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3. Commento alle Letture – 14 GIUGNO 2026 – XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

14 GIUGNO 2026

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

GESÙ COSTRUISE LA CHIESA

 

COMMENTO 

Gesù, durante la sua vita pubblica, insegna sempre nelle sinagoghe ebraiche.
La sua quotidianità la vive costantemente tra la folla. Ne percepisce gli umori, le difficoltà, la povertà, le malattie, le paure e lo spietato sfruttamento e la sottomissione, religiosa e politica, ai potenti e prepotenti signori di allora. Vive sempre a stretto contatto con i poveri, gli ammalati, i lebbrosi ed emarginati.
Si rende conto dell’enorme lavoro da fare per rendere il Regno dei cieli presente ed operante nella vita di tutti i giorni.
Con un certo affanno supplica il Padre di mandare non predicatori, né rivoluzionari da due copechi o profeti dispensatori di sterili utopie, ma semplici operai disposti a mettersi in gioco, non per vile denaro, ma gratuitamente.
Tra i tanti che lo assediano ne sceglie dodici. Nessuno di loro eccelle in qualcosa. Tutti appartengono al ceto popolare.
Sono uomini con tutti i difetti possibili: traditori (Pietro e Giuda Iscariota occupano il primo posto e l’ultimo della lista dei dodici).
Ci sono rudi pescatori, uno zelota, degli arrivisti, esattori delle tasse, dei forti di carattere e dei pusillanimi.
Sovrabbondano di difetti, ma sono generosi ed aperti alla gratuità.
Il loro compito è chiaro e ben definito: testimoniare la presenza del Regno dei cieli nel contesto ebraico in cui si svolge la loro vita; occuparsi degli ammalati sia nel corpo che nello spirito; accogliere coloro che sono emarginati dai pregiudizi religiosi come i lebbrosi; fidarsi della provvidenza di Dio; bussare a tutte le porte; essere sobri nell’avere e nel desiderare. Tutto questo nella libertà che solo la più radicale gratuità può generare.

Il Cristiano autentico riceve tutto gratuitamente da Dio e tutto condivide gratuitamente con il prossimo.
Nella mentalità capitalista e consumista del moderno contesto sociale il Cristiano non può appartenere al main stream dominante ed omologante.
Nel silenzio della sua quotidiana e coerente testimonianza getta le fondamenta di una società più giusta, più solidale e più in pace.

COMMENTO 2

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Operai nella vigna del Signore in virtù del Battesimo

O Gesù, in questa Pasqua settimanale,
Ti ringraziamo con tutto il cuore per il dono dell’Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita della Chiesa,
il dono più grande scaturito dal Tuo Cuore divino e umano, il Pane della vita spezzato e condiviso,
per farci diventare una cosa sola con Te e tra di noi.
Ti ringraziamo per il dono del Santo Padre Papa Leone e del collegio dei vescovi, successori degli Apostoli.

Quando chiamasti i Dodici volevi riferirti simbolicamente alle tribù d’Israele, risalenti ai dodici figli di Giacobbe.
Ponendo al centro della Tua nuova comunità i Dodici, ci fai capire di essere venuto a portare a compimento il disegno del Padre celeste.
Ai Dodici hai dato il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità.
Essi dovranno cooperare con Te nell’instaurare il Regno di Dio, la Tua signoria benefica, portatrice di vita,
e di vita in abbondanza per l’intera umanità.

I Tuoi dodici Apostoli non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilità morale e religiosa.
Erano credenti, pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati nello stesso tempo dai loro limiti umani, talora anche gravi.
Tu non li chiamasti perché erano già santi, completi, perfetti, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati per trasformare così anche la storia.

Tu rendi partecipi gli Apostoli della Tua compassione per le folle stanche e sfinite,
per le pecore perdute della casa d’Israele, per i piccoli e i poveri.

Ancora oggi chiami tutti noi ad essere discepoli missionari, ad esercitare la solidarietà e la condivisione,
ad annunciare Te, unico Salvatore del mondo, unica speranza dell’umanità, ad essere segni e strumenti della Tua compassione, della Tua misericordia.
Tu ci chiedi di prenderci cura degli infermi, di portare la Tua Parola di vita a coloro che sono morti spiritualmente,
dando gratuitamente ciò che da Te gratuitamente abbiamo ricevuto.
Lo Spirito che agiva in Te e nei Dodici, è lo stesso che opera in noi
e che ci permette di compiere tra la nostra gente i segni del Regno di amore, di giustizia e di pace che è già nel mondo.

La Tua missione si partecipa in diversi modi a tutti i membri del Popolo di Dio,
per la grazia del Battesimo e della Confermazione.
Tutti siamo destinatari del Tuo desiderio di moltiplicare gli operai nella messe del Signore.
Tutti, nella varietà dei carismi e dei ministeri, siamo chiamati a lavorare nella Tua vigna.

O Beata Vergine Maria, Madre della speranza e Stella dell’evangelizzazione,
aiutaci a rimanere nell’amore di Cristo, perché possiamo portare frutti abbondanti
a gloria di Dio Padre e per la salvezza del mondo.

Amen.

Commento a cura di don Francesco Dell’Orto, parroco di San Lorenzo in Bisceglie, Per crescere nella conoscenza e nell’amore di Gesù Cristo. Preghiere e catechesi mistagogiche domenicali ciclo A 

 

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6. Vignetta di RobiHood – 14 GIUGNO 2026 – XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

14 GIUGNO 2026

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

GESÙ COSTRUISE LA CHIESA

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Pubblicazioni di Roberto Benotti (RobyHood) presso Elledici:

Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

I Love Francesco

Testi e i commenti proposti per la domenica 

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4. Letture – 14 GIUGNO 2026 – XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

14 GIUGNO 2026

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

GESÙ COSTRUISE LA CHIESA

PRIMA LETTURA

Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.

Dal libro dell’Èsodo             Es 19,2-6a

In quei giorni, gli Israeliti, levate le tende da Refidìm, giunsero al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se datete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”».

Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE                

Dal Salmo 99 (100)

R. Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza. R.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo. R.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione.   R.

SECONDA LETTURA

Se siamo stati riconciliati per mezzo della morte del Figlio, molto più saremo salvati mediante la sua vita.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani           Rm 5,6-11 

Fratelli, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi.
Ora, uno stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Parola di Dio

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia.

Il regno di Dio è vicino:
convertitevi e credete nel Vangelo. (Mc 1,15)

Alleluia.

VANGELO

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò.

Dal Vangelo secondo Matteo            Mt 9,36 – 10,8 

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Parola del Signore.

 

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La missione comincia senza garanzie (11 giugno 2026)

La missione comincia senza garanzie

San Barnaba
11 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 10,7-13

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

COMMENTO

Esiste un’ansia da equipaggiamento di cui soffriamo un po’ tutti. Da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire, riempiamo lo zaino della nostra mente con una serie di certezze che ci facciano sentire un po’ protetti: “Questo mi serve, questo non si sa mai, se mi mancano i soldi come faccio? E se quella persona non mi accoglie?”. Insomma, desideriamo avere le spalle coperte.
Questa paura ossessiva del domani – una patologia della previdenza – finisce per trasformarci in accumulatori compulsivi di rassicurazioni. Nel Vangelo di Matteo, nel momento in cui invia i suoi, Gesù dà un ordine che capovolge completamente questa logica ossessiva: «Non procuratevi oro né argento né moneta di rame nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone».
Forse lo avremmo guardato anche noi con occhi sgranati come a voler dire “Gesù, dici sul serio?”, perché siamo convinti, spesso erroneamente, che l’efficacia di tutto dipenda dallo spessore della corazza. Il vangelo ci dice invece che è nella trasparenza del cuore il potere della nostra credibilità. Una sola parola, nel testo greco di questa pagina, scardina l’impalcatura filistea della nostra giornata. Si tratta dell’avverbio dōreán: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Quel dōreán non significa il semplice volontariato inteso come filantropia, ma piuttosto riscoprire che l’esistenza non è una proprietà privata da difendere o da mercanteggiare. In altre parole, è l’antidoto alla cupidigia del calcolo. Senza questa povertà fiduciosa a cui ci invita il Vangelo, il pericolo è di rimanere solo funzionari del sacro, manager religiosi, pieni di strumenti ma vuoti di fede. Finché invece non rischiamo sulla Sua parola, resteremo fermi a contare ancora ciò che ci manca.

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5. PREGHIERE PERDONO E FEDELI – 14 GIUGNO 2026 – XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

14 GIUGNO 2026

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

GESÙ COSTRUISE LA CHIESA

RICHIESTA DI PERDONO

  • Signore Gesù, molte volte non riconosciamo la tua azione nella Chiesa e nella nostra vita. Kyrie eleison.
  • Cristo, Non ascoltiamo la tua voce per custodire la tua alleanza. Christe eleison.
  • Signore Gesù, non ci sosteniamo con la forza del tuo Spirito. Kyrie eleison.

PREGHIERA UNIVERSALE

Sac.: Al Padre, rivolgiamo la nostra preghiera, dicendo:
Venga il tuo regno, Signore.

  • La tua Chiesa sia sempre terra feconda di accoglienza e annuncio della tua parola. Preghiamo
  • Il regno di Dio sei tu, Signore Gesù. Tu sei il seminatore e il seme. Noi terra che accoglie. Donaci, Signore, di portare frutto. Preghiamo
  • Il seme cresce, “come, egli stesso non lo sa”. Donaci di capire che, la fedeltà della crescita, non dipende da noi ma da te. Preghiamo
  • Il seme ha in sé forza e vita. Sostieni i vacillanti. Preghiamo
  • “In privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa”. Donaci, Signore, la grazia di un’intima e vera amicizia con te. Preghiamo

Sac.: Il seme della tua parola, il figlio Gesù, è stato seminato in noi e cresce nella chiesa. Trovi terreno disponibile. Per Cristo nostro Signore. Amen

 

 

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Gesù riempie di senso la nostra vita fino all’orlo (10 giugno 2026)

Gesù riempie di senso la nostra vita fino all’orlo

Mercoledì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
10 giugno 2026

Don Antonio Carriero

Mt 5,17-19

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

COMMENTO

Il nostro rapporto con le regole è sempre un po’ complicato. Le viviamo spesso con una sottile ansia, con il peso di dover fare tutto bene per sentirci finalmente a posto. In comunità, al lavoro, in famiglia, persino davanti a noi stessi, allo specchio. E la cosa terribile è quando diventiamo “scribi” ultra severi di noi stessi, pronti a punirci per ogni minima mancanza. Magari qualcuno temeva – come gli scribi – che, con il suo modo di fare e di parlare, Gesù avesse in mente di cancellare almeno qualcuna delle 613 regole da osservare. «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti — precisa invece Gesù —; non sono venuto ad abolire, ma a compiere». A “compiere”, che nell’originale greco plēróō significa anche “riempire”, come quando versi del vino buono in un bicchiere vuoto fino a farlo quasi traboccare. Questo significa che il Vangelo non viene ad aggiungere ulteriori fatiche alla nostra agenda. Gesù viene a riempire di senso quello che già siamo. Anche i nostri dettagli più insignificanti, la nostra fedeltà quotidiana e nascosta, di cui magari nessuno si accorge, sono quello “iota” o quel “solo segno” che saranno certamente compiuti, perché agli occhi di Dio non sono irrilevanti, ma hanno un peso immenso.
Il Vangelo oggi non ci chiede di essere supereroi della morale, ma di permettere che il vuoto che ci portiamo dentro venga abitato dalla sua presenza. E allora scopriremmo che la giustizia vera non è quella che si ottiene con gli sforzi muscolari di chi vuole essere perfetto, ma nasce dall’accoglienza del dono di Dio, che ci fa tornare a respirare. La conversione che oggi il Vangelo ci chiede è di non perdere tempo a contare i nostri passi falsi, ma di ricordarci della pienezza che Gesù è venuto a portare nella nostra vita.

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Sale e luce è ciò che già siamo (9 giugno 2026)

Sale e luce è ciò che già siamo

Martedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
9 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

COMMENTO

Dopo aver proclamato le Beatitudini sul monte, Gesù ci rivela la nostra identità più profonda. Non ci dice che “dobbiamo diventare” qualcosa, o meglio non prescrive un percorso prestazionale. Noi invece viviamo sempre con l’ansia di dover dimostrare qualcosa agli altri – un riflesso quasi nevrotico –, convinti che per valere si debbano fare cose straordinarie. Ci sentiamo insignificanti, invisibili, schiacciati dalla costante paura di non contare nulla. Al contrario, Gesù ci rivela ciò che già siamo: «Voi siete il sale della terra», «Voi siete la luce del mondo». Niente a che vedere con la logica del rendimento. Piuttosto, il pericolo vero per noi è l’insipidità: smarrirci, mimetizzarci con il grigiore del mondo per la paura di esporci o di dar fastidio. Ma una «città posta sopra un monte non può rimanere nascosta». La fede non si configura come un club privato da coltivare nel segreto delle nostre stanze; serve a dare sapore e luce alla vita reale, quella quotidiana di tutti i giorni, in ufficio o in famiglia. Quando Gesù ci chiede di far vedere le nostre «opere buone», usa il termine kalà, che in greco significa anzitutto “belle”. Questo significa che la nostra testimonianza non è questione di doveri morali pesanti, un moralismo che fa venire l’orticaria a chi ci guarda, ma una bellezza che attrae, che genera un contagio. Le nostre opere sono buone quando appaiono così belle, limpide e gratuite da far nascere negli altri la nostalgia di Dio. Se oggi stesso chi ci incontra a casa o sul lavoro non avverte un sapore diverso, a che cosa serve la nostra fede?

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“Beati… i mendicanti di Dio” (8 giugno 2026)

“Beati… i mendicanti di Dio”

Lunedì della X settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
8 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mt 5,1-12

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

COMMENTO

La nostra idea di felicità spesso coincide con una collezione di successi. Gesù, nel Vangelo di oggi, sale sul monte per smontare queste illusioni: l’illusione che si sia felici quando si è forti, quando si è sazi, quando si è impeccabili… Piuttosto, dice ai suoi discepoli: «Beati i poveri in spirito». Com’è possibile essere felici se ci manca il terreno sotto i piedi, anche quando le cose non vanno come vorremmo? Dovremmo sempre ricordarci di essere quei “poveri in spirito”, non cioè coloro che hanno poco, ma mendicanti assoluti, consapevoli di non avere davvero nulla e di dover sempre tenere le mani tese verso Dio. Questo è un vero ribaltamento della nostra logica mondana. Insomma, il Vangelo ci sta dicendo che la felicità non è il premio per chi è perfetto. La felicità è piuttosto l’esperienza di chi smette di bastare a se stesso. Noi ingaggiamo ogni giorno una guerra contro le nostre crepe e le nostre fragilità, cercando invano di nasconderle a noi stessi e al mondo là fuori, mentre Dio ha bisogno di infiltrarsi proprio lì, nei vuoti che non amiamo. Gesù dice anche ai suoi discepoli che sono «Beati quelli che sono nel pianto», perché è certo che le nostre lacrime hanno un valore immenso e che Dio le raccoglie sempre. Tutte le beatitudini che Gesù inanella, una dopo l’altra, sono per ciascuno di noi uno specchio di come cambia la nostra vita quando accettiamo di essere amati da Dio nella nostra povertà, nelle nostre lacrime, nella nostra fame e sete di giustizia… Una buona domanda da porci, oggi, è se abbiamo ancora paura del nostro vuoto.

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Se anche noi trasformiamo Gesù in una comoda bugia (5 giugno 2026)

Se anche noi trasformiamo Gesù in una comoda bugia

San Bonifacio
5 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,35-37

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.

COMMENTO

Per capire Gesù non bastano tutte le cose buone e giuste che di lui abbiamo imparato al catechismo. Spesso trattiamo Gesù come un’etichetta certificata che mette d’accordo un po’ tutti. Era già la trappola in cui cadevano gli scribi nel tempio, convinti che bastasse conoscere la teologia della discendenza per sapere da chi sarebbe disceso il Messia atteso.
«Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?», chiede allora Gesù. La gente che lo ascoltava soffriva infatti della mania di voler ingabbiare Dio dentro determinate griglie umane, sociali o morali, riducendolo a un “nuovo Davide” che doveva risolvere i loro problemi politici o cacciare l’occupante di turno.
«Da dove risulta che è suo figlio?», incalza ancora Gesù. A lui non interessa fare una lezioncina sulla linea di sangue del Messia, ma invitare ciascuno di noi a scavare più in profondità. La domanda sottesa è questa: da dove viene la tua speranza? Tradotto: qual è l’origine profonda delle cose che vivi?
Gesù ci invita a guardare oltre la superficie, oltre la logica del sangue e del dovere. Se restiamo alla superficie, diventiamo schiavi delle nostre attese mondane, schiavi di un’idea di Dio che ci siamo costruiti nella testa. Cristo, però, è più grande di una discendenza. È più grande delle nostre idee e delle nostre convinzioni. Non si lascia ingabbiare. È il Signore che abita il nostro buio e scompagina i nostri calcoli.
Dove stiamo cercando l’origine della nostra vita? Nelle cose che si spiegano da sole o in quel mistero che ci abita da dentro?

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Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo (4 giugno 2026)

Sappiamo tutto di Dio ma rimaniamo sul pianerottolo

Giovedì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
4 giugno 2026

Don Antonio Carriero

 

Mc 12,28-34

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

COMMENTO

Viviamo con la sensazione di essere continuamente frammentati, persi dietro a mille doveri da compiere. Come se la vita fosse una lista della spesa spirituale da spuntare ogni giorno. Con una stanchezza simile sul fondo del suo cuore, uno scriba si avvicina a Gesù e gli chiede: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». È come se quest’uomo stesse cercando un filo conduttore per non impazzire nel caos di regole che si era costruito attorno. Gesù gli risponde così: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Contrariamente a quello che siamo portati a credere, e cioè che l’amore sia solo una questione di pancia, un’emozione forte che va e viene, il vangelo usa la parola greca dianoia, che significa metterci la mente, l’intelligenza. Tradotto, Gesù ci sta dicendo concretamente che, per amare, non bastano i batticuori passeggeri o le buone intenzioni; è importante anche metterci la testa, perché si deve scegliere con lucidità e bisogna far abitare la fede anche nei pensieri quotidiani. Per questo l’amore vero è anche un atto intelligente, non un semplice vapore emotivo.
Lo scriba apprezza la risposta sintetica e corretta di Gesù e la approva: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». E davanti alla rispostina corretta il vangelo poteva chiudersi gloriosamente senza aggiungere altro; invece Gesù risponde allo scriba: «Non sei lontano dal regno di Dio», in greco Ou makran, cioè “Sei sulla soglia…”. Queste poche battute sono capaci di darci una lezione immensa, perché noi confondiamo quasi sempre il capire una cosa con il viverla. Gesù, tra le righe, dice allo scriba: tu puoi avere nella testa una teologia perfetta e fare ragionamenti impeccabili, eppure rimanere fuori dalla porta, fermo sul pianerottolo. A questo scriba, per fare quell’ultimo centimetro ed entrare, manca drammaticamente il corpo. Gli manca il rischio di sporcarsi le mani nella sequela dietro al Maestro, di scendere dal balcone delle sue idee per abbracciare la croce di qualcuno in carne e ossa.
È il rischio che corriamo tutti: possiamo essere d’accordo su tutto quello che Gesù ha detto e fatto, ma oggi, concretamente, Gesù ci chiede se siamo entrati o se siamo rimasti a guardare il Regno di Dio dallo zerbino di casa nostra.