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Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo (4 giugno 2026)

Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo

Giovedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
4 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,28-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

COMMENTO

Viviamo con la sensazione di essere continuamente frammentati, persi dietro a mille doveri da compiere. Come se la vita fosse una lista della spesa spirituale da spuntare ogni giorno. Con una stanchezza simile sul fondo del suo cuore, uno scriba si avvicina a Gesù e gli chiede: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». È come se quest’uomo stesse cercando un filo conduttore per non impazzire nel caos di regole che si era costruito attorno. Gesù gli risponde così: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Contrariamente a quello che siamo portati a credere, e cioè che l’amore sia solo una questione di pancia, un’emozione forte che va e viene, il vangelo usa la parola greca dianoia, che significa metterci la mente, l’intelligenza. Tradotto, Gesù ci sta dicendo concretamente che, per amare, non bastano i batticuori passeggeri o le buone intenzioni; è importante anche metterci la testa, perché si deve scegliere con lucidità e bisogna far abitare la fede anche nei pensieri quotidiani. Per questo l’amore vero è anche un atto intelligente, non un semplice vapore emotivo.
Lo scriba apprezza la risposta sintetica e corretta di Gesù e la approva: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». E davanti alla rispostina corretta il vangelo poteva chiudersi gloriosamente senza aggiungere altro; invece Gesù risponde allo scriba: «Non sei lontano dal regno di Dio», in greco Ou makran, cioè “Sei sulla soglia…”. Queste poche battute sono capaci di darci una lezione immensa, perché noi confondiamo quasi sempre il capire una cosa con il viverla. Gesù, tra le righe, dice allo scriba: tu puoi avere nella testa una teologia perfetta e fare ragionamenti impeccabili, eppure rimanere fuori dalla porta, fermo sul pianerottolo. A questo scriba, per fare quell’ultimo centimetro ed entrare, manca drammaticamente il corpo. Gli manca il rischio di sporcarsi le mani nella sequela dietro al Maestro, di scendere dal balcone delle sue idee per abbracciare la croce di qualcuno in carne e ossa.
È il rischio che corriamo tutti: possiamo essere d’accordo su tutto quello che Gesù ha detto e fatto, ma oggi, concretamente, Gesù ci chiede se siamo entrati o se siamo rimasti a guardare il Regno di Dio dallo zerbino di casa nostra.

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Vogliamo misurare l’infinito con un metro troppo corto (3 giugno 2026)

Vogliamo misurare l’infinito con un metro troppo corto

San Carlo Lwanga e compagni
3 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,18-27

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

COMMENTO

Una donna rimasta vedova di sette fratelli: nella risurrezione di chi sarà moglie? I sadducei si avvicinano a Gesù con questa domanda, che sembra quasi una barzelletta. Dietro questo loro tranello assurdo c’è sempre quella dinamica che tutti conosciamo benissimo, cioè l’ansia di voler controllare il futuro proiettandovi dentro le nostre piccolezze. Questi sadducei vogliono misurare l’infinito con il metro corto dei loro calcoli e del possesso.
«Voi siete in grande errore», risponde loro Gesù. Più precisamente dice πολὺ πλανᾶσθε (poly planasthe), letteralmente «andate fuori strada», vagate senza una meta… Noi andiamo sempre fuori strada ogni volta che ignoriamo la potenza di Dio. Pensiamo che l’eternità sia solo la continuazione all’infinito di questa vita, con le stesse logiche di possesso, di bisogni, di contratti umani… La risurrezione è invece un modo totalmente nuovo di esistere.
Saremo liberi «come angeli nei cieli», spiega Gesù: non ameremo meno, ma finalmente ameremo senza la paura di perdere o trattenere qualcosa o qualcuno. La risurrezione è una promessa che deve rivoluzionare il nostro presente, perché il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» non è un custode di tombe. Se Dio è fedele, allora noi siamo già vivi in lui, oggi stesso.

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Noi non siamo di Cesare (2 giugno 2026)

Noi non siamo di Cesare

Martedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,13-17

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.

COMMENTO

«Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». Questa domanda, posta a Gesù da alcuni farisei ed erodiani, ci porta a pensare che la fede sia una faccenda di schieramenti, cioè: o stai con i devoti o stai con i laici, o con la Chiesa o con lo Stato… Farisei ed erodiani – che normalmente si detestavano – si mettono insieme con l’unico scopo di «incastrarlo». Così gli lanciano un’esca con una domanda sul tributo a Cesare. Se Gesù dice sì, è un traditore del popolo; se dice no, è un ribelle politico. Gesù non cade in questa trappola. Sa bene che è un gioco antico come il mondo: il gioco di incastrare l’altro.
Quante volte, in effetti, nelle nostre relazioni creiamo dilemmi finti solo per avere ragione, per stringere l’altro d’assedio? Gesù chiede loro una moneta e pone una domanda elementare: di chi sono l’immagine e l’iscrizione? Gli rispondono: «Di Cesare». Ecco: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». In greco Apodidōmi, cioè letteralmente «restituire ciò che è dovuto», insomma… saldare un debito.
Gesù non divide il mondo in due zone di influenza. Se la moneta ha sopra la faccia di Cesare, ridatela a lui: sono cose sue. Ma noi, piuttosto, di chi portiamo l’impronta? Noi portiamo in noi l’immagine di Dio. La nostra vita non appartiene ai condizionamenti, alle aspettative degli altri, alle scadenze… Noi non dobbiamo restituire noi stessi a Cesare. Apparteniamo a Dio e la grande notizia è che a Lui non dobbiamo «rendere» niente indietro. A chi stiamo consegnando i pensieri e il cuore, in questo momento?

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Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro (1 giugno 2026)

Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro

San Giustino
1 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,1-12

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

COMMENTO

Pensiamo che i nostri guai nascano quasi sempre dalle cose che non capiamo: «Se sapessi le intenzioni di chi mi sta davanti, magari riuscirei a…», oppure «se capissi bene i “piani” di Dio, io…». Ma i nostri guai non nascono quasi mai da questa nostra incapacità di conoscere le cose nel loro segreto; nascono semmai perché siamo malati di possesso. Nel Vangelo di oggi «un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre». In pratica, fa di tutto per recintare tutta quella bellezza e proteggerla, poi la affida a dei contadini e se ne va.
Questi contadini si illudono che ciò che è stato loro dato semplicemente in custodia sia ormai roba loro. Hanno confuso il servizio con il dominio. E quando fiutano il pericolo che il padrone mandi qualcuno di sua fiducia a raccogliere i frutti dalla sua proprietà, i contadini lo bastonano, lo insultano e addirittura lo uccidono. Fino a quando arriva da loro il figlio di quell’uomo, «il figlio amato», il suo ultimo tentativo. E quei contadini ragionano tra di loro, perché non sono ignoranti e sanno benissimo chi è: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra», concludono.
È un atteggiamento che potrebbe essere anche il nostro, senza neppure farci caso. Cioè quello di pensare che, per essere felici, dobbiamo eliminare chiunque rivendichi un diritto sulla nostra vita. Così vogliamo essere padroni assoluti dei nostri figli, di nostra moglie o di nostro marito, padroni del nostro tempo, persino di Dio. E sentirci dire che siamo solo poveri amministratori di tutto, anche della vita che abbiamo ricevuto in dono, ci causa sempre fastidio. Pur di non rispondere a nessuno, siamo capaci, come quei contadini, di far fuori la verità nuda e cruda.
A chi stiamo sbarrando la strada per paura di perdere il controllo?

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Il contrario della fede è il controllo (30 maggio 2026)

Il contrario della fede è il controllo

Sabato della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
30 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 11,27-33

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».
E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

COMMENTO

Gesù passeggiava nel tempio. Il Vangelo usa un tempo verbale che descrive un’immensa calma, mentre attorno a lui il clima è quello di un’aula giudiziaria. Gesù, però, cammina con il passo leggero di chi sa da dove viene.
Sacerdoti, scribi e anziani lo raggiungono, compatti. L’istituzione ufficiale dell’epoca si schiera per chiedere a questo maestro della Galilea con quale autorità compia le opere che fa.
A volte pensiamo che il contrario della fede sia il dubbio. Non è così. Il contrario della fede è il controllo, la pretesa di gestire gli imprevisti che Dio misteriosamente permette dentro i recinti delle nostre rassicurazioni.
Questi capi religiosi non cercano la verità, ma soltanto un capo d’accusa. Vogliono vedere se Gesù ha una delega, un attestato, un “titolo accademico” che giustifichi ciò che dice. Qualcosa, insomma, che si possa in qualche modo catalogare e neutralizzare.
Gesù, anziché balbettare qualche parola davanti a quelle eminenze, risponde con una provocazione: il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?
«Essi discutevano fra loro dicendo: “Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?”. Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta».
Rispondono allora a Gesù con un prudente: «Non sappiamo». È una risposta che rivela un fallimento e un rifiuto ostinato di arrendersi all’evidenza di Dio quando questa disturba troppo i nostri piani.
Rischiamo anche noi di preferire l’appiattimento di un’incertezza che ci pare comoda al rischio di fare una scelta di campo.
«Gesù disse loro: “Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose”».
Gesù decide di fare silenzio, di troncare lì la conversazione, perché semplicemente non ci sono più parole da spendere con chi ha già deciso di restare cieco. In fin dei conti, se non si accetta il rischio del cielo, a che cosa serve davvero l’autorità?

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«Domani cambierò, domani amerò, domani pregherò» (29 maggio 2026)

«Domani cambierò, domani amerò, domani pregherò»

Venerdì della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
29 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 11,11-25

[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

COMMENTO

«Avendo Gesù visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie».
È un paradosso umano quello di avere molte foglie ma nessun frutto. Investiamo tutto sulle foglie, cioè sull’apparenza, sul vestito buono della domenica e sulle strutture perfette, perché, sotto sotto, non amiamo guardare la terra nuda delle nostre radici. E possiamo vivere e muoverci nel “sacro”, illudendoci di comprare sicurezza, come se Dio fosse da ingraziare con i nostri molti sacrifici.
Né la fede è una questione di grandi monumenti religiosi o di cose fatte alla perfezione. Gesù, nel Vangelo di oggi, preferisce un tempio distrutto a un tempio diventato un mercato. Preferisce un deserto, ma vero, alla menzogna appariscente di un albero sterile che ha solo delle foglie da esibire.
L’evangelista annota che «non era la stagione dei fichi». Ci si chiede come mai Gesù pretenda dall’albero dei frutti ancora fuori tempo. Per le cose che contano davvero – per l’amore e per la conversione – Gesù sembra dirci che non esiste una stagione ben precisa a cui appellarsi per portare frutto. Il tempo, per Gesù, è adesso!
Invece noi passiamo la vita a dire: «Domani… cambierò, domani… amerò, domani… pregherò». Sempre domani, cioè mai. E nel frattempo ci riempiamo di foglie anche noi.
Chiediamo al Signore, oggi stesso (non domani!), di concentrarci più sulla verità dei frutti che sulla facciata del nostro albero.

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Bartimeo, o chi è fermo da troppo tempo (28 maggio 2026)

Bartimeo, o chi è fermo da troppo tempo

Giovedì della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
28 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

COMMENTO

«Il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare».
Se siamo onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che molte volte siamo noi quel Bartimeo seduto «lungo la strada», a guardare la vita degli altri mentre restiamo drammaticamente fermi, bloccati dalle nostre delusioni, dalla paura del futuro o da quella stanchezza che ci porta a pensare: «Tanto ormai non cambia nulla per me». Così ci accomodiamo ai margini delle nostre stesse giornate, rassegnati, e mendichiamo dagli altri un briciolo di attenzione.
Quando Gesù lo chiama, Bartimeo compie un gesto assurdo: getta via il suo «mantello» (= himàtion, in greco). È sbalorditivo, perché per un mendicante dell’epoca quel mantello era casa, letto, coperta contro il freddo. Era la sua “tana” sicura. Eppure quest’uomo cieco lo getta via, nel buio, per correre incontro a Gesù.
Noi pensiamo che per rimetterci in piedi servano grandi garanzie. Il Vangelo ci mostra invece che, per guarire, dobbiamo almeno avere il coraggio di mollare le nostre misere protezioni. Qual è, oggi, il nostro “mantello” che non abbiamo voglia di gettare via? Può essere quella corazza di cinismo che usiamo al lavoro per non soffrire? O quel rancore verso qualcuno che ci dà quasi una ragione per affrontare la giornata? Forse l’abitudine a piangerci addosso, alimentando un senso di inadeguatezza…?
«Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”». Bartimeo gli risponde: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». Quest’uomo non vuole più semplicemente sopravvivere: vuole tornare a vivere! E appena riacquista la vista, si mette a «seguire» Gesù «lungo la strada».
La storia di Bartimeno è, per noi, una grande occasione per domandarci se preferiamo restare ancora al sicuro nel nostro “buio” oppure rischiare di perdere tutto pur di iniziare davvero a camminare dietro a Gesù.

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Fidarsi delle Spalle che abbiamo davanti (26 maggio 2026)

Fidarsi delle Spalle che abbiamo davanti

Mercoledì della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
27 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 10,32-45

In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

COMMENTO

L’aria vicino a Gerusalemme si è fatta pesante. Già si sente l’odore del pericolo. E proprio come accade a noi quando abbiamo paura – e cerchiamo di controllare le cose per assicurarci una nicchia di potere – Giacomo e Giovanni fanno a Gesù una richiesta sfacciata: «Concedici di sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Dentro questa pretesa ci siamo anche noi. Se il lavoro è a rischio, se una relazione si rompe, se la vita in generale traballa… la nostra prima reazione non è la fede, non è la conversione, ma l’accaparramento. Chiediamo a Dio di firmarci una polizza assicurativa. E la risposta che Gesù dà ai due discepoli non è quella che speravano: «Voi non sapete ciò che chiedete».
In questa scena, ciò che colpisce è un dettaglio che l’evangelista non risparmia di scrivere: «Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli». Non è la descrizione di una fila indiana, ma del Maestro che ci precede e ci fa da scudo. Tradotto, significa che è lui che incassa per primo l’impatto del vento e del buio. Forse la nostra ossessione per i primi posti nasce proprio perché non ci fidiamo delle spalle di Gesù che abbiamo davanti a noi. E così pensiamo di doverci sempre salvare da soli.
Anche noi, insieme a Giacomo e Giovanni, abbiamo bisogno di una terapia d’urto: «Chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». Questa è la terapia: smettere di difendere il proprio perimetro e cominciare a occuparsi di quello degli altri. Farsi servi del presente di qualcuno è l’unico modo per non essere schiavi della paura del domani.

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Il “centuplo” che nessuno vuole insieme alle persecuzioni – 26 maggio 2026

Il “centuplo” che nessuno vuole insieme alle persecuzioni

San Filippo Neri
26 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 10,28-31

In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».

COMMENTO

«Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Nel modo in cui Pietro inizia a parlare a Gesù si può intuire un filo di pretesa. E forse anche un po’ di ansia malcelata. Del resto, è anche il nostro modo di parlare e di ragionare quando, dopo aver fatto un grande sacrificio, ci ritroviamo a chiederci se ne sia valsa davvero la pena. È umanissimo. Abbiamo bisogno di essere rassicurati di non aver perso tempo ed energie, che il bilancio della nostra vita sia ancora in attivo…
Gesù conosce quella “contabilità” che tutti ci portiamo un po’ dentro; per questo non si scandalizza di Pietro. Promette il «centuplo», ma anche “meta diōgmōn”, cioè «insieme a persecuzioni», una clausola di cui faremmo volentieri a meno. Gesù gioca a carte scoperte, tanto con Pietro quanto con ciascuno di noi. Tradotto, significa che la benedizione di Dio non ci isola dal dolore, ma ci cammina dentro. Quel centuplo non ci risparmia i problemi. Non è un’assicurazione sulla vita che ci esenta dalla fatica e dal fallimento.
Quando pensiamo che seguire Gesù significhi avere una strada spianata, stiamo ancora ragionando come Pietro e continueremo a ribattere tutti i nostri «Ecco…». Nel nostro immaginario religioso spesso crediamo che la vita eterna cominci dopo la morte. In verità, Gesù ci ricorda che per noi è già iniziata, nella misura in cui sappiamo vivere il presente trovando gusto nelle cose, sapendo stare dentro le relazioni in modo nuovo, vedendo nella nostra comunità una casa e non una stazione di transito…
Allora ci troveremmo a vivere un felice paradosso: sentirci profondamente felici e custoditi in questo tempo presente, nonostante tutto attorno a noi sembri crollare. Ma questo è uno stile di vita profondamente cristiano, che va coltivato sempre, perché la tentazione potrebbe essere quella di pensare che accumulare meriti ai suoi occhi ci metta al sicuro dalle tempeste e dalle persecuzioni.
«Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi primi», dice Gesù come ultimo avvertimento. Nessuna rinuncia passata ci dà il diritto di guardare gli altri dall’alto. Davanti a Gesù si resta sempre piccoli e a mani vuote. Saremo beati in questo presente se saremo disposti a ricevere tutto da Lui come un dono inatteso.

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Le cose veramente importanti nascono dai nostri crolli – 25 maggio 2026

Le cose veramente importanti nascono dai nostri crolli

Beata Vergine Maria Madre della Chiesa
25 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Gv 19,25-34

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

COMMENTO

Inseguiamo il mito che le grandi cose della vita si decidano nei momenti di forza, quando tutto va bene. E così ci costruiamo corazze di autosufficienza, convinti che, per essere accettati, dobbiamo apparire agli occhi del mondo impeccabili e possibilmente risolti.
Ma poi ci capita di arrivare ai piedi della Croce, nel momento più buio della nostra vita, e scopriamo che le cose veramente importanti – il senso che diamo alle persone e alle cose, le nostre relazioni più vere, perfino la nostra stessa fede – nascono proprio dai nostri crolli.
Gesù, inchiodato a una croce, trova ancora la forza di rovesciare la nostra visuale su ciò che pensiamo sia la fine di tutto: «Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé».
È troppo poco pensare che quel discepolo accolga Maria semplicemente nella sua casa. Non è una questione di mura o di stanze. Quel discepolo accoglie la madre di Gesù nello spazio più intimo della sua vita: quello spazio dove siamo disarmati e non abbiamo difese da alzare.
Quell’«Ecco tua madre!» è un promemoria per ciascuno di noi: l’unico modo per non soccombere al dolore è smettere di bastare a se stessi. La fede nasce da un affidamento reciproco dentro le nostre ferite comuni. Per questo abbiamo bisogno di accogliere Maria come il discepolo amato.
Potremmo dire che la storia finisca con questo affidamento reciproco, ma l’evangelista ha ancora un po’ di inchiostro per regalarci un ultimo dettaglio: un soldato colpì il costato di Gesù e subito «ne uscì sangue e acqua». Dal corpo di Cristo non esce vendetta, ma una sorgente capace di purificare ogni cosa. Da quel costato Cristo ci dona lo Spirito, ci dona una vita nuova che scorre proprio lì dove siamo stati feriti.
Davanti a questa pagina drammatica, eppure carica di speranza, dovremmo chiederci non più che cosa possiamo fare per non soffrire, ma quanta parte di noi siamo disposti a far entrare in quello spazio intimo. Solo se avremo il coraggio di accogliere l’altro nella nostra povertà e nella nostra finitudine, non dovremo più continuare a difenderci da soli.