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1. Letture – Tutti i Santi, 1° nov ’19

PRIMA LETTURA (Ap 7,2-4.9-14)
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».
E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele.
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».
E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».
Parola di Dio


SALMO RESPONSORIALE (Sal 23)
Rit: Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.


SECONDA LETTURA (1Gv 3,1-3)
Vedremo Dio così come egli è.

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.
Parola di Dio


Canto al Vangelo (Mt 11,28)
Alleluia, alleluia.
Venite a me,
voi tutti che siete stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro.
Alleluia.


VANGELO (Mt 5,1-12a)
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Parola del Signore.


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

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2. Esegesi – Tutti i Santi, 1° nov ’19

Tratto da LECTIO DIVINA, A. Cilia – Elledici 2010

Una premessa
La prima domanda che il lettore si pone davanti a questo brano liturgico è questa: che cosa significa essere beati? La risposta va cercata all’interno della Bibbia. Nell’AT l’uomo biblico trova impossibile giungere alla felicità senza un intervento significativo di Dio: solo lui può rendere felice l’uomo. D’altra parte l’uomo biblico può essere beato/felice secondo un’unica modalità espressiva: è felice/beato chi conduce una vita integra perché si lascia guidare dai comandamenti di Dio e non li trasgredisce. La mente corre subito al Salmo 1,1-2: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non indugia sulla via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti; ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte». Inoltre è beato/felice chi cerca la sapienza, una sapienza che è basata sulla giustizia divina rivelata nella Torah. Un esempio di questa ricerca sapienziale della felicità è Siracide 14,20: «Beato l’uomo che si dedica alla sapienza e riflette con la sua intelligenza, che medita nel cuore le sue vie e con la mente ne penetra i segreti». Tutti questi esempi considerano la beatitudine nella prospettiva di una prosperità e di un successo terreno. Nella letteratura apocalittica biblica sono detti beati coloro che si trovano in condizione di difficoltà o duro sfavore, la cui felicità è proiettata nella dimensione escatologica. Tre beatitudini che orientano l’ingresso nel Regno di Dio: Beati i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore Queste tre beatitudini non offrono i requisiti d’ingresso al regno dei cieli, ma suggeriscono degli orientamenti per accedervi. La comunione con Dio costituisce il punto di raccordo tra la povertà di spirito e le tre beatitudini di chi ha fame e sete della giustizia, dei misericordiosi e dei puri di cuore. La povertà di spirito è la disposizione interiore che ci fa entrare in rapporto con Dio; la fame e la sete di giustizia e l’impegno per la pace garantiscono di rimanere a contatto con Lui; la purezza di cuore, invece, porta questa relazione al pieno compimento.

La beatitudine della giustizia
«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati». Coloro che hanno fame e sete della giustizia sono tali senza interruzione temporale. In Matteo, a differenza di Luca, siamo di fronte a una lettura spirituale di tali espressioni ma che non escludono la concretezza del discorso: «se la fame fisica è il risultato dell’ingiustizia sociale… fame e sete per la giustizia sono l’inizio del cammino per uscire da tale situazione». Un grande esegeta cattolico ha giustamente notato che l’intero Discorso della montagna è un programma di giustizia nuova (J. Dupont, Le Beatitudini, I, p. 316). Avere fame e sete della giustizia comporta delle scelte comportamentali conformi alle esigenze di Dio. La considerazione di tali aventi fame e sete rimanda a una riflessione semplicemente umana: le condizioni sociali prodotte dall’ingiustizia possono essere superate solo attraverso la personale fame e sete di giustizia da parte di ciascun individuo. Nella beatitudine di Matteo non si fa distinzione tra l’obiettivo della giustizia personale e quello della giustizia sociale. Entrambi sono considerati insieme e nessuno dei due può sussistere senza l’altro. Coloro che fanno della ricerca della giustizia il senso della loro vita troveranno piena realizzazione in un futuro che li proietta nel Regno di Dio: la giustizia appare qui come «pre-condizione» per entrare in esso. L’espressione «saranno saziati» suppone che la «sazietà» necessita della «fame» e della «sete», ma il suo punto di arrivo è al di là della dimensione terrena della vita. Infatti essere veri figli di Dio significa vivere secondo gratuità e misericordia, quindi trovare in Dio solo il compimento di ogni desiderio e aspirazione.

La beatitudine della misericordia
«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). È una beatitudine che pone attenzione alle nostre scelte morali nei confronti degli altri e quindi i rapporti orizzontali con gli uomini. Chi sono gli operatori di misericordia? Per capirlo è necessaria qualche osservazione etimologica e lessicale. Il termine «misericordioso» oltre al nostro testo di Mt 5,7 ricorre in un brano dedicato alla solidarietà redentrice di Cristo con gli uomini, Eb 2,17: il sacerdozio di Gesù è presentato come un atto misericordioso nei confronti degli individui e un gesto fondamentale di fedeltà a Dio, da parte di Gesù per avergli affidato gli uomini con il compito di annientare l’effetto mortifero del peccato in loro. Dio, attraverso una vertiginosa solidarietà esercitata da Gesù verso i peccatori, può rivelarsi come il Dio dell’alleanza e portare soccorso a coloro che sono colpiti da calamità di ogni tipo nel corso della loro vita. Il significato del termine «misericordioso», presenta anche grande pregnanza nella cultura greca, contemporanea ai vangeli: esprime il sentimento che porta a commuoversi dinanzi alle sofferenze degli altri e, in qualche modo, spinge a condividerle. È una forma elevata di compassione. In alcuni ambienti filosofici greci è considerata come uno stato d’animo che esprime debolezza etica e scarsa educazione alla fortezza interiore. Una visione diversa è presente nel Salterio. L’orante del Salmo 5,8 ritiene la «misericordia» un amore di benevolenza che sperimenta da parte di Dio: l’uomo può entrare nel tempio pieno di fiducia e lì sperimentare la bontà di Dio, che è la definizione stessa della sua fisionomia (Es 34,6: «Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà»). Anche nel Salmo 136, considerato nella sua globalità, l’orante può fare appello a questa qualità ineguagliabile di Dio: invitarlo ad agire esclusivamente per la sua bontà. Qual è il filo rosso che attraversa tutto il Salmo 136? L’amore di Dio è eterno perché anima il suo agire in ogni tempo. La Bibbia ci mostra che l’amore di Dio precede l’uomo; è un amore fedele, costante, non occasionale; si rivela nella storia concreta degli uomini. Anche la tradizione rabbinica presenta un’interpretazione del termine «misericordioso» altrettanto eloquente: «per tutto il tempo in cui tu sei misericordioso verso delle creature, il cielo sarà misericordioso verso di te; se tu non sei misericordioso verso le creature, il cielo non lo è verso di te» (Midrash Sifré sul Deuteronomio, 96). Alla luce di queste considerazioni «i misericordiosi» della beatitudine di Mt 5,7 risultano essere quelle persone che sono intimamente sensibili alle miserie e alle difficoltà degli altri, tanto da aprire loro il proprio cuore. I misericordiosi sono, quindi, persone propositive di perdono e di benevolenza. Un significato ancora più concreto di questo atteggiamento lo si può trovare nella parabola dei due debitori (cf Mt 18,23-35): il perdono proposto alla primitiva comunità cristiana deve essere totale e durevole.

La beatitudine della purezza di cuore
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio». La base iniziale del significato del termine «puro» può essere: senza mescolanza, senza macchia. Nella mentalità giudaica al tempo di Gesù la purezza era intesa come assenza di una contaminazione causata da contatti con elementi diversi da sé. Nel Pentateuco e nei libri storici (1-2 Sam sino a 1-2 Re) prevale un’idea essenzialmente rituale: l’essere mondo o immondo di persone, animali o cose è in funzione della loro finalizzazione «cultuale». Nei libri sapienziali la purezza è considerata essenziale per un’autentica relazione con gli uomini e con Dio. Sempre nell’Antico Testamento si caratterizza come rettitudine interiore, capace di dare spessore e dignità ai rapporti sociali. In Mt 5,8 i puri di cuore non sono da intendersi come persone ascetiche che difendono il loro stato di purezza astenendosi nell’avere contatti con gli altri individui o con le realtà terrene. La loro purezza riguarda la chiarezza nel comportamento esteriore, ma soprattutto quella relativa al cuore e ai suoi atteggiamenti interni. Quest’ultimo significato supera di gran lunga il significato che oggi viene dato a tale termine. Nel vangelo di Matteo un uomo è giusto quando ha un cuore chiaro, nitido, trasparente, indiviso e che cerca Dio con tutto il suo cuore, che ama Dio con tutto il suo cuore. Nella Bibbia il cuore dell’individuo è la sede dei sentimenti, dell’intelligenza e della volontà dell’uomo. Pertanto il cuore funge da sintesi dell’identità dell’uomo. Un cuore puro indica una persona integrata, unificata interiormente e quindi capace di amare Dio e i fratelli con gesti di carità effettiva. Il cuore, quindi, secondo Mt 5,8 è quel centro dell’essere umano verso il quale Gesù rivolge la sua attenzione. La parola di Gesù contenuta in vari testi evangelici (Mt 15,8.18.19; Mc 3,5; 6,52; 7,6.21; 8,17; Lc 16,15; Gv 13,2; 14,1.27; 1 Gv 3,19-21) sembra presentare le seguenti costanti riguardo alla rettitudine del cuore: è disponibilità, è libertà a conoscere Dio. È nel cuore dell’uomo che Dio si rivela. Il livello umano o disumano del comportamento delle persone dipende dalla loro interiorità (cf per esempio, Mc 7,1-23), dalle scelte buone o cattive, costruttive o distruttive, decise nel cuore. Dall’interiorità dell’uomo proviene la rettitudine di comportamento verso Dio e il prossimo. La felicità dipende da questa corrispondenza tra l’interno del proprio cuore e l’agire esterno. Una persona dal cuore autentico e trasparente è capace di una relazione più diretta e immediata con Dio. La beatitudine di Matteo sulla purezza di cuore si rivolge al discepolo per ricordagli che un’interiorità integrata è aperta alla relazione con Dio e ha come meta futura il «vedere Dio». Cosa vuol dire questa espressione «vedere Dio»? In alcuni testi della Bibbia la possibilità di «vedere Dio» su questa terra è preclusa all’uomo (Es 33,20; Gv 1,18; 1 Tm 6,16), in altri, invece, si afferma un esito possibilista (Sal 11,7; Gb 19,26; 1 Gv 3,2; Ap 22,4). In Matteo la possibilità della visione beatifica di Dio rimane un’esperienza aperta sulla vita dell’uomo. Di fatto la purezza di cuore orienta la relazione con Dio a raggiungere la sua pienezza. Un esegeta impegnato nella lettura pastorale della Bibbia scrive così: «Il puro di cuore sa dove cercare la volontà di Dio e ne coglie il centro. Chi non è puro di cuore, invece, si perde nelle minuzie e smarrisce il centro… Il puro di cuore è l’uomo che lascia trasparire la sua verità, tutto il contrario dell’uomo doppio, che fuori è in un modo e dentro è in un altro, come un sepolcro imbiancato (23,27-28)… La purità rituale mette in gioco le pratiche, la purezza del cuore l’intera persona» (B. Maggioni, Le molte forme del primato di Dio. Una lettura delle beatitudini, in «Credere Oggi» XI [3/1991], 24). E infine un’ultima significativa interpretazione: «Il cuore puro è un occhio trasparente che vede Dio. E lo vede in tutte le cose, perché lo ha dentro e lo proietta su tutto. La purezza di cuore si ottiene con la retta intenzione: chi in tutto cerca solo Dio, trova lui, che è tutto in tutti (1 Cor 15,28)» (S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Matteo 1,63).

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3. Annunciare la Parola – Tutti i Santi, 1° nov ’19

Pellegrini sulla terra verso la patria comune

Ci si potrebbe domandare: per chi si celebra la festa di oggi? per quelli che siamo soliti chiamare i «santi» del paradiso, facendone memoria nel calendario, contemplandone le immagini, pregandoli perché ci ottengano le «grazie»? o per quelli che, con un linguaggio a noi insolito ma familiare alla prima comunità cristiana, si chiamavano allora correntemente i «santi», a cui Paolo indirizzava le sue lettere, a cui Pietro si rivolgeva come a «nazione santa» (1 Pt 2,9), cioè tutti i membri della Chiesa che continuiamo a chiamare «una, santa, cattolica e apostolica»? In realtà, questo epiteto spetta di pieno diritto solo a Dio, al Padre che tre volte nella preghiera eucaristica, ripetendo l’inno dei serafini, proclamiamo «santo» (Is 6,3); al Figlio: «Tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo»; allo Spirito Santo, disceso su Maria per operare in lei il mistero dell’incarnazione di colui che «sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35). Questa santità unica e perfettissima è comunicata, per pura bontà di Dio, alla Chiesa: «Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cf Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo “un regno e dei sacerdoti per Dio, suo Padre” (Ap 1,6; cf 5,9-10). Infatti, per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo» (Lumen gentium, 10).

«L’assemblea festosa dei nostri fratelli»
È questa che il prefazio c’invita a contemplare nella «città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre», mentre «glorifica in eterno» il nome di Dio. Nell’Apocalisse, con il linguaggio caratteristico di questo libro, si parla d’un numero simbolico, 144.000, di «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua». (Dunque nessuna paura per i negri d’America divenuti cristiani, trattati per secoli in modo disumano anche da tanti fratelli di fede, di diventare bianchi quando andranno in paradiso, come diceva più d’un secolo fa uno di loro, protestando che piuttosto preferiva restare nero e andare all’inferno. E nessuna paura che debbano trasferirsi in cielo quelle discriminazioni sociali che continuano anche fra i cristiani bianchi…). L’Apocalisse ci presenta i santi «in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani», simbolo di vittoria sul peccato, mentre lodano Dio e l’Agnello, Cristo morto per noi. Sono arrivati alla felicità eterna attraverso la grande tribolazione, partecipando alla passione di Cristo. Come apprendiamo da Giovanni nella 2a lettura, Dio s’è manifestato a loro ed essi ora lo vedono «così come egli è». Oggi li ricordiamo festanti, «lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita» (prefazio). Uniti a loro nella comunione dei santi, «è sommamente giusto che amiamo questi amici e coeredi di Gesù Cristo e anche nostri fratelli e insigni benefattori, e che per essi rendiamo le dovute grazie a Dio, che “rivolgiamo loro supplici preghiere e ricorriamo alle loro preghiere e al loro potente aiuto per impetrare grazie da Dio mediante il figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro, il quale solo è il nostro Redentore e Salvatore”». Infatti, continua il Concilio, «ogni nostra autentica attestazione di amore fatta ai santi per sua natura tende e termina a Cristo che è la “corona di tutti i santi”, e per lui a Dio, che è mirabile nei suoi santi e in essi è glorificato» (Lumen gentium, 50). La festa odierna ci richiama alla vera «devozione» ai santi, che deve sempre condurci a Cristo e stimolarci a seguire il loro esempio.

Le beatitudini
Gli esempi che ci danno i santi trovano il loro compendio nelle beatitudini. Abbiamo contemplato «la città del cielo» dove essi lodano nel gaudio pieno ed eterno il Signore. Gesù, all’inizio del discorso della montagna, ci indica la via per arrivarci un giorno anche noi. Ci insegna (questo è più chiaro nella formulazione del Vangelo di Luca) che la condizione di povertà, di umiltà, di sofferenza, è motivo di predilezione da parte di Dio. Ci chiama – e Dio sa se oggi ce n’è bisogno! – a giudicare secondo un metro di valori diametralmente opposti alla mentalità dominante, che proclama felici quelli che dispongono del denaro e del potere, che possono contare sul successo e soddisfare senza ritegno tutti gli istinti che spingono alla ricerca del piacere. Nella presentazione di Matteo, che riflette la catechesi maturata nella comunità, in piena fedeltà all’insegnamento del Maestro, si insiste sulle disposizioni interiori con cui il discepolo è invitato a vivere la sua condizione di povertà, di umiltà, di sofferenza. Si ricorda al cristiano che la vera beatitudine non consiste nel chiudersi in se stesso ma nell’aprirsi agli altri con la partecipazione alle loro sofferenze e con l’aiuto fraterno, nel farsi «operatori di pace». È una beatitudine vera quella che Gesù promette, già in questa vita, pur fra le persecuzioni che attendono chi vuole seguirlo fino in fondo, ma la «ricompensa» piena, che sarà «grande», avrà luogo «nei cieli».

Amore e speranza
È dunque con una parola di speranza che si conclude il messaggio delle beatitudini. Quel-la speranza in Dio a cui c’invita s. Giovanni, speranza che ci purifica e ci fa rassomigliare a Dio, purezza ineffabile e infinita. Quella speranza, ci dice ancora il prefazio, nella quale, «pellegrini sulla terra, affrettiamo… il nostro cammino verso la patria comune». Troppe volte, nel linguaggio di tutti i giorni, la parola «speranza» dà un suono falso, come d’una parola che si ripete senza convinzione quando non si sa dire altro («Coraggio, fatti coraggio», si continua a dire a un malato inguaribile), o come un’illusione a cui si tenta di aggrapparsi in qualche modo: «La speme, ultima dea». Ma s. Giovanni, prima di parlarci di speranza, ci ha invitati a un atto di fede nell’amore che Dio ha per noi: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». È qui la parola definitiva del Vangelo: l’amore, gratuito e preveniente di Dio che ha voluto farci suoi figli. I santi che sono nella felicità del cielo e quelli che camminano accanto a noi sulla terra (ce ne sono, anche ora, ma è difficile riconoscerli!) sono diversi per razza, lingua, condizione sociale, lineamenti fisici e spirituali, per il posto che occupano nella Chiesa e nella società: ma c’è una cosa che tutti li accomuna (anche se si manifesta a sua volta in modo diverso), perché se non ci fosse non sarebbero santi: l’amore. Tutti possono ripetere con s. Giovanni: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore» (1 Gv 4,16). Tutti ci esortano a fare quello che essi hanno fatto: «Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (4,11); «Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (4,19-21). Non pochi tra i santi hanno praticato alla lettera il monito dell’apostolo: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli». Tutti, ciascuno nella propria condizione, hanno fatto ciò che segue subito dopo: «Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (3,16-18). Per l’intercessione dei santi che hanno amato, preghiamo: «O Padre, unica fonte di ogni santità, mirabile in tutti i tuoi Santi, fa’ che raggiungiamo anche noi la pienezza del tuo amore» (preghiera dopo la comunione).


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno C, tempo ordinario – Elledici 2003)

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4. Preghiere dei Fedeli – Tutti i Santi, 1° nov ’19

Affidiamoci ai nostri santi

Celebrante. I nostri santi in cielo pregano con noi e per noi. Nella Preghiera dei fedeli uniamo le nostre voci alle loro, per domandare a Dio che ci aiuti a vivere con coraggio le Beatitudini del Vangelo.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Santifica la tua Chiesa, Signore.

1. Preghiamo per la Chiesa, comunità di peccatori e di santi, tutti ugualmente chiamati a percorrere insieme la via della santità.
Perché i cristiani sappiano vivere nello spirito delle Beatitudini proposte da Gesù, e realizzare un’esistenza santa attraverso la fedeltà agli impegni quotidiani, preghiamo.

2. Per tutti gli uomini di buona volontà, che sparsi nel mondo trovano nel Signore Gesù il maestro e il modello di ogni santità.
Perché coltivino nella loro mente le idee, e trovino nel loro cuore il coraggio, per aiutare quelli che piangono, che hanno fame e sete di giustizia, che sono perseguitati a causa della fede, preghiamo.

3. Per i cristiani che si fanno male con le loro stesse mani. Ci sono schiavi della droga e dell’alcol. Uomini che percorrono le strade della delinquenza. Che per arricchire calpestano la coscienza.
Perché riscoprano l’appello alla giustizia e all’amore che è radicato nel loro Battesimo, e tornino alla vita di grazia di Cristo, preghiamo.

4. Per quelli che sono poveri, afflitti, oppressi, e soffrono persecuzione.
Perché trovino nei cristiani i fratelli che s’impegnano al loro fianco, e si sforzano di realizzare le condizioni di una società più giusta e più umana, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Dobbiamo ricordarci dei santi non solo per chiedere grazie, ma soprattutto per imitarli.
Perché il nostro impegno di vita cristiana nella parrocchia, nelle nostre case, nella scuola e nel lavoro, ci meriti di trovarci un giorno riuniti tutti insieme con il Padre, nella comunione dei santi, preghiamo.

Celebrante. O Dio nostro Padre, nei nostri fratelli più generosi e santi tu ci hai indicato a quali vette possiamo aspirare anche noi. Per l’intercessione di Maria regina di tutti i santi, aiutaci a compiere con generosità il tuo disegno di amore sull’umanità. Per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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5. Anche Noi Vogliamo Capire – Tutti i Santi, 1° nov ’19

Per aiutare i nostri piccoli a vivere meglio la Liturgia della Parola

PRIMA LETTURA (Ap 7,2-4.9-14)
I cristiani sono perseguitati, qualcuno si è già scoraggiato. L’Apocalisse legge tutta la storia in chiave di salvezza e questo brano incoraggia i cristiani che sono ancora sulla terra (i centoquarantaquattromila), assicurando loro che saranno salvati dal Signore e mostrando il premio riservato in cielo a coloro che restano fedeli (la moltitudine immensa).

* Capire le parole
– Sigillo: timbro di cera che si pone sui documenti importanti per chiuderli; in questo caso è il marchio di Dio la sua firma
Tribù dei figli di Israele: la Bibbia dice che il popolo d’Israele era formato da dodici tribù.
L’Agnello: è un modo per parlare di Gesù risorto, che per aver offerto la sua vita, è stato sacrificato come un agnello; ora vive per sempre.

* Di più
Giovanni toglie il velo > Strani questa folla e questo agnello… In questo libro San Giovanni ci parla come i profeti dell’Antico Testamento che si rivolgevano con visioni e segni al popolo ebraico perseguitato. Giovanni scrive verso il 90, quando i romani perseguitavano i cristiani. Le sue immagini sono a volte terrificanti, per indicare la sventura che colpisce. Invece a volte sono scintillanti, grandiose, come in questo testo, per annunciare la vittoria di Cristo sul male alla fine dei tempi. Giovanni ci “svela” questo trionfo. “Svelamento” in greco si dice “apocalisse”… È il nome di questo libro!


SECONDA LETTURA (1 Giovanni 3,1-3)
L’apostolo Giovanni ricorda a tutti i cristiani che hanno ricevuto in dono di essere per davvero figli di Dio. Quindi chiede un impegno «normale»: come figli devono somigliare al Padre in questo mondo e nell’altro.


VANGELO (Matteo 5,1-12a)
Matteo pone il discorso delle beatitudini sul monte (in molte religioni è considerato un luogo più vicino a Dio) per annunciare un modo di valutare la vita e le vicende delle persone e dei popoli completamente diverso da quello comunemente utilizzato dagli uomini. Chi appartiene a Dio le vive, a volte anche senza saperlo.

* Capire le parole
– Beati: tutti vogliono essere felici! Ma dov’è la ricetta della felicità? Occorre vincere alla lotteria? Gesù ci parla di una felicità ben più grande, che dura sempre. Ogni volta che noi amiamo, che perdoniamo, Dio ci offre perle di gioia.
Poveri in spirito: persone che sanno quanto sono piccole davanti a Dio e che non schiacciano gli altri.
Misericordiosi: sono persone che aiutano chi soffre, che perdonano a chi fa loro del male.

* Di più
Garantito fatto a mano > Per gli zoccoli occorre un calzolaio. Per la raccolta rifiuti ci vuole un “operatore” ecologico. Gli operatori sanno “fare” quello che occorre. Quando Gesù dice “operatori di pace”, allude un po’ a questo: parla di chi fabbrica la pace su misura. Perché la pace si coltiva, si attua in ogni istante. Essa può costare caro: infatti alcuni famosi capi di governo sono stati assassinati per averla difesa. Ma possederla è il segno che si è cercatori di Dio, che si è santi. La festa di Tutti i Santi è la festa di tutti gli operatori di pace. Anche la nostra, se lo vogliamo.


PER RIASSUMERE… La santità è anzitutto un dono di Dio e tutti i cristiani lo hanno ricevuto nel battesimo. Non dobbiamo sforzarci per diventare santi, tutti i figli di Dio lo sono già. Però come tutti i doni va accolto, difeso e sviluppato. È questo che dipende da noi.


Le parole da capire sono curate dall’autore del sito liturgico; le parti in corsivo sono un libero adattamento da “Messale delle Domeniche e feste 2019 – LDC”

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1. Letture – XXXI C, 3 nov ’19

PRIMA LETTURA
Hai compassione di tutti,
perché ami tutte le cose che esistono.

Dal libro della Sapienza 11,22 – 12,2

Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra.
Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento.
Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata.
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?
Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.
Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.
Parola di Dio.


SALMO RESPONSORIALE
Dal Salmo 144 (145)

R. Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.


SECONDA LETTURA
Sia glorificato il nome di Cristo in voi, e voi in lui.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,11 – 2,2

Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.
Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.
Parola di Dio.


CANTO AL VANGELO (Gv 3, 16)

Alleluia, alleluia.
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito;
chiunque crede in lui ha la vita eterna.
Alleluia.


VANGELO
Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare
ciò che era perduto.

Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
Parola del Signore.


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

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2. Esegesi – XXXI C, 3 nov ’19

PER QUESTA CASA È VENUTA LA SALVEZZA

Sapienza 11,22–12,2 – Hai compassione di tutti
2 Tessalonicesi 1,11–2,2 – Il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata
Luca 19,1-10 – Do la metà di ciò che possiedo ai poveri

Potenti impauriti
La liturgia di questa domenica ci offre un intreccio di straordinario interesse tra potenza e misericordia: istintivamente pensiamo ai potenti come a persone temibili. Di fatto, però, i cosiddetti potenti sono quasi sempre persone impaurite perché consapevoli della fragilità di quel potere o potenza che sanno di poter perdere in un istante, e che in ogni caso è realtà molto insidiata e assediata. La potenza di Dio, invece, è assolutamente benigna: «Nulla disprezzi di quanto hai creato» ci dice il libro della Sapienza (v. 24). Se per qualcosa Dio non nutrisse buoni sentimenti, non l’avrebbe neppure creato, e risparmia tutte le cose perché sono sue. Ma il bello di questi testi domenicali è che tale amore potente e prepotente non è appannaggio di Dio, ma, come si capisce bene da quello che Paolo scrive, diventa patrimonio di tutti. Egli si appella alla potenza di Dio, perché ci dia una mano a portare a compimento ogni progetto di bene. E questa, insiste l’Apostolo, è la vera «fine del mondo» (2Ts 2,1) per la quale conviene occuparsi e impegnarsi. Tutte le altre sono cose marginali dalle quali non bisogna lasciarsi «confondere e turbare».

Dio cerca chi è lontano
L’Evangelo ci fa vedere che è veramente strano per noi l’amore di Dio. Ciò che per noi dovrebbe essere motivo di rifiuto e di castigo, può essere accolto da Dio con un amore più profondo. Quello che è lontano, è maggiormente cercato da Dio. Il Signore passa per le strade della storia, della nostra e di quella del mondo. Quando in noi nasce il desiderio di incontrarlo, è già salvezza. A Zaccheo basta vederlo, Cristo Gesù vuole stare con lui, perché è nello stare che ogni relazione prende forma, ogni sguardo diventa intesa, ogni parola perla d’amore e di misericordia. Stare perché le ferite siano guarite, le durezze trasformate in tenerezza, l’avarizia in generosità. Tutti siamo rappresentati nella figura di Zaccheo o di coloro che mormoravano del Maestro. Accanto a noi quanta gente abbandonata, quante persone lasciate sole. Ebbene a queste persone Gesù dice: «Oggi devo fermarmi a casa tua» (v. 5). Dio sta con le persone sole e abbandonate.

Dio sta dalla parte di chi perde
Dio non è proprietà di nessuno, se non diviene proprietà di tutti. Se qualcuno pretende di avere Dio per sé, lo perde. Dio passa dalla parte di colui che perde, perché non vuole che nessuno si senta abbandonato. L’accoglienza degli esclusi non è tanto una consolazione, ma un impegno a vivere più profondamente la vita. Gesù è entrato nella casa di Zaccheo, perché anche lui conoscesse l’amore e si sentisse l’amato. Abbandonare qualcuno significa metterlo nella disperazione e quindi decretare la sua morte. Ogni volta che abbandoniamo qualcuno, rischiamo di diventare assassini dei nostri fratelli. Gesù non solo entra nella casa di Zaccheo, ma vuole cenare con lui, e per la Bibbia cenare con qualcuno significa entrare in intimità con lui, far parte della sua vita. Da quel momento la vita di Zaccheo diventa la vita di Gesù, qualunque cosa detta contro di lui, è detta contro Gesù.

Dio entra in casa
Nessun uomo «perbene» avrebbe mai portato i suoi discepoli in casa di Zaccheo, oppure li avrebbe messi in guardia dando un giudizio netto sul suo operato. Gesù non ha fatto così, ma è andato in casa di un peccatore per portare sulle sue spalle il peso del suo peccato e offrire gratuitamente la sua amicizia all’uomo che era andato su un albero per cercarlo, o almeno per vederlo. Peccato è mettersi in contrasto con questo disegno di Dio: è rifiutare la vita di qualcuno, per mettere in risalto le proprie doti e le proprie virtù. Zaccheo comprende che quella relazione non può fondarsi sull’ambiguità, solo dopo che il Signore lo ha chiamato per nome, e si è fermato a casa sua, fa la professione del suo pentimento, che si trasforma in un’azione che è per lui l’inizio di una vita nuova. Di fronte al peccato, anche noi come Zaccheo, ci sentiamo in dovere di gridare e di denunciare, Gesù non condanna ma entra nella fortezza dell’uomo e chiede di cenare insieme. Quando avremo cenato con Dio non ci sarà difficile dare metà dei beni ai poveri (v. 8). Se resiste l’ostentazione della nostra ricchezza materiale o spirituale significa che non abbiamo ancora ospitato Dio in casa nostra.


PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Ci piace di più stare tra la gente, o avere un nostro posto in alto?
– Come ci comportiamo con chi sentiamo nell’errore?


IN FAMIGLIA
Accogliamo il Signore nella nostra casa: ogni membro della famiglia prepara una breve preghiera.
Possiamo esprimere la nostra gratitudine per il bene che ci è stato dato, il nostro desiderio di essere nuovi e migliori, la nostra richiesta per una realtà particolare.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – XXXI C, 3 nov ’19

• Sap 11,22–12,2 – Hai compassione di tutti, poiché tu ami tutte le cose esistenti.
• Dal Salmo 144 – Rit.: La gloria di Dio è l’uomo vivente.
• 2 Ts 1,11–2,2 – Sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui.
• Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Lo Spirito del Signore è su di me, mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri. Oppure: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito; chi crede in Lui ha la vita eterna. Alleluia.
• Lc 19,1-10 – Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto.


PER COMPRENDERE LA PAROLA

Si può leggere l’episodio di Zaccheo attraverso il discorso della Sapienza.

PRIMA LETTURA
– A partire dal cap. 10 l’autore presenta una lettura consolante della storia: Dio salva coloro che sono suoi e castiga i colpevoli moderatamente. È il caso della liberazione dall’Egitto e delle piaghe mandate agli Egiziani.
– In questo brano è indicata la ragione. La compassione e l’indulgenza di Dio si fondano sul suo attaccamento alla creatura. “Signore, amante della vita”: questa formula ottimista si collega a quella della Genesi: “Dio vide che era cosa buona” (Gn 1). “Tu castighi poco alla volta i colpevoli” annuncia “il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare”.

SALMO
Inno al Signore, invito a lodarlo per la sua bontà.

SECONDA LETTURA
Tessalonica (Salonicco), comunità fervente, ma con le idee poco chiare, e turbata da seminatori di disordine: il Signore tornerà, non c’è più bisogno di lavorare, di partecipare alla vita quotidiana. Paolo nega di aver mai annunciato cose simili. Ci sono dei mistificatori o degli esaltati: “Non lasciatevi così facilmente confondere”.

VANGELO
La conversione di Zaccheo. Racconto proprio di Luca.
Questo racconto, conformemente alle preoccupazioni di Luca, si inserisce fra due serie di insegnamenti: sui ricchi e sulle persone disprezzate, specialmente i pubblicani.
I ricchi. Vedi 18,18-23; 18,24-27; 18,28-30
Si mettano a confronto i due ricchi: il giovane ricco osservante della legge e il ricco pubblicano. Uno è onesto e di buona volontà, ma non entra nel Regno a causa del denaro. L’altro, meno onesto ma scontento nella sua coscienza, vede Gesù venire in casa sua e, colpito da questo segno di bontà, cambia atteggiamento proprio nei riguardi del denaro.
I meno degni
Farisei e pubblicani (18,9-14); i fanciulli (18,15-17); il cieco importuno (18,35-43), e adesso Zaccheo, il pubblicano arricchitosi in modi sospetti.
Egli riesce a entrare nel Regno:
– a causa dell’iniziativa gratuita di Gesù: che non chiede nulla, non critica nulla, viene semplicemente;
– a causa del suo profondo senso di indegnità che lo prepara ad essere giustificato (come il pubblicano della parabola).
“Oggi (frequente in Luca) la salvezza è entrata in questa casa” nella persona di Cristo, l’unico che può ridare la salvezza. Ciò è evidente nella conversione di Zaccheo: questi decide da solo ciò che farà, non sta a lesinare, ma fa ben di più di ciò che esige la giustizia: misura larga, scossa, traboccante!


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

“Cercare e salvare ciò che era perduto”
Non è certo questa la nostra linea di condotta.
Credenti o increduli, si rimane sulle proprie posizioni classificando gli altri senza volerli trasformare né lasciarsi influenzare.
Ci si accetta come si è: temperamento, ereditarietà, circostanze servono da scusanti.
Si catalogano gli altri, si applicano etichette e la classificazione rimane definitiva.
Il modo di pensare non è cambiato dai tempi di Zaccheo.
Questa invece è la vocazione del Figlio dell’uomo.
Una vocazione ricordata spesso in Luca: viene dichiarata esplicitamente in tutto il cap. 15, attraverso le varie parabole della misericordia (15,6.9.24.32); viene illustrata dalla parabola del buon Samaritano (10,25-37); Gesù la realizza ogni volta che incontra un peccatore, fino al buon ladrone sulla croce (23,39-43). Coloro che ricevono la salvezza in Gesù Cristo devono continuare l’opera del loro Salvatore.
Per il Signore, il peccatore che viene giudicato severamente dagli altri ha diritto alla precedenza: “Non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento” (1ª lettura).
Forse non riflettiamo abbastanza sul modo di influire gli uni sugli altri.
La grazia del Signore è un amore universale, paziente e gratuito: “Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia” (salmo); “Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi… Tu castighi poco alla volta i colpevoli” (1ª lettura).
Il Signore ha l’iniziativa, pur lasciando all’uomo di camminare secondo la sua libertà.
Gesù si ferma davanti a Zaccheo il quale “cercava di vedere quale fosse Gesù”. Nella casa di Zaccheo, il Signore, con la sua sola presenza, provoca il cambiamento del cuore, lasciando che Zaccheo “si rialzi” (Salmo) per poter alla fine riconoscerne la conversione: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”.

Zaccheo, modello di conversione
La conversione (e tutti dobbiamo farla) non è possibile senza rendersi liberi e senza accettare di mettersi in cammino. Zaccheo s’è convertito perché il Signore l’ha incontrato, ma egli s’è messo sul suo cammino e l’ha accolto.
“Cercava di vederlo”: per soddisfare tale desiderio non esita, lui capo dei pubblicani, a “salire su un sicomoro”.
Immediatamente e con gioia risponde al desiderio del Signore che vuol essere ricevuto in casa sua, pur sapendo di andare incontro al giudizio della gente.
Una volta in casa, Zaccheo accetta l’incontro a tu per tu col Signore, quella prova di verità che fa spesso paura. Luca ce ne presenta alcuni esempi: la peccatrice perdonata (8,44-50); il ritorno del figlio prodigo (15,17-21); la preghiera del pubblicano (18,14).
Zaccheo riconosce le proprie colpe: “Se ho frodato qualcuno…”. Decide di restituire alle sue vittime in una forma larghissima: quattro volte tanto. E si dichiara pronto a condividere coi poveri la metà dei suoi beni.
Prototipo di ogni conversione. Il Figlio dell’uomo viene sempre “a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

Gesù nella casa degli uomini
Entrando da Zaccheo, Gesù viene a trovarsi nella casa di un notabile. Il Vangelo sottolinea che è la casa d’un peccatore, ma in essa “è entrata la salvezza”, una salvezza che dovette coinvolgere tutti coloro che ci vivevano.
Gesù accetta volentieri di essere accolto nelle case. Luca ce lo mostra spesso così vicino agli uomini proprio perché va in casa loro. Niente è di ostacolo per lui: né la povertà materiale, né quell’altra povertà che è la ricchezza; né il fatto che sia la casa di un notabile, o di un emarginato.
In casa manifesta ancor più la sua amicizia: in casa di Pietro dopo la guarigione della suocera (4,38-39); in una famiglia amica, da Marta e Maria (10,38-42). Spesse volte si trova a tavola in casa di farisei, e ciò che in tali circostanze dice loro sembra avere un’importanza speciale (7,36-50; 11,27-52; 14,1-24).
I discepoli vengono mandati nelle case degli uomini (9,4; 10,7). È il luogo dove si incontrano gli uomini, dove si condividono il cibo, la vita e i pensieri.
Per il cristiano, la casa rimane il luogo dell’incontro, della condivisione, della comunione. È il movimento molto realista, molto familiare del Verbo che era presso Dio e che è venuto “ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1).


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno C, tempo ordinario – Elledici 2003)

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4. Parola da Vivere – XXXI C, 3 nov ’19

PER QUESTA CASA È VENUTA LA SALVEZZA

La sincerità della ricerca di Zaccheo attira lo sguardo di Gesù che tocca e trasforma tutta la sua vita. Per accogliere il Signore occorre però saper scendere con prontezza dalle alture della sapienza umana, dalle proprie sicurezze e dai propri progetti. Zaccheo riceve così il dono gratuito della salvezza, preparata per lui da sempre e che riempie di una gioia tutta nuova il vuoto del suo cuore. Proviamo anche noi a scendere dalle nostre sicurezze.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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5. Preghiere dei Fedeli – XXXI C, 3 nov ’19

Gesù si ferma in casa di Zaccheo

Celebrante. Sull’esempio di Zaccheo, anche noi abbiamo bisogno di vedere da vicino il Signore Gesù, e di accoglierlo in casa nostra. Nella Preghiera dei fedeli gli chiediamo il dono della conversione interiore.

Lettore. Preghiamo insieme: Dio, nostro Padre, convertici al tuo amore.

1. Preghiamo per la santa Chiesa di Dio. Essa ha il compito di rendere il Salvatore Gesù ben visibile e avvicinabile da tutti gli uomini.
Perché le tante istituzioni ecclesiali operanti nel mondo siano percepite come lieti annunci dell’amore di Dio per noi, capaci di suscitare rinnovamento, desiderio di collaborazione e comunione fraterna, preghiamo.

2. Per i cristiani sparsi nel mondo. Essi sono chiamati dal Signore:
– a uscire dagli orizzonti limitati delle loro idee, per vivere nella fede,
– a oltrepassare le aspirazioni del loro cuore, per realizzare la speranza,
– a superare i desideri dell’egoismo, per costruire nella carità.
Perché tutti noi credenti troviamo la forza di vivere così, preghiamo.

3. Per la giustizia e la pace tra le nazioni. Ancora troppi paesi che si dicono cristiani vivono tranquilli nell’opulenza, e si disinteressano dei tanti popoli ancora privi di condizioni dignitose di vita.
Perché gli egoismi, le chiusure e gli interessi di parte cedano il posto alla vera fraternità tra i popoli, preghiamo.

4. Per gli uomini indaffarati e distratti. Molti non avvertono il bisogno di condurre un’esistenza positiva. Ma il Signore è venuto in terra per salvare ciò che era perduto.
Perché sull’esempio di Zaccheo tutti sappiano uscire dal disimpegno morale della coscienza, e trovare l’orientamento concreto in Cristo, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Alla domenica dovremmo venire qui in chiesa con la stessa intensa curiosità di conoscere il Signore, che spinse Zaccheo ad arrampicarsi tra i rami del sicomoro.
Perché la Parola di Dio sia accolta da noi con fede, ci guidi a riconoscere i valori dello spirito, e a incarnarli nella nostra vita di ogni giorno, preghiamo.

Celebrante. O Padre, tu ci chiami alla fede e a una missione nel mondo. Donaci la forza della tua grazia, che ci sostenga nei momenti difficili, e ci renda capaci di amarti nei nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)