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Un cortocircuito nel cuore di Maria (13 giugno 2026)

Un cortocircuito nel cuore di Maria

Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria
13 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Lc 2,41-51

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

COMMENTO

In una giornata come questa, in cui facciamo memoria del cuore di Maria, la liturgia ci offre una pagina forse tra le più angoscianti per il cuore di questa donna e di questa madre. Di ritorno da Gerusalemme con Giuseppe, dopo un giorno di cammino, Maria si accorge che il suo ragazzo di dodici anni non è nella carovana. Forse sarà capitato anche a noi di provare un panico simile quando abbiamo perduto ciò che avevamo di più caro. Ma non è questo l’aspetto più drammatico del brano. È il momento in cui Maria, con il cuore ancora in gola, ritrovato Gesù nel tempio, “seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava”, si sente rispondere da quel figlio: «Perché mi cercavate?».
Ecco il cortocircuito che è scattato nel cuore di Maria. Pensiamo che i legami d’amore – quelli veri, di sangue, viscerali – diano il diritto di possedere l’altro, di proiettare su di lui le nostre paure e i nostri sogni. Detto in maniera semplice, ragioniamo così: “Questo figlio l’ho messo al mondo io e quindi è mio”. Gesù, nel tempio, dà una lezione anche a sua madre: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
In quel tempio avviene uno strappo necessario. Quel patēr, in greco, cioè «Padre», rovescia il modo umano di pensare di Maria. Con quella frase, Gesù sradica l’esclusività dei legami biologici. Dice a sua madre, e dice a ciascuno di noi, che l’identità vera non si eredita dal sangue o dalle aspettative della famiglia, ma si riceve nell’obbedienza a un progetto più grande.
Come cristiani e come figli, abbiamo bisogno di guardare al cuore di Maria, perché Maria non reagisce con l’orgoglio ferito, ma accetta di fare spazio a questo patēr che le ridimensiona la maternità. Maria “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”, accettando di non trattenere il Figlio per sé.
Volgiamo lo sguardo a questo cuore, perché abbiamo un vitale bisogno di imparare l’arte difficile di disarmarci davanti alla vita, per capire che amare, in realtà, significa proprio liberare l’altro, non possederlo; per imparare a mollare lo zaino delle nostre pretese affettive e lasciarci liberare da questo Padre.