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3. Commento alle Letture – 28 SETTEMBRE – 26ª DOMENICA T.O.

28 SETTEMBRE

26ª DOMENICA T.O.

UNA VITA DA UOMO DI DIO

COMMENTO

La Parola di Dio di questa domenica è quanto mai attuale. Per la terza volta Luca ci parla dei comportamenti di un anonimo “uomo ricco”. È una delle parabole più note dei Vangeli. Per l’ennesima volta Gesù mette in guardia contro il cattivo uso della ricchezza, che è un bene, ma che si trasforma in un ostacolo insormontabile per essere ammessi nel Regno dei Cieli se viene usata solo a fini egoistici o goderecci.
La prima lettura ci presenta alcuni versetti del profeta Amos, vissuto nell’VIII secolo a.C.. Era nato a Tekoa, paesino vicino a Betlemme, ed era un contadino dotato di un profondo senso di osservazione e di una penna pungente. Al suo tempo Israele era diviso in due regni: quello di Israele e quello di Giuda. I loro rapporti erano tutt’altro che amichevoli, ma entrambi godevano di un periodo di ricchezza e benessere per pochi e di miseria per molti. La sua denuncia contro le orgie dei dissoluti sono forti e taglienti. Sarebbero quanto mai attuali anche oggi.
Quando la ricchezza intossica il cervello ed inaridisce il cuore, diventa la negazione di Dio. L’egoismo blindato su se stessi rende incapaci di vivere quello che Dio vuole da noi come ci ricorda Paolo nella seconda lettura: credere vuol dire essere persone animate da sentimenti di giustizia, pietà, fede, carità, pazienza, mitezza. Tutte virtù che non appartengono ai canoni vitali di chi si preoccupa solo di accumulare e di godere la vita in modo bulimico ed autorefetenziale.
È questa la condizione dell’attore principale del racconto evangelico di oggi. Si tratta di un viveur tutto preso dai bagordi quotidiani. Per lui mangiare e bere sono le colonne portanti della sua vita quotidiana. Ha tutta l’aria di essere una persona che ci sa fare con i soldi,  che non gli mancano e gli permettono di gozzovigliare quotidianamente. Non e’ cattivo d’animo: non tratta male Lazzaro non lo caccia. Semplicemente non si accorge di lui. Il suo stomaco ha fagocitato anche il suo cuore. Così  mentre i cani colgono la silenziosa sofferenza di Lazzaro e vanno a leccare le sue ferite, lui, indifferente,  continua a tritare cibo con le sue fauci voraci ed  ad ingurgitare bevande. Questo suo disinteresse cieco ed egoista gli sbarra le porte dell’aldilà . Come lui aveva posto una distanza distratta ed apatica con Lazzaro durante la vita, dopo morte, lo stesso abisso si ripropone in modo esattamente opposto.
Questa cieca ossessione del proprio io si ripresenta anche negli inferi. Infatti chiede usando l’imperativo, rivolgendosi ad Abramo: “manda” Lazzaro in mio soccorso. Di fronte al diniego si incaponisce nel chiedere un intervento salvifico solo per i suoi fratelli e non per tutti.
Sono molte le riflessioni proposteci dal comportamento di questo “uomo ricco” senza nome. Non si tratta di un caso isolato. Il suo modello di vita è quanto mai attuale e seguito da troppi sedicenti credenti che hanno come idoli solo il proprio ventre ed il proprio benessere. Li troviamo dappertutto anche nelle chiese e nelle nostre comunità.
Siamo sicuri che non affondino qualche radice anche nei nostri cuori e nei nostri comportamenti?

 

MEDITAZIONE

Luca non «descrive» il paradiso o l’inferno. Attinge materiale dalla cultura del suo tempo e la rielabora secondo il suo messaggio.
Nelle tre scene della parabola sono contenuti tre messaggi: la condanna dell’insipienza della vita; le conseguenze; il monito alla conversione.

Lazzaro e il ricco epulone

Protagonisti della parabola sono un ricco e il povero Lazzaro. Il primo non ha nome. In compenso è descritto con precisione (cf Lc 16,19). Di lui non si sa altro che questo, perché di lui non c’è altro da sapere. Un’esistenza ridotta al suo possedere e godere. Un uomo senza spessore perché appiattito su ciò che veste e mangia. Esistenza vacua di una personalità fatua. Il ricco non ha neppure spessore negativo. Non è un empio, nel senso di uno che agisca contro Dio, con perversa ma almeno deliberata intenzionalità malvagia. Non ci sono neppure motivi per dire, con certezza, che è illecitamente ricco.
Il vangelo di Luca insiste con grande frequenza sul tema della povertà, sul pericolo delle ricchezze, sul rapporto sapiente che si deve avere con i beni materiali. Secondo Luca possedere dei beni non è in sé un male. Il male può essere nel rapporto che con essi s’instaura. Certo che, se si parla di povertà, non è opportuno ridurla a un atteggiamento poetico di distacco dai beni: è necessario vivere concretamente e volutamente tale distacco. Si badi, però, che la povertà evangelica non è la mendicità, che è sempre male. Tanto che l’invito all’elemosina, se non ridotto a un puro appello moralistico, mostra che la permanente insufficienza dei beni di sostentamento è qualcosa cui porre rimedio. D’altro canto non è sufficiente essere indigenti per essere distaccati dai beni. La povertà evangelica va scelta, ricercata, esercitata come forma di libertà spirituale.
Il peccato del ricco sta nella sua cecità, per la quale, a causa della sua ricchezza che lo ottunde, non vede neppure il povero Lazzaro. L’incapacità di comprendere, la sua insensibilità viene dal fatto che il ricco, immerso nella sua crapula, semplicemente “rimuove” il povero.
L’effetto è però assai grave. Così invischiato nella sua condizione esaurisce la sua vita nel presente, in una logica esistenziale chiusa nell’egoismo e incapace di aprirsi all’amore. È la solitudine più radicale, che inizia nel presente ed è sancita dopo la morte. Significativo il fatto che, con il linguaggio biblico, Lazzaro dopo la morte viene immesso in un rapporto di comunione; il ricco, semplicemente e tristemente, «morì e fu sepolto» (Lc 16,22). Questo è il tema della parabola: l’importanza delle scelte, la centralità dell’amore, la necessità di un’esistenza prospettica che non si stordisca nel presente egoisticamente vissuto.

La proposta di una vita «vigorosa»

La vita consumata nel presente è oggetto di critica anche nelle parole del profeta Amos. La spensieratezza ignara della serietà della vita è descritta con poche e potenti immagini (cf Am 6,4-6). Non è condannata la gioia, ma la sua esagerazione lisergica. È stigmatizzata la vita oziosa che si rammollisce in uno sperpero di risorse, in un lusso sfrenato, in un gozzovigliare scomposto.
Ben altro vigore di vita raccomanda Paolo a Timoteo. «Tu, uomo di Dio, evita queste cose» (1 Tm 6,11). La forza della proposta di Paolo sta tutta nell’espressione «uomo di Dio». Timoteo è uomo di Dio per la sua missione pastorale, per la sua appartenenza al Signore e per la pratica delle virtù che seguono nel discorso: giustizia, pietà, fede, carità, pazienza, mitezza (cf 1 Tm 6,11).
Così si spende la vita per qualcosa che non la appiattisca nel presente e che sappia reggere la prova di verità della morte. Ma, e qui il vigore della proposta, per fare ciò è necessario avere il coraggio e la resistenza delle scelte, e la statura umana richiesta dal Vangelo (cf Tm 6,12). Il modello è, ovviamente, Gesù «che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6,13).
Come richiama l’ultima parte del vangelo, gli strumenti per la scelta di una simile statura ci sono già tutti. Non è il caso di cercare eventi straordinari, rivelazioni personali, visioni, e, peggio, santoni più o meno profumati d’incenso. Abbiamo già la Scrittura, l’appello della vita, l’intelligenza corretta della realtà, il giudizio riflessivo su di essa.