6 giugno
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO
Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue
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6 giugno 2021
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6 giugno 2021
Tra le realtà che qualificano i cristiani, tra le verità più esclusive che li uniscono nella fede c’è l’identità di Dio, uno solo in tre Persone, la Trinità, che abbiamo celebrato domenica scorsa. Ma c’è anche sicuramente l’Eucaristia, che rinnoviamo ogni domenica e che ci mette a diretto contatto con il Corpo e il Sangue di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. Come la Trinità, anche la realtà di questo sacramento sublime, che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare, lo accogliamo attraverso la parola di Gesù.
PRIMA LETTURA
Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi.
È il racconto suggestivo dell’alleanza del popolo ebraico con Jahvè. Un’alleanza siglata con il sangue con cui Mosè asperge il popolo, che promette di essere fedele. Insieme agli olocausti, in cui la vittima veniva bruciata in onore di Jahvè, ci sono anche i sacrifici di comunione, che venivano consumati dagli ebrei in un clima di festa e di condivisione.
Dal libro dell’Esodo. Es 24,3-8
In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
Parola di Dio.
SALMO RESPONSORIALE Dal Salmo 115 (116)
Alzare il calice della salvezza e invocare il nome del Signore sono i gesti di un’alleanza con Dio che va confermata ogni giorno, offrendo a lui la nostra vita.
Rit. Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Che cosa renderò al Signore,
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.
Agli occhi del Signore
è preziosa la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo.
SECONDA LETTURA
Il sangue di Cristo purificherà la nostra coscienza.
Gesù è la vera e definitiva vittima sacrificale, che ha dato vita alla nuova alleanza con il suo sangue. Il pane e il vino consacrati sono memoriale del sacrificio della croce.
Dalla lettera agli Ebrei. Eb 9,11-15
Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.
Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?
Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.
Parola di Dio.
SEQUENZA
La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma breve, a cominciare dalla strofa: «Ecco il pane degli angeli».
[Sion, loda il Salvatore, la tua guida,
il tuo pastore
con inni e cantici.
Impegna
tutto il tuo fervore:
egli supera ogni lode,
non vi è canto
che sia degno.
Pane vivo, che dà vita: questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.
Veramente fu donato agli apostoli riuniti
in fraterna
e sacra cena.
Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena sgorghi oggi
dallo spirito.
Questa
è la festa solenne
nella quale celebriamo la prima sacra cena.
È il banchetto del nuovo Re, nuova Pasqua, nuova legge;
e l’antico è giunto a termine.
Cede al nuovo il rito antico,
la realtà
disperde l’ombra:
luce, non più tenebra.
Cristo lascia
in sua memoria ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo.
Obbedienti
al suo comando, consacriamo
il pane e il vino, ostia di salvezza.
È certezza
a noi cristiani:
si trasforma
il pane in carne,
si fa sangue il vino.
Tu non vedi,
non comprendi,
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.
È un segno ciò che appare:
nasconde nel mistero realtà sublimi.
Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero in ciascuna specie.
Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato.
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione ben diverso è l’esito!
Quando spezzi il sacramento
non temere, ma ricorda: Cristo è tanto
in ogni parte, quanto nell’intero.
È diviso solo il segno
non si tocca la sostanza;
nulla è diminuito
della sua persona.]
Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.
Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte, nell’agnello
della Pasqua, nella manna data ai padri.
Buon pastore,
vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.
CANTO AL VANGELO Gv 6,51
Alleluia, alleluia.
Io sono il pane vivo,
disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia.
VANGELO
Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue.
La cena pasquale nel racconto di Marco. Gesù consuma con i suoi apostoli il tradizionale pasto ebraico e pronuncia le parole che daranno origine all’Eucaristia, che accompagna la vita della comunità cristiana sin dagli inizi.
Dal vangelo secondo Marco. Mc 14,12-16.22-26
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Parola del Signore.
La Trinità è presente nella vita del cristiano ogni giorno, ogni volta che fa il segno della croce, ogni volta che prega. Ma la Chiesa dedica una domenica dell’anno liturgico a riflettere su quello che è uno dei misteri principali della nostra fede. Un mistero che accompagna ciascuno di noi nell’intero arco dell’esistenza: dal battesimo – siamo stati battezzati nel nome de Padre, del Figlio e dello Spirito Santo – fino al momento in cui, al termine della nostra vita, verremo affidati al Padre che ci ha creati, al Figlio che ci ha redenti, allo Spirito che ci ha accompagnati nella nostra vita di fede.
Dio non è così
Negli anni Sessanta è stato pubblicato un libro del teologo inglese John Robinson, che aveva per titolo Honest to God (Dio non è così). Diceva Robinson che quando parliamo di Dio, il più delle volte ce lo raffiguriamo a modo nostro, a nostra misura, così come nella storia dell’umanità sono state tantissime le immagini che gli uomini si sono fatte di Dio. Ma Dio non è così, non è come se lo sono inventati gli uomini, perché su Dio abbiamo una sola certezza, che si è rivelato e ha parlato di sé attraverso suo Figlio Gesù, il solo che può parlare davvero e per conoscenza diretta di Dio. Di qui l’importanza di non dare spazio a fantasie, perché l’unica fonte per conoscere Dio è la parola di Gesù che si trova nei Vangeli.
Al centro della vita e della parola di Gesù c’è sorprendente la rivelazione che quel Dio che si è rivelato a Mosè e ai profeti è Padre: Padre suo e Padre nostro. Un Padre che ci ama senza misura ed è teneramente provvidente: «Guardate gli uccelli del cielo», dice Gesù, «non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?» (Mt 6,26).
Nell’ultima parte della sua vita, prima di ritornare al Padre, Gesù promette lo Spirito Santo, che il Padre invia nel suo nome agli apostoli e alla Chiesa nascente. Lo Spirito Santo sarà l’anima della predicazione apostolica, e, dice loro Gesù: «Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).
Dio è Trinità per noi
Molte volte Gesù ci fa capire quanto siamo coinvolti con queste tre Persone in un rapporto strettissimo. Ci dice che ognuno di noi entra nel gioco della Trinità in un dialogo vero e aperto, ma che ci rimanda agli altri, alla Chiesa e al mondo.
Ma perché Dio è Trinità? E che significa per Dio e per noi che il nostro Dio è Trinità? Dio è Trinità anzitutto perché è amore e l’amore non può essere solitudine o individualismo. Dio che ama, ha bisogno – per così dire – di un altro da amare, e questo è il Figlio suo Gesù. E lo Spirito è il testimone della esistenza e della fecondità di questo amore.
Per la maggior parte dei cristiani i termini Padre, Figlio e Spirito Santo sembrano quasi intercambiabili: tanto, si pensa, parliamo sempre di Dio. Anzi, qualche volta ci sembra quasi fastidioso approfondire. «Che bisogno c’è di complicarci la vita?».
Ricordiamo tutti l’episodio raccontato da sant’Agostino del bambino che su una spiaggia con una conchiglia gli dice che voleva mettere tutta l’acqua del mare dentro a un buco della sabbia. E sant’Agostino a rispondergli che era impossibile, assurdo, ridicolo. Ma il bambino a dirgli: «E tu, allora, che vuoi far entrare nella tua testa il mistero di Dio, uno solo in tre Persone?».
In realtà, la cosa ci interessa da vicino e ci coinvolge, perché Dio è Trinità per noi: così si è presentato a noi e così desidera che sia pensato e pregato. Potremmo dire, semplificando le cose, che Dio è Trinità in funzione dell’uomo. In quanto Dio è creatore, rivelatore e santificatore per noi, in riferimento di noi. Così l’abbiamo conosciuto. Così ci è stato rivelato.
La presenza della Trinità nella nostra vita
Quando Dio ha creato l’uomo si è specchiato in se stesso. Leggiamo nel libro della Genesi: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (1,26-27). Maschio e femmina: Dio ci ha fatti così perché l’amore si rendesse presente nella nostra stessa carne. È così che l’uomo e la donna sono a immagine e somiglianza di Dio. «Tanto che a chi si domanda: “Come è Dio?”, si può suggerire di guardare una coppia felice: guarda, Dio è così! Proprio quei due sposi sono a immagine e somiglianza di Dio» (papa Francesco).
Il nostro Dio, come dicevamo, è così: questo è il nostro Dio e così dovremmo rapportarci nei suoi confronti. Invece così spesso ci rapportiamo con Dio come se fosse un essere indistinto, che vive al di là delle nuvole, una specie di idea teologica e non con un Dio che ama e che si è rivelato nella sua ricchezza trinitaria.
Non vogliamo farci domande, ci bastano quattro preghiere e la messa alla domenica. Ma lo Spirito Santo che vive in noi ci chiede di metterci nelle mani di questo Dio; ci chiede di entrare nel suo meraviglioso gioco di amore, di fidarci di lui e di lasciarci portare dove ci vuole condurre.
UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA
«No, il segno di croce non è un gesto di scaramanzia, da fare prima di una partita di calcio o attorno a una bara. È la firma d’autore, da non cancellare: rivela che siamo cristiani. Apparteniamo a Dio e ritorniamo a lui, attraverso Gesù Cristo, con la guida sicura dello Spirito Santo… Ma il segno esteriore non è tutto. Anzi è poco. È solo una firma. È l’uomo stesso il segno più grande: egli è “immagine di Dio”» (mons. Enrico Masseroni).
COMMENTO
Marco, riferendo una semplice predizione, ci tiene a sottolineare che Gesù è un autentico profeta, perché realizza il criterio del Primo Testamento, per distinguere i veri profeti dai falsi: se quello che dice si avvera, allora è stato mandato da Dio. È anche una introduzione alla realizzazione delle profezie di Gesù sulla sua passione, morte e risurrezione, gli eventi centrali della storia di Gesù, di ciascuno di noi e di tutto l’universo.
Per tre volte è usato il verbo preparare, con gli apostoli per soggetto. Sarà la Pasqua nuova di Gesù, protagonista divino, ma essi devono preparare, per adesso, l’ambiente e l’occorrente, ma ancora non riescono a preparare lo spirito; per questo, di fronte al Messia sofferente, scapperanno.
L’istituzione dell’Eucaristia è tutta nelle parole di Gesù sul pane e sul vino, che sono all’origine della fede dei cristiani nella presenza reale di Gesù nel pane e nel vino consacrati.
Il brano si conclude con un impegno e una profezia: la rinuncia al vino indica, sulla base del Primo Testamento, la preparazione immediata a una scelta o a un avvenimento decisivo, Gesù infatti sta entrando nella sua passione; la profezia: la morte non sarà la fine, con la risurrezione sarà inaugurato il banchetto eterno della salvezza nel quale il Signore, insieme ai salvati, berrà il vino nuovo della vita eterna.
Gli apostoli hanno interpretato le parole di Gesù nell’ultima cena come l’inizio di una Pasqua nuova che doveva diventare la celebrazione settimanale della salvezza nella comunione “fisica” con il risorto. Molti cristiani hanno perso il senso del desiderio espresso di Gesù di realizzare una comunione piena nell’amore con ogni persona che crede in lui all’interno di una comunità di fratelli. La responsabilità della Chiesa e dei presbiteri nella perdita di questo senso è grave, viene da lontano e continua ancora oggi. Tanti cristiani non vanno a Messa a causa dei preti con cui hanno, o hanno avuto, a che fare. Ma la celebrazione dell’Eucaristia per i cristiani non è sostituibile con niente altro, non con la preghiera personale e neanche con la carità verso gli altri, le quali proprio nella comunione personale e comunitaria con la parola e il corpo di Cristo trovano la fonte e la meta.
«Fate questo in memoria di me». Molti preti e laici interpretano queste parole nel senso della celebrazione, per cui chi celebra l’Eucaristia ha obbedito al comando di Cristo. Ma non è così semplice. Quello che il Signore ci ordina non è solo di imitarlo nelle parole e nei gesti eucaristici, ma nell’offrire il proprio corpo e il proprio sangue, cioè tutto se stesso e la propria vita, per la salvezza dei fratelli, come ha fatto lui nella passione e ha anticipato nell’ultima cena. Se non si imita Gesù in questo, la ripetizione dei gesti eucaristici rimane un rito vuoto di contenuto spirituale e salvifico. Credo sia questo il motivo per cui tante comunità “cristiane” non sono davvero cristiane e nemmeno comunità.
SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA
PROPOSTA DI IMPEGNO DELLA SETTIMANA
Prendere l’abitudine di prepararsi all’Eucaristia, leggendo prima le letture.
Tratto da: Messale delle domeniche e delle feste – Elledici – 2018
RICHIESTA DI PERDONO
PREGHIERA UNIVERSALE
Celebrante. Fratelli e sorelle carissimi, Gesù è rimasto tra noi con il suo vero corpo e con il suo sangue. Innalziamo la nostra preghiera affinché per questo grande mistero scendano sulla Chiesa e sull’umanità i doni della fraternità e della concordia. Preghiamo insieme e diciamo:
Signore Gesù, ascolta la nostra preghiera.
Celebrante. O Padre, che nel corpo e sangue del tuo Figlio, attraverso lo Spirito Santo, hai posto la sorgente della nostra vita personale e comunitaria, fa’ che guardando a lui diventiamo testimoni credibili tra i nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.

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Pubblicazioni di Roberto Benotti (RobyHood) presso Elledici:
Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

I Love Francesco

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30 maggio 2021
Sin da bambini conosciamo che il Dio dei cristiani è Padre, Figlio e Spirito Santo. Una realtà non facile da comprendere, ma che ci è stata rivelata dallo stesso Gesù, che ci ha mostrato nella sua vita il volto del Padre e ha mandato sulla Chiesa nascente lo Spirito Santo. Eppure quando noi pensiamo a Dio, lo immaginiamo ancora come a qualcosa di grande, ma di indistinto, una specie di divinità che vive al di là delle nuvole, perfettissimo e solitario. Mentre Dio è comunione di tre Persone che si amano in modo così profondo da essere un solo Dio.
PRIMA LETTURA
Il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro.
Mosè parla e rivela il rapporto privilegiato del popolo di Israele con Jahvè. A quel tempo Dio non era conosciuto come Trinità, ma come il Dio esclusivo di quel popolo, che gli si è rivelato e li ha liberati dalla schiavitù. Siamo ancora soltanto all’inizio della rivelazione di Dio. È Jahvè che prende l’iniziativa, è lui che si fa conoscere attraverso Mosè e i profeti.
Dal libro del Deuteronomio. Dt 4,32-34;39-40
Mosè parlò al popolo dicendo: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi? Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre».
Parola di Dio.
SALMO RESPONSORIALE Dal Salmo 32 (33)
Il salmista rende lode a Dio per la sua fedeltà e la sua grandezza. E si mette nelle sue mani, perché è lui la nostra salvezza.
Rit. Beato il popolo scelto dal Signore.
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.
Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore,
Signore, come da te noi speriamo.
SECONDA LETTURA
Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».
Con Paolo la rivelazione si svela in tutta la sua bellezza e completezza. A Dio ci rivolgiamo come nostro «Abbà» (Papà) e possiamo chiamarlo così perché ci lasciamo guidare dallo Spirito e perché siamo figli di Dio in Gesù e nello Spirito, eredi – come Gesù – delle promesse di Dio.
Dalla lettere di san Paolo apostolo ai Romani. Rm 8,14-17
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».
Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Parola di Dio.
CANTO AL VANGELO Cf Ap 1,8
Alleluia, alleluia.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, a Dio, che è, che era e che viene.
Alleluia.
VANGELO
Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Sono gli ultimi versetti del Vangelo secondo Matteo. È il momento dell’ascensione (che Matteo non descrive, mentre la si trova nei passi paralleli di Marco e Luca). Gesù prima di lasciare la terra invita gli apostoli, che ancora dubitano, a fare suoi discepoli tutti i popoli, a battezzarli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E assicura che sarà con loro fino alla fine del mondo. L’evangelista mette sulla bocca di Gesù una formula che in realtà era già ben in uso nella Chiesa primitiva.
Dal vangelo secondo Matteo. Mt 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Parola del Signore.
La Trinità è presente nella vita del cristiano ogni giorno, ogni volta che fa il segno della croce, ogni volta che prega. Ma la Chiesa dedica una domenica dell’anno liturgico a riflettere su quello che è uno dei misteri principali della nostra fede. Un mistero che accompagna ciascuno di noi nell’intero arco dell’esistenza: dal battesimo – siamo stati battezzati nel nome de Padre, del Figlio e dello Spirito Santo – fino al momento in cui, al termine della nostra vita, verremo affidati al Padre che ci ha creati, al Figlio che ci ha redenti, allo Spirito che ci ha accompagnati nella nostra vita di fede.
Dio non è così
Negli anni Sessanta è stato pubblicato un libro del teologo inglese John Robinson, che aveva per titolo Honest to God (Dio non è così). Diceva Robinson che quando parliamo di Dio, il più delle volte ce lo raffiguriamo a modo nostro, a nostra misura, così come nella storia dell’umanità sono state tantissime le immagini che gli uomini si sono fatte di Dio. Ma Dio non è così, non è come se lo sono inventati gli uomini, perché su Dio abbiamo una sola certezza, che si è rivelato e ha parlato di sé attraverso suo Figlio Gesù, il solo che può parlare davvero e per conoscenza diretta di Dio. Di qui l’importanza di non dare spazio a fantasie, perché l’unica fonte per conoscere Dio è la parola di Gesù che si trova nei Vangeli.
Al centro della vita e della parola di Gesù c’è sorprendente la rivelazione che quel Dio che si è rivelato a Mosè e ai profeti è Padre: Padre suo e Padre nostro. Un Padre che ci ama senza misura ed è teneramente provvidente: «Guardate gli uccelli del cielo», dice Gesù, «non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?» (Mt 6,26).
Nell’ultima parte della sua vita, prima di ritornare al Padre, Gesù promette lo Spirito Santo, che il Padre invia nel suo nome agli apostoli e alla Chiesa nascente. Lo Spirito Santo sarà l’anima della predicazione apostolica, e, dice loro Gesù: «Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).
Dio è Trinità per noi
Molte volte Gesù ci fa capire quanto siamo coinvolti con queste tre Persone in un rapporto strettissimo. Ci dice che ognuno di noi entra nel gioco della Trinità in un dialogo vero e aperto, ma che ci rimanda agli altri, alla Chiesa e al mondo.
Ma perché Dio è Trinità? E che significa per Dio e per noi che il nostro Dio è Trinità? Dio è Trinità anzitutto perché è amore e l’amore non può essere solitudine o individualismo. Dio che ama, ha bisogno – per così dire – di un altro da amare, e questo è il Figlio suo Gesù. E lo Spirito è il testimone della esistenza e della fecondità di questo amore.
Per la maggior parte dei cristiani i termini Padre, Figlio e Spirito Santo sembrano quasi intercambiabili: tanto, si pensa, parliamo sempre di Dio. Anzi, qualche volta ci sembra quasi fastidioso approfondire. «Che bisogno c’è di complicarci la vita?».
Ricordiamo tutti l’episodio raccontato da sant’Agostino del bambino che su una spiaggia con una conchiglia gli dice che voleva mettere tutta l’acqua del mare dentro a un buco della sabbia. E sant’Agostino a rispondergli che era impossibile, assurdo, ridicolo. Ma il bambino a dirgli: «E tu, allora, che vuoi far entrare nella tua testa il mistero di Dio, uno solo in tre Persone?».
In realtà, la cosa ci interessa da vicino e ci coinvolge, perché Dio è Trinità per noi: così si è presentato a noi e così desidera che sia pensato e pregato. Potremmo dire, semplificando le cose, che Dio è Trinità in funzione dell’uomo. In quanto Dio è creatore, rivelatore e santificatore per noi, in riferimento di noi. Così l’abbiamo conosciuto. Così ci è stato rivelato.
La presenza della Trinità nella nostra vita
Quando Dio ha creato l’uomo si è specchiato in se stesso. Leggiamo nel libro della Genesi: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (1,26-27). Maschio e femmina: Dio ci ha fatti così perché l’amore si rendesse presente nella nostra stessa carne. È così che l’uomo e la donna sono a immagine e somiglianza di Dio. «Tanto che a chi si domanda: “Come è Dio?”, si può suggerire di guardare una coppia felice: guarda, Dio è così! Proprio quei due sposi sono a immagine e somiglianza di Dio» (papa Francesco).
Il nostro Dio, come dicevamo, è così: questo è il nostro Dio e così dovremmo rapportarci nei suoi confronti. Invece così spesso ci rapportiamo con Dio come se fosse un essere indistinto, che vive al di là delle nuvole, una specie di idea teologica e non con un Dio che ama e che si è rivelato nella sua ricchezza trinitaria.
Non vogliamo farci domande, ci bastano quattro preghiere e la messa alla domenica. Ma lo Spirito Santo che vive in noi ci chiede di metterci nelle mani di questo Dio; ci chiede di entrare nel suo meraviglioso gioco di amore, di fidarci di lui e di lasciarci portare dove ci vuole condurre.
UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA
«No, il segno di croce non è un gesto di scaramanzia, da fare prima di una partita di calcio o attorno a una bara. È la firma d’autore, da non cancellare: rivela che siamo cristiani. Apparteniamo a Dio e ritorniamo a lui, attraverso Gesù Cristo, con la guida sicura dello Spirito Santo… Ma il segno esteriore non è tutto. Anzi è poco. È solo una firma. È l’uomo stesso il segno più grande: egli è “immagine di Dio”» (mons. Enrico Masseroni).
COMMENTO
Matteo non racconta l’Ascensione e la Pentecoste e affida la conclusione del suo Vangelo all’ultimo incontro di Gesù con gli undici apostoli.
È una piccola sintesi del Vangelo. Gesù ha realizzato la sua missione, si è rivolto al popolo di Israele e ha promulgato la nuova legge sul monte delle beatitudini, è stato rifiutato e ucciso, ma è risorto, ha vinto la morte e, per la sua obbedienza, ha ricevuto dal Padre il potere di salvare tutti gli uomini. Ora deve tornare al Padre e affida agli apostoli il compito di continuare la sua missione.
Anche per questo il saluto avviene in Galilea, che è la regione in cui sono mescolati ebrei e pagani. È il posto più indicato per allargare l’annuncio del Vangelo e la salvezza a coloro che non appartengono a Israele.
Il compito è quello di rendere discepoli tutti i popoli attraverso due azioni costitutive della Chiesa: insegnare il Vangelo, perché sia vissuto, e battezzare, cioè “immergere” le persone nella Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo.
A chi viene affidata questa missione? Agli apostoli… che dubitano!
L’evangelista non dice di cosa dubitano. L’ipotesi che mi convince di più è quella che lega l’atto di prostrarsi all’adorazione che si può dare solo a Dio; probabilmente gli undici, mentre si inginocchiavano, non avevano ancora chiaro nella mente (nel cuore invece sì), se dovevano trattare Gesù in tutto e per tutto alla pari di Dio.
In ogni caso, ciò che conta è che Matteo non ha remore nell’attribuire agli apostoli dei dubbi nello stesso momento in cui vengono investiti della missione che li rende inizio della Chiesa e continuatori visibili della missione di Gesù stesso. Sono uomini che portano sempre con sé i loro limiti umani, ma che non esitano a offrire la loro vita per Cristo, rischiando la persecuzione e il martirio. Il dubbio quindi non contraddice la fede, ma la spinge a diventare sempre più forte, più profonda e consapevole.
Gesù parla anche di potere. È quello che gli serve per salvare l’umanità. È questo il senso ultimo e il valore intrinseco di ogni potere che gli uomini ricevono da Dio o dalla comunità umana, anche nella democrazia. Trasformare il potere in strumento di affermazione di sé e di oppressione degli altri è opera demoniaca. Il padre della menzogna si sforza di deformare tutto ciò che di bello e buono ha realizzato il Creatore nell’umanità, e purtroppo trova chi lo asseconda.
Il volto del potere che Gesù presenta cambierebbe la vita di tutti i popoli.
In conclusione, quel potere gli consente di fare e mantenere una promessa sublime: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Quando scrive, Matteo ha già sperimentato la realizzazione di questa promessa e l’ha sperimentata anche la sua comunità. Se conclude il suo vangelo con questa promessa, è per dare coraggio e fiducia a ogni comunità e a ogni credente in Cristo.
SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA
PROPOSTA DI IMPEGNO DELLA SETTIMANA
Nella preghiera personale ripetiamoci spesso la promessa finale di Gesù.
Tratto da: Messale delle domeniche e delle feste – Elledici – 2018
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