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6. Vignetta di RobiHood – 12 OTTOBRE 2025 – 28ª DOMENICA T.O.

12 OTTOBRE

28ª DOMENICA T.O.

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1. ORAZIONI – 5 OTTOBRE 27ª – DOMENICA T.O.

5 OTTOBRE

27ª DOMENICA T.O.

LA FEDE DEL SERVO INUTILE

Antifona

Tutte le cose sono in tuo potere
e nessuno può opporsi alla tua volontà.
Tu hai fatto il cielo e la terra
e tutte le meraviglie che si trovano sotto il firmamento:
tu sei il Signore di tutte le cose. (Cf. Est 4,17b-c)

Si dice il Gloria.

Colletta

Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

O Dio, che soccorri prontamente i tuoi figli
e non tolleri l’oppressione e la violenza,
rinvigorisci la nostra fede,
affnché non ci stanchiamo di operare in questo mondo,
nella certezza che la nostra ricompensa
è la gioia di essere tuoi servi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Sulle offerte

Accogli, o Signore, il sacrificio
che tu stesso ci hai comandato di offrirti
e per questi misteri che celebriamo con il nostro servizio sacerdotale
porta a compimento la tua opera di santificazione.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione

Buono è il Signore con chi spera in lui,
con colui che lo cerca. (Lam 3,25)

Oppure:

Uno solo è il pane,
e noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo:
tutti partecipiamo all’unico pane e all’unico calice. (Cf. 1Cor 10,17)

*C
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». (Lc 17,5-6)

Dopo la comunione

Concedi a noi, Padre onnipotente,
che, inebriati e nutriti da questi sacramenti,
veniamo trasformati in Cristo
che abbiamo ricevuto come cibo e bevanda di vita.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

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3. Commento alle Letture – 5 OTTOBRE 27ª DOMENICA T.O.

5 OTTOBRE

27ª DOMENICA T.O.

LA FEDE DEL SERVO INUTILE

COMMENTO

La prima lettura di questa domenica è tratta dal breve libro (solo tre capitoli) del profeta Abacuc. Di lui non conosciamo nulla. Sappiamo solo che il suo messaggio ha rivestito una grande importanza sia nella comunità di Qumran, sia nel cristianesimo primitivo. Venne scritto nel VI secolo a.C. durante una fase storica convulsa del popolo ebreo, dominata da violenze e dissidi. Il profeta assiste allibito a quanto succede.
I Caldei scacciano gli Assiri. Si impongono su tutto il Medio Oriente. Con ferocia ed avidità conquistano anche Gerusalemme e ne deportano la popolazione. Il diritto viene calpestato, i forti depredano i deboli e la corruzione dilaga. Il profeta si sente abbandonato da Dio. Dal suo cuore salgono alcuni interrogativi che fotografano bene anche la nostra situazione attuale: «Fino a quando, Signore, implorerò e tu non ascolti, a te innalzerò il grido “Violenza” e tu non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?» (Ab 1, 2-3).
La risposta di Dio arriva al versetto 2,4. Dio verrà e non tarderà: «Ecco soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede». Ma che cosa si intende per fede?
Anche noi di fronte ad essa ci sentiamo deboli e, come gli apostoli, chiediamo a Gesù di aumentarla e fortificarla. Avere fede non vuol dire essere passivi, bigotti, prigionieri di devozionalismi privi di concretezza e coerenza di vita. Papa Leone rispondendo in inglese ad un giornalista americano gli ha ricordato che il cristiano deve schierarsi per la vita non solo combattendo l’aborto ma soprattutto lottando per l’abolizione della pena di morte, accogliendo i profughi e praticando la giustizia sociale.
La fede deve svegliarci dai nostri torpori esistenziali. Ci vuole in piedi e vigili. Lo dice chiaramente il Vangelo: «Beati quei servi, che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12, 37).
Dio non chiede di essere servito, ma vuole servire. Il suo messaggio è un invito ad essere liberi e non schiavi della nostra avidità e dei nostri rancori. Il Figlio di Dio è venuto non per imporci dei doveri da padrone, ma, con il suo esempio, a proporci un nuovo modo di essere attraverso la sua testimonianza messa a nostra disposizione.
Non servi inutili del nostro innato egoismo, ma padroni della nostra vita, dei nostri sentimenti, della nostra intelligenza e della nostra libertà radicata nella coerenza della nostra fede vissuta.
Dio è padrone del bene, della giustizia, della misericordia e dell’amore.
Ma si fa servo attraverso la Parola che suo Figlio, vivendo la nostra realtà, ci ha testimoniato e trasmesso, rendendoci “signori” della nostra vita.

 

MEDITAZIONE

Professare la fede cristiana significa credere ed affermare un certo numero di proposizioni relative al Padre, al Figlio, allo Spirito, alla Chiesa, ai sacramenti, alla vita eterna e alla risurrezione della carne. Tutte cose essenziali, perché se non si concorda almeno con il Credo tanto vale dirsi di un’altra religione. Tutto ciò, però, ancora non basta. Per professare la fede cristiana bisogna innanzi tutto essere cristiani; e per essere cristiani bisogna accogliere il Vangelo e plasmare la propria esistenza su di esso.

Tutti sappiamo, però, che il Vangelo vissuto è un impegno esigente. Qui abbiamo la misura del problema. È evidente la sproporzione fra ideale e debolezza; fra la meta cui ambiamo e le risorse di cui disponiamo. In questa sproporzione si può collocare la constatazione della necessità della fede e, dunque, la richiesta dei discepoli: «Accresci in noi la fede!» (Lc 17,6).
La risposta di Gesù muove sul filo del paradosso. I discepoli chiedono un incremento della fede; Gesù risponde che non è questione di quantità bensì di qualità. Ciò che è richiesto è una fede autentica.

La fede: la sua crescita, le sue crisi

La fede è l’atteggiamento di fiducia con il quale il discepolo si relaziona con Gesù. Nasce dal riconoscimento dell’impotenza umana e della potenza di Dio e per questo si configura come l’ambito di accoglienza dell’azione di Dio.
La fede, come tutte le dimensioni dell’esistenza umana, è sempre precaria. Non è mai un patrimonio acquisito e stabile. Anch’essa è soggetta a sviluppo o involuzione. Non è contrario alla fede il ricercare, l’interrogare. A essa è contrario solo il lasciarsi travolgere dal dubbio senza prendersene cura, senza dotarsi degli strumenti critici per affrontarlo.
La fede passa sovente per il crogiuolo della prova, dell’inquieto interrogare Dio. Il profeta Abacuc dà parole a questo travaglio. Innalza il suo grido di angoscia nella preghiera (cf Ab 1,2). Sono parole che l’umanità dice di frequente, gridando verso Dio, e spesso contro Dio. È il grido tormentato che nasce dallo scandalo del male che affligge la vita umana e pervade la storia. Spesso al cospetto di tanto male sembra che Dio rimanga indifferente, impassibile, muto. È il trionfo della violenza, del dolore, della sofferenza; del male di vivere, quando il passare dei giorni è più condanna che gioia. Per il credente è una prova difficilissima che si condensa tutta in un’interrogazione: «Perché, Dio?».
La profezia di Abacuc continua. E lì Dio risponde. Ma a ben ponderarla è una risposta che non è semplicemente risolutiva: interpella ancora la fede dell’uomo (cf Ab 2,2-4).
Dio s’impegna con il profeta, stende un documento scritto (cf Ab 2,2-3). L’impegno di Dio afferma che l’accrescersi e l’imperversare del male non è definitivo. A esso Dio stesso porrà un termine, una sconfitta totale e definitiva.
Nel tempo di mezzo che si dà fra la promessa e la sua realizzazione, però, di nuovo è chiamata in causa la fede dell’uomo (cf Ab 2,3-4). La fede davanti alla prova si configura anche come capacità di resistenza, come perseveranza.

Prendersi cura della propria fede

Nel tempo di mezzo c’è una responsabilità sulla propria fede. È quella cui richiama san Paolo nella sua esortazione a Timoteo (cf 2 Tm 1,14). È una fede da coltivare con la preghiera, con la meditazione della Parola, con la riflessione e con la custodia della Tradizione.
A partire dalla fede così intesa, centrale nella propria esistenza perché capace di illuminare ogni altro aspetto, non sminuendolo o violentandolo bensì inserendolo in un contesto operativo e di significato più ampio, la vita intera si trasforma e diventa servizio, testimonianza, collaborazione all’opera di redenzione di Dio (cf 2 Tm 1,8).
Ecco dunque la seconda parte del Vangelo. I servi concludono dicendo «Siamo servi inutili» (Lc 17,10). L’inutilità non consiste nel fatto che il nostro agire sia indifferente al Regno o a Dio, bensì nella constatazione liberante che, in ordine al Regno, posto il nostro servizio i risultati non dipendono da noi. Servi inutili perché, quando la fede anima le nostre azioni, esse sgorgano da un cuore mosso dalla disponibilità, dalla capacità di oblazione, dall’amore e dalla gratuità.

 

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2. introduzioni – 5 OTTOBRE 27ª – DOMENICA T.O.

5 OTTOBRE

27ª DOMENICA T.O.

LA FEDE DEL SERVO INUTILE

Nelle scorse domeniche abbiamo affrontato i temi della povertà evangelica e della concentrazione, libera da distrazioni, sul cammino verso la salvezza. La liturgia di oggi mette in evidenza un altro aspetto fondamentale della vita del cristiano: la fede.
Essa è capacità di restare saldi nell’attesa, di riconoscere la nostra forza nella misericordia di Dio e di considerarsi, in definitiva, servi inutili. Solo abbandonandosi alla grandezza del Padre, sull’esempio di Cristo, possiamo vivere il Vangelo e sperare nella giustizia del Regno dei Cieli.

PRIMA LETTURA

Il giusto vivrà per la sua fede.
Il profeta Abacuc è esasperato dalla violenza che si dispiega di fronte ai suoi occhi e dal silenzio di Dio, che sembra non intervenire. La risposta del Signore è un invito a rimanere fedele nell’attesa: la sua Parola si realizzerà e farà giustizia.

SALMO RESPONSORIALE                

Dal Salmo 94 (95)

Il salmista ci invita a spogliarci delle nostre infedeltà del passato e a riconoscere che Dio è nostra origine e nostra salvezza.

SECONDA LETTURA

Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro.
Paolo mette in guardia Timoteo, esortandolo a custodire il tesoro che ha ricevuto in dono. Tale tesoro consiste negli insegnamenti di Cristo e il modo per custodirlo è restare saldi nella fede e forti nella speranza, anche di fronte alle persecuzioni.

VANGELO

Non potete servire Dio e la ricchezza.

Se aveste fede!
Di fronte alla richiesta dei discepoli, che chiedono di essere rafforzati nella fede, Gesù risponde spostando il centro dell’attenzione: la questione non è «quanta fede si ha», ma «perché si ha fede». La fede autentica non mira a ottenerne una ricompensa e non considera l’obbedienza un merito. Chi la possiede non fa che adempiere ai suoi doveri in vista del Regno dei cieli.

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4. Letture – 5 OTTOBRE 27ª DOMENICA T.O.

5 OTTOBRE

27ª DOMENICA T.O.

LA FEDE DEL SERVO INUTILE

Il giusto vivrà per la sua fede.
Il profeta Abacuc è esasperato dalla violenza che si dispiega di fronte ai suoi occhi e dal silenzio di Dio, che sembra non intervenire. La risposta del Signore è un invito a rimanere fedele nell’attesa: la sua Parola si realizzerà e farà giustizia.

Dal libro del profeta Abacuc             Ab 1,2-3;2,2-4

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto
e non ascolti,
a te alzerò il grido: «Violenza!»
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».

Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE                

Dal Salmo 94 (95)

Il salmista ci invita a spogliarci delle nostre infedeltà del passato e a riconoscere che Dio è nostra origine e nostra salvezza.

R. Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia. R.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce. R.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere». R.

SECONDA LETTURA

Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro.
Paolo mette in guardia Timoteo, esortandolo a custodire il tesoro che ha ricevuto in dono. Tale tesoro consiste negli insegnamenti di Cristo e il modo per custodirlo è restare saldi nella fede e forti nella speranza, anche di fronte alle persecuzioni.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo         2 Tm 1,6-8.13-14

Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.

Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO

2 Cor 8,9

Alleluia, alleluia.

La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.

Alleluia, alleluia.

VANGELO

Non potete servire Dio e la ricchezza.

Se aveste fede!
Di fronte alla richiesta dei discepoli, che chiedono di essere rafforzati nella fede, Gesù risponde spostando il centro dell’attenzione: la questione non è «quanta fede si ha», ma «perché si ha fede». La fede autentica non mira a ottenerne una ricompensa e non considera l’obbedienza un merito. Chi la possiede non fa che adempiere ai suoi doveri in vista del Regno dei cieli.

Dal Vangelo secondo Luca        Lc 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Parola del Signore.

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5. Preghiere di perdono e dei fedeli – 5 OTTOBRE 27ª DOMENICA T.O.

5 OTTOBRE

27ª DOMENICA T.O.

LA FEDE DEL SERVO INUTILE

RICHIESTA DI PERDONO

  • Signore, consideriamo un dato acquisito la nostra fede e smettiamo di cercarti. Kyrie eleison.
  • Cristo, le ingiustizie ci opprimono e siamo tentati di attribuirne a te la colpa. Christe eleison.
  • Signore, desideriamo un cammino di fede facile, appagante e pieno di gratificazioni, dimenticandoci della centralità della tua croce.  Kyrie eleison.

PRGHIERA UNIVERSALE

Dio ci ha chiesto
di rimanere saldi nell’ora della prova, non cedendo alla disperazione ed esercitando la virtù della pazienza. Preghiamo insieme e diciamo:

Signore, donaci una fede salda.

• Perché la nostra fede non si manifesti solo nei momenti favorevoli, ma anche quando siamo
chiamati a essere minoranza. Preghiamo.

• Perché il nostro servizio nella comunità non venga sbandierato come un merito. Preghiamo.

• Perché ci ricordiamo che nulla è definitivo tranne il tuo amore e che, di conseguenza, ci
attendono sempre nuove prove. Preghiamo.

• Perché dove la speranza ci abbandona, ci sia di sostegno l’umiltà. Preghiamo.

O Padre, il cammino lungo cui ci conduci è pieno di distrazioni e di occasioni
per perdere la fede. Fa’ che, col tuo aiuto, rimaniamo nella certezza che il
male non avrà l’ultima parola.

Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

 

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6. Vignetta di RobiHood – 5 OTTOBRE 2025 – 27ª DOMENICA T.O.

5 OTTOBRE

27ª DOMENICA T.O.

LA FEDE DEL SERVO INUTILE

 

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Un anno straordinario

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1. ORAZIONI – 28 SETTEMBRE 2025 – 26ª DOMENICA T.O.

28 SETTEMBRE

26ª DOMENICA T.O.

UNA VITA DA UOMO DI DIO

 

Antifona

Signore, quanto hai fatto ricadere su di noi,
l’hai fatto con retto giudizio, poiché noi abbiamo peccato,
non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti.
Ma ora, salvaci con i tuoi prodigi; da’ gloria al tuo nome, Signore,
fa’ con noi secondo la tua clemenza,
secondo la tua grande misericordia. (Dn 3,31.29.43.42)

Si dice il Gloria.

Colletta

O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

O Dio, che conosci le necessità del povero
e non abbandoni il debole nella solitudine,
libera dalla schiavitù dell’egoismo
coloro che sono sordi alla voce di chi invoca aiuto,
e dona a tutti noi una fede salda nel Cristo risorto.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

Sulle offerte

Accogli, Padre misericordioso, i nostri doni,
e da questa offerta
fa’ scaturire per noi la sorgente di ogni benedizione.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione

Ricordati, o Signore, della parola detta al tuo servo,
con la quale mi hai dato speranza.
Questa mi consola nella mia miseria. (Cf. Sal 118,49-50)

Oppure:

In questo abbiamo conosciuto l’amore:
egli ha dato la sua vita per noi;
anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. (1Gv 3,16)

*C
Il povero fu portato dagli angeli accanto ad Abramo,
e il ricco negli inferi, tra i tormenti. (Cf. Lc 16,22-23)

Dopo la comunione

Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, annunciando la morte del tuo Figlio,
partecipiamo alla sua passione
per diventare eredi con lui nella gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

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3. Commento alle Letture – 28 SETTEMBRE – 26ª DOMENICA T.O.

28 SETTEMBRE

26ª DOMENICA T.O.

UNA VITA DA UOMO DI DIO

COMMENTO

La Parola di Dio di questa domenica è quanto mai attuale. Per la terza volta Luca ci parla dei comportamenti di un anonimo “uomo ricco”. È una delle parabole più note dei Vangeli. Per l’ennesima volta Gesù mette in guardia contro il cattivo uso della ricchezza, che è un bene, ma che si trasforma in un ostacolo insormontabile per essere ammessi nel Regno dei Cieli se viene usata solo a fini egoistici o goderecci.
La prima lettura ci presenta alcuni versetti del profeta Amos, vissuto nell’VIII secolo a.C.. Era nato a Tekoa, paesino vicino a Betlemme, ed era un contadino dotato di un profondo senso di osservazione e di una penna pungente. Al suo tempo Israele era diviso in due regni: quello di Israele e quello di Giuda. I loro rapporti erano tutt’altro che amichevoli, ma entrambi godevano di un periodo di ricchezza e benessere per pochi e di miseria per molti. La sua denuncia contro le orgie dei dissoluti sono forti e taglienti. Sarebbero quanto mai attuali anche oggi.
Quando la ricchezza intossica il cervello ed inaridisce il cuore, diventa la negazione di Dio. L’egoismo blindato su se stessi rende incapaci di vivere quello che Dio vuole da noi come ci ricorda Paolo nella seconda lettura: credere vuol dire essere persone animate da sentimenti di giustizia, pietà, fede, carità, pazienza, mitezza. Tutte virtù che non appartengono ai canoni vitali di chi si preoccupa solo di accumulare e di godere la vita in modo bulimico ed autorefetenziale.
È questa la condizione dell’attore principale del racconto evangelico di oggi. Si tratta di un viveur tutto preso dai bagordi quotidiani. Per lui mangiare e bere sono le colonne portanti della sua vita quotidiana. Ha tutta l’aria di essere una persona che ci sa fare con i soldi,  che non gli mancano e gli permettono di gozzovigliare quotidianamente. Non e’ cattivo d’animo: non tratta male Lazzaro non lo caccia. Semplicemente non si accorge di lui. Il suo stomaco ha fagocitato anche il suo cuore. Così  mentre i cani colgono la silenziosa sofferenza di Lazzaro e vanno a leccare le sue ferite, lui, indifferente,  continua a tritare cibo con le sue fauci voraci ed  ad ingurgitare bevande. Questo suo disinteresse cieco ed egoista gli sbarra le porte dell’aldilà . Come lui aveva posto una distanza distratta ed apatica con Lazzaro durante la vita, dopo morte, lo stesso abisso si ripropone in modo esattamente opposto.
Questa cieca ossessione del proprio io si ripresenta anche negli inferi. Infatti chiede usando l’imperativo, rivolgendosi ad Abramo: “manda” Lazzaro in mio soccorso. Di fronte al diniego si incaponisce nel chiedere un intervento salvifico solo per i suoi fratelli e non per tutti.
Sono molte le riflessioni proposteci dal comportamento di questo “uomo ricco” senza nome. Non si tratta di un caso isolato. Il suo modello di vita è quanto mai attuale e seguito da troppi sedicenti credenti che hanno come idoli solo il proprio ventre ed il proprio benessere. Li troviamo dappertutto anche nelle chiese e nelle nostre comunità.
Siamo sicuri che non affondino qualche radice anche nei nostri cuori e nei nostri comportamenti?

 

MEDITAZIONE

Luca non «descrive» il paradiso o l’inferno. Attinge materiale dalla cultura del suo tempo e la rielabora secondo il suo messaggio.
Nelle tre scene della parabola sono contenuti tre messaggi: la condanna dell’insipienza della vita; le conseguenze; il monito alla conversione.

Lazzaro e il ricco epulone

Protagonisti della parabola sono un ricco e il povero Lazzaro. Il primo non ha nome. In compenso è descritto con precisione (cf Lc 16,19). Di lui non si sa altro che questo, perché di lui non c’è altro da sapere. Un’esistenza ridotta al suo possedere e godere. Un uomo senza spessore perché appiattito su ciò che veste e mangia. Esistenza vacua di una personalità fatua. Il ricco non ha neppure spessore negativo. Non è un empio, nel senso di uno che agisca contro Dio, con perversa ma almeno deliberata intenzionalità malvagia. Non ci sono neppure motivi per dire, con certezza, che è illecitamente ricco.
Il vangelo di Luca insiste con grande frequenza sul tema della povertà, sul pericolo delle ricchezze, sul rapporto sapiente che si deve avere con i beni materiali. Secondo Luca possedere dei beni non è in sé un male. Il male può essere nel rapporto che con essi s’instaura. Certo che, se si parla di povertà, non è opportuno ridurla a un atteggiamento poetico di distacco dai beni: è necessario vivere concretamente e volutamente tale distacco. Si badi, però, che la povertà evangelica non è la mendicità, che è sempre male. Tanto che l’invito all’elemosina, se non ridotto a un puro appello moralistico, mostra che la permanente insufficienza dei beni di sostentamento è qualcosa cui porre rimedio. D’altro canto non è sufficiente essere indigenti per essere distaccati dai beni. La povertà evangelica va scelta, ricercata, esercitata come forma di libertà spirituale.
Il peccato del ricco sta nella sua cecità, per la quale, a causa della sua ricchezza che lo ottunde, non vede neppure il povero Lazzaro. L’incapacità di comprendere, la sua insensibilità viene dal fatto che il ricco, immerso nella sua crapula, semplicemente “rimuove” il povero.
L’effetto è però assai grave. Così invischiato nella sua condizione esaurisce la sua vita nel presente, in una logica esistenziale chiusa nell’egoismo e incapace di aprirsi all’amore. È la solitudine più radicale, che inizia nel presente ed è sancita dopo la morte. Significativo il fatto che, con il linguaggio biblico, Lazzaro dopo la morte viene immesso in un rapporto di comunione; il ricco, semplicemente e tristemente, «morì e fu sepolto» (Lc 16,22). Questo è il tema della parabola: l’importanza delle scelte, la centralità dell’amore, la necessità di un’esistenza prospettica che non si stordisca nel presente egoisticamente vissuto.

La proposta di una vita «vigorosa»

La vita consumata nel presente è oggetto di critica anche nelle parole del profeta Amos. La spensieratezza ignara della serietà della vita è descritta con poche e potenti immagini (cf Am 6,4-6). Non è condannata la gioia, ma la sua esagerazione lisergica. È stigmatizzata la vita oziosa che si rammollisce in uno sperpero di risorse, in un lusso sfrenato, in un gozzovigliare scomposto.
Ben altro vigore di vita raccomanda Paolo a Timoteo. «Tu, uomo di Dio, evita queste cose» (1 Tm 6,11). La forza della proposta di Paolo sta tutta nell’espressione «uomo di Dio». Timoteo è uomo di Dio per la sua missione pastorale, per la sua appartenenza al Signore e per la pratica delle virtù che seguono nel discorso: giustizia, pietà, fede, carità, pazienza, mitezza (cf 1 Tm 6,11).
Così si spende la vita per qualcosa che non la appiattisca nel presente e che sappia reggere la prova di verità della morte. Ma, e qui il vigore della proposta, per fare ciò è necessario avere il coraggio e la resistenza delle scelte, e la statura umana richiesta dal Vangelo (cf Tm 6,12). Il modello è, ovviamente, Gesù «che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6,13).
Come richiama l’ultima parte del vangelo, gli strumenti per la scelta di una simile statura ci sono già tutti. Non è il caso di cercare eventi straordinari, rivelazioni personali, visioni, e, peggio, santoni più o meno profumati d’incenso. Abbiamo già la Scrittura, l’appello della vita, l’intelligenza corretta della realtà, il giudizio riflessivo su di essa.

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2. introduzioni – 21 SETTEMBRE 2022 – 25ª DOMENICA T.O.

28 SETTEMBRE

26ª DOMENICA T.O.

UNA VITA DA UOMO DI DIO

La liturgia di oggi si pone in continuità con quella che l’ha preceduta. Il profeta Amos, l’apostolo Paolo e l’evangelista Luca affrontano il tema dell’idolatria della ricchezza e ne conducono una critica spietata.
Se la scorsa domenica il pericolo era di perdere, a causa dell’amore per il denaro, la capacità di essere giusti di fronte a Dio, oggi la minaccia sarà altrettanto grave. Verremo messi in guardia contro il rischio di trascorrere l’intera vita in maniera superficiale, non cogliendone la bellezza autentica e, di conseguenza, sprecandola.

PRIMA LETTURA

Ora cesserà l’orgia dei dissoluti.
Con l’esercito assiro-babilonese alle porte, il profeta Amos dà un significato all’imminente invasione. Egli accusa coloro che gozzovigliano spensierati nei loro palazzi, dimenticandosi del Signore e del suo popolo. Per costoro la vera condanna sarà quella di essere completamente abbandonati da Dio.

SALMO RESPONSORIALE                

Dal Salmo 145 (146)

I numerosi motivi per lodare Dio si accompagnano alla certezza che egli regna sulla terra lungo i secoli.

SECONDA LETTURA

Conserva il comandamento fino alla manifestazione del Signore.
Paolo descrive a Timoteo il tipo d’uomo da contrapporre all’immagine dissoluta del ricco che conosceremo nel Vangelo di oggi. Quest’uomo è innanzitutto «uomo di Dio»; la sua perseveranza nel servire l’altissimo gli permette poi di far rifulgere in sé delle qualità morali.

VANGELO

Non potete servire Dio e la ricchezza.

Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
I due personaggi di cui ci narra il vangelo di oggi invertono le loro parti una volta morti: il ricco, che aveva vissuto superficialmente, è lasciato solo in un abisso di sofferenza, il povero, che ha sperimentato la profondità dell’esistenza, è amato e consolato. Il racconto si chiude con un’esortazione a confidare nella Parola e non in spettacolari avvenimenti miracolosi.