Pubblicato il

7. Aforismi – 12 gennaio 2020

Raccolta di aforismi o testi utili per la riflessione o l’approfondimento

GIORDANO, FIUME COLMO DI STORIA SACRA

Molto della storia biblica è legato al Giordano, fiume sacro per Israele.

– Nel capitolo 3 del Libro di Giosuè è cantato come un nuovo esodo il passaggio del Giordano a conclusione della lunga marcia nel deserto, dopo la liberazione dall’Egitto.

– E liberazione emblematica è quella di Naaman il siro, per la parola di Eliseo e il semplice bagnarsi sette volte nel Giordano: Naaman viene liberato dalla lebbra (2 Re 5,1-14).

– E là dove il lago finisce e il Giordano comincia, è tradizione recente ricordare il Battesimo di Gesù e il Battesimo dei cristiani. È un angolo di frescura tra eucalipti secolari, dove il fiume color smeraldo inizia la sua lunga corsa (300 chilometri in una valle lunga 100), fino al Mar Morto. (Stando però a Gv 1,27, il Battesimo di Gesù «avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando»).

Giovanni Battista predica alle folle tuonando con parole forti come quelle di Elia; intanto amministra un Battesimo di penitenza per avere il perdono dei peccati, e annuncia uno più forte di lui, che battezzerà «in Spirito Santo e fuoco». E sorpresa: anche Gesù, con la folla, si mette in fila per essere battezzato… Il cielo si apre, e sopra di Lui – uomo tra gli uomini peccatori – scende lo Spirito. E una voce proclama: «Tu sei il mio Figlio prediletto». Il Padre dunque ha voluto un Messia così: suo Figlio amato, uomo tra peccatori, ma dotato di forza divina, di un fuoco che userà non per bruciare i peccatori ma per la loro salvezza. Ora il Battesimo dei cristiani è conversione per accogliere il progetto di Dio. Oggi là in Giordania si visita col più vivo interesse questo sito, molto ben documentato da tre chiese e 18 monasteri bizantini. E proprio qui i pellegrini rinnovano la loro Professione di fede battesimale.

– Poi, la roccia alle sorgenti del Giordano. Il fiume nasce ai piedi del monte Ermon, da tre sorgenti: una di queste è Banias. Gesù un giorno ritornava da un giro in terra fenicia (Libano), e fece sosta in questa frescura; una roccia imponente gli si stagliava davanti. E gli venne spontaneo dire a Pietro: «Tu sei Pietro, e su di te, come su una roccia, io costruirò la mia Chiesa». Sulla fede di Pietro, solida come quella roccia alle sorgenti del Giordano, venne edificata la Chiesa.


(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno A – Elledici 2009)

Pubblicato il

8. Canto Liturgico – 12 gennaio 2020

Ecco a voi questa settimana un canto di INIZIO

CRISTO GESÙ SALVATORE
(Nella Casa del Padre, n. 633 – Elledici)

1. Cristo Gesù Salvatore, tu sei parola del Padre
qui ci raduni insieme, tu, qui ci raduni insieme

2. Cuore di Cristo Signore, tu cambi il cuore dell’uomo
qui ci perdoni e salvi, tu, qui ci perdoni e salvi

3. Spirito Forza d’amore, tu bruci l’odio tra i popoli
Qui ci farai fratelli, tu, qui ci farai fratelli

6. Regno che deve venire, noi ti attendiamo pazienti
a te ci consacriam, a te, a te ci consacriamo

Pubblicato il

9. Narrazione – 12 gennaio 2020

DUE SASSOLINI AZZURRI

Due sassolini, grossi sì e no come una castagna, giacevano sul greto di un torrente.
Stavano in mezzo a migliaia di altri sassi, grossi e piccoli, eppure si distinguevano da tutti gli altri.
Perché erano di un intenso colore azzurro.
Quando un raggio di sole li accarezzava, brillavano come due frammenti di cielo caduti nell’acqua.
Loro due sapevano benissimo di essere i più bei sassi del torrente e se ne vantavano dal mattino alla sera.
Guardavano con commiserazione gli altri sassi che erano grigi, bianchi, striati, rossicci, chiazzati.
«Noi siamo i figli del cielo!», strillavano, quando qual che sasso plebeo si avvicinava troppo.
«State a debita di stanza! Noi abbiamo il sangue blu. Non abbiamo niente a che fare con voi!».
Erano insomma due sassi boriosi e insopportabili.
Passavano le giornate a pensare che cosa sarebbero diventati, non appena qualcuno li avesse scoperti.
«Finiremo certamente incastonati in qualche collana insieme ad altre pietre preziose come noi».
«Sul dito bianco e sottile di qualche gran dama».
«Sulla corona della regina d’Olanda».
«Sulla spilla della cravatta del Principe di Galles». «Ci aspetta una gran vita…».
«Alberghi di lusso, crociere, balli, feste, ricevimenti…».
«Andremo fino a Katmandu…».
Un bel mattino, mentre i raggi del sole giocavano con le trine di spuma dei sassi più grandi, una mano d’uomo entrò nell’acqua e raccolse i due sassolini azzurri.
«Evviva!», gridarono i due all’unisono. «Si parte!».
Finirono in una scatola di cartone insieme ad altri sassi colorati.
«Ci rimarremo ben poco!», dissero, sicuri della loro in discussa bellezza.
La cosa durò più del previsto.
I due sassolini furono sballottati di qua e di là, cambiarono spesso scatola, furono spesso soppesati e palpati da mani ruvide.
Rimasero ultimi nella scatola.
Poi una mano li prese e li schiacciò di malagrazia contro il muro in mezzo ad altri sassolini, in un letto di cemento tremendamente appiccicoso.
«Ehi! Fai piano! Siamo preziosi, noi!», gridavano i sassolini azzurri.
Ma due sonore martellate li fecero affondare ancora di più, dentro il cemento.
Piansero, supplicarono, minacciarono. Non ci fu niente da fare.
I due sassolini azzurri si ritrovarono inchiodati al muro. L’amarezza e la delusione li riempivano di riflessi viola.
«Razza di imbecilli, asini e incompetenti! Non hanno capito la nostra importanza!».
Il tempo ricominciò a scorrere, lentamente.
I due sassolini azzurri erano sempre più arrabbiati e non pensavano che ad una cosa: fuggire.
Ma non era facile eludere la morsa del cemento, che era inflessibile e incorruttibile.
I due sassolini non si persero di coraggio.
Fecero amicizia con un filo d’acqua, che scorreva ogni tanto su di loro.
Quando furono sicuri della lealtà dell’acqua, le chiesero il favore che stava loro tanto a cuore.
«Infiltrati sotto di noi, per piacere. E staccaci da questo maledetto muro».
L’acqua non se lo fece ripetere due volte.
Era la sua passione infiltrarsi nei muri e si divertiva molto ad allargare crepe e sbriciolare cemento.
Fece del suo meglio e dopo qualche mese i sassolini già ballavano un po’ nella loro nicchia di cemento.
Finalmente, una notte umida e fredda, Tac! Tac!: i due sassolini caddero per terra.
«Siamo liberi!».
E mentre erano sul pavimento lanciarono un’occhiata verso quella che era stata la loro prigione.
«Ooooh!». La luce della luna che entrava da una grande finestra illuminava uno splendido mosaico.
Migliaia di sassolini colorati e dorati formavano la figura di Nostro Signore.
Era il più bel Gesù che i due sassolini avessero mai visto.
Ma il volto… il dolce volto del Signore, in effetti, aveva qual cosa di strano.
Sembrava quello di un cieco. Ai suoi occhi mancavano le pupille!
«Oh, no!». I due sassolini azzurri compresero. Loro erano le pupille di Gesù.
Chissà come stavano bene, come brillavano, come erano ammirati, lassù.
Rimpiansero amaramente la loro decisione. Quanto erano stati insensati!
Al mattino, un sacrestano distratto inciampò nei due sassolini e,
poiché nell’ombra e nella polvere tutti i sassi sono uguali,
li raccolse e, brontolando, li buttò nel bidone della spazzatura del secchio.

Puoi buttarti giù fin che ti pare: resti la pupilla degli occhi di Dio.


(tratto da: B. Ferrero, 365 Piccole Storie per l’anima, Vol. 1, pag. 9 – Elledici 2016)

Pubblicato il

10. Anche Noi Vogliamo Capire – 12 gennaio 2020

Per aiutare i nostri piccoli a vivere meglio la Liturgia della Parola 

 

 

PRIMA LETTURA (Is 42,1-4.6-7)
È la prima delle quattro descrizioni del «Servo di Jahvè» fatte dal «secondo Isaia». Le immagini sono fantasiose e apparentemente improbabili, ma molte si potranno ritrovare nella vita di Gesù. Su di lui si poserà lo Spirito di Dio, non spezzerà la canna incrinata, aprirà gli occhi ai ciechi, libererà i prigionieri e sarà luce per le nazioni…

Capire le parole
* Coloro che abitano nelle tenebre. Coloro che vivono nel peccato, nel rifiuto o nell’indifferenza verso Dio.


SECONDA LETTURA (At 10,34-38)
Pietro fa anche lui riferimento al battesimo di Gesù di Nazaret, con il quale Dio lo consacrò in Spirito Santo e potenza. L’apostolo si trova nella casa di Cornelio, un ufficiale dell’esercito romano, che riceve, come Pietro, una stessa misteriosa visione, a conferma che il Signore tratta allo stesso modo anche chi non fa parte del popolo ebraico. Mentre Pietro parla, lo Spirito Santo scende su tutti, anche sui pagani, che vengono subito battezzati.

Capire le parole
* Dio non fa preferenze di persone. L’attitudine al “far preferenze” è tipica degli esseri umani… Dio piuttosto rivolge volentieri le sue attenzioni a chi si mette sinceramente alla ricerca di Lui, ai cosiddetti “cercatori di Dio”.


VANGELO (Mt 3,13-17)
Il battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista è raccontato da tutti e quattro gli evangelisti. Matteo sottolinea gli elementi essenziali: il rifiuto di Giovanni di battezzarlo, i cieli che si aprono, la discesa dello Spirito Santo e la voce del Padre che proclama «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Capire le parole
* Giordano. Fiume che bagna Israele, Libano, Cisgiordania, Siria e Giordania. Segna il confine tra Israele e Cisgiordania. Nell’Antico Testamento è lo scenario, poco ricordato, di un episodio simile all’apertura del Mar Rosso nell’Esodo dall’Egitto, avvenuto proprio nella fase di ingresso nella Terra Promessa (vedi Giosuè 3,14-16).

* Compiacimento. Favore, approvazione, plauso.


IN SINTESI… Oggi Gesù compie un’altra epifania, la manifestazione al popolo ebraico di Gesù in occasione del suo battesimo nel fiume Giordano alla presenza del Battista. Il Padre dice: «Gesù è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». È in questo momento che Gesù prende pienamente coscienza della propria missione, cambia vita, si fa itinerante, inizia l’esperienza della predicazione.

Le parole da capire sono curate dall’autore del sito liturgico; le parti in corsivo sono un libero adattamento da “Messale delle Domeniche e feste 2020 – LDC”

Pubblicato il

1. Letture – 5 e 6 gennaio 2020

II di Natale

PRIMA LETTURA
La sapienza di Dio è venuta ad abitare
nel popolo eletto.

Dal libro del Siràcide 24,1-4.12-16 (NV) [gr. 24,1-2.8-12]

La sapienza fa il proprio elogio,
in Dio trova il proprio vanto,
in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca,
dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,
in mezzo al suo popolo viene esaltata,
nella santa assemblea viene ammirata,
nella moltitudine degli eletti trova la sua lode
e tra i benedetti è benedetta, mentre dice:
«Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti”.
Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creata,
per tutta l’eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell’assemblea dei santi ho preso dimora».
Parola di Dio.


SALMO RESPONSORIALE Dal Salmo 147

R. Il Verbo si è fatto carne
e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.


SECONDA LETTURA
Mediante Gesù, Dio ci ha predestinati
a essere suoi figli adottivi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 1,3-6.15-18

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale
nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d’amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.
Parola di Dio.


CANTO AL VANGELO Cf. 1 Tm 3,16

Alleluia, alleluia.
Gloria a te, o Cristo, annunciato a tutte le genti;
gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo.
Alleluia.


VANGELO
Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi.

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
Parola del Signore.


EPIFANIA

PRIMA LETTURA Is 60,1-6
La gloria del Signore brilla sopra di te.

Dal libro del profeta Isaia

Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
Allora guarderai e sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,
verrà a te la ricchezza delle genti.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Màdian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.
Parola di Dio


SALMO RESPONSORIALE (dal Salmo 71)

R. Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.

O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto.

Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.

I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.

Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri.


SECONDA LETTURA Ef 3,2-3a.5-6
Ora è stato rivelato che tutte le genti sono chiamate,
in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.
Parola di Dio


CANTO AL VANGELO (Cf Mt 2,2)
Alleluia, alleluia.
Abbiamo visto la tua stella in oriente
e siamo venuti per adorare il Signore
Alleluia.


VANGELO Mt 2,1-12
Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.

Dal vangelo secondo Matteo
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
Parola del Signore

(*) Dopo la lettura del Vangelo, il diacono o il sacerdote, o anche un cantore, può dare l’Annunzio del giorno della Pasqua:

Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.
Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.
Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 12 aprile 2020.
In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.

Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:
Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 26 febbraio 2020.
L’Ascensione del Signore, il 24 maggio 2020.
La Pentecoste, il 31 maggio 2020.
La prima domenica di Avvento, il 29 novembre 2020.

Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli Apostoli, dei Santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.

A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

Pubblicato il

2. Esegesi – 5 e 6 gennaio 2020

II DOPO NATALE – 5 GENNAIO

VENNE FRA I SUOI

Sir 24,1-4.12-16 (NV) – Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo
Ef 1,3-6.15-18 – Benedetto Dio
Gv 1,1-18 – Veniva nel mondo la luce vera

Siamo rinviati alla sorgente
La Chiesa propone il Prologo del IV Vangelo, mirabile sintesi del mistero dell’Incarnazione, perché è attenta a non lasciarci disperdere nell’emotività, facendoci ritornare al significato esistenziale del Natale. «In principio..»: è necessario risalire alla sorgente, nel seno stesso della Trinità, per cogliere tutto lo spessore di fatti che a occhio umano appaiono tanto poveri e disadorni come lo era la grotta che accolse il Bambino Gesù a Betlemme. Solo così si può scoprire la preesistente grandezza divina del Figlio di Maria e al tempo stesso la sua condiscendenza nei nostri confronti, per arricchirci della sua divinità. San Giovanni, parlando del Verbo, rievoca un segno biblico molto eloquente, quello della tenda che Dio stesso aveva posto tra le tende del suo popolo in cammino verso la terra promessa, per indicare la sua presenza, la «Gloria di JHWH», la santa dimora dell’Altissimo. Ora la tenda e il nuovo tempio è questo bambino Gesù, con la sua fragile carne, nella quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9); egli è «l’Emmanuele, Dio con noi» (Mt 1,23).

Incontriamo il Verbo che condivide la nostra fragilità
«E il Verbo si fece carne» significa non solo che ha assunto la nostra vera e concreta umanità, ma anche che ha condiviso in pieno con noi la stessa vicenda di fatica, di sofferenza e di morte. Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio essere come Dio, ma svuotò se stesso facendosi simile agli uomini. In Cristo si rivela la sapienza di Dio perché solo lui apre all’uomo il segreto di Dio, il suo disegno creatore e salvifico, solo lui media concretamente l’incontro tra l’uomo e il suo ideale, secondo il progetto di Dio. Il mistero dell’incarnazione comprende la scelta, da parte del Verbo divino, di condividere fino in fondo la fragilità e le sofferenze che caratterizzano la vita dell’uomo sulla terra. Assieme al tema dell’incarnazione viene ripreso quello della creazione, un pensiero già presente nelle letture ebraiche, in particolare nel libro del Siracide da cui è tratta la prima lettura. Infatti Pr 8 e Sir 24 presentano la Sapienza come colei che è stata creata da Dio prima di ogni cosa, che abita presso Dio e con gli uomini, che entra nella storia del popolo di Israele e che prende una stabile dimora nella legge data da Mosè. In questo caso la Sapienza divina viene intesa come rivelazione in cui si può conoscere compiutamente la volontà divina e di conseguenza anche il senso del cosmo che da essa è scaturito.

Siamo attratti verso l’assoluto
Cosmo e storia sono un tutt’uno nella mente di Dio. Per lui liberare le bellezze del creato dal caos primordiale e liberare l’uomo dalla dispersione del male è un gesto solo, quello di colui che manifesta la sua gloria creando bellezza e promuovendo libertà per un’armonia cosmica e spirituale che celebri la sua gloria. Il vertice di santità a cui il Verbo vuole condurre la vita umana diventa luce. Egli attira l’uomo verso l’alto perché cada in alto. Essere nella luce vuol dire essere in una comunione che rivela le vere forme delle cose e delle persone contenute nel pensiero divino, e promuove una iniziazione alla bellezza voluta da Dio, senza misconoscere la lotta tremenda che esplode tra la luce e le tenebre, tra il bene e il male.

Prendiamo parte alla vita divina
Ciò che Cristo rivela è grande ma non utopico, è difficile e richiede lotta, ma non è impossibile. La posta in palio è unica: «Diventare figli di Dio… da Dio generati». La condizione posta è raggiungibile: infatti, basta accogliere. Questa semplice disposizione che fa l’uomo grande è una disposizione attivamente «passiva». Dio crea cose mirabili con una creta che si impasta bene. Non vuole annullare la libertà umana, ma piuttosto affermare il senso dell’essere uomini. Accogliendo e prendendo parte alla vita divina e attingendo a questa sorgente di amore infinito, possiamo amare come Dio ama. La memoria sapienziale delle opere di Dio ci fa riconoscere Cristo come unica consistenza e unico senso della vita dell’uomo. Il grande fallimento nostro è, perciò, la dimenticanza. Quando viene meno la memoria delle grandi opere di Dio prendono il sopravvento la superficialità del presente e l’incredulità. Sant’Ireneo ripeteva: «Dio si fa uno di noi per fare ognuno di noi uno di lui».


PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Che cosa ti spaventa maggiormente della fragilità umana?
– Quali doni di Dio riconosci presenti nella tua vita?


IN FAMIGLIA
Le luci in questi giorni non mancano, ma Cristo Gesù è la luce vera che dà vita, splende nelle tenebre e illumina.
Regalati un po’ di tempo con la tua famiglia per guardare la luce, ringraziare per la luce, meravigliarti per la luce…


EPIFANIA – 6 GENNAIO

ALCUNI MAGI VENNERO

Is 60,1-6 – Cammineranno le genti alla tua luce
Ef 3,2-3a.5-6 – Mi è stato fatto conoscere il mistero
Mt 2,1-12 – Abbiamo visto spuntare la sua stella

Il Signore si manifesta a chi lo cerca
Dio, nella persona di Gesù di Nazaret, suo Figlio unigenito, unico Signore dell’universo e unico Salvatore, si manifesta a tutti i popoli senza discriminazione alcuna, per fare di ogni uomo un cittadino del suo Regno di giustizia, di pace e di amore. Questo è il messaggio che ci viene dall’antichissima festa dell’Epifania. Un drappello di personaggi inconsueti, dal numero imprecisato, designati con il nome abbastanza vago di «magi», lasciano i loro Paesi a oriente del Giordano e si mettono in cammino alla ricerca di Dio. Sono motivati dalla persuasione che il Re del cielo e della terra con una eccezionale iniziativa salvifica è entrato nella vicenda umana. Verosimilmente anche altri avranno avuto la stessa notizia e la stessa ispirazione; ma costoro non si sono mossi dalla quiete delle loro case, forse timorosi delle fatiche e dei disagi del viaggio, forse incapaci di affrontare l’ostilità e la prevedibile ironia della gente.

La luce guida tutti
Gesù è anche colui che realizza la promessa fatta ad Abramo, nella cui discendenza sarebbero state benedette tutte le genti della terra, tutta l’umanità (cf Gen 12,1-3): fin dalla nascita Gesù è cercato e riconosciuto dai pagani, dalle genti. Dio, si sa, si propone ma non si impone all’anelito delle sue creature. Anzi usa avvicinarsi a noi e chiamarci, più che altro, attraverso «segni». Segni che in parte lo svelano e in parte lo celano al nostro sguardo. Così, un cuore arido e prevenuto può sempre accampare qualche pretesto per eluderlo o addirittura respingerlo; mentre un cuore sincero e umile arriva agevolmente a scorgere le ragioni convincenti per accettarlo.
La luce, come simbolo di un Dio che si rivela e si fa presente, risplende nella stella che guida non solo il piccolo popolo dell’antica promessa, ma tutte le nazioni. Gerusalemme però ha disatteso la storia e il suo posto è stato preso dalla piccola e oscura Betlemme. La cittadina di Giuda si oppone alla grande Gerusalemme, la quale si turba insieme con il suo re alla domanda dei magi «dov’è colui che è nato?», e diventa la sede del faraone che sterminerà i figli degli ebrei. Nel cammino esodico di Gesù è riassunta tutta la storia di Israele, con tutte le sue glorie e le sue povertà.
Gesù è il nuovo Israele ricercato come fonte della luce. Anche se i modi di questa ricerca sono diversi.

Il coraggio di cercarlo
Ci sono di quelli che non lo cercano affatto, perché si sono fatti un cuore piccolo e rattrappito, che «vive di solo pane» (cf Mt 4,4). Molti invece non cercano Dio perché, abbagliati dal progresso, lo considerano ormai superfluo. C’è poi chi nella sua ricerca è impedito dalla volontà e dall’orgoglio di credersi e di sentirsi del tutto autonomo e autosufficiente. Una parola di simpatia va spesa per coloro che cercano Dio, anche con impegno e sofferto desiderio, ma hanno l’impressione di non riuscire ad arrivare a lui.
Talvolta c’è, in questi inquieti ricercatori, nascosta, la paura di approdare alla mèta. Ci vuole molto coraggio per arrivare a Betlemme, per prostrarsi davanti al Re dell’universo e dei cuori, per fargli dono di quanto abbiamo e di tutto ciò che siamo (cf Mt 2,11).
E il Signore questo coraggio presto o tardi lo dà. Se uno si mette davvero in cerca di Dio, è segno che almeno inizialmente, in maniera aurorale, Dio da lui si è già lasciato trovare. Alla fine, l’avventura travagliata dell’uomo approda alla gioia di possedere una luce dall’alto che ci illumina e orienta con tranquillità nei sentieri della vita: «Al vedere la stella, [i Magi] provarono una gioia grandissima» (Mt 2,10). È una interiore letizia che ripaga con sovrabbondanza di tutte le pene, le trepidazioni, gli affanni sostenuti nella ricerca.


PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Che azioni metti in atto per avvicinarti maggiormente al Signore?
– C’è qualcosa che ti appassiona dell’universalità della Chiesa?


IN FAMIGLIA
In una sera di cielo sereno prima o dopo la festa dell’Epifania usciamo ben vestiti e ci fermiamo a osservare le stelle: che cosa ci comunicano? Che cosa hanno visto i Magi? che cosa possiamo vedere noi? Che cosa illumina le notti di ogni persona? La ricerca della luce ci mette in cammino, la luce ci guida e così possiamo ancora incontrare chi è piccolo e solo!


(tratto da R. Paganelli – Entrare nella domenica dalla porta della Parola, anno A, Elledici 2015)

Pubblicato il

3. Annunciare la Parola – 5 e 6 gennaio 2020

II DOPO NATALE – 5 GENNAIO

PER COMPRENDERE LA PAROLA

PRIMA LETTURA
La Sapienza divina presenta se stessa e la propria missione: creata prima di tutti i tempi, è mandata a stabilirsi in mezzo al popolo di Dio, dove attua e ispira il vero culto all’Altissimo.
• Il capitolo del Siracide da cui è tratta la lettura di oggi, segna il punto culmine del libro. In esso è presentata la Sapienza divina personificata, che parla della propria missione.
• La Sapienza prende la parola «in mezzo al suo popolo» (v. 1), cioè il popolo di Dio, Israele;
– richiamandosi alla propria origine, sottolinea il rapporto di particolare intimità che la unisce a Iahvè e che denota la sua natura divina (v. 9);
– infine manifesta le caratteristiche della sua missione: per esplicito mandato divino stabilisce la sua tenda in Sion, per rendere culto all’Altissimo (v. 10); e in Gerusalemme esercita il suo potere (v. 11) come educatrice e santificatrice del popolo eletto, porzione del Signore (v. 12), per indirizzare gli uomini a Dio e al suo servizio (cf Sir 4,12-15).
In questo come in altri testi dell’Antico Testamento, la Sapienza divina personificata non è ancora la persona del Logos divino; tuttavia già se ne intravede la figura. In Gesù Cristo si attuerà pienamente la presenza della Sapienza di Dio in mezzo agli uomini.
L’identificazione Cristo-Sapienza di Dio risulta ancora più convincente se si confrontano il testo del Siracide e il Vangelo giovanneo che fanno parte della liturgia odierna:

Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò (Sir 24,9).
In principio era il Verbo (Gv. 1,1a).
Ho officiato nella tenda santa davanti a lui (v. 10)
e il Verbo era presso Dio (v. 1b).
Il mio creatore mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele (v. 8bc).
(Il Verbo) venne fra la sua gente… si fece carne e venne ad abitare (= piantò la sua tenda) in mezzo a noi (vv. 11a.14a).
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità (v. 12).
A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio (v. 12).

• È Giovanni a darci il termine di congiunzione, che permette di identificare la Sapienza (Logos) con la seconda persona divina: «Il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. / Egli era in principio presso Dio» (Gv 1,1-2).

SALMO
Il salmo si apre con un invito rivolto a Gerusalemme perché lodi il Signore. Motivi di questa lode sono:
– le benedizioni elargite ai figli della città santa, assicurando loro la pace e nutrendoli «con fior di frumento» (vv. 13-14);
– l’invio della sua parola (v. 15) che non solo regola i fenomeni naturali a beneficio dell’uomo (vv. 16-17), ma soprattutto rivela all’uomo i sapienti disegni di Dio (vv. 19-20).
Anche noi, figli della nuova Gerusalemme per aver accolto con fede l’annuncio del Vangelo, ringraziamo Dio per il dono della sua parola e della sua sapienza in Gesù Cristo: in lui si è realizzata l’universalità della salvezza, voluta dal Padre per tutti gli uomini.

SECONDA LETTURA
S. Paolo riassume tutta l’opera di salvezza compiuta dal Padre: per mezzo di Gesù Cristo ha predestinato tutti gli uomini a diventare suoi figli adottivi, per il trionfo della sua gloria.
• Egli riprende il tema del piano divino di salvezza e dell’inserimento dei pagani nell’unico corpo della Chiesa, di cui Cristo è il capo. Questo tema centrale lo troviamo già sintetizzato nella dossologia iniziale della quale i vv. 3-6 rientrano nella lettura odierna.
In essi, sono messi in particolare rilievo due elementi:
– per un puro atto di amore e di benevolenza Dio ci ha prescelti e predestinati ad essere suoi figli adottivi in Gesù Cristo (v. 5); cioè per opera della sua potenza divina di salvezza e in forza della nostra unione a lui, capo di tutta la Chiesa;
– la finalità ultima dell’opera di Dio, realizzata per mezzo di Gesù Cristo nella Chiesa, è la stessa gloria di Dio (v. 6).
Appunto la gloria del Padre, già realizzata per la mediazione di Cristo, imprime un nuovo significato a tutta la vita dei cristiani, la quale viene trasportata in un’altra sfera («nei cieli»), quella delle realtà soprannaturali (v. 3). In forza di quest’ordine la Chiesa sulla terra partecipa già, in certo senso e quasi per anticipazione, alla vita della Chiesa celeste.
• Nei vv. 15-18, l’azione di grazie dell’apostolo ha come oggetto una descrizione di quello che dev’essere la vita cristiana innalzata «nei cieli»:
– è una vita caratterizzata dalla fede vissuta in carità (v. 15); la fede riconosce che tutto è dono di Dio e deve ritornare a lui; sia direttamente a lode della sua gloria (v. 14); sia attraverso i fratelli riconosciuti come santi, cioè cristiani, chiamati anch’essi – in Gesù Cristo – ad essere figli adottivi del medesimo Padre e oggetto del suo amore;
– è una vita di sapienza e conoscenza divina, resa possibile grazie all’azione interiore e illuminatrice dello Spirito (vv. 17-18); questa illuminazione del cuore permette ai credenti di riconoscere, in regime di fede e di speranza, la grandezza straordinaria dell’opera che Dio già ora realizza e che essi contemplano apertamente nella gloria futura.

VANGELO
Aprendo i vangeli, constatiamo che ogni evangelista inizia il proprio racconto con una «introduzione»: in essa ci vengono indicati il metodo e l’intenzione del narratore. Giovanni si distacca da questa prospettiva. Con uno stupendo inno cristologico, ci introduce alla storia di Gesù e – contemporaneamente – ne anticipa il senso profondo. La prospettiva del testo può essere così espressa: il Prologo non dice tutto ma apre su tutto. In esso noi troviamo la narrazione evangelica; tuttavia, solo la lettura dell’intera narrazione ci permetterà di comprendere la profondità e la portata di queste anticipazioni.
L’evangelista, alla luce dell’esperienza pasquale e delle riflessioni delle prime comunità cristiane, rilegge tutta la storia della salvezza alla luce di Gesù.

Per leggere il testo
La struttura del testo appare complessa. Possiamo suddividerlo in tre quadri. In essi l’evangelista evidenzia: ciò che Gesù è da sempre (vv. 1-5); l’esperienza di quanti hanno incontrato Gesù (vv. 6-15); l’esperienza della comunità dei credenti (vv. 16-18).
Giovanni, nel primo quadro prende come una «rincorsa»: ci rinvia alle origini, all’inizio di cui parlano le prime pagine di Genesi. Dio, con la sua Parola, crea il mondo. Sceglie un popolo con il quale fare alleanza a vantaggio di tutta l’umanità.
La Parola esiste da sempre, ma non per se stessa: Essa è rivolta verso Dio e verso gli uomini, di cui è la vita e la luce. Essa è Dio.
«Tutto fu fatto mediante essa»: l’espressione è vaga, ma apre a più prospettive. La Parola è attiva nel cuore degli uomini quando cercano di vivere in verità e di incontrare Dio. Essa, cioè, gioca un ruolo fondamentale nella creazione e nella storia della salvezza. Ma questa presentazione è, fin dall’inizio, realista: tra la luce e le tenebre c’è conflitto. L’ottica di fondo, però, è ottimista poiché è avanzata la certezza che le tenebre non possono racchiudere la luce.

La testimonianza
Per continuare la presentazione della Parola, l’evangelista si richiama ora all’esperienza di quanti hanno vissuto con Gesù, la Parola fatta carne. Tutto il secondo quadro (vv. 6-15) è costruito su contrapposizioni:
• La luce vera e il Battista che non è che un testimone di questa luce. Più volte l’evangelista richiama la differenza tra Gesù e il Battista (1,19-28; 1,29-34; 3,22-30). Quando il Vangelo di Giovanni viene scritto non tutti i discepoli del Battista sono diventati cristiani. La corrente dei discepoli del Battista continua a fare «concorrenza» alle comunità cristiane. Ecco, allora, che l’evangelista, pur parlando del ruolo essenziale del Battista, lo definisce in dipendenza dal ruolo di Gesù.
• Quanti accolgono la Parola e credono e quanti non la riconoscono e rifiutano di accoglierla. Tutto il Vangelo di Giovanni può essere letto come un grande processo: lentamente i diversi personaggi prendono posizione a favore o contro Gesù. Ma niente è deciso in anticipo. Anche per quanti iniziano con l’accoglierlo. Certo, a questi è dato di diventare figli di Dio; tuttavia, questo dono è da mettere in pratica. Giovanni è attento al cammino della fede: per questo non perde occasione per dire che è necessario assimilare ciò che ci viene dato come dono, che occorre diventare ciò a cui siamo chiamati.
• Quanti sono nati dagli uomini e Colui che è nato da Dio. Se tutti sono chiamati a diventare figli di Dio, uno solo è Figlio Unico. E, proprio per questo, il Figlio può rendere partecipi della sua condizione tutti gli altri. Gesù non fa che dire e donare ciò che egli è e vive.
Queste opposizioni contribuiscono a mettere maggiormente in risalto un avvenimento inatteso e sorprendente: Dio, l’invisibile, Colui che è totalmente altro da noi, «si è fatto carne». Egli diviene una realtà visibile, storica, tangibile, fragile e debole a tal punto che non può imporsi a quanti lo rifiutano; non solo: egli stesso si espone al rischio della smentita e della morte. Ebbene, questo Dio «pianta la sua tenda» tra gli uomini. Questo verbo («piantare la tenda», spesso tradotto con «dimorò tra noi») richiama la presenza di Dio in mezzo al suo popolo durante il cammino nel deserto e, poi, nel Tempio. Un Dio che «si fa carne» e si incammina sulle strade degli uomini è un Dio che crea sconcerto.

La vita della comunità
Per terminare la presentazione della Parola, Giovanni parte ora dall’esperienza della comunità dei credenti e di tutto ciò che produce l’accoglienza della Parola. Siamo così al terzo quadro (vv. 16-18). Giovanni oppone Gesù a Mosè. La Legge data a Mosè era una luce formidabile sulla strada degli uomini. Ma con Gesù viene ora donata «la grazia e la verità». L’espressione «verità» rimanda, nella Bibbia, non solo a ciò che è vero; richiama, innanzitutto, ciò che è solido, ciò su cui si può fare affidamento. Ecco perché «essere nella verità» significa collocarsi in un legame solido con Dio e ad esso affidarsi. Da una parte abbiamo la responsabilità dell’uomo; dall’altra, Dio che è all’origine di questo dono.
• «Dio nessuno l’ha mai visto». È vero. Ma la realtà sorprendente e sconcertante sta proprio nel fatto che in Gesù, il Crocifisso, Dio si rivela pienamente e definitivamente. Per approfondire questa prospettiva vale la pena di leggere la conclusione della prima parte del Vangelo di Giovanni (12,44-50) e della seconda (20,30-31): vi ritroviamo gli stessi accenti. Si potrebbe anche leggere l’inizio della prima lettera di Giovanni (1 Gv 1,2-5).


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Dopo quanto è stato detto sul Vangelo – perché vale la spesa fermarsi ancora su di esso: è un testo troppo importante e di difficile spiegazione sul quale non si può passare sopra, i fedeli hanno diritto di essere aiutati a interpretarlo e a capirlo per il loro bene – si possono evidenziare alcune sottolineature e cogliere delle provocazioni concrete per la vita.

Alcune sottolineature
Il Prologo afferma che la Parola (che storicamente assumerà il volto reale di un uomo concreto, Gesù, cf v. 17) esiste da sempre. Non solo ci dice che esiste da sempre; precisa come da sempre esisteva: «rivolta a Dio». La Parola, cioè, nella sua struttura profonda è ascolto del Padre, è obbedienza, fedeltà. Così nell’incarnazione essa manifesterà proprio questa costante struttura di filiale obbedienza: essa sarà la trasparenza del Padre.
Il centro teologico del Prologo è dato dall’affermazione: «E la Parola si è fatta carne» (v. 14). I giudei facevano fatica a comprendere che la rivelazione ultima e definitiva di Dio fosse avvenuta nella carne di Gesù. Così anche la comunità di origine ellenica aveva difficoltà ad accettare che la carne potesse essere luogo di rivelazione della divinità.
L’evangelista risponde a queste difficoltà sottolineando che Gesù si è fatto «carne» (in greco: sarx): parola che indica non solo la natura umana, ma l’uomo come realtà debole, soggetta al divenire. Una prospettiva teologica non facile da accogliere. Eppure essa diventa criterio discriminante per comprendere chi è da Dio: «Ogni spirito che confessa che Gesù Cristo venuto nella carne è da Dio, ma ogni spirito che non confessa Gesù non è da Dio» (1 Gv 4,2). Non basta allora dire che Gesù è il Messia; occorre professare, con tutte le implicanze e le conseguenze, che è un messia venuto nella «carne», che si è fatto «carne».
Il Prologo va oltre. Non basta affermare che Gesù si è fatto carne. Occorre professare che nella sua storia e nella sua persona si è rivelata la «gloria di Dio». Gesù è la rivelazione di Dio; ma una rivelazione che, essendo avvenuta nella carne, chiede di essere compresa, accolta: è una rivelazione che non appare secondo la logica dell’evidenza mondana.
Ma che significa che in Gesù si è manifestata la gloria di Dio? Il termine gloria rimanda, nel contesto biblico, alla presenza di Dio in mezzo al suo popolo: presenza potente e salvifica. Giovanni ci dice che tutta la storia di Gesù è la presenza dell’azione salvifica di Dio: tutta, e non solo qualche momento particolare. Ci sarà certamente un momento particolare nel quale questa gloria si manifesterà nella pienezza: la crocifissione! L’evangelista parlerà appunto della crocifissione in termini di glorificazione. Gesù che muore sulla croce è il «luogo teologico» in cui comprendere il volto profondo del Dio cristiano.
La conclusione del nostro testo afferma che solo il Figlio può rivelarci il Padre. Tutte le ricerche che l’uomo fa debbono necessariamente incontrarsi con la proposta di Gesù. Allora la ricerca dell’uomo deve cedere il passo all’accoglienza del dono della rivelazione che viene da Gesù. Così la ricerca umana è chiamata a trasformarsi in contemplazione.

Alcune provocazioni
Tra le tante sottolineature, ci soffermiamo su queste, che illuminano il centro teologico del Prologo di Giovanni («e la Parola si è fatta carne») nella convinzione di essere di fronte ad un’affermazione-chiave della riflessione di Giovanni (cf 1 Gv 4,1-3).
Innanzitutto, per tanti di noi la maggior difficoltà di fronte all’incarnazione di Gesù deriva dalla nostra pretesa di definire l’uomo e Dio a prescindere, appunto, dall’incarnazione, di modo che l’incarnazione viene ad essere quasi un «di più». Ora, in Gesù Cristo, l’uomo ci appare sotto la giusta prospettiva: slancio verso l’altro, apertura a Dio. Allo stesso tempo, è Dio stesso che appare nella giusta prospettiva: una prospettiva che purifica e converte tutte le nostre incerte e provvisorie filosofie.
Poi, troppo spesso abbiamo usato, e usiamo, formule concessorie: «Gesù è uomo; sì, ma non dimentichiamo che è anche Dio»; oppure: «Gesù è Dio; ma è anche uomo», come se Gesù fosse uomo benché Dio o Dio benché uomo: come se, prima di lui e fuori di lui, noi sapessimo sufficientemente sia chi è Dio sia chi è l’uomo per immaginare l’uomo-Dio in una specie di equilibrio o di giusto dosaggio. Una prospettiva, questa, generatrice, spesso, di parziali visioni tanto del cristianesimo quanto della sua morale e della sua specificità: quella, appunto, di essere storia e non ideologia.
Ma la lieta notizia che ci viene dal Prologo è questa: un uomo, l’uomo Gesù di Nazaret, ha potuto essere pienamente uomo perché perfettamente Dio. L’accoglienza di questa lieta notizia implica una duplice conversione: cambiare tanto il modo di comprendere il senso dell’esistenza dell’uomo quanto quello di comprendere la divinità di Dio.
Infine, in Gesù, l’uomo si rivela come apertura, capacità di dono e possibilità di comunicazione. La divinità è, nella sua struttura profonda, propensione infinita ad uscire da sé per esistere con e per l’Altro, in un amore donato, condiviso e proposto. Chi vede Gesù crocifisso è in grado di comprendere chi è Gesù per il Padre e chi è Dio per Gesù.
Proprio perché Gesù non si è ripiegato su se stesso egli, come Figlio di Dio, vive fino alle estreme conseguenze la vocazione integrale dell’uomo: l’uomo che sa che la via della gioia è la via della condivisione, del dono di sé fino alla croce. Ed è proprio per questo che Dio si riconosce nelle parole di Gesù, nelle sue azioni, nella sua stessa morte.
Qui Dio appare come Colui che si rivela, che dona la propria vita, come Colui che è uno «con» Gesù fin dalle origini. L’incarnazione del Figlio ci attesta che Dio è Padre, che Dio è comunione e comunicazione. L’uomo, i credenti sono chiamati a diventarlo.


EPIFANIA – 6 GENNAIO

PER COMPRENDERE LA PAROLA

PRIMA LETTURA
È la meditazione di un profeta sulla sorte di Gerusalemme. Egli assiste forse al sorgere del sole sulla città, spettacolo che si offre ancor oggi ai turisti. Mentre le valli che la circondano sono ancora immerse nell’oscurità della notte, le mura della città riflettono invece lo splendore del sole che sorge ed appaiono tutte luminose. Trasportando questo spettacolo in una visione escatologica, procedimento classico nei profeti di Sion (Ez 40-48; Sal 87), Isaia immagina che Gerusalemme diventi la luce del mondo; ma non è più dal sole, bensì da Iahvè stesso che le viene questo irradiare meraviglioso.
Le caratteristiche di questa nuova Gerusalemme sono soprattutto cultuali: la «gloria» è la manifestazione della «presenza» di Dio nel tempio suo (Ez 1,4-28; 43,1-59; Sal 26,8; 63,3). Questa «presenza» di Iahvè è una caratteristica del culto di Sion (Dt 12,5). Il «raduno» di tutte le tribù (2 Re 23; Dt 4,10-13; Sal 122,4) è imposto dalla legge alle feste principali del calendario giudaico, e i doni che le nazioni portano a Gerusalemme sono profumi destinati alla liturgia dei sacrifici d’incenso1 per i quali Iahvè non ha nascosto le sue preferenze (Mal 1,11). Ma se gli elementi del culto sono ristabiliti in Gerusalemme, attorno alla gloria di Iahvè ritornata in Sion, il raduno che si effettua (v. 4) non è più soltanto quello delle tribù, ma quello delle nazioni (v. 3). La nuova liturgia riguarda il mondo intero. La partecipazione delle nazioni a questa «assemblea» (Zc 14,15-20) è ancora concepita in dipendenza dalle tribù giudaiche, e le nazioni hanno soprattutto il compito di riportare i figli di Gerusalemme nelle mura della loro città. Tuttavia questo costituisce un primo passo verso l’universalismo cristiano. Ma per giungere a questo universalismo è stata necessaria per Israele l’esperienza della dispersione in mezzo alle nazioni.
La visione del profeta che descrive la salita delle nazioni verso Gerusalemme non vela completamente il particolarismo da cui questo testo è ancora ispirato. Come il Sal 71 promette un re a cui tutti gli altri re della terra pagheranno il tributo, così il profeta vede in Sion la città in cui l’universo si raduna per recarvi le sue ricchezze e offrirvi i suoi sacrifici. Però questo universalismo è troppo centripeto: l’universalismo della salvezza si profila e si realizza partendo da Sion (Dt 7,1-16; 23,4-9; Ne 10; Sir 36,1-17). I primi cristiani hanno effettivamente creduto che Gerusalemme sarebbe stata il centro dell’unità religiosa. Paolo stesso lo ha creduto. Quando procede alla colletta per Gerusalemme, egli pensa alla profezia che stiamo esaminando: le ricchezze confluiranno verso Sion (Rm 15,26-28; 1 Cor 16,4). Ma essi saranno presto portati a sbarazzarsi di un concetto troppo rigido di centralizzazione e a riconoscere che ogni Chiesa locale è, per l’Eucaristia, segno del raduno universale, poiché gli organismi centrali, non sono altro che un servizio a disposizione delle Chiese locali e della loro comunione.

SALMO
Il salmo, in alcuni suoi versetti, guida la nostra risposta a Dio. Tutti siamo invitati a glorificarlo per i benefici a noi concessi nel Cristo. Con le parole del ritornello affermiamo e ripetiamo la nostra fede nell’incarnazione del suo Verbo.

SECONDA LETTURA
Questo passo introduce la conclusione della parte dottrinale e prepara la preghiera finale (Ef 3,14-20). Paolo ritorna ancora alla contemplazione del «mistero» (v. 3) dell’introduzione dei pagani nella Chiesa e del «ministero» (v. 7) apostolico che gli è toccato per realizzare questa volontà di Dio (cf Ef 1,3-14; 1,18-23; 2,1-2.14-22).
Agli occhi di Dio il mistero della Chiesa è il suo rapporto con il mondo. L’essenza di questo mistero è la preparazione dell’ingresso degli uomini nel Regno di Dio; dentro la Chiesa poi il ministero apostolico è il servizio in cui degli uomini richiamano senza posa ai loro fratelli in Cristo la missione di dialogo con il mondo e di accoglimento delle mentalità e delle culture umane.
Paolo designa questa missione col nome di «mistero» perché l’intenzione di Dio di edificare una Chiesa con questa responsabilità non è apparsa di colpo: l’elezione d’Israele sembrava, al contrario, significare che la volontà di Dio era limitata alla promozione di un solo popolo. Non fu lo sforzo di qualche profeta universalista alla fine dell’Antico Testamento che poté recarvi grandi mutamenti, tanto era radicato il particolarismo dei loro uditori.
Nascosta così durante tutta la storia d’Israele, questa volontà di Dio si è manifestata infine nella persona di Gesù, nell’attenzione che egli da vivo rivolse anche ai pagani, e soprattutto nel potere di cui dispone dopo la sua risurrezione, con un corpo che nulla può più limitare, di incontrare tutti gli uomini e di unirli a sé nell’amore.

VANGELO
Da Mt 1,18 a Mt 2,23, l’evangelista raggruppa cinque episodi dell’infanzia di Gesù e stabilisce un parallelismo con cinque testi dell’Antico Testamento (procedimento del midrash). Il suo scopo è quello di ritrovare nell’infanzia di Gesù i segni ed i presentimenti di una vocazione che realizzi tutte le vocazioni antiche: nuovo Mosè, sfuggito come lui al massacro, come lui chiamato dall’Egitto, come lui illuminato miracolosamente al momento della nascita; nuovo Davide che realizzerà meravigliosamente la profezia dell’Emmanuele (Mt 1,20-24) e su cui brillerà la stella messianica di Nm 24,17; nuovo Salomone la cui sapienza attira i sapienti d’Oriente, così come attirò la regina di Saba (1 Re 10,1-13); nuovo Elia, infine, che praticherà il nazireato profetico (Mt 2,23).
a) Il racconto dell’adorazione dei Magi si presta ad un’altra considerazione. Matteo scrive per cristiani di Palestina, cioè per Giudei passati al cristianesimo. Essi hanno bisogno di rafforzare la loro nuova fede con la convinzione che rimangono fedeli al dinamismo delle antiche promesse. La prima preoccupazione dell’evangelista è quella di mostrare loro che la nascita di Cristo attira a sé i fasti della dinastia regale. Unendo 2 Sam 5,2 con Mic 5,1 (v. 6), Matteo dimostra che Cristo appartiene alla dinastia davidica e che contemporaneamente risolve il doloroso problema dell’unità del popolo fra Giuda ed Israele. Così Cristo compie simultaneamente una profezia sulla restaurazione di Giuda (Mic 5) e realizza una parola delle tribù del Nord (Israele) che invitano Davide a regnare su di esse. La fedeltà dei Giudei alle profezie li invita a riconoscere in Gesù quel Messia che attendono.
b) Come spiegare che i Giudei, in generale, non si fanno cristiani? Per rispondere a questa domanda che si pongono i cristiani, Matteo inserisce nel suo testo l’episodio di Erode. Si viene allora a costatare che i primi ad interessarsi della nascita del Messia e ad andare alla sua «ricerca» sono dei pagani. Invece, coloro che, per professione, dovrebbero essere al corrente di questa nascita, gli scribi ed i sacerdoti, sanno molto bene dove il Cristo deve nascere, la loro scienza è aggiornata, ma sono senza fede e non si disturbano per andare a vedere il Bambino. Erode fa conto di recarvisi, ma si sa con intenzione omicida.
L’essenziale del quadro di Matteo verte dunque su una contrapposizione fra il rifiuto dei Giudei e la fede dei pagani. Dinanzi allo spettacolo di questi pagani che adorano Gesù, Matteo si ricorda della profezia di Is 60,6 (i regali) e ne segnala la realizzazione. I pagani divenuti cristiani hanno così un nuovo motivo per rafforzare la loro fede: le stesse profezie giudaiche danno loro ragione annunciando come le cose sarebbero avvenute. Notiamo d’altronde che in tutto il suo Vangelo Matteo si preoccupa di spiegare questo rifiuto dei Giudei e questo accedere dei pagani alla fede cristiana. Dopo la risurrezione, egli mette nuovamente in scena i sacerdoti che si rifiutano di credere (Mt 28,11-15) e contrappone loro l’invio dagli apostoli alle nazioni (Mt 28,16-20).
La lezione essenziale di questo Vangelo sembra dunque chiara, anche se si appella ad un midrash più antico: i Giudei che conoscevano le profezie attraverso la loro conoscenza scritturistica, non hanno riconosciuto il Messia. Questa mancanza di fede toglie loro ogni diritto; invece le nazioni che non conoscevano nulla dei profeti entrano subito nella fede.
c) Narrando l’episodio dei Magi Matteo ha voluto fare un commento dell’episodio di Balaam. Da una parte e dall’altra ci sono dei magi pagani chiamati da un re straniero (Nm 22,2-4) per maledire il popolo (o il suo re); da una parte e dall’altra i magi adottano una posizione contraria e benedicono colui che erano incaricati di condannare; in tutte e due annunciano un astro di luce abbagliante (Nm 24,17; cf Mt 2,2); in tutte e due, infine, i magi se ne ritornano da dove erano venuti senza essere molestati (Nm 24,25; Mt 2,12).
Con questo midrash della storia di Balaam, Matteo rivela chiaramente la sua intenzione: associare fin dall’inizio della vita di Gesù i pagani all’estensione universale del suo regno.
Midrash popolare, il racconto di Mt 2,1-12 inculca l’idea dell’universalismo del nuovo regno. Il fatto che non tutti i suoi elementi siano storici non pregiudica l’intento. Forse la critica proverà un giorno che i Magi non sono mai stati a Betlemme e che la stella non è mai esistita? Noi non ignoriamo che il midrash è un genere letterario che permette l’uso di elementi leggendari se servono alla buona causa. Teniamoci dunque all’essenziale: il bambino adorato dai Magi instaura un regno universale.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

La Chiesa ha fallito nella sua missione universalista? È fatta perché tutti i popoli si sentano in essa come a casa loro. Ora, dopo ventun secoli di storia, la troviamo legata al mondo culturale dell’uomo bianco. Ai popoli dell’Asia e dell’Africa, il cristianesimo appare come la religione del continente europeo (e delle estensioni europee nelle Americhe). Le minoranze cristiane asiatiche ed africane trasmettono la loro fede attraverso categorie mentali ed un apparato istituzionale che portano lo stampo dell’Occidente.
A coloro che, di fronte ad un simile risultato, contestano alla Chiesa la sua aspirazione universalista, il cristiano deve essere in grado di rispondere con piena lucidità. Deve poter spiegare perché il progetto di cattolicità che anima la Chiesa non abbia dato apparentemente frutti maggiori.
È necessario ribadire che l’apertura universalista è uno dei caratteri essenziali del cristianesimo: tutte le nazioni sono chiamate ad entrare nel Regno inaugurato in Gesù Cristo, e il dovere missionario è assolutamente primo nella Chiesa.

Cristo, luce delle nazioni
È nella prospettiva del disegno universalista di Dio che Gesù inaugura il Regno tanto atteso. Un Regno aperto a tutti. Gli interdetti cultuali sono aboliti: ciechi, zoppi, lebbrosi, sono invitati al banchetto. Gesù frequenta i pubblicani ed i peccatori; è venuto per essi. Le nazioni stesse sono tutte convocate.
Gesù concentra il suo ministero sul popolo eletto, poiché di questo popolo egli vorrebbe fare lo strumento missionario del Regno. Mentre il popolo eletto è continuamente tentato a considerare l’elezione pienamente gratuita di Dio come un privilegio, Gesù tenta di fargli capire che l’elezione divina è innanzitutto fonte di responsabilità.
Tuttavia, molto presto, non è più possibile avere dubbi: il popolo eletto non accetta di entrare nelle vedute di Dio. Questo rifiuto accentua in qualche modo la mira universalista di Gesù. Preparato per gli eredi, il Regno sarà loro tolto e dato alle nazioni. Gli episodi evangelici che riferiscono i contatti di Gesù coi pagani sottolineano a che punto il Messia è colpito dalla loro fede e dalla loro accoglienza senza riserve della Buona Novella.
Mentre si afferma questa apertura universalista, si rivela nello stesso tempo con chiarezza la natura propria del Regno. Aperto a tutti i popoli, il Regno non è di questo mondo; è disceso fra gli uomini, ma sfugge totalmente al loro potere. L’accesso alla Famiglia del Padre deriva dalla gratuità totale di Dio. In una simile prospettiva, tutti i privilegi sono aboliti.
Di questo Regno universale, Gesù è il perno. È nella sua Persona che il Regno è costituito nella sua realtà trascendente ed immanente insieme. Respinto dal suo popolo, Gesù fa il dono della sua vita a vantaggio di tutti. Nella luce del mistero pasquale, il particolarismo giudaico è definitivamente superato.

La Chiesa dei Quattro-Venti
La prima generazione cristiana prende a poco a poco consapevolezza di ciò che significa concretamente l’abolizione dei privilegi giudaici. Ci vorrà molto tempo perché la Gerusalemme terrestre ceda veramente il posto a quella celeste e perché i cristiani nati nel paganesimo ottengano pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa della Pentecoste. È progressivamente che si scorgono tutte le conseguenze dell’universalismo del cristianesimo. Eppure era essenziale che avvenisse questa presa di coscienza. S. Paolo vi ha contribuito molto: secondo lui, la croce di Cristo è realmente la definitiva eliminazione dei muri di separazione fra i Giudei e le nazioni.
Sul piano dottrinale, avviene un approfondimento parallelo. In S. Paolo, bisogna aspettare le epistole della prigionia perché la Chiesa appaia pienamente svincolata dai suoi legami troppo terrestri con la Chiesa-madre di Gerusalemme e perché si presenti come quella che è salita con Cristo presso il Padre.
L’universalismo della Chiesa comporta una duplice esigenza. La Chiesa non si addiziona coi popoli della terra: individui, popoli e culture sono tutti chiamati ad occupare il loro posto nella Chiesa. Ma la Chiesa è una realtà storica: per realizzare la sua missione, essa mutua costantemente dalle «ricchezze» delle nazioni, e prende il volto concreto dei popoli in cui s’incarna. Per tutti i mondi culturali, essa fa ciò che Gesù ha fatto per Israele: pone le sue radici nel dinamismo spirituale di questi mondi, ma lo fa in modo tale che la sua incarnazione sia essa stessa rivelatrice della sua trascendenza propria. Dappertutto dove la Chiesa si localizza, ha la missione di apparire in quel luogo come la Chiesa aperta a tutti.
Non bisogna illudersi. Un processo di degradazione minaccia la Chiesa in ogni sua conquista. I cristiani rischiano sempre di confondere la Chiesa universale col volto storico che ha assunto presso di essi. Ogni volta, l’universalismo vero si trova in pericolo. Invece, l’estensione spaziale della Chiesa e l’accoglienza nell’unità della Chiesa di una larghissima diversità costituiscono la garanzia di un universalismo autentico.

La convocazione universale alla salvezza
L’universalismo della Chiesa sbocca necessariamente nella missione. Alle origini della Chiesa, la presa di coscienza della necessità e dell’urgenza della missione ha seguito passo per passo la percezione delle condizioni del vero universalismo. All’inizio, sono gli avvenimenti che provocano l’«uscita» da Gerusalemme; ma, quando sarà fondata la Chiesa di Antiochia, è la stessa comunità radunata a mandare in missione Barnaba e Paolo. A partire da quel momento, la missione sorge come un’esigenza interna.
La Chiesa è essenzialmente missionaria perché la relazione col mondo non cristiano è costitutiva del suo essere. Essa ha l’incarico di stabilirsi dovunque sia necessario affinché la convocazione divina alla salvezza in Gesù Cristo raggiunga effettivamente tutti gli uomini, qualunque sia la loro identità spirituale o socio-culturale. Per questo fine, essa si dà continuamente un volto nuovo, inventa continuamente nuovi modi di aggiornamento, attingendo nel tesoro della sua tradizione viva e stando in ascolto della grazia che è in atto nel mondo non cristiano e che deve logicamente fruttificare nella Chiesa.
Non tutti i membri del Corpo di Cristo hanno lo stesso ruolo da compiere nell’opera missionaria che riguarda tutti. Certuni sono chiamati a compiere un ruolo che si può considerare come missionario in senso stretto, perché la situazione che occupano, oppure dove sono stati mandati, li invita a portare nel loro cuore e nella loro carne una vera appartenenza alla Chiesa. Attraverso questa via difficile della duplice appartenenza, il mistero di Cristo si trasmette attivamente al popolo da evangelizzare. Anche se non tutti sono missionari in senso stretto, la funzione missionaria della Chiesa deve essere, per tutti, il principio regolatore dei loro comportamenti quotidiani. Nella Chiesa, la funzione missionaria non è una funzione accanto ad altre: è la chiave di volta di tutto l’organismo.
La storia della Chiesa ci manifesta ampiamente che, ogni volta che il mondo noto dei cristiani si è allargato od un ordine nuovo si è sostituito ad uno antico, sono sorti degli uomini per prendere a loro carico il dovere missionario che si imponeva. Però, affinché potessero riuscire nella loro impresa, sarebbe stato necessario, ogni volta, che il corpo dei cristiani entrasse nel loro solco…
Un compito missionario nuovo si presenta ad ogni generazione cristiana. Quello che si offre oggi è difficile, perché i mondi culturali si trovano impegnati in un raffronto inevitabile. Ed è proprio in questo che bisogna rivelare che Gesù Cristo ha demolito con la sua croce (che è pure quella della Chiesa) tutti i muri di separazione fra gli uomini. In questa prospettiva, i missionari di domani non dovranno essere innanzitutto i servi dell’intercomunione a servizio di un’unica missione universale?

L’Eucaristia, mistero di cattolicità
L’ambizione di ogni celebrazione dell’Eucaristia è un’ambizione di universalismo. L’equazione fra l’Eucaristia e la Chiesa appartiene ad una tradizione costante. Celebrare in qualche parte l’Eucaristia significa far nascere la Chiesa, consolidare il mistero della convocazione universale alla salvezza in Gesù Cristo. Tutti coloro che si trovano nel campo di questa convocazione sono invitati al banchetto, qualunque sia la loro diversità, qualunque cosa li possa separare. In breve, è lo stesso progetto di cattolicità della Chiesa che prende consistenza nella celebrazione eucaristica.
È importante che questo dinamismo «cattolico» dell’Eucaristia si verifichi nello stile delle celebrazioni, e più largamente, in tutto l’organismo delle istituzioni ecclesiali. Troppi raduni eucaristici portano esclusivamente il segno sociologico di coloro che vi partecipano. Aperti in teoria a tutti, non sono poi così di fatto: gli «abituati» vi si sentono a casa loro, ma gli altri hanno l’impressione di essere degli estranei. La storia spiega perché le nostre celebrazioni eucaristiche sono in generale così poco l’espressione della cattolicità della Chiesa. Ma, oggi, si tratta dell’avvenire della missione: occorre che il segno distintivo dell’Eucaristia, cioè la sua cattolicità, appaia in tutta la sua ampiezza. Quando i cristiani si radunano per partecipare insieme alla Parola ed al Pane, bisogna che sappiano che la comunione offerta loro include l’insieme dell’umanità.


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 1, anno A, tempi forti – Elledici 2003)

Pubblicato il

4. Parola da Vivere – 5 e 6 gennaio 2020

II DOPO NATALE – 5 GENNAIO

VENNE FRA I SUOI
Troppo grande è il dono di Dio e a noi sembra così lontano, perché pensiamo che dipenda da un nostro merito. E invece è completamente gratuito, e proprio per questo offerto a ogni uomo. A noi spetta solo riconoscerlo, stimarlo e accoglierlo. Scopriremo anche la nostra vera grandezza. «Riconosci allora, o cristiano, la tua dignità» (san Leone Magno). Ecco la grazia da chiedere e l’augurio da farci in questo tempo natalizio: conoscere di più il mistero di Cristo per conoscere di più l’identità profonda dell’uomo. Ce lo suggerisce oggi san Paolo: «Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo… vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui». Corrispondere a un tale progetto di vita e viverlo significa realizzare la nostra più autentica umanità: quanto
più si cresce in divinità, tanto più si cresce in umanità. Natale è davvero la festa dell’uomo quando è vissuta come festa di Dio!


EPIFANIA – 6 GENNAIO

ALCUNI MAGI VENNERO

Cristo Gesù è donato come benedizione a tutta l’umanità. Si possono meditare assiduamente le Scritture, addirittura essere deputati a interpretarle, eppure restare nella cecità, quando non si ascolta la storia e non si attende nulla di nuovo. Di fronte all’urgenza dei problemi di oggi sono chiamato al coinvolgimento appassionato nella storia in nome di Gesù, piuttosto che vedermi afferrato dal turbamento allarmistico. Sono chiamato a ricercare, perché diversamente sono sempre i «lontani» che arrivano a Betlemme, e io che penso di essere «vicino» rischio di non trovare il Messia.


(tratto da R. Paganelli – Entrare nella domenica dalla porta della Parola, anno A, Elledici 2015)

Pubblicato il

5. Preghiere dei Fedeli – 5 e 6 gennaio 2020

II DOPO NATALE – 5 GENNAIO

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi • Gv 1,1-18

Celebrante. Il Padre, che ci ha donato il Verbo incarnato, sua Parola agli uomini, e sua luce sul mondo, si aspetta che noi viviamo nell’amicizia con lui e tra noi. Nella Preghiera dei fedeli gli domandiamo la coerenza della fede.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Padre del Signore nostro Gesù Cristo, ascoltaci.

1. Preghiamo per la santa Chiesa, e i cristiani che essa raccoglie. In Cristo luce del mondo, Dio Padre ci ha detto tutto e ci ha dato tutto.
Perché la comunità dei credenti cammini nella verità e nell’amore del Signore Gesù, e sia a sua volta luce di salvezza per ogni uomo, preghiamo.

2. Per i missionari, impegnati nei paesi del terzo mondo. Sovente sono chiamati a operare tra popolazioni poste in condizioni di vita infraumane.
Perché il loro servizio ai più bisognosi sia come il riflesso della carità portata al mondo da Cristo, preghiamo.

3. Per le suore di clausura, che hanno scelto Cristo come sposo. Diciamo a loro la nostra gratitudine, poiché nel raccoglimento e nella preghiera nascosta intrecciano silenziosamente l’unità della Chiesa.
Perché esse vivano nel fascino di Cristo Parola del Padre, siano liete in mezzo a noi, e perseveranti nel dono della vita al Signore, preghiamo.

4. Per i battezzati indifferenti, che non percepiscono più nel Natale l’inizio di un nuovo mondo, ma vivono dimentichi della loro fede.
Perché il benessere e le comodità, oggi largamente diffuse tra noi, non soffochino in loro la naturale aspirazione del cuore agli ideali di bene, e alla solidarietà fra gli uomini, preghiamo.

5. Per la comunità (parrocchiale). Noi tutti abbiamo sempre bisogno di riconfermarci nei nostri progetti concreti di vita cristiana.
Perché il Signore Gesù allontani da noi il male, ci liberi dai rimorsi del passato e dal timore dell’avvenire, e ci aiuti a realizzare nelle nostre case e nel quartiere la costruzione del suo Regno, preghiamo.

Celebrante. O Dio nostro Padre, tu ci hai mandato il tuo Figlio Gesù, luce del mondo. Aiutaci a riconoscerlo, ad accoglierlo nelle nostre esistenze, e a vivere nella sua amicizia. Te lo chiediamo per lo stesso Cristo nostro Signore.


EPIFANIA – 6 GENNAIO

«Siamo venuti dall’oriente per adorare il re» • Mt 2,1-12

Celebrante. Oggi è la festa della rivelazione di Gesù al mondo, e nel salvatore venerato dai Magi sono benedetti tutti i popoli della terra. Chiediamo al Padre che la stella del Natale porti la verità e la fede a ogni uomo.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Illumina, Padre, tutti i popoli della terra.

1. Preghiamo per il Papa, i vescovi e gli altri pastori del popolo di Dio. Scelti da Lui come guide, hanno la missione delicata e sublime di indicare a noi tutti il mistero del Verbo fatto uomo.
Perché le loro parole trovino ascolto, e il Bambino Gesù tra le braccia della sua Vergine Madre sia riconosciuto e accolto come immagine della gloria del Padre e splendore della sua sapienza, preghiamo.

2. Per gli studiosi del cielo e i ricercatori che indagano i segreti della natura. A loro è data, forse più che a ogni altro, la possibilità di intuire e riconoscere nel creato i segni misteriosi della presenza di Dio.
Perché sull’esempio dei Magi anch’essi si aprano al dono della verità tutta intera, e sappiano indicarla all’umanità, preghiamo.

3. Per i bambini e i ragazzi che in questi giorni ricevono i regali della Befana. Questi doni siano per loro un invito a coltivare nel cuore la gratitudine.
E perché i nostri ragazzi sappiano essere a loro volta generosi verso i loro coetanei più sfortunati, che nel mondo devono misurarsi ogni giorno con la miseria e la fame, preghiamo.

4. Per gli increduli. La stella del Signore Gesù è brillata nelle tenebre, ma tanti sono ancora immersi in queste tenebre e non sanno riconoscerla.
Perché l’inquietudine del cuore insoddisfatto spinga ogni uomo a cercare ancora, e a specchiarsi nella luce corroborante di Cristo, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale), qui riunita per la festa dell’Epifania. Figli della luce, siamo chiamati a condividere i doni di Dio nella carità.
Perché in questi giorni sappiamo offrire i nostri doni al Signore, scoperto nella persona dei poveri e dei sofferenti che lo rappresentano, preghiamo.

Celebrante. O Padre, tu hai manifestato il tuo amore per noi nella fragilità indifesa di un Bambino inerme, nato povero tra i poveri in una grotta. Fa’ che sull’esempio dei Magi sappiamo cercarti come sommo bene, e amarti al di sopra di ogni nostro egoismo e tornaconto. Per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)