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2. introduzioni – 27ª DOMENICA T.O.

02 OTTOBRE
27ª DOMENICA T.O.
LA FEDE DEL SERVO DI DIO

Nelle scorse domeniche abbiamo affrontato i temi della povertà evangelica e della concentrazione, libera da distrazioni, sul cammino verso la salvezza. La liturgia di oggi mette in evidenza un altro aspetto fondamentale della vita del cristiano: la fede.
Essa è capacità di restare saldi nell’attesa, di riconoscere la nostra forza nella misericordia di Dio e di considerarsi, in definitiva, servi inutili.  Solo abbandonandosi alla grandezza del Padre, sull’esempio di Cristo, possiamo vivere il Vangelo e sperare nella giustizia del Regno dei Cieli.

PRIMA LETTURA
Il giusto vivrà per la sua fede.

Il profeta Abacuc è esasperato dalla violenza che si dispiega di fronte ai suoi occhi e dal silenzio di Dio, che sembra non intervenire. La risposta del Signore è un invito a rimanere fedele nell’attesa: la sua Parola si realizzerà e farà giustizia.

SALMO RESPONSORIALE                      Dal Salmo 94 (95)
Il salmista ci invita a spogliarci delle nostre infedeltà del passato e a riconoscere che Dio è nostra origine e nostra salvezza.

SECONDA LETTURA
Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro.

Paolo mette in guardia Timoteo, esortandolo a custodire il tesoro che ha ricevuto in dono. Tale tesoro consiste negli insegnamenti di Cristo e il modo per custodirlo è restare saldi nella fede e forti nella speranza, anche di fronte alle persecuzioni.

VANGELO
Se aveste fede!

Di fronte alla richiesta dei discepoli, che chiedono di essere rafforzati nella fede, Gesù risponde spostando il centro dell’attenzione: la questione non è «quanta fede si ha», ma «perché si ha fede». La fede autentica non mira a ottenerne una ricompensa e non considera l’obbedienza un merito. Chi la possiede non fa che adempiere ai suoi doveri in vista del Regno dei cieli.

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3. Commento alle Letture – 27ª DOMENICA T.O.

02 OTTOBRE
26ª DOMENICA T.O.
LA FEDE DEL SERVO DI DIO

Professare la fede cristiana significa credere ed affermare un certo numero di proposizioni relative al Padre, al Figlio, allo Spirito, alla Chiesa, ai sacramenti, alla vita eterna e alla risurrezione della carne. Tutte cose essenziali, perché se non si concorda almeno con il Credo tanto vale dirsi di un’altra religione. Tutto ciò, però, ancora non basta. Per professare la fede cristiana bisogna innanzi tutto essere cristiani; e per essere cristiani bisogna accogliere il Vangelo e plasmare la propria esistenza su di esso.
Tutti sappiamo, però, che il Vangelo vissuto è un impegno esigente. Qui abbiamo la misura del problema. È evidente la sproporzione fra ideale e debolezza; fra la meta cui ambiamo e le risorse di cui disponiamo. In questa sproporzione si può collocare la constatazione della necessità della fede e, dunque, la richiesta dei discepoli: «Accresci in noi la fede!» (Lc 17,6).
La risposta di Gesù muove sul filo del paradosso. I discepoli chiedono un incremento della fede; Gesù risponde che non è questione di quantità bensì di qualità. Ciò che è richiesto è una fede autentica.

La fede: la sua crescita, le sue crisi
La fede è l’atteggiamento di fiducia con il quale il discepolo si relaziona con Gesù. Nasce dal riconoscimento dell’impotenza umana e della potenza di Dio e per questo si configura come l’ambito di accoglienza dell’azione di Dio.
La fede, come tutte le dimensioni dell’esistenza umana, è sempre precaria. Non è mai un patrimonio acquisito e stabile. Anch’essa è soggetta a sviluppo o involuzione. Non è contrario alla fede il ricercare, l’interrogare. A essa è contrario solo il lasciarsi travolgere dal dubbio senza prendersene cura, senza dotarsi degli strumenti critici per affrontarlo.
La fede passa sovente per il crogiuolo della prova, dell’inquieto interrogare Dio. Il profeta Abacuc dà parole a questo travaglio. Innalza il suo grido di angoscia nella preghiera (cf Ab 1,2). Sono parole che l’umanità dice di frequente, gridando verso Dio, e spesso contro Dio. È il grido tormentato che nasce dallo scandalo del male che affligge la vita umana e pervade la storia. Spesso al cospetto di tanto male sembra che Dio rimanga indifferente, impassibile, muto. È il trionfo della violenza, del dolore, della sofferenza; del male di vivere, quando il passare dei giorni è più condanna che gioia. Per il credente è una prova difficilissima che si condensa tutta in un’interrogazione: «Perché, Dio?».
La profezia di Abacuc continua. E lì Dio risponde. Ma a ben ponderarla è una risposta che non è semplicemente risolutiva: interpella ancora la fede dell’uomo (cf Ab 2,2-4).
Dio s’impegna con il profeta, stende un documento scritto (cf Ab 2,2-3). L’impegno di Dio afferma che l’accrescersi e l’imperversare del male non è definitivo. A esso Dio stesso porrà un termine, una sconfitta totale e definitiva.
Nel tempo di mezzo che si dà fra la promessa e la sua realizzazione, però, di nuovo è chiamata in causa la fede dell’uomo (cf Ab 2,3-4). La fede davanti alla prova si configura anche come capacità di resistenza, come perseveranza.

Prendersi cura della propria fede
Nel tempo di mezzo c’è una responsabilità sulla propria fede. È quella cui richiama san Paolo nella sua esortazione a Timoteo (cf 2 Tm 1,14). È una fede da coltivare con la preghiera, con la meditazione della Parola, con la riflessione e con la custodia della Tradizione.
A partire dalla fede così intesa, centrale nella propria esistenza perché capace di illuminare ogni altro aspetto, non sminuendolo o violentandolo bensì inserendolo in un contesto operativo e di significato più ampio, la vita intera si trasforma e diventa servizio, testimonianza, collaborazione all’opera di redenzione di Dio (cf 2 Tm 1,8)
Ecco dunque la seconda parte del Vangelo. I servi concludono dicendo «Siamo servi inutili» (Lc 17,10). L’inutilità non consiste nel fatto che il nostro agire sia indifferente al Regno o a Dio, bensì nella constatazione liberante che, in ordine al Regno, posto il nostro servizio i risultati non dipendono da noi. Servi inutili perché, quando la fede anima le nostre azioni, esse sgorgano da un cuore mosso dalla disponibilità, dalla capacità di oblazione, dall’amore e dalla gratuità.

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4. Letture – 27ª DOMENICA T.O.

02  OTTOBRE
27ª DOMENICA T.O.
UNA VITA DA UOMO DI DIO

PRIMA LETTURA
Il giusto vivrà per la sua fede.

Il profeta Abacuc è esasperato dalla violenza che si dispiega di fronte ai suoi occhi e dal silenzio di Dio, che sembra non intervenire. La risposta del Signore è un invito a rimanere fedele nell’attesa: la sua Parola si realizzerà e farà giustizia.

Dal libro del profeta Abacuc                                  Ab 1,2-3; 2,2-4

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti,
a te alzerò il grido: «Violenza!»
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».
Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE                      Dal Salmo 94 (95)
Il salmista ci invita a spogliarci delle nostre infedeltà del passato e a riconoscere che Dio è nostra origine e nostra salvezza.

Rit. Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

SECONDA LETTURA

Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro.
Paolo mette in guardia Timoteo, esortandolo a custodire il tesoro che ha ricevuto in dono. Tale tesoro consiste negli insegnamenti di Cristo e il modo per custodirlo è restare saldi nella fede e forti nella speranza, anche di fronte alle persecuzioni.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo                                 2 Tm 1,6-8.13-14

Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.
Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO                                          1 Pt 1,25

Alleluia, alleluia.
La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.
Alleluia.

 VANGELO
Se aveste fede!

Di fronte alla richiesta dei discepoli, che chiedono di essere rafforzati nella fede, Gesù risponde spostando il centro dell’attenzione: la questione non è «quanta fede si ha», ma «perché si ha fede». La fede autentica non mira a ottenerne una ricompensa e non considera l’obbedienza un merito. Chi la possiede non fa che adempiere ai suoi doveri in vista del Regno dei cieli.

Dal vangelo secondo Luca                                            Lc 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Parola del Signore.

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5. Preghiere di perdono e dei Fedeli – 27ª DOMENICA T.O.

02 OTTOBRE
27ª DOMENICA T.O.
LA FEDE DEL SERVO INUTILE

RICHIESTE DI PERDONO

  • Signore, consideriamo un dato acquisito la nostra fede e smettiamo di cercarti. Kyrie eleison.
  • Cristo, le ingiustizie ci opprimono e siamo tentati di attribuirne a te la colpa. Christe eleison.
  • Signore, desideriamo un cammino di fede facile, appagante e pieno di gratificazioni, dimenticandoci della centralità della tua croce. Kyrie eleison.

PREGHIERE DEI FEDELI

Celebrante. Dio ci ha chiesto di rimanere saldi nell’ora della prova, non cedendo alla disperazione ed esercitando la virtù della pazienza. Preghiamo insieme e diciamo:

Signore, donaci una fede salda.

  • Perché la nostra fede non si manifesti solo nei momenti favorevoli, ma anche quando siamo chiamati a essere minoranza. Preghiamo.
  • Perché il nostro servizio nella comunità non venga sbandierato come un merito. Preghiamo.
  • Perché ci ricordiamo che nulla è definitivo tranne il tuo amore e che, di conseguenza, ci attendono sempre nuove prove. Preghiamo.
  • Perché dove la speranza ci abbandona, ci sia di sostegno l’umiltà. Preghiamo.

Celebrante. O Padre, il cammino lungo cui ci conduci è pieno di distrazioni e di occasioni per perdere la fede. Fa’ che, col tuo aiuto, rimaniamo nella certezza che il male non avrà l’ultima parola. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

 

 


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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6. Vignetta di RobiHood – 27ª DOMENICA T.O.

2 OTTOBRE
27ª DOMENICA T.O.

LA
FEDE DEL SERVO INUTILE

 

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Pubblicazioni di Roberto Benotti (RobyHood) presso Elledici:

Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

I Love Francesco

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2. introduzioni – 26ª DOMENICA T.O.

2 5         S E T T E M B R E
26ª DOMENICA T.O.
UNA VITA DA UOMO DI DIO

La liturgia di oggi si pone in continuità con quella che l’ha preceduta. Il profeta Amos, l’apostolo Paolo e l’evangelista Luca affrontano il tema dell’idolatria della ricchezza e ne conducono una critica spietata.
Se la scorsa domenica il pericolo era di perdere, a causa dell’amore per il denaro, la capacità di essere giusti di fronte a Dio, oggi la minaccia sarà altrettanto grave. Verremo messi in guardia contro il rischio di trascorrere l’intera vita in maniera superficiale, non cogliendone la bellezza autentica e, di conseguenza, sprecandola.

PRIMA LETTURA
Ora cesserà l’orgia dei dissoluti.
Con l’esercito assiro-babilonese alle porte, il profeta Amos dà un significato all’imminente invasione. Egli accusa coloro che gozzovigliano spensierati nei loro palazzi, dimenticandosi del Signore e del suo popolo. Per costoro la vera condanna sarà quella di essere completamente abbandonati da Dio.

SALMO RESPONSORIALE          Dal Salmo 145 (146)
I numerosi motivi per lodare Dio si accompagnano alla certezza che egli regna sulla terra lungo i secoli.

SECONDA LETTURA
Conserva il comandamento fino alla manifestazione del Signore.
Paolo descrive a Timoteo il tipo d’uomo da contrapporre all’immagine dissoluta del ricco che conosceremo nel Vangelo di oggi. Quest’uomo è innanzitutto «uomo di Dio»; la sua perseveranza nel servire l’altissimo gli permette poi di far rifulgere in sé delle qualità morali.

VANGELO
Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
I due personaggi di cui ci narra il vangelo di oggi invertono le loro parti una volta morti: il ricco, che aveva vissuto superficialmente, è lasciato solo in un abisso di sofferenza, il povero, che ha sperimentato la profondità dell’esistenza, è amato e consolato. Il racconto si chiude con un’esortazione a confidare nella Parola e non in spettacolari avvenimenti miracolosi.

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3. Commento alle Letture – 26ª DOMENICA T.O.

2 5         S E T T E M B R E
26ª DOMENICA T.O.
UNA VITA DA UOMO DI DIO

Luca non «descrive» il paradiso o l’inferno. Attinge materiale dalla cultura del suo tempo e la rielabora secondo il suo messaggio.
Nelle tre scene della parabola sono contenuti tre messaggi: la condanna dell’insipienza della vita; le conseguenze; il monito alla conversione.

Lazzaro e il ricco epulone
Protagonisti della parabola sono un ricco e il povero Lazzaro. Il primo non ha nome. In compenso è descritto con precisione (cf Lc
16,19). Di lui non si sa altro che questo, perché di lui non c’è altro da sapere. Un’esistenza ridotta al suo possedere e godere. Un uomo senza spessore perché appiattito su ciò che veste e mangia. Esistenza vacua di una personalità fatua. Il ricco non ha neppure spessore negativo. Non è un empio, nel senso di uno che agisca contro Dio, con perversa ma almeno deliberata intenzionalità malvagia. Non ci sono neppure motivi per dire, con certezza, che è illecitamente ricco.
Il vangelo di Luca insiste con grande frequenza sul tema della povertà, sul pericolo delle ricchezze, sul rapporto sapiente che si deve avere con i beni materiali. Secondo Luca possedere dei beni non è in sé un male. Il male può essere nel rapporto che con essi s’instaura. Certo che, se si parla di povertà, non è opportuno ridurla a un atteggiamento poetico di distacco dai beni: è necessario vivere concretamente e volutamente tale distacco. Si badi, però, che la povertà evangelica non è la mendicità, che è sempre male. Tanto che l’invito all’elemosina, se non ridotto a un puro appello moralistico, mostra che la permanente insufficienza dei beni di sostentamento è qualcosa cui porre rimedio. D’altro canto non è sufficiente essere indigenti per essere distaccati dai beni. La povertà evangelica va scelta, ricercata, esercitata come forma di libertà spirituale.
Il peccato del ricco sta nella sua cecità, per la quale, a causa della sua ricchezza che lo ottunde, non vede neppure il povero Lazzaro. L’incapacità di comprendere, la sua insensibilità viene dal fatto che il ricco, immerso nella sua crapula, semplicemente “rimuove” il povero.
L’effetto è però assai grave. Così invischiato nella sua condizione esaurisce la sua vita nel presente, in una logica esistenziale chiusa nell’egoismo e incapace di aprirsi all’amore. È la solitudine più radicale, che inizia nel presente ed è sancita dopo la morte. Significativo il fatto che, con il linguaggio biblico, Lazzaro dopo la morte viene immesso in un rapporto di comunione; il ricco, semplicemente e tristemente, «morì e fu sepolto» (Lc 16,22). Questo è il tema della parabola: l’importanza delle scelte, la centralità dell’amore, la necessità di un’esistenza prospettica che non si stordisca nel presente egoisticamente vissuto.

La proposta di una vita «vigorosa»
La vita consumata nel presente è oggetto di critica anche nelle parole del profeta Amos. La spensieratezza ignara della serietà della vita è descritta con poche e potenti immagini (cf Am 6,4-6). Non è condannata la gioia, ma la sua esagerazione lisergica. È stigmatizzata la vita oziosa che si rammollisce in uno sperpero di risorse, in un lusso sfrenato, in un gozzovigliare scomposto.
Ben altro vigore di vita raccomanda Paolo a Timoteo. «Tu, uomo di Dio, evita queste cose» (1 Tm 6,11). La forza della proposta di Paolo sta tutta nell’espressione «uomo di Dio». Timoteo è uomo di Dio per la sua missione pastorale, per la sua appartenenza al Signore e per la pratica delle virtù che seguono nel discorso: giustizia, pietà, fede, carità, pazienza, mitezza (cf 1 Tm 6,11).
Così si spende la vita per qualcosa che non la appiattisca nel presente e che sappia reggere la prova di verità della morte. Ma, e qui il vigore della proposta, per fare ciò è necessario avere il coraggio e la resistenza delle scelte, e la statura umana richiesta dal Vangelo (cf Tm 6,12). Il modello è, ovviamente, Gesù «che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6,13).
Come richiama l’ultima parte del vangelo, gli strumenti per la scelta di una simile statura ci sono già tutti. Non è il caso di cercare eventi straordinari, rivelazioni personali, visioni, e, peggio, santoni più o meno profumati d’incenso. Abbiamo già la Scrittura, l’appello della vita, l’intelligenza corretta della realtà, il giudizio riflessivo su di essa.

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4. Letture – 26ª DOMENICA T.O.

2 5         S E T T E M B R E
26ª DOMENICA T.O.
UNA VITA DA UOMO DI DIO

PRIMA LETTURA
Ora cesserà l’orgia dei dissoluti.
Con l’esercito assiro-babilonese alle porte, il profeta Amos dà un significato all’imminente invasione. Egli accusa coloro che gozzovigliano spensierati nei loro palazzi, dimenticandosi del Signore e del suo popolo. Per costoro la vera condanna sarà quella di essere completamente abbandonati da Dio.

Dal libro del profeta Amos                     Am 6,1a.4-7
Guai agli spensierati di Sion
e a quelli che si considerano sicuri
sulla montagna di Samaria!
Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani
mangiano gli agnelli del gregge
e i vitelli cresciuti nella stalla.
Canterellano al suono dell’arpa,
come Davide improvvisano su strumenti musicali;
bevono il vino in larghe coppe
e si ungono con gli unguenti più raffinati,
ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati
e cesserà l’orgia dei dissoluti.
Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE          Dal Salmo 145 (146)
I numerosi motivi per lodare Dio si accompagnano alla certezza che egli regna sulla terra lungo i secoli.
Rit. Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

SECONDA LETTURA
Conserva il comandamento fino alla manifestazione del Signore.
Paolo descrive a Timoteo il tipo d’uomo da contrapporre all’immagine dissoluta del ricco che conosceremo nel Vangelo di oggi. Quest’uomo è innanzitutto «uomo di Dio»; la sua perseveranza nel servire l’altissimo gli permette poi di far rifulgere in sé delle qualità morali.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo                     1 Tm 6,11-16
Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen.
Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO                     2 Cor 8,9
Alleluia, alleluia.
Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.
Alleluia.

VANGELO
Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
I due personaggi di cui ci narra il vangelo di oggi invertono le loro parti una volta morti: il ricco, che aveva vissuto superficialmente, è lasciato solo in un abisso di sofferenza, il povero, che ha sperimentato la profondità dell’esistenza, è amato e consolato. Il racconto si chiude con un’esortazione a confidare nella Parola e non in spettacolari avvenimenti miracolosi.

Dal vangelo secondo Luca                     Lc 16,19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Parola del Signore.