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Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo (4 giugno 2026)

Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo

Giovedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
4 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,28-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

COMMENTO

Viviamo con la sensazione di essere continuamente frammentati, persi dietro a mille doveri da compiere. Come se la vita fosse una lista della spesa spirituale da spuntare ogni giorno. Con una stanchezza simile sul fondo del suo cuore, uno scriba si avvicina a Gesù e gli chiede: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». È come se quest’uomo stesse cercando un filo conduttore per non impazzire nel caos di regole che si era costruito attorno. Gesù gli risponde così: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Contrariamente a quello che siamo portati a credere, e cioè che l’amore sia solo una questione di pancia, un’emozione forte che va e viene, il vangelo usa la parola greca dianoia, che significa metterci la mente, l’intelligenza. Tradotto, Gesù ci sta dicendo concretamente che, per amare, non bastano i batticuori passeggeri o le buone intenzioni; è importante anche metterci la testa, perché si deve scegliere con lucidità e bisogna far abitare la fede anche nei pensieri quotidiani. Per questo l’amore vero è anche un atto intelligente, non un semplice vapore emotivo.
Lo scriba apprezza la risposta sintetica e corretta di Gesù e la approva: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». E davanti alla rispostina corretta il vangelo poteva chiudersi gloriosamente senza aggiungere altro; invece Gesù risponde allo scriba: «Non sei lontano dal regno di Dio», in greco Ou makran, cioè “Sei sulla soglia…”. Queste poche battute sono capaci di darci una lezione immensa, perché noi confondiamo quasi sempre il capire una cosa con il viverla. Gesù, tra le righe, dice allo scriba: tu puoi avere nella testa una teologia perfetta e fare ragionamenti impeccabili, eppure rimanere fuori dalla porta, fermo sul pianerottolo. A questo scriba, per fare quell’ultimo centimetro ed entrare, manca drammaticamente il corpo. Gli manca il rischio di sporcarsi le mani nella sequela dietro al Maestro, di scendere dal balcone delle sue idee per abbracciare la croce di qualcuno in carne e ossa.
È il rischio che corriamo tutti: possiamo essere d’accordo su tutto quello che Gesù ha detto e fatto, ma oggi, concretamente, Gesù ci chiede se siamo entrati o se siamo rimasti a guardare il Regno di Dio dallo zerbino di casa nostra.

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