Pubblicato il

Vincere sulla “luna storta” degli altri (23 giugno 2026)

Vincere sulla “luna storta” degli altri

Martedì della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

23 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 7,6.12-14

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

COMMENTO

Possiamo pensare a volte che il cristianesimo sia una specie di galateo spirituale. «Io tratto bene te, tu tratti bene me, e viviamo tutti in pace». Che la «regola d’oro» sia, appunto, un pacchetto di reciprocità commerciale, per cui ci comportiamo bene per ricevere il contraccambio. Non è esattamente questo ciò che chiede il Vangelo di oggi.
Questo brano fa proprio saltare questa logica, chiedendo qualcosa che è un po’ contrario alla logica del mondo, e cioè ci chiede di amare per primi, sempre, senza aspettare che sia l’altro a fare il primo passo. A volte le prime, silenziose guerre interiori dentro di noi nascono fin dal mattino, quando mettiamo piede in cucina, o in ufficio, a scuola o in parrocchia, e le persone che incrociamo ci girano le spalle e non ci salutano. Come prima reazione, ci chiudiamo e diventiamo anche noi, senza accorgercene, specchio del loro malumore.
Concretamente, allora, possiamo dire che il Vangelo ci chiede di prevenire quel saluto che potrebbe non arrivare, salutando noi per primi! Di agire nei confronti degli altri con una giustizia sovrabbondante. Di non mendicare sempre la gentilezza altrui, ma di offrire per primi gentilezza a chi incontriamo.
Questo modo di vivere evangelico, però, sta un po’ stretto alla logica del mondo, che invece sostiene: «Se non ti salutano, non salutare nemmeno tu… Se ti trattano male, tratta male anche tu… Non farti mettere i piedi in testa da nessuno». Infatti, quello che ci blocca nel fare sempre il primo passo verso gli altri è proprio il terrore di passare per stupidi, che il nostro bene sia calpestato…
«Entrate per la porta stretta»: Gesù, in qualche modo, ci sta dicendo che possiamo iniziare a fare noi il primo passo solo se posiamo il nostro bagaglio pieno di pregiudizi, di pretese di riconoscimento, della voglia di pretendere sempre un applauso. La “porta stretta” ci chiede di rimpicciolirci un po’ per non vivere più in base alla “luna storta” degli altri. Ci chiede di divenire noi per primi quei “profeti del bene” di cui il mondo ha sempre più bisogno.

Pubblicato il

La preghiera serve a cambiare noi (18 giugno 2026)

La preghiera serve a cambiare noi

Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

18 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 6,7-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

COMMENTO

Quando iniziamo a pregare, dobbiamo riconoscere una tendenza interiore che è abbastanza comune a tutti. Crediamo che, per comunicare con Dio, siano necessarie molte parole, metodi speciali o espressioni “giuste” che sembrano cariche di poteri particolari. Ma il Vangelo descrive questo comportamento con il termine greco battalogéō, che indica l’azione di parlare in modo confuso o di ripetere parole prive di un contenuto reale. Per i pagani, per esempio, la preghiera era uno strumento per attirare l’attenzione di una divinità ritenuta incapace di sentire, poco attenta alla vita degli uomini o da convincere con ostinazione. Al contrario, Gesù afferma che il Padre conosce le necessità degli uomini prima ancora che esse siano espresse.
La funzione della preghiera è quella di ricordarci la nostra condizione di figli. La preghiera non modifica la volontà di Dio, ma agisce sulle persone. Elimina in noi la convinzione – e la presunzione – errata di dover spiegare a Dio gli eventi della nostra vita. Con poche parole che racchiudono un’intenzione profonda – ci dice Gesù – la comunicazione è completa. Quando pronunciamo la frase «Sia santificato il tuo nome» o domandiamo il pane, stiamo dichiarando la nostra fiducia.
Eppure esiste una condizione specifica che risulta difficile da accettare e da praticare. Dice Gesù: «Se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». Se dovessimo definire che cos’è il perdono, dovremmo rispondere che esso non è un’emozione, ma una scelta della volontà. Se infatti non annulliamo un debito morale nei confronti di qualcuno, anche il nostro animo rimane chiuso alla benevolenza del Padre. È inutile curare l’aspetto esteriore se dentro di noi permane, per tutta la vita, un risentimento persistente. Chiediamo al Signore che la preghiera, detta e vissuta, sia anzitutto un antidoto per la nostra conversione.

Pubblicato il

Se il bene che facciamo diventa spettacolo (17 giugno 2026)

Se il bene che facciamo diventa spettacolo

Mercoledì della XI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

17 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 6,1-6.16-18

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

COMMENTO

La pagina del Vangelo di oggi è molto severa, ma in verità ci dà le istruzioni per vivere la nostra vita con molta più libertà interiore. Passiamo infatti gran parte delle nostre giornate a dover sempre dimostrare qualcosa a qualcuno, o a recitare la parte delle persone perfette, che non sbagliano mai.
Nel cuore del Discorso della Montagna, Gesù ribalta completamente questa nostra logica mondana. Va dritto alla radice di questa nostra recita e ci dice di non fare il bene «per essere ammirati dagli uomini».
Celebre è la frase che don Bosco ripeteva ai suoi salesiani: «Guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo: il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con l’ingratitudine».
La nostra malattia spirituale, a volte, può essere proprio l’applauso. Viviamo per l’applauso, per il consenso degli altri, trasformando le nostre relazioni e persino la fede in un palcoscenico. Ma, alla fine, recitare stanca e prosciuga la nostra anima.
Gesù allora ci consegna due immagini per vivere in modo autentico e più libero. La prima: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra». Cioè, dovremmo liberarci dal bisogno ossessivo di autocompiacerci, smettere di darci una pacca sulla spalla da soli per ogni minima cosa buona che facciamo.
La seconda immagine è: «Entra nella tua camera, chiudi la porta». Non è un invito a isolarci dal mondo, ma a entrare nell’unico luogo dove non dobbiamo recitare una parte. Dietro quella porta chiusa non c’è un pubblico da convincere né qualcuno a cui rendere conto, ma «il Padre tuo, che vede nel segreto».

Pubblicato il

Un cortocircuito nel cuore di Maria (13 giugno 2026)

Un cortocircuito nel cuore di Maria

Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria
13 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Lc 2,41-51

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

COMMENTO

In una giornata come questa, in cui facciamo memoria del cuore di Maria, la liturgia ci offre una pagina forse tra le più angoscianti per il cuore di questa donna e di questa madre. Di ritorno da Gerusalemme con Giuseppe, dopo un giorno di cammino, Maria si accorge che il suo ragazzo di dodici anni non è nella carovana. Forse sarà capitato anche a noi di provare un panico simile quando abbiamo perduto ciò che avevamo di più caro. Ma non è questo l’aspetto più drammatico del brano. È il momento in cui Maria, con il cuore ancora in gola, ritrovato Gesù nel tempio, “seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava”, si sente rispondere da quel figlio: «Perché mi cercavate?».
Ecco il cortocircuito che è scattato nel cuore di Maria. Pensiamo che i legami d’amore – quelli veri, di sangue, viscerali – diano il diritto di possedere l’altro, di proiettare su di lui le nostre paure e i nostri sogni. Detto in maniera semplice, ragioniamo così: “Questo figlio l’ho messo al mondo io e quindi è mio”. Gesù, nel tempio, dà una lezione anche a sua madre: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
In quel tempio avviene uno strappo necessario. Quel patēr, in greco, cioè «Padre», rovescia il modo umano di pensare di Maria. Con quella frase, Gesù sradica l’esclusività dei legami biologici. Dice a sua madre, e dice a ciascuno di noi, che l’identità vera non si eredita dal sangue o dalle aspettative della famiglia, ma si riceve nell’obbedienza a un progetto più grande.
Come cristiani e come figli, abbiamo bisogno di guardare al cuore di Maria, perché Maria non reagisce con l’orgoglio ferito, ma accetta di fare spazio a questo patēr che le ridimensiona la maternità. Maria “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”, accettando di non trattenere il Figlio per sé.
Volgiamo lo sguardo a questo cuore, perché abbiamo un vitale bisogno di imparare l’arte difficile di disarmarci davanti alla vita, per capire che amare, in realtà, significa proprio liberare l’altro, non possederlo; per imparare a mollare lo zaino delle nostre pretese affettive e lasciarci liberare da questo Padre.

Pubblicato il

Un Cuore grande tre volte (12 giugno 2026)

Un Cuore grande tre volte

Sacratissimo Cuore di Gesù (anno A)
12 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 11,25-30

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

COMMENTO

Poter fare festa intorno al Cuore di Gesù è il modo tutto nostro per riconoscere che, se siamo al mondo, è per merito proprio di quel Cuore e non del caso. Una solennità (così la definisce la liturgia di oggi) che capita nel bel mezzo delle nostre stanchezze, delle corse continue o di una crisi.
Anche Gesù, nel Vangelo, si trova nel bel mezzo di una crisi, rifiutato e insoddisfatto da ciò che lo circonda. Ma, nonostante tutto intorno a lui non vada come desidererebbe, esplode in un brivido di gioia: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».
Questi “piccoli” (i nēpiois) non sono i bambini anagrafici. Sono coloro ai quali manca qualcosa. Come i bambini, che hanno bisogno di tutto e per tutto di mamma e papà. E, come i bambini, non hanno maschere da indossare al mattino prima di uscire di casa. Riconoscono di non poter essere autosufficienti. Dice Gesù che è proprio a loro che si rivela il segreto di Dio.
E questo segreto di Dio è triplice: ha tre importanti sfumature che rivelano l’identità stessa di Cristo.
Il Cuore di Gesù è un cuore che accoglie il nostro fiatone. Dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». In pratica, non dice: “Vieni da me quando avrai finalmente risolto i tuoi problemi”. Lui ci ama già mentre cerchiamo di mettere insieme i pezzi della nostra storia, e non sempre ci riusciamo.
Poi aggiunge: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Che cosa vuol dire? Vuol dire che, se impariamo dal Cuore di Cristo, non ci uniformiamo alla mentalità del mondo, dove vince chi urla e si impone sugli altri, ma riscopriamo la nostra totale dipendenza filiale dal Padre. Questa, agli occhi del mondo, sa di rassegnazione; per Gesù è invece la forza di chi si sa amato e può fare il mondo in quattro.
Un terzo aspetto è il Cuore che sa farsi carico delle nostre fatiche: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Sulle prime, uno direbbe: “Ho già il mio giogo: perché dovrei prendere anche il suo?”. In verità, il Vangelo ci sta dicendo proprio il contrario: con Gesù il giogo si porta sempre in due. Lui non viene a toglierci la fatica di vivere, ma infila la testa sotto la nostra stessa stanga per fare strada insieme, al nostro passo.
Chiediamo al Signore la grazia di lasciarci amare dal suo Cuore e di riconoscerci piccoli abbastanza da avere bisogno del suo «ristoro».

Pubblicato il

La missione comincia senza garanzie (11 giugno 2026)

La missione comincia senza garanzie

San Barnaba
11 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 10,7-13

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

COMMENTO

Esiste un’ansia da equipaggiamento di cui soffriamo un po’ tutti. Da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire, riempiamo lo zaino della nostra mente con una serie di certezze che ci facciano sentire un po’ protetti: “Questo mi serve, questo non si sa mai, se mi mancano i soldi come faccio? E se quella persona non mi accoglie?”. Insomma, desideriamo avere le spalle coperte.
Questa paura ossessiva del domani – una patologia della previdenza – finisce per trasformarci in accumulatori compulsivi di rassicurazioni. Nel Vangelo di Matteo, nel momento in cui invia i suoi, Gesù dà un ordine che capovolge completamente questa logica ossessiva: «Non procuratevi oro né argento né moneta di rame nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone».
Forse lo avremmo guardato anche noi con occhi sgranati come a voler dire “Gesù, dici sul serio?”, perché siamo convinti, spesso erroneamente, che l’efficacia di tutto dipenda dallo spessore della corazza. Il vangelo ci dice invece che è nella trasparenza del cuore il potere della nostra credibilità. Una sola parola, nel testo greco di questa pagina, scardina l’impalcatura filistea della nostra giornata. Si tratta dell’avverbio dōreán: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Quel dōreán non significa il semplice volontariato inteso come filantropia, ma piuttosto riscoprire che l’esistenza non è una proprietà privata da difendere o da mercanteggiare. In altre parole, è l’antidoto alla cupidigia del calcolo. Senza questa povertà fiduciosa a cui ci invita il Vangelo, il pericolo è di rimanere solo funzionari del sacro, manager religiosi, pieni di strumenti ma vuoti di fede. Finché invece non rischiamo sulla Sua parola, resteremo fermi a contare ancora ciò che ci manca.

Pubblicato il

Gesù riempie di senso la nostra vita fino all’orlo (10 giugno 2026)

Gesù riempie di senso la nostra vita fino all’orlo

Mercoledì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
10 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 5,17-19

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

COMMENTO

Il nostro rapporto con le regole è sempre un po’ complicato. Le viviamo spesso con una sottile ansia, con il peso di dover fare tutto bene per sentirci finalmente a posto. In comunità, al lavoro, in famiglia, persino davanti a noi stessi, allo specchio. E la cosa terribile è quando diventiamo “scribi” ultra severi di noi stessi, pronti a punirci per ogni minima mancanza. Magari qualcuno temeva – come gli scribi – che, con il suo modo di fare e di parlare, Gesù avesse in mente di cancellare almeno qualcuna delle 613 regole da osservare. «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti — precisa invece Gesù —; non sono venuto ad abolire, ma a compiere». A “compiere”, che nell’originale greco plēróō significa anche “riempire”, come quando versi del vino buono in un bicchiere vuoto fino a farlo quasi traboccare. Questo significa che il Vangelo non viene ad aggiungere ulteriori fatiche alla nostra agenda. Gesù viene a riempire di senso quello che già siamo. Anche i nostri dettagli più insignificanti, la nostra fedeltà quotidiana e nascosta, di cui magari nessuno si accorge, sono quello “iota” o quel “solo segno” che saranno certamente compiuti, perché agli occhi di Dio non sono irrilevanti, ma hanno un peso immenso.
Il Vangelo oggi non ci chiede di essere supereroi della morale, ma di permettere che il vuoto che ci portiamo dentro venga abitato dalla sua presenza. E allora scopriremmo che la giustizia vera non è quella che si ottiene con gli sforzi muscolari di chi vuole essere perfetto, ma nasce dall’accoglienza del dono di Dio, che ci fa tornare a respirare. La conversione che oggi il Vangelo ci chiede è di non perdere tempo a contare i nostri passi falsi, ma di ricordarci della pienezza che Gesù è venuto a portare nella nostra vita.

Pubblicato il

Sale e luce è ciò che già siamo (9 giugno 2026)

Sale e luce è ciò che già siamo

Martedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
9 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

COMMENTO

Dopo aver proclamato le Beatitudini sul monte, Gesù ci rivela la nostra identità più profonda. Non ci dice che “dobbiamo diventare” qualcosa, o meglio non prescrive un percorso prestazionale. Noi invece viviamo sempre con l’ansia di dover dimostrare qualcosa agli altri – un riflesso quasi nevrotico –, convinti che per valere si debbano fare cose straordinarie. Ci sentiamo insignificanti, invisibili, schiacciati dalla costante paura di non contare nulla. Al contrario, Gesù ci rivela ciò che già siamo: «Voi siete il sale della terra», «Voi siete la luce del mondo». Niente a che vedere con la logica del rendimento. Piuttosto, il pericolo vero per noi è l’insipidità: smarrirci, mimetizzarci con il grigiore del mondo per la paura di esporci o di dar fastidio. Ma una «città posta sopra un monte non può rimanere nascosta». La fede non si configura come un club privato da coltivare nel segreto delle nostre stanze; serve a dare sapore e luce alla vita reale, quella quotidiana di tutti i giorni, in ufficio o in famiglia. Quando Gesù ci chiede di far vedere le nostre «opere buone», usa il termine kalà, che in greco significa anzitutto “belle”. Questo significa che la nostra testimonianza non è questione di doveri morali pesanti, un moralismo che fa venire l’orticaria a chi ci guarda, ma una bellezza che attrae, che genera un contagio. Le nostre opere sono buone quando appaiono così belle, limpide e gratuite da far nascere negli altri la nostalgia di Dio. Se oggi stesso chi ci incontra a casa o sul lavoro non avverte un sapore diverso, a che cosa serve la nostra fede?

Pubblicato il

“Beati… i mendicanti di Dio” (8 giugno 2026)

“Beati… i mendicanti di Dio”

Lunedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
8 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mt 5,1-12

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

COMMENTO

La nostra idea di felicità spesso coincide con una collezione di successi. Gesù, nel Vangelo di oggi, sale sul monte per smontare queste illusioni: l’illusione che si sia felici quando si è forti, quando si è sazi, quando si è impeccabili… Piuttosto, dice ai suoi discepoli: «Beati i poveri in spirito». Com’è possibile essere felici se ci manca il terreno sotto i piedi, anche quando le cose non vanno come vorremmo? Dovremmo sempre ricordarci di essere quei “poveri in spirito”, non cioè coloro che hanno poco, ma mendicanti assoluti, consapevoli di non avere davvero nulla e di dover sempre tenere le mani tese verso Dio. Questo è un vero ribaltamento della nostra logica mondana. Insomma, il Vangelo ci sta dicendo che la felicità non è il premio per chi è perfetto. La felicità è piuttosto l’esperienza di chi smette di bastare a se stesso. Noi ingaggiamo ogni giorno una guerra contro le nostre crepe e le nostre fragilità, cercando invano di nasconderle a noi stessi e al mondo là fuori, mentre Dio ha bisogno di infiltrarsi proprio lì, nei vuoti che non amiamo. Gesù dice anche ai suoi discepoli che sono «Beati quelli che sono nel pianto», perché è certo che le nostre lacrime hanno un valore immenso e che Dio le raccoglie sempre. Tutte le beatitudini che Gesù inanella, una dopo l’altra, sono per ciascuno di noi uno specchio di come cambia la nostra vita quando accettiamo di essere amati da Dio nella nostra povertà, nelle nostre lacrime, nella nostra fame e sete di giustizia… Una buona domanda da porci, oggi, è se abbiamo ancora paura del nostro vuoto.

Pubblicato il

Se anche noi trasformiamo Gesù in una comoda bugia (5 giugno 2026)

Se anche noi trasformiamo Gesù in una comoda bugia

San Bonifacio
5 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,35-37

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

COMMENTO

Per capire Gesù non bastano tutte le cose buone e giuste che di lui abbiamo imparato al catechismo. Spesso trattiamo Gesù come un’etichetta certificata che mette d’accordo un po’ tutti. Era già la trappola in cui cadevano gli scribi nel tempio, convinti che bastasse conoscere la teologia della discendenza per sapere da chi sarebbe disceso il Messia atteso.
«Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?», chiede allora Gesù. La gente che lo ascoltava soffriva infatti della mania di voler ingabbiare Dio dentro determinate griglie umane, sociali o morali, riducendolo a un “nuovo Davide” che doveva risolvere i loro problemi politici o cacciare l’occupante di turno.
«Da dove risulta che è suo figlio?», incalza ancora Gesù. A lui non interessa fare una lezioncina sulla linea di sangue del Messia, ma invitare ciascuno di noi a scavare più in profondità. La domanda sottesa è questa: da dove viene la tua speranza? Tradotto: qual è l’origine profonda delle cose che vivi?
Gesù ci invita a guardare oltre la superficie, oltre la logica del sangue e del dovere. Se restiamo alla superficie, diventiamo schiavi delle nostre attese mondane, schiavi di un’idea di Dio che ci siamo costruiti nella testa. Cristo, però, è più grande di una discendenza. È più grande delle nostre idee e delle nostre convinzioni. Non si lascia ingabbiare. È il Signore che abita il nostro buio e scompagina i nostri calcoli.
Dove stiamo cercando l’origine della nostra vita? Nelle cose che si spiegano da sole o in quel mistero che ci abita da dentro?