21 marzo
5ª DOMENICA DI QUARESIMA
Vogliamo vedere Gesù
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14 marzo 2021
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14 marzo 2021
Ormai sono vicini i giorni drammatici della Pasqua di Gesù e si incomincia a parlare apertamente di croce. Domenica prossima sarà la Domenica delle Palme, che aprirà la Settimana Santa. In questa domenica prima del Concilio Vaticano II e della riforma liturgica si velavano la croce e le statue dei santi, per esprimere anche visivamente la drammaticità di questi quindici giorni che ci faranno rivivere la passione e la morte di Gesù.
Se il chicco di frumento non muore
Gesù è appena entrato trionfalmente in Gerusalemme per celebrare la Pasqua. La città è gremita di fedeli provenienti da ogni dove. Alcuni greci arrivati a Gerusalemme per la Pasqua vogliono incontrare Gesù e si rivolgono all’apostolo Filippo. «Vogliamo vedere Gesù», dicono. Sono proseliti, ebrei a tutti gli effetti, anche loro in attesa del messia e ora incuriositi da ciò che hanno visto attorno a Gesù.
Ma proprio da questo interesse sulla sua persona, Gesù comprende che i tempi sono maturi, che la sua «ora» sta per realizzarsi. Non si sa se Gesù abbia accettato di incontrare questi greci, Giovanni non lo dice, ma l’episodio apre al discorso sulla glorificazione di Gesù, che si realizzerà attraverso la sua passione.
Gesù ne è turbato. Giovanni che non racconta l’episodio del Getsemani, in qualche modo lo fa adesso, mettendo in bocca a Gesù queste parole: «Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò: Padre, salvami da quest’ora? Proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome!». Non un angelo, ma il Padre stesso interviene a dargli forza e dice: «L’ho glorificato, e lo glorificherò ancora». Come il chicco di grano per dare frutto deve cadere in terra e marcire per germinare, così la glorificazione di Gesù passerà attraverso il suo sacrifico.
La legge scolpita nel cuore
Il motivo di fondo per cui Gesù verrà condannato al patibolo è l’aver mostrato un nuovo modo di praticare la legge e di vivere l’alleanza con Dio. Gesù si aggancia alla genuina tradizione dei profeti che costantemente hanno invitato gli ebrei ad andare al cuore della legge. È ciò che dice Geremia nella prima lettura, che con espressioni che sono tra le più alte di tutto l’Antico Testamento, parla di un’alleanza nuova, sancita non più da una legge esterna all’uomo, ma di un’alleanza scritta nel cuore dei credenti. Si tratta di un nuovo modo di rapportarsi con Dio, che non stabilisce con lui una specie di accordo di dare e avere determinato da gesti, riti, sacrifici, osservanze minuziose e maniacali per osservare con scrupolo una legge, ma di una conversione del cuore, di un’apertura radicale ai progetti di Dio.
Ma se alla prima alleanza il popolo non si è rivelato fedele, a questa alleanza nuova e definitiva la fedeltà non verrà meno, perché sarà firmata dal sangue di Gesù, il Figlio di Dio.
L’«ora di Gesù»
Al centro della Parola di Dio di quest’oggi c’è l’«ora» di Gesù, che è il momento centrale della sua vita, a cui il Vangelo di Giovanni fa riferimento più volte. La sua «ora» è il momento della decisione estrema: «Proprio per questo sono giunto», dice Gesù e sa che la sua missione non potrà avere che questo epilogo. Ma ne ha anche paura e la sua anima ne è turbata: si tratta ormai di affrontare a viso aperto l’esperienza del sacrificio della croce.
Ma per Gesù la croce non vuol dire mettersi nella prospettiva della morte: Gesù non si suicida per protesta o per disprezzo della vita, ma è espressione della sua volontà di rimanere fedele anche a costo di rimetterci ogni cosa, compresa la vita. È quindi segno di un amore senza misura, di una vita non persa ma realizzata.
Allo stesso modo, imitando Gesù, Oscar Romero, vescovo di San Salvador, quando sentì che la sua vita era in grave pericolo, disse: «Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno!». E venne ucciso da un sicario mentre celebrava la messa. La sua colpa, l’essersi schierato contro gli squadristi per difendere i poveri, aver sfidato con la forza della fede i poteri forti. La via della croce, che era vista come una maledizione per l’uomo, un supplizio infamante, è motivo di onore e di gloria per i cristiani.
«Vogliamo vedere Gesù»
«Vogliamo vedere Gesù!»: vogliamo dirlo anche noi oggi, come quei proseliti rimasti affascinati dalla sua persona. Lo diciamo insieme ai milioni e milioni di uomini e donne che dall’inizio della storia cristiana hanno cercato di conoscerlo più da vicino e ne sono stati affascinati.
«Vogliamo vedere Gesù»: sarebbe bello che in questi giorni di Quaresima fosse anche il desiderio di pensa di aver perso la fede, di chi si è allontanato dalla Chiesa o non ci è mai entrato e ne ha inconsciamente nostalgia.
UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA
«Il Cristo dà fastidio agli uomini del suo tempo. È un rivoluzionario. Cambia tutto… anche la religione. Allora lo si spia. Lo si perseguita, si cerca un’occasione per arrestarlo. E una sera lo si fa prigioniero. Un amico l’ha tradito. Dopo una parodia di processo, lo si condanna. Lo si tortura, e non per avere da lui delle informazioni, unicamente per odio. Poi lo si uccide. Ma di questa morte egli resta il padrone» (Michel Quoist).
COMMENTO
La ricchezza di questo brano giovanneo richiede un po’ di attenzione.
Qui all’improvviso compaiono «alcuni Greci» (probabilmente proseliti non Ebrei), che chiedono di «vedere» Gesù a un apostolo che porta un nome evidentemente greco, Filippo, il quale si rivolge ad un altro che pure ha un nome greco, Andrea. Che vuol dire? Al momento in cui scrive, il Vangelo è già diffuso tra i “Greci”. Il verbo “vedere” in Giovanni ha un significato pregnante, vale anche per “conoscere” e “credere”. Qui si dice che dalla risurrezione in poi non ci si può più rivolgere direttamente a Gesù, ma, per “vederlo”, bisogna passare necessariamente attraverso la testimonianza degli apostoli, attraverso la Chiesa.
L’evangelista poi si “dimentica” di dirci cosa ha risposto Gesù ai Greci e anche se li ha incontrati, ma registra abbondantemente la sua risposta agli apostoli. Dice loro chiaramente che, essendo arrivata la tanto attesa “ora”, quella della passione, il luogo in cui bisogna vederlo, per conoscerlo e credere in lui, è la croce.
Così, le parole di Gesù annunciano e danno il senso della croce, in una prospettiva molto diversa dai sinottici. In pratica Giovanni dice ai suoi lettori: «quello che hanno scritto i sinottici è vero, ma io voglio mostrarvi il senso profondo di ciò che è successo e lo spirito con il quale il Verbo incarnato ha affrontato la passione; la croce è il trono regale, verso il quale Gesù si reca volontariamente, per dare liberamente la sua vita in obbedienza al Padre e per rendere suoi figli tutti gli uomini».
Giovanni, dunque, vede la crocifissione come la glorificazione di Gesù e l’immagine del chicco, che porta «molto frutto», passando attraverso la «morte», dice la vittoria della vita che il Padre vuole comunicare all’umanità.
Quindi passa a noi: coloro che credono in Gesù devono stare con lui per gustare la vita piena, anche passando attraverso la croce. Chi sceglie di fare della propria vita un dono per gli altri, e non la consuma per se stesso, condividerà il modo di vivere e di donare la vita di Cristo e sarà onorato dal Padre, cioè condividerà la vita stessa di Gesù, per sempre.
Segue un’altra integrazione dei sinottici. Giovanni non ha la drammatica preghiera di Gesù nel Getsemani, la sostituisce con la consapevolezza di Gesù di essere giunto alla sua “ora”, per arrivare alla quale si è incarnato e ha rivelato con molti “segni” il progetto di amore del Padre. È turbato, ma deciso, per questo la sua preghiera diventa una richiesta al Padre di glorificare il suo nome. La traduzione è: «Padre, mostra agli uomini attraverso di me fino a che punto arriva il tuo amore per loro», e la risposta del Padre si può esprimere in questi termini: «L’ho mostrato, inviando te nel mondo e lo mostrerò fino al punto estremo, quando tu salirai sulla croce e donerai lo Spirito. Allora tutti potranno vedere che il mio e il tuo amore per loro è senza limiti».
Così si realizza la salvezza dell’umanità, così saranno sconfitti il regno delle tenebre e il padre della menzogna. Così Gesù, innalzato sul trono della croce, donando il suo Spirito, sprigionerà l’energia divina che attirerà a lui tutti gli uomini che vorranno guardare a lui e credere in lui.
SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA
PROPOSTA DI IMPEGNO DELLA SETTIMANA
Accettiamo qualche sofferenza, offrendola al Signore, per un nostro fratello in difficoltà.
Tratto da: Messale delle domeniche e delle feste – Elledici – 2018
PREGHIERA UNIVERSALE
Celebrante. O Padre, ci rivolgiamo a te con gli occhi fissi alla croce di Gesù. Ascolta le preghiere che ti rivolgiamo ed esaudiscile. Diciamo insieme: Padre, ascoltaci!
Celebrante. Signore Gesù, che come il chicco di frumento hai accettato di morire per donarci i frutti della tua passione, fa’ che viviamo questi giorni in comunione con te. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

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Pubblicazioni di Roberto Benotti (RobyHood) presso Elledici:
Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

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14 marzo 2021
Il Vangelo riporta la parte centrale del dialogo che Gesù ha avuto con Nicodemo, un notabile della città, un fariseo incuriosito dalle opere straordinarie compiute da Gesù e che desidera incontralo. Ha capito che Gesù è un inviato di Dio e si reca da lui, ma lo fa di notte, forse per non compromettersi troppo, forse per non avere problemi da parte degli altri farisei.
L’incontro con Nicodemo
È una bella storia quella di Nicodemo. Ė aperto più alla verità che a difendere l’autorità dei farisei e le loro posizioni, e decide di incontrare Gesù. Lo fa di notte, ma poi lo difenderà apertamente quando vorranno imprigionarlo senza un adeguato giudizio. Dirà: «La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?» (Gv 7,51). Il suo intervento servirà a poco, ma dopo la morte di Gesù coraggiosamente ricupererà il suo corpo e gli darà sepoltura, usando in suo onore circa trenta chili di una preziosa mistura di mirra e aloe. La tradizione vuole che Pietro lo abbia poi battezzato e sia morto martire. E oggi è nell’elenco dei santi.
A Nicodemo che sceglie la notte, Gesù non solo non si nega, ma regala piena la sua luce e gli rivela apertamente il piano d’amore di Dio sul mondo che si sta realizzando per mezzo di lui, il Figlio. È curioso che Gesù si riveli in modo aperto soprattutto a chi si direbbe che non sia in grado di capire. Pensiamo alla Samaritana, a cui Gesù si dichiara chiaramente come messia. Nicodemo fa fatica a comprendere il senso di ciò che dice Gesù, ma Gesù si spiega, rendendo sempre più esplicita la sua rivelazione.
L’amore di Dio ci precede
Nel dialogo tra Gesù e Nicodemo si trova «l’affermazione chiara e precisa dell’amore di Dio come causa vera, ultima e determinante della presenza del suo Figlio nel mondo» (Felipe Ramos). E il suo amore si è manifestato nella sua passione e morte, che è insieme la più grande manifestazione dell’amore di Gesù per noi e dell’amore del Padre, che accetta che il Figlio sia innalzato sul patibolo perché «chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Per questo Gesù dice che chi accoglie lui e la sua croce si salva, chi non lo accoglie condanna se stesso. Giovanni esprime tutto questo, come ha già fatto nel suo Prologo, con l’antitesi luce e tenebre. Chi si decide per Gesù e lo accoglie si colloca dalla parte di Dio e rimane nella luce, chi lo rifiuta si mette contro Dio e finisce nelle tenebre.
Di fatto Gesù constata che «gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce» (Gv 3,19). È la storia dell’uomo sulla terra, la nostra storia personale, in cui fedeltà e infedeltà entrano in gioco.
Una tragedia ebraica
Nella storia del popolo ebraico il rapporto d’amore tra Dio e l’uomo non è mai stato pacifico, né facile. L’amore di Dio, totalmente gratuito e disinteressato verso questo piccolo popolo, non è sempre stato ricambiato. La prima lettura ne è un esempio. La schiavitù di Babilonia è stata la conseguenza dell’infedeltà di Israele e nello stesso tempo il mezzo di cui Dio si è servito per recuperare l’amore del suo popolo.
Nel secondo libro delle Cronache leggiamo questa tragica vicenda, la più grande catastrofe vissuta dal popolo di Israele dopo la schiavitù in Egitto: la deportazione in Babilonia. Un esilio umiliante e drammatico per un popolo che pensava di avere sempre Dio dalla propria parte. A nulla erano servite le parole dei profeti: i sacerdoti e il popolo «moltiplicarono le loro infedeltà» e la conseguenza fu la perdita di tutto, delle proprie mura, del tempio, dei palazzi, delle case, della propria storia e cultura.
Dio permette questa terribile prova. Ma la sua fedeltà non viene meno nemmeno questa volta: suscita Ciro, re di Persia, un pagano che si mette a disposizione di Dio. E tutto può ricominciare: il ritorno e la ricostruzione, la ripresa del dialogo con Dio.
La salvezza viene dalla croce
Anche in questa quarta domenica di Quaresima al centro della Parola di Dio c’è Gesù. Un Gesù che si rivela di domenica in domenica: nelle tentazioni, nella trasfigurazione, nel desiderio di purificare la vita religiosa del popolo. E oggi nel suo amore senza misura. Un amore che, come abbiamo detto, si è manifestato sulla croce, che non è stata per lui un incidente di percorso, ma rivelazione del suo amore senza misura per noi.
La vita eterna, che è la vita divina in noi e il nostro esserci messi alla sequela di Cristo, si conquista guardando la croce. Come è avvenuto per gli infedeli ebrei nel misterioso episodio raccontato dall’Esodo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15).
Questo amore di Dio è la forza della Chiesa, che lo rivela nel tempo attraverso la testimonianza dei suoi figli migliori, i santi. L’amore vissuto in ogni secolo da un numero grande di cristiani generosi è la prova più convincente dell’amore di Dio. «L’amore esiste. È raro, ma esiste. Ed è l’unica prova dell’esistenza di Dio» (Eugène Jonesco).
UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA
«Il cuore degli uomini del nostro tempo si asfissia lentamente, sornionamente, per un’assenza universale: quella della bontà. La bontà è la carne della carità. La bontà è capace dei gesti più folli. È smisurata come la Croce. Consiste nell’amare chiunque, fino alla fine in qualsiasi momento. Il vangelo è annunciato veramente soltanto se i cristiani che lo annunciano tendono con tutte le forze ad avere un cuore buono. La bontà ha, per il cuore incredulo, il sapore sconosciuto di Dio e lo induce a incontrarlo» (Madeleine Delbrêl).
COMMENTO
Il modo con cui Giovanni evangelista fa annunciare a Gesù la propria passione è molto diverso da quello dei sinottici.
Nella cacciata dei venditori, Gesù annuncia la distruzione del tempio, parlando del suo corpo, ma afferma che lui lo farà risorgere in tre giorni.
In questo brano collega se stesso al serpente di bronzo, che Mosè innalzò nel deserto dell’Esodo, perché chi fosse stato morso dai serpenti velenosi, guardandolo, si salvasse. Qui presenta la crocifissione come un innalzamento, che permetterà agli uomini di guardarlo e di essere salvati, cioè di essere ammessi a condividere la vita stessa di Dio, che lui è venuto a donare. Sembra che Giovanni voglia spogliare la passione di tutti gli elementi umilianti (erano già scritti nei sinottici), per affermare che sulla croce, oltre la debolezza, si rivela in tutto il suo splendore l’amore del Padre attraverso quello del Figlio: la croce, dunque, è nello stesso tempo la debolezza e la forza di Cristo, è la sua umiliazione e la sua gloria!
Per i cristiani (e per quelli che non credono), che si chiedono come mai il Padre ha permesso quella morte ignominiosa del Figlio, Giovanni proclama a voce alta e con forza che tutto quello che il Padre ha fatto ha una sola motivazione: il suo amore per il mondo, cioè per tutti gli uomini, che vuole salvare, rendendoli figli suoi, a immagine del Figlio eterno. E il Figlio è perfettamente d’accordo con il Padre e viene nel mondo proprio per realizzare il progetto di amore della Trinità, per fare di tutti gli uomini che credono la famiglia di Dio, radunando tutti i figli dispersi nell’unità della fede e dell’amore. Lo fa attraverso un segno di amore inimmaginabile: dona la sua vita sulla croce.
L’amore donato chiede amore e l’amore non esiste senza libertà. Il Figlio, innalzato per amore, non impone la salvezza, ma la dona a chi la accetta, credendo in lui. È questo che determina una divisione tra gli uomini: quelli che credono nel Figlio e quelli che non credono.
Giovanni ci tiene a chiarire a tutti che non è il Figlio a giudicare e condannare, ma sono gli uomini a scegliere da che parte stare.
La metafora del contrasto tra la luce e le tenebre è tipica di Giovanni. Tutto ciò che viene da Dio è luce, tutto ciò che si oppone a lui è tenebra. La luce è vita, la tenebra è morte. La luce è bene, la tenebra è male. Il bene risplende, perché è verità, il male e il peccato si nascondono, perché sono menzogna. Più avanti Giovanni fa dire chiaramente a Gesù chi è il padre della menzogna e chi sono i suoi figli (8,44). Dall’altra parte, il compito dei credenti in Cristo è far risplendere il loro volto di figli di Dio attraverso opere di bene, di verità e di misericordia, perché chi non crede ne sia illuminato, affascinato e anche conquistato.
SPUNTI PER L’ATTUALIZZAZIONE E LA PREGHIERA
PROPOSTA DI IMPEGNO DELLA SETTIMANA
Scegliamo un ambiente di vita in cui far risplendere la nostra fede attraverso le opere buone.
Tratto da: Messale delle domeniche e delle feste – Elledici – 2018

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