti coloro che crederanno in Lui. Essi radicano i doni, che caratterizzano la Sapienza divina (cfr. Pro 8, 12,22), nella vita di chi si professa credente.
Sono: Sapienza che ci porta a leggere gli avvenimenti con gli occhiali di Dio; Intelletto che è lo strumento che ci aiuta ad approfondire la Parola; Consiglio che ci guida nel discernere ciò che è giusto; Fortezza spina dorsale della nostra resilienza contro le suggestioni maligne; Scienza che ci libera dal fideismo e dal sacralismo che corrodono la vera fede; Timor di Dio che non ha niente in comune con la paura ma incarna il rispetto profondo e la venerazione di fronte alla grandezza divina. A questi sei attributi venne aggiunta la Pietà che innesta la nostra fiducia in Dio ed rafforza la fraternità vicendevole.
San Paolo nella seconda lettura (Rom,15, 4-9), prendendole dalla vita terrena di Gesù, aggiunge ulteriori sfumature all’ identità cristiana. Il cristiano si preoccupa di approfondire lo studio della Scrittura che ci è stata tramandata perché da essa sgorga la consolazione e la perseveranza che sostengono ed alimentano la nostra speranza. Questa è la linfa che alimenta i nostri sentimenti che devono essere modellati sui sentimenti che Egli ha vissuto e testimoniato. Solo così il cristiano vive la sua fede con un animo solo ed a una sola voce dando gloria al Padre.
Matteo riassume tutto questo nella figura paradigmatica di Giovanni Battista. Come profeta sente il fiato del tanto atteso Messia sul collo. Conosce la Scrittura. Sa che l’Atteso verrà’ nel silenzio e nella semplicità’. Modula la sua vita in maniera da non essere sorpreso impreparato. Vive nel silenzio; si nutre di quello che il deserto gli offre; veste come i nomadi che pascolano le greggi nelle zone brulle ed assetate; prepara la via e raddrizza i sentieri spirituali predicando la conversione del cuore che deve produrre frutti buoni non bacati dal fariseismo che trasforma tutto in inutile paglia da bruciare. Giunti alla seconda tappa del nostro cammino d’Avvento quale bilancio facciamo della nostra attesa del Bambinello di Betlemme?
Nel coacervo della nostra mente e del nostro cuore c’è posto per vivere i doni dello Spirito Santo? Al prossimo Natale come arriveremo? La notte santa saremo carichi di paglia o di frumento spirituale?
RIFLESSIONE
La predicazione del profeta Isaia muove dalla contestazione della situazione in cui si trova la monarchia in Giuda. Per Isaia la monarchia è ormai un tronco sterile. Tuttavia, egli annuncia che da quel ceppo sorgerà un «virgulto» (Is 11,1) di cui Dio è autore. Da questa novità viene un rinnovamento sia della figura del re sia del cosmo intero.
Le promesse del profeta
Sul virgulto di Iesse si poserà lo spirito del Signore con i suoi doni (cf Is 11,2) che plasmano le qualità del re messia. In relazione a questa novità del re anche il regno viene governato diversamente (cf Is 11,3-4). Il rinnovamento apportato dall’azione di Dio si estenderà al cosmo intero. Lì dove abitualmente regnano conflitto, contesa e pericolo, vi sarà armonia e pace (cf Is 11,6-8).
Due quadri poetici, quelli forniti da Isaia, che esprimono i desideri profondi del cuore di ogni uomo: giustizia e pace.
Il vangelo di Matteo di questa domenica presenta la figura del Battista dicendo che «egli è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa» (Mt 3,3). La tesi di Matteo è chiara: se Giovanni è colui di cui Isaia ha detto, ed è il precursore, colui che verrà dopo Giovanni è il realizzatore. Quel regno di giustizia e pace cui anela il cuore di ogni uomo il cristiano lo vede sorgere nella persona di Gesù. È lui l’Atteso.
I modelli dell’Avvento: Giovanni Battista
L’Avvento è attesa, ma ciò non significa che sia inerte. La seconda figura dell’attesa presentata dalla liturgia di Avvento è Giovanni il Battista. Giovanni è modello dell’attesa non solo per il ministero che esercita, ma più radicalmente per ciò che egli è.
Matteo presenta la figura del Battista descrivendo il suo abbigliamento, la sua dieta, il luogo in cui abitava, la sua predicazione e la sua auto-coscienza.
Quello di Giovanni è un abbigliamento austero (cf Mt 3,4), tipico dei profeti (cf Zc 13,4), segnatamente di Elia (cf 2Re 1,8). Ed Elia avrebbe preceduto l’Avvento del Messia.
Anche la dieta di Giovanni è di grande austerità. Soprattutto, però, rimanda a quel passaggio del vangelo di Matteo in cui i discepoli di Giovanni vanno da Gesù chiedendogli perché loro digiunano e i suoi discepoli no. La risposta è lapidaria (cf Mt 9,15). Gesù è lo sposo, Giovanni no. Prima di Gesù non c’è la festa, solo con Gesù ci sarà.
Giovanni predica nel deserto. È un luogo significativo per la fede di Israele. È il luogo del primo amore, come nel libro dell’Esodo. Oppure quello nel quale il profeta Osea porta la sua sposa infedele per purificarla e rinnovare l’amore del fidanzamento.
Giovanni predica dicendo: «Convertiteti, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,1). Gesù esordirà nella sua predicazione dicendo le stesse parole (cf Mt 4,17).
Matteo, infine, presenta Giovanni dotato di chiara auto-consapevolezza. Egli sa chi è e perché è (cf Mt 3,11). Per Giovanni è chiaro il suo ruolo di precursore, la sua relatività all’Atteso.
Il compito della fedeltà alla Parola
Giovanni è esemplare in quanto la sua figura interpella chi legge questa pagina di vangelo. La sua predicazione così aspra, eppure così vera, costringe a fare autoanalisi (cf Mt 3,7). Egli invita a una fede autentica, che non poggi illusoriamente la propria fiducia su chissà quale privilegio e invece imponga una sincera e reale adesione alla volontà di Dio. Vivere l’Avvento come tempo di attesa e di preparazione dell’incontro significa avere Cristo come meta della propria tensione interiore, e perciò – per amore, non per timore – conformare la propria esistenza a lui, nella quotidiana fedeltà alla sua Parola, animati dalla speranza che Egli realizza i desideri profondi del cuore dell’uomo e che l’incontro con Lui sarà un incontro di gioia. Alla fine dei tempi, o nella storia che viviamo.
L’atteggiamento della conversione
Tale è il cammino di conversione cui ci dispone l’Avvento. La predicazione di Giovanni richiama a una conversione all’autenticità della vita cristiana che non può che partire dalla precisa conoscenza di sé. Anche quando essa comporti il doloroso giudizio della Parola sulla propria vita. La consapevolezza di sé aiuta all’identificazione dei luoghi concreti in cui sia necessario mobilitare risorse spirituali per prepararsi all’incontro. Ciascuno ha i suoi, tutti ne hanno qualcuno.