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2. Letture e introduzioni – 24 ottobre 2021

24 ottobre

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il grido di Bartimeo, che ritrova la luce

GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE

adre Clemente Vismara è stato beatificato a Milano il 26 giugno 2011 in piazza Duomo a Milano. Dal 1923 al 1988 ha passato 65 anni della sua vita nella foresta birmana, tra villaggi sperduti. Diceva a se stesso: «La vita è fatta per esplodere, per andare più lontano. Se essa rimane costretta entro i suoi limiti non può fiorire, se la conserviamo solo per noi stessi la si soffoca. La vita è radiosa dal momento in cui si comincia a donarla».
Un grande missionario padre Vismara, che ha vissuto gran parte dei suoi 91 anni donandoli a una popolazione in attesa della fede. Ma in forza del battesimo tutti siamo missionari, ci ha detto il Concilio Vaticano II. Perché la predicazione e la testimonianza cristiana è propria di ogni cristiano.
ùNon mancano anche oggi preti e ragazzi e ragazze volontari che scelgono di lasciare la propria patria per raggiungere quelle nazioni in cui i cristiani sono ancora minoranza, ma oggi sta aumentano il numero di coloro che dall’estero vengono in Europa per amministrare parrocchie e comunità che rischiano di non avere più nessuno che celebri l’Eucaristia domenicale e si occupi dalle crescita nella fede della comunità cristiana. Si tratta di indiani, africani, asiatici che ci raggiungono per annunciare nelle nostre città il Vangelo di Gesù.
Ogni parrocchia oggi raccoglie fondi per sostenere qualche iniziativa missionaria. Quante scuole, chiese e pozzi sono stati costruiti grazie a questo tipo di solidarietà che si rinnova ogni anno! Una donna, che godeva di una solida posizione economica, uscendo da messa ha detto al suo parroco: «Mi aiuti a fare un po’ di bene!». E le fu consigliata un’adozione a distanza. Un’altra donna, di 92 anni, rimasta vedova, ha scritto a una congregazione missionaria per offrire un oggetto per lei di particolare valore simbolico e sentimentale: offriva le fedi nuziali, la sua e quella del marito defunto: un dono, diceva nella lettera, destinato a quei missionari che avevano scelto i più poveri.

Preghiamo

«O Dio, che hai chiamato i tuoi missionari a seguirti per le vie del mondo, le più difficili, dove ci son guerre, fame, freddo, sole bruciante, epidemie, sette, persecuzioni, abbi pietà di loro. Manda la Vergine santissima a custodirli, a difenderli, a ritemprarli nelle forze, a incoraggiarli, a stringerli al suo materno seno. Noi Ti preghiamo, Signore, ascoltaci. Ascoltaci per l’Europa, ascoltaci per l’Asia, ascoltaci per l’Africa, ascoltaci per l’America, ascoltaci per l’Oceania. Anch’io per essi ti offro la mia giornata con tutti i suoi pesi perché tu accetti il mio sacrificio come umile offerta e la porti in quella terra dove maggiore è il bisogno. Manda sorgenti di acqua viva affinché i tuoi missionari si dissetino; manda pane e vino perché celebrino la santa Messa e si nutrano al fine di poter intraprendere con più forza i lunghi cammini apostolici, affinché tutti ti chiamino Padre del Cielo e della terra, in trinitaria unione. Così sia» (Madre Provvidenza).

La guarigione del cieco Bartimeo si collega alla profezia di Geremia, alle sue parole di salvezza e di speranza. Geremia vede ciechi, zoppi e donne incinte in un viaggio di liberazione verso la terra promessa e grida: «Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni…». È inimmaginabile che una comitiva come questa possa farcela senza l’intervento di Jahvè. Ma è questa la logica di Dio in ogni tempo. Predilige e riempie di speranza e di attenzioni proprio chi è inadeguato, emarginato, piccolo.

 

PRIMA LETTURA
Riporterò tra le consolazioni il cieco e lo zoppo.
Il ritorno degli Ebrei dall’esilio di Babilonia. È un popolo di salvati, anche se si tratta di un misero «resto», composto di ciechi, zoppi, donne incinte. Ma si sente un canto di gioia e di speranza: Dio interviene e mostra al suo popolo una via di salvezza. 

 Dal libro del profeta Geremia.                          Ger 31,7-9

Così dice il Signore: «Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: “Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele”.
Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla.
Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito».
Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE                Dal Salmo 125 (126)
Canto di gioia degli Ebrei usciti dall’esilio, quando furono liberati dalla schiavitù. Nella vita alla fatica della semina, segue la gioia del raccolto.

Rit. Grandi cose ha fatto il Signore per noi.

Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

 SECONDA LETTURA
Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek.  
Gesù, Figlio di Dio, sommo sacerdote per volere del Padre, nella sua umanità prova compassione per le nostre infermità, ed è in grado di venirci in soccorso nella tentazione, essendo stato anche lui come noi provato in ogni cosa, pur senza condividere il nostro peccato. 

Dalla lettera agli Ebrei.                                                                                                       Eb 5,1-6

Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati.
Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo.
Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.
Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».
Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO                              Cf 2 Tm 1,10

Alleluia, alleluia.

Il salvatore nostro Cristo Gesù ha vinto la morte
e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo.

Alleluia.

VANGELO
Rabbunì, che io veda di nuovo!  
Insieme ai suoi discepoli e a molta folla, Gesù, partendo da Gerico, è diretto verso Gerusalemme. Lungo la strada c’è un cieco che invoca per pietà la guarigione e lo riconosce «figlio di Davide». C’è chi lo zittisce, ma lui grida più forte. Gesù lo fa chiamare e gli restituisce la luce della vista, riconoscendo la sua fede.

Dal vangelo secondo Marco.                                     Mc 10,46.52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Parola del Signore.

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3. Annunciare la Parola – 24 ottobre 2021

24 ottobre

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il grido di Bartimeo, che ritrova la luce

PER RIFLETTERE E MEDITARE

Un ritratto tracciato con poche drammatiche pennellate quello di Bartimeo, mendicante cieco, inchiodato al buio sul ciglio di una strada di Gerico. Ma improvvisamente tutto si illumina e si trasforma: passa Gesù e ritorna la vita, soffia il vento della speranza. Con il Signore è sempre possibile un futuro diverso.

Il grido di Bartimeo
La guarigione di questo cieco è raccontata anche da Matteo e Luca, con qualche variante. Marco aggiunge il nome del cieco: si tratta di Bartimeo, il figlio di Timeo. Tutti e tre gli evangelisti dicono che è un mendicante e questa era sicuramente l’unica occupazione che a quel tempo era consentita a un non vedente.
Marco potrebbe aver conosciuto Bartimeo nella comunità di Gerusalemme, cristiano tra i cristiani della prima ora, e avergli sentito raccontare del suo incontro con Cristo e del miracolo.
Gesù è in viaggio verso Gerusalemme. Arriva a Gerico, la città delle palme, dieci gradi in più di Gerusalemme. Si trova a 300 metri sotto livello del mare. Distrutta, è stata ricostruita da Erode il Grande, che morirà in questa città. È separata da Gerusalemme da 37 km di strada nel deserto. Luca ambienta in questa strada la parabola del buon samaritano.
Gesù sembra aver fretta. Ma sulla strada c’è un povero che chiede l’elemosina. È un cieco, e sente dire che passa Gesù di Nazaret e la sua condizione diventa una penosa invocazione di aiuto. Bartimeo è una persona condannata all’emarginazione sociale, anche perché tra gli ebrei di allora ogni disabilità era dovuta a una punizione divina, a causa di chissà quali peccati personali o ereditati.
«Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!», grida Bartimeo, dimostrando la sua fede grande. Gesù non si dimostra infastidito, mentre l’atteggiamento della folla è contraddittorio: prima è indifferente verso il cieco e gli dice di smetterla, poi lo incoraggia quando ormai Gesù lo ha visto e lo ha chiamato. In ogni tempo sono tante le persone che si infastidiscono di fronte all’urlare di qualcuno che è nella sofferenza, che ti dicono con le parole o con il loro atteggiamento di «non rompere», che non intendono muoversi e farsi vicini e solidali. Gesù lo accoglie, lo guarisce, gli dice: «La tua fede ti ha salvato». E il cieco lo segue, si fa discepolo.

Un cammino battesimale
«Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita», ha detto Gesù (Gv 8,12). Ed è questo il significato simbolico del miracolo fatto a Bartimeo, che diventa insieme segno del potere taumaturgico di Gesù che dona la luce a uno sventurato condannato al buio. Bartimeo getta via il mantello: è da una vita che attende questo momento e per raggiungere Gesù si libera del poco che ha. È il gesto che richiama quello che i catecumeni compivano nel giorno del loro battesimo: si spogliavano dei loro vestiti e indossavano per una settimana una tunica bianca, per indicare il passaggio alla vita nuova che iniziavano da quel momento.
«La tua fede ti ha salvato», dice Gesù al termine di un dialogo serrato e amoroso. E Bartimeo trova la luce e si mette al seguito di Gesù. La storia della Chiesa nei suoi duemila anni ha conosciuto tantissime esperienze di uomini e donne che hanno sentito il fascino di Gesù, hanno ricevuto la luce della fede e ci sono consacrati definitivamente a lui. Questo cieco è un modello per coloro che vogliono seguirlo. E il racconto di questo miracolo serviva egregiamente nella Chiesa primitiva perché i catecumeni si sentissero come contagiati dalla sua fede.

La nostra cecitàù
Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ci riguarda. Di fronte ai silenzi di Dio e alle sconfitte della vita, corriamo il rischio di non vederci più, di perderci per la strada.
Si può essere ciechi e vederci benissimo, sembra dire Gesù. Mentre si può essere in grado di vedere ed essere ciechi, perché non abbiamo la luce della fede, perché non facciamo buon uso dei doni di Dio. Ogni cristiano deve chiedere un po’ di fede, deve chiederla gridando: «Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me!».
Gesù ci ascolta, Gesù ci vede. Nel suo modo di agire si accorge anche del particolare; in questo caso del cieco Bartimeo; in altri momenti non gli sfuggirà Zaccheo, nascosto tra i rami di un albero (Lc 19,1-10), né una donna ammalata, confusa tra la folla (Mc 5,25-34), e nemmeno una povera vedova, che getta le due monetine nel tesoro del tempio (Lc 21,2).
Il cieco grida, invoca. Pregare gridando vuol dire non volersi arrendere. Pregare è voler vincere le difficoltà, lo scoraggiamento, il pessimismo; vuol dire continuare a lottare. È così che, secondo la parola di Gesù, si può raggiungere la forza onnipotente e amichevole di Dio. Invece quanti rimangono muti, fermi, seduti sull’orlo di una strada!
Come si diceva, l’episodio di Bartimeo è ricco di significati per noi. Chi ha la luce della fede ci vede, ci dice Gesù. Vale a dire, anche se il cristiano conduce la vita di tutti e va incontro alle difficoltà che incontrano tutti, la fede gli fa vedere ogni cosa sotto una luce diversa e gli fa affrontare le difficoltà in modo più determinato. Conosce l’anima del mondo e lo scopo del nostro vivere e agitarci.

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

Un giovane trentenne della mia diocesi è morto a causa dell’Aids. Aveva conosciuto Cristo praticamente alla fine della sua vita e faticava a capire perché fosse accaduto così tardi e in quella circostanza. Scrivendo il suo diario, l’ultima pagina e le ultime parole prima di morire furono queste: tutti mi lasciarono. I primi ad abbandonarmi furono quelli che con la droga distrussero la mia vita quando ormai non servivo più a loro. Dopo mi abbandonarono gli amici e perfino la mia famiglia. Io stesso mi stufai di me. Alla fine, proprio alla fine, soltanto Cristo è rimasto fedele accanto a me» (mons. J. S. Montes)

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4. Parola da Vivere – 24 ottobre 2021

24 ottobre

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il grido di Bartimeo, che ritrova la luce

COMMENTO

Un quadretto molto fresco, immediato, ma anche denso di significati teologici e spirituali.
Gesù sta andando a Gerusalemme. È il suo ultimo viaggio e, oltre ai discepoli, lo segue una folla di persone all’uscita da Gerico. Un uomo, Bartimeo, diventato cieco, chiede l’elemosina. La cecità causata da una malattia corrisponde non solo a una punizione di Dio per chissà quali peccati, ma anche allo smarrimento di chi conosceva la via della salvezza, ma l’ha abbandonata, diventando incapace di “vedere” la verità e la giustizia di Dio.
Egli ha sentito parlare di Gesù, ma non ha potuto andare da lui. Si spiega allora il suo gridare: non poteva perdere un’occasione irripetibile per essere guarito.
Manifesta fede e umiltà: riconosce in Gesù il Messia, figlio di Davide, e chiede compassione per il suo stato, riconoscendo in lui l’unico capace di guarirlo.
La folla svolge un ruolo ambiguo: in un primo momento vuol far tacere il cieco e valuta il fastidio del grido più grande e importante della sua fede; solo quando Gesù ordina di chiamarlo, cambia atteggiamento, ma non è chiaro perché, forse c’è anche della curiosità per quello che avrebbe fatto il Signore.
Il cieco, chiamato, diventa icona di chi vuol diventare cristiano: invitato da Gesù, dà un balzo e getta il mantello (esso rappresenta tutto ciò che ostacola il cammino verso Gesù e che l’aspirante discepolo deve lasciare dietro di sé) e va da Gesù, con una richiesta precisa: tornare a vedere.
I miracoli di Gesù sono due: gli dona non solo la vista del corpo, ma anche quella dello spirito che gli fa vedere e riconoscere il Salvatore del mondo.
Infatti Bartimeo, non appena ci vede, mostra di valorizzare i doni ricevuti, mettendosi alla sequela di Gesù. Per Marco è il vero discepolo, che segue Gesù anche quando sta andando verso la passione.
Molti cristiani di oggi spesso non si accorgono di essere ciechi e mendicanti. Ciechi, quando non riescono a leggere la vita alla luce del Vangelo e si lasciano prendere da delusione, tristezza, scoraggiamento. Mendicanti, tutte le volte che cercano brandelli di gioia in un mondo che li deruba di tutto, anche della dignità più alta, quella di essere e sentirsi figli di Dio.
Bartimeo con il suo balzo e la rinuncia al mantello ci scuote e ci invita a correre da Gesù, senza volgere lo sguardo alle cose che bisogna lasciare, per seguire liberamente il Signore.
La folla che tenta di far tacere i ciechi di oggi e di impedire che vadano dal Signore, lasciandoli nel loro stato di schiavitù, è cresciuta di molto. Sono coloro che vivono di curiosità, che cercano la felicità a poco prezzo e godono dello spettacolo offerto da questo mondo malato e lontano da Dio. Sono anche coloro che credono di aver raggiunto il Signore e se lo tengono stretto, come una loro conquista da non condividere con gli altri. Sono anche coloro che, troppo impegnati a stare vicino a Gesù, provano fastidio o non si accorgono dei poveri ed emarginati che gridano per avere aiuto e salvezza.

SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA

  1. Ci riconosciamo anche noi affetti da cecità spirituale, perché a volte non riusciamo a vedere e leggere la nostra vita e gli avvenimenti nell’ottica di Gesù. Se vogliamo davvero la luce dello Spirito, cerchiamo dentro di noi il coraggio di gridare per richiamare l’attenzione del Signore.
  2. Il desiderio di essere guariti ce l’abbiamo, ed è anche forte. Ma c’è qualcosa dentro di noi che ci appesantisce e ci impedisce di «correre» da Gesù. Bartimeo si è liberato del mantello. E noi siamo disposti a gettare via abitudini, legami, comodità, piaceri…, che ci ostacolano nel nostro andare da Gesù, per essere guariti?
  3. Nella folla attorno a Gesù ci siamo anche noi. Abbiamo l’orecchio rivolto al Signore e gli occhi attenti a chi soffre, per poter trasmettere il messaggio di Gesù:
    «Coraggio! Alzati, il Signore ti chiama e vuole guarire il tuo male»?
  4. Chi è stato guarito segue il Signore e non lo lascia più, anche quando sta andando verso la passione. Così il discepolo, a poco a poco, diventa come il suo maestro e salvatore.

PROPOSTA DI IMPEGNO PER LA SETTIMANA

Lasciamo qualcosa o un’abitudine che ci ostacola nel seguire Gesù.


Tratto da: Messale delle domeniche e delle feste – Elledici – 2018

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5. Perdono e Preghiere dei Fedeli – 24 ottobre 2021

24 ottobre

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il grido di Bartimeo, che ritrova la luce

RICHIESTA DI PERDONO

  • Signore Gesù, tu sei la luce che sconfigge le tenebre del nostro peccato, abbi pietà di noi.
  • Cristo, che ascolti il grido che sale a te dalle strade del mondo, abbi pietà di noi.
  • Signore Gesù, che restituisci la vista ai ciechi e l’udito ai sordi, abbi pietà di noi.

PREGHIERA UNIVERSALE

Celebrante. Fratelli e sorelle carissimi, anche noi come il cieco di Gerico gridiamo verso Gesù, implorando la sua misericordia e la luce della fede. Preghiamo insieme e diciamo:

Figlio di Davide, abbi pietà di noi!

  • Per la Chiesa, affinché sia luce per quelli che cercano di Dio e la sua salvezza, preghiamo.
  • Per chi fa l’esperienza della malattia, perché senta viva la vicinanza del Signore Gesù, che consola e infonde speranza, preghiamo.
  • Per la nostra comunità, affinché senta la solidarietà verso gli ammalati e i disabili e scopra il servizio fraterno, preghiamo.
  • Per tutti noi, che abbiamo avuto la gioia di ricevere la fede nel Signore Gesù, affinché impariamo a condividerla con i nostri fratelli, preghiamo.

Celebrante. Aiutaci, o Padre, a scoprire il senso gioioso della vita e a viverla con cuore aperto per costruire nella fraternità il regno di Dio. Per Cristo, tuo Figlio e nostro Signore.

 

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6. Vignetta di RobiHood – 24 ottobre 2021

24 ottobre

30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il grido di Bartimeo, che ritrova la luce

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Pubblicazioni di Roberto Benotti (RobyHood) presso Elledici:

Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

I Love Francesco

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2. Letture e introduzioni – 17 ottobre 2021

17 ottobre
29ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

L’autorità è servizio

Ci sono sempre state nella Chiesa persone meravigliose che hanno avuto l’unica ambizione di annunciare il regno di Dio e di servire i fratelli. Testimoni qualificati, vissuti unicamente distinguendosi per la loro generosità, e che hanno seguito Gesù sulle strade semplici del Vangelo. Oggi ci viene proprio chiesto qual è stata nei duemila anni di storia della Chiesa la concezione cristiana del potere. Ci chiediamo se i cristiani hanno sempre guardato ai posti di responsabilità come a un’occa­sione per servire meglio, oppure come al coronamento di una carriera.

PRIMA LETTURA
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza.
La prima lettura presenta una parte del quarto carme del profeta Isaia che descrive il «servo di Jahvè» come un piccolo virgulto nel deserto, cresciuto in terra arida, «disprezzato e reietto dagli uomini». Ma Dio attua i suoi disegni proprio attraverso l’umiltà, la debolezza e la sofferenza di questo servo, figura di Gesù, che salva gli uomini servendoli e dando la vita per loro.

Dal libro del profeta Isaia.                                   Is 53,10-11

Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.
Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE           Dal Salmo 32 (33)
Il Creatore veglia su di noi e ci aiuta, governa ogni cosa con amore. Il salmista chiede di capire le vie di Dio per attingervi una regola di vita.

Rit. Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore,
Signore, come da te noi speriamo.

SECONDA LETTURA
Accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia. 
Il brano della lettera agli Ebrei ricorda che possiamo metterci nelle mani di Dio con piena fiducia. Gesù infatti, il nostro grande e sommo sacerdote, vero uomo, ma anche vero Dio, ha condiviso in tutto le nostre debolezze, e viene in nostro aiuto. 

Dalla lettera agli Ebrei.                                               Eb 4,14-16

Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.
Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO                                   Mc 10,45

Alleluia, alleluia.

Se ci amiamo gli uni gli altri,
Dio rimane in noi
e l’amore di lui è perfetto in noi.

Alleluia.

VANGELO
Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti.
Gesù ha appena parlato per una terza volta della sua passione e morte e due apostoli si fanno avanti per chiedere i primi posti nel futuro regno messianico. Gesù approfitta della loro evidente ambizione per far conoscere quale deve essere l’idea di autorità che deve caratterizzare la comunità cristiana. 

 Dal vangelo secondo Marco.                                             Mc 10,35-45

[Tra parentesi la forma breve]

[In quel tempo], si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora [Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».]
Parola del Signore.

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3. Annunciare la Parola – 17 ottobre 2021

17 ottobre
29ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

L’autorità è servizio

PER RIFLETTERE E MEDITARE

Gesù ha rifiutato per sé qualsiasi tipo di potere. Pur consapevole della sua natura divina «umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil 2,6-11). Scelse per sé come stile di vita il servizio, ed è così che Gesù vede l’autorità nella Chiesa, tra cristiani. Non l’ambizione di chi cerca i primi posti, né la ricerca di affermare se stessi nella comunità, ma il farsi piccoli e servi.

La richiesta di Giacomo e Giovanni
È la terza volta che Gesù dice agli apostoli che a Gerusalemme dovrà subire la condanna a morte. Si direbbe che lo ripeta per preparare sempre meglio quegli uomini dalla fede an­cora debole a quello che sarà per loro un momento difficilissimo e di tragica crisi. Ma come le altre volte, essi non comprendono. Rimangono degli ebrei, e per loro è inimmaginabile un messia sconfitto e umiliato. La loro unica certezza è che Gesù avrebbe dato inizio a quel regno più volte annunciato, per il quale erano stati fatti apostoli. Questo dovevano avere nell’animo Giacomo e Giovanni, i Boanèrghes, i «figli del tuono» (Mc 3,17), che chiedono a Gesù di poter sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel futuro regno.
Men­tre Gesù pensa alla sua tragica fine, essi sognano posti di onore e si preparano a occupare posti di prestigio. Ma Gesù li raffredda facendo ancora capire che prima si deve passare attraverso una fedeltà assoluta e la croce. E dice loro realisticamente: «Voi non sapete quello che chiedete», quasi a indicare la di­stanza che ancora li separa. «Siete pronti a bere quel che calice che io berrò?». Ma essi si dicono pronti.

La reazione degli altri apostoli
Giacomo e Giovanni, con la loro ambizione, hanno in qualche modo preso le distanze dagli altri apostoli. E c’è chi ha pensato al primo tentativo di scisma nella Chiesa, il simbolo iniziale di tante altre divisioni. Ma tristemente la reazione degli altri apostoli nasce dalla stessa ambizione. Si indignano verso di loro, ma non perché hanno capito l’assurdità di quanto i due apostoli chiedono, ma perché vedono nella loro richiesta un’iniziativa per scavalcarli e per prenderli in contropiede.
Al tempo di Gesù chiunque volesse entrare alla scuola di un rabbino era disposto a qualsiasi tipo di servizio per farsi accogliere. Lo facevano per diventare un giorno come il loro maestro: un rabbino pieno di privilegi e di un’autorità sociale riconosciuta. Gesù invece è un maestro nuovo e imprevedibile, diverso. Non si fa servire da nessuno. Anzi, è lui che serve. Non chiede che i discepoli gli lavino i piedi, ma è lui che lava a loro i piedi.
Alla fine Gesù riconosce che Giacomo e Giovanni un giorno berranno anche loro l’amaro calice e saranno battezzati dalla stessa sofferenza. Ma poi riprende a catechizzarli, proponendo a loro, senza sconti, l’insegnamento nuovo e sorprendente di come si deve pensare l’autorità nella sua nuova comunità: chi vuole essere grande deve farsi servo (diakonos), dice. E chi vuole essere il primo deve farsi schiavo (doulos). Se i grandi della terra spadroneggiano sugli altri, tra i cristiani non deve essere così.

Noi e il nostro spazio di potere
«Chi ha il potere cerchi non tanto il gusto di imporsi agli altri quanto la gioia di far loro del bene», dice il papa san Gregorio Magno, un monaco chiamato al servizio della massima autorità nella Chiesa.
Quando Marco scrive questo brano, Giacomo ha già dato la vita per Cristo e per la Chiesa, morendo martire a Gerusalemme (At 12,2). Giacomo, ma anche Giovanni, col tempo comprenderanno bene e in senso pieno le parole di Gesù. Forse è per questo che Luca non ricorda l’episodio e Matteo dice che è la madre a chiedere per i suoi figli i due posti nel regno di Gesù (Mt 20,20-24). Ma il testo di Marco appare più realistico e doppiamente credibile.
Purtroppo l’ambizione è la molla del potere. Chi si tro­va investito di autorità e c’è arrivato magari a forza di gomitate, accetta pacificamente i suoi privilegi ed è disposto a difenderli magari con ogni mezzo. E Marco, che presenta la predicazione di Pietro, si propone di far riflettere la Chiesa delle origini sul rischio di costruire una comunità cristiana che accetta questi privilegi, i cerimoniali servili e i gesti di sottomissione, cosa che manderebbe in crisi la fraternità nella Chiesa.
Pur essendo indiscussa, l’autorità nella Chiesa più che altrove dovrebbe es­sere caratterizzata da un senso di misura anche più marcato, essere vissuta evitando distacchi assurdi e una concezione aristocratica della propria funzione.
Ma proprio per rendere il pensiero di Gesù più vicino a noi, prima di puntare il dito sulle autorità civili e religiose che ci governano, dovremmo domandarci ­come viviamo noi la nostra piccola o grande fetta di autorità in famiglia, sul lavoro, nella scuola. Perché l’ambizione a volte si annida proprio là dove non te lo aspetti, magari in situazioni micro, che rivelano tutta la nostra voglia di prevalere, più che la fraternità.

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

«La tiara era il simbolo dell’autorità e della giurisdizione universale del vescovo di Roma. Resta incerta la sua origine, ma nel secolo XIII era costituita da una sola corona, nel secolo seguente da due e, pochi decenni dopo, da tre corone sovrapposte, simboli dei tre regni su cui il papa estendeva il suo potere… Eletto papa, Paolo VI compì un gesto storico: se la pose sul capo e subito se la tolse, questa volta per sempre. Il triregno era un simbolo troppo equivoco, troppo compromesso, incompatibile con l’unico diadema glorioso che aveva ornato il capo del Maestro, la corona di spine» (Fernando Armellini).

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4. Parola da Vivere – 17 ottobre 2021

17 ottobre
29ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

L’autorità è servizio

COMMENTO

Non riusciamo a capire come Giacomo e Giovanni siano arrivati a concepire una richiesta di questo genere, per di più subito dopo il terzo annuncio della passione. Possiamo comprendere più facilmente, perché Marco posizioni questo racconto proprio qui: è un’ulteriore prova della incapacità dei discepoli di capire Gesù, il suo messaggio e il suo comportamento. Ma è anche il momento giusto per istruire i suoi lettori su cosa vuol dire essere discepoli e su cosa comporta essere capi di una comunità.
La richiesta dei due fratelli, «figli del tuono», è a metà tra la gloria terrena e quella celeste, e magari loro intendevano tutte e due le fasi. Gesù fa una domanda per spiazzarli, ma essi, forse con un po’ di sincera leggerezza, rispondono di essere capaci di condividere la missione di Gesù fino alla passione (il «battesimo» e il «calice»). Il Maestro, invece, dichiara senza mezzi termini che per ora non sono in grado di realizzare quello che dicono, anche se in futuro (dopo la sua risurrezione) ne saranno resi capaci. E poi toglie di mezzo l’idea della gloria terrena e implicitamente rimanda la vicinanza a lui al giudizio del Padre (Matteo nomina esplicitamente il Padre nel suo vangelo, 20,23).
L’indignazione degli altri scopre fin troppo facilmente che tutti hanno lo stesso atteggiamento dei due fratelli, e non è una “santa invidia”. Gesù non si meraviglia, ma approfitta per lanciare un insegnamento fondamentale su di sé e sui suoi discepoli presenti e futuri.
Dopo aver tratteggiato con poche parole i potenti di questo mondo, fa un’affermazione che è un dato di fatto (sono già discepoli) e anche un ordine: «Tra voi però non è così». E poi indica la vera grandezza e il tipo di primato che devono essere desiderati e cercati dai suoi amici: chi vuol essere “importante” davanti a Dio deve servire i fratelli; chi vuol essere capo di una comunità deve essere «schiavo» di tutti quelli che vi appartengono. Infine, offre se stesso come modello e misura: servire fino a dare la propria vita, perché gli altri possano vivere. Gli apostoli resteranno annientati da come Gesù realizzerà quello che dice, ma con lui risorgeranno anche loro, per essere battezzati come lui e bere il suo calice, per la salvezza dei fratelli.
L’attualità e la perennità di questo brano saltano agli occhi: esso smaschera un atteggiamento perennemente presente anche tra i cristiani, tra gli uomini e le donne “di chiesa”, ed è particolarmente odioso quando si manifesta tra i preti e i vescovi. Il titolo «servus servorum Dei», che nei primi tempi era usato da laici e pastori e in maniera speciale e autentica lo fece suo il papa san Gregorio Magno, dal sec. IX diventò il titolo che definisce solo il Papa. Non si capisce perché poi il «servo dei servi di Dio» si facesse baciare la pantofola (simbolo di molte altre cose), ma questo titolo che appartiene a Cristo e a tutti i cristiani lo abbiamo dimenticato in molti. L’Eucaristia non solo ce lo fa ricordare, ma ci dà anche l’energia spirituale per metterlo in pratica.

SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA

  1. Giovanni chiedono di stare al di sopra degli altri. Forse anche noi qualche volta abbiamo pensato di essere un po’ migliori degli altri e di meritare qualcosa di più di loro.
  2. «… chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». È abbastanza facile per noi servire i “nostri”, quelli che amiamo e che ricambiano. E quelli che non possono ricambiare o che ci danno fastidio? Gesù dice «tutti». Servire gratuitamente, senza aspettarsi ricambio e riconoscenza. Questo per noi può essere difficile, ma ci farebbe somigliare a Gesù.
  3. Gli altri dieci si sono risentiti. Ci guardiamo dentro per verificare se abbiamo sentimenti di invidia e di gelosia verso chi ha qualcosa che noi non abbiamo e vorremmo avere.
  4. Gli apostoli non hanno capito niente, esattamente come noi. Vogliono (anche noi?) salire sul carro del vincitore. Gesù non ragiona così, la sua è una logica che rovescia il nostro modo di pensare. Lui prende per mano e porta accanto a sé i più lontani, i più improbabili, gli ultimi a cui non avremmo mai pensato. Ci conviene tenerlo sempre ben presente quando valutiamo il mondo, le persone e le situazioni che ci circondano.

PROPOSTA DI IMPEGNO PER LA SETTIMANA

Troviamo il modo di servire una persona vicina, che per noi risulta difficile.


Tratto da: Messale delle domeniche e delle feste – Elledici – 2018