1 8 A P R I L E
5ª DOMENICA DI PASQUA
UN AMORE SENZA LIMITIE
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COMMENTO
Il capitolo 13 del Vangelo di Giovanni è fondamentale per capire e fare nostra l’essenza del messaggio che Gesù vuole lasciarci al termine della sua vita. Il Signore è perfettamente conscio dei pericoli mortali che incombono su di lui. La sua missione tra gli uomini è giunta al suo termine. È arrivato il momento di trarre delle conclusioni e di soppesare i risultati ottenuti. Il bilancio finale ha il sapore amaro del fallimento: Giuda lo tradisce; Pietro lo rinnega; tutti gli altri sono paralizzati dal dubbio e dalla paura.
È l’ora del commiato definitivo. Lo fa durante l’ultima cena consumata insieme agli apostoli. Non conosciamo la località in cui avviene, .Giovanni non ce lo dice. Non è la cena pasquale, la Pesah ebraica, perché viene consumata prima della festa e non ne segue le rigide prescrizioni. È una cena di commiato che Lui vive con angoscia e che i discepoli consumano sorpresi. Sono seduti a tavola. Gesù compie un gesto che li spiazza e sorprende. Si alza, lascia cadere il mantello, cinge un grembiule, prende un catino con dell’acqua dentro, si inginocchia davanti, fa togliere loro i calzari e lava a tutti i piedi. Cala un silenzio gonfio di stupore muto. Rimangono impietriti e scandalizzati dalla sorpresa.
Il gesto compiuto nei loro confronti li sconvolge ed irrita. Mai un ebreo avrebbe lavato i piedi ad un altro ebreo. I piedi erano considerati la parte più impura dell’intero corpo umano.
È un compito esclusivo riservato agli schiavi. L’atto di Gesù è blasfemo. Lui, il Figlio di Dio, invece di farsi servire si mette a servizio di tutti, anche del traditore, di Pietro che lo rinnegherà e di tutti gli altri paurosi e pusillanimi. Non Dio che si fa servire dagli uomini, ma che li serve.
Pazzesco! “Amatevi come io ho amato voi”. Questo significa per noi di amarci “perché io vi ho amato”.
La lavanda dei piedi è seguita dalla distribuzione del pane, che simboleggia l’eucarestia. Anche Giuda lo riceve direttamente dalle mani del Messia. Questo fa crollare un certo modo in cui ci e’ stato presentato il sacramento eucaristico. La comunione non è’ riservata ai santi, ma soprattutto ai peccatori, a tutti i Giuda nostrani. La morte di Gesù’ non è’ stata un sacrificio imposto da altri ma un gesto di amore, libero, cosciente e definitivo che abbraccia l’umanità intera.
Il credere in Cristo non comporta avere delle buone motivazioni per vivere coerentemente la carità ed il perdono vicendevole. Noi dobbiamo amare perché Cristo lo ha fatto senza se o ma. Chi crede non è uno che parla, esorta o predica l’amore vicendevole, ma uno che ama e basta nel silenzio di una condotta che fa della carità verso tutti, senza distinzione, la sua unica ragione. La sola motivazione è’ dovuta alla trasparente testimonianza dataci da Gesù.
Tutto il resto non conta nulla.
MEDITAZIONE
Confrontarsi con questo brano di vangelo, come credenti, significa confrontarsi con il tema dell’amore cristiano. Farlo vuol dire principalmente due cose: contemplarlo in Gesù; praticarlo secondo il suo insegnamento.
Il contesto drammatico dell’ultima cena
Il contesto in cui vengono pronunciate queste parole è tutt’altro che romantico. È il momento tragico dell’ultima cena. L’estremo limite dell’amore fino al quale giunge Gesù, al compimento della sua «ora» (Gv 13,1), è illustrato da lui stesso con un gesto: la lavanda dei piedi. A questa segue il tradimento di Giuda. Uscito l’apostolo dal cenacolo Gesù pronuncia le parole con le quali lui stesso illumina tutto quanto sta per compiersi (cf Gv 13,31). La glorificazione reciproca di Padre e Figlio consiste nell’atto estremo dell’amore con il quale Gesù affronta la passione, offrendo se stesso per la salvezza dell’uomo, associando la sua volontà a quella del Padre.
Inserito in questo contesto il comandamento dell’amore assume un significato più preciso. «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri […]. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34;35). Comandamento impegnativo in sé, l’amore reciproco lo diventa ancor di più perché dalla sua attuazione dipende la credibilità della testimonianza dei credenti.
Gesù modello d’amore
Il riferimento normativo di questo comandamento è Gesù stesso: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). E dunque su quel «come» che bisogna soffermarsi.
In primo luogo il come dice l’esemplarità di Gesù. Il suo è un amore senza riserve, totale e totalizzante, capace del sacrificio radicale si sé. Gesù per amore affronta la passione. Il suo è amore che redime e che salva. Anche quando è capace di accogliere l’atto tragico di libertà di Giuda. Solo un amore capace di accettare la libertà dall’amato è anche capace di redimerlo. Allo stesso modo per tutti gli uomini. Infine, l’amore di Gesù è veramente esemplare perché è la via della glorificazione del Padre nella scelta compiuta dal Figlio della dedizione totale all’umanità.
L’esemplarità dell’amore di Gesù non si riduce a domandarsi banalmente: «Cosa farebbe Gesù qui al mio posto?». È una domanda alla quale non c’è risposta, perché Gesù non ha vissuto la maggior parte delle situazioni che ci troviamo a vivere noi. Il rischio è di stabilire che Gesù farebbe quello che noi faremmo. L’esemplarità sta nell’irristrettezza con cui Gesù ama l’umanità e il Padre. Il resto è conseguenza. Limitarsi a vedere nel come del Vangelo una semplice esemplarità morale, significa ridurre Gesù a modello etico. Cristologia piuttosto povera.
La Pasqua condizione di possibilità dell’amore cristiano
Perché questo passo di vangelo, storicamente collocato prima della passione, può essere letto in tempo di Pasqua? Gesù dice che lascia ai suoi discepoli un comandamento «nuovo» (cf Gv 13,34). Lo stesso evangelista Giovanni definisce tale comandamento «antico» e «nuovo» (cf 1 Gv 2,7-8). «Antico» perché era già conosciuto dalle prime comunità cristiane, in quanto risalente a Gesù. «Nuovo» perché vissuto integralmente per la prima volta da Gesù. E perché per le comunità è possibile ottemperare ad esso solo in virtù della Pasqua di Cristo. È la stessa passione e risurrezione di Gesù che rende possibile vivere l’amore come lo insegna il Vangelo. In altri termini, la dimensione pasquale di questo comandamento consiste nel fatto che l’amore con cui Gesù ama è la condizione di possibilità perché l’umanità redenta viva l’amore del comandamento «nuovo».
La novità del comandamento è da intendersi quindi in senso escatologico. È per il suo amore che la creazione intera entra in una nuova dimensione, profezia di quella realizzata totalmente alla fine dei tempi. La visione dell’Apocalisse riguarda la creazione integralmente rinnovata (cf Ap 21,1). Nella creazione nuova non c’è il mare, simbolo della sconfitta definitiva del male e del peccato. Al centro di questa nuova creazione vi è la Gerusalemme celeste, che non è la Chiesa storica, poiché la Chiesa storica non è il Regno, ma funzionale a esso. La santa Gerusalemme è la comunità di tutti gli uomini finalmente radunati dall’amore del Padre.
Il nostro amore, così come lo pratichiamo a partire dalla contemplazione di Cristo, è modellato sulla irristrettezza del suo; ed è reso possibile dal suo. L’amarci secondo il suo comandamento è anticipo e profezia del Regno dei Cieli. Forse tutto ciò è meno struggente di quello sceneggiato in Ghost, ma certamente apre prospettive di vita più significative.
Per il credente, Gesù Cristo è modello e realizzazione perfetta dell’amore: non ha senso parlare dell’uno senza parlare anche dell’altro.Si tratta di un amore che rende dinamica ogni azione di evangelizzazione, come avviene nel caso di Paolo e Barnaba; che rinnova l’intera creazione, come è descritto nel libro dell’Apocalisse; che resiste a ogni tradimento ed è pronto ad affrontare il limite estremo della croce, come testimonia Gesù stesso durante l’ultima cena.
Riferirono alla comunità tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro.
Alla conclusione del primo viaggio missionario, Paolo e Barnaba rientrano ad Antiochia. Per tornare a far visita alle comunità che essi stessi avevano fondato, percorrono però la via più lunga, visitando i fratelli e rimanendo solleciti verso le difficoltà che essi vivono.
Dal Salmo 144 (145)
La misericordia di Dio rigenera la creazione e le offre continuamente una nuova possibilità per lodare il suo creatore.
SECONDA LETTURA
Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.
Nella Gerusalemme celeste non v’è più alcun tempio. Dio stesso abita in mezzo agli uomini e la sua presenza è fonte inesauribile di un amore efficace, grazie al quale ogni cosa vecchia è rinnovata.
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
L’amore che Gesù ha vissuto per gli uomini è l’amore con il quale il Padre ci ha amati. È lo stesso amore che ha raccomandato alla sua Chiesa. È l’amore con il quale testimoniamo la bellezza dell’essere cristiani. Nell’amore reciproco consiste l’evidenza della nostra fede.
Riferirono alla comunità tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro.
Alla conclusione del primo viaggio missionario, Paolo e Barnaba rientrano ad Antiochia. Per tornare a far visita alle comunità che essi stessi avevano fondato, percorrono però la via più lunga, visitando i fratelli e rimanendo solleciti verso le difficoltà che essi vivono.
Dagli Atti degli Apostoli At 14,21b-27
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».
Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.
Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
Parola di Dio.
Dal Salmo 144 (145)
La misericordia di Dio rigenera la creazione e le offre continuamente una nuova possibilità per lodare il suo creatore.
Rit. Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
Oppure:
Alleluia, alleluia, alleluia.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.
Per far conoscere agli uomini le tue imprese
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno,
il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.
SECONDA LETTURA
Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.
Nella Gerusalemme celeste non v’è più alcun tempio. Dio stesso abita in mezzo agli uomini e la sua presenza è fonte inesauribile di un amore efficace, grazie al quale ogni cosa vecchia è rinnovata.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo Ap 21,1-5
Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
E Colui che sedeva sul trono disse:
«Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
Parola di Dio.
Gv 13,34
Alleluia, alleluia.
Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:
come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Alleluia.
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
L’amore che Gesù ha vissuto per gli uomini è l’amore con il quale il Padre ci ha amati. È lo stesso amore che ha raccomandato alla sua Chiesa. È l’amore con il quale testimoniamo la bellezza dell’essere cristiani. Nell’amore reciproco consiste l’evidenza della nostra fede.
Dal vangelo secondo Giovanni Gv 13,31-35
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Parola del Signore.
18 MAGGIO
5ª DOMENICA DI PASQUA
UN AMORE SENZA LIMITI
Ci è stato consegnato un comandamento nuovo. Vivendolo possiamo giungere alla nostra piena realizzazione di uomini e di Figli di Dio. Preghiamo insieme e diciamo:
Donaci, Signore, di vivere del tuo amore.
O Padre, hai amato ogni uomo perché abbia la vita e l’abbia in abbondanza. Donaci la tua forza perché, anche di fronte alle difficoltà, sappiamo costruire una comunità fraterna, sacramento di unità e concordia nel mondo.
Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.
18 MAGGIO
5ª DOMENICA DI PASQUA
UN AMORE SENZA LIMITI
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Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

I Love Francesco

COMMENTO
Tutte le volte che Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme i detentori del potere ecclesiastico lo braccano per metterlo in difficoltà. Nell’episodio narrato da Giovanni puntualmente questo fatto si rinnova.
Siamo in inverno e si celebra la festa che ricorda la dedicazione del Tempio avvenuta nel 165 a.C. per mano di Giuda il Maccabeo. Per l’occasione veniva acceso un grande Candelabro fulcro della “Festa delle Luci”. Il messaggio che Gesù predica è pieno di libertà , di amore e di solidarietà . Esso si pone in antitesi con la Legge del Tempio che obbliga, che punisce e che schiavizza. Questo rende inconciliabile la convivenza fra i due modi di vivere la fede in Dio.
I custodi del Tempio lo capiscono perfettamente. Gesù ed i rappresentanti del Tempio entrano in rotta di collisione. Costoro, schiumando rabbia, pongono una rabbiosa domanda. La traduzione italiana non la rende bene.
Infatti digrignano: “Perché ci togli il respiro?” E non “fino a quando terrai l’animo nostro sospeso?”. Sono malvagi, ma non sprovveduti. Si rendono conto che i due modi di concepire la fede sono antitetici ed incompatibili.
Gesù non si sottrae al duro confronto.li accusa di essere ciechi e di non vedere le opere di bene che compie, perché non fanno parte del suo gregge e non ascoltano e non riconoscono la sua voce. Comportandosi cosi, rinnegano il Padre che ha affidato al Figlio la cura e la custodia delle sue pecore. Gesù calca la mano e pronuncia una frase che fa scapocchiare i suoi interlocutori. “Io ed il Padre siamo uno “.
Nella mentalità’ di allora l’uno stava ad indicare Dio. Dicendo questo il Messia si proclamava Dio. Questo suonava a terribile bestemmia passibile di morte.
La discussione è finita. Deve morire per lapidazione. Gesù deve fuggire di gran carriera e rifugiarsi di corsa nel deserto aldilà del Giordano nei luoghi in cui il Battista aveva vissuto e battezzato i suoi seguaci. Dio è Parola.
E la Parola deve essere ascoltata e vissuta.
È il fulcro della fede cristiana. I nostri timpani come rispondono all’annuncio del Vangelo?
Siamo degli attenti uditori o degli sbadati origlianti?. Chiediamocelo per alcuni istanti.
MEDITAZIONE
Uno dei motivi principali di difficoltà a comprendere il capitolo 10 del vangelo di Giovanni è che non riusciamo a penetrare nella dimensione profonda e affettiva che queste immagini evocano perché sono, per la maggior parte di noi, fuori dal nostro vissuto ordinario. Gesù, invece, proprio da questo vissuto concreto prendeva spunto per dire il rapporto fra pecore e pastore, e le sue conseguenze.
Le affermazioni di Gesù e lo scandalo dei Giudei
L’immagine del pastore non è inedita nella Bibbia. Si ricordi il profeta Ezechiele (cf Ez 34). Sommando le due cose: Gesù dice di essere lui il buon Pastore, compimento delle promesse dei profeti dell’Antico Testamento, che, in un rapporto di reciproco amore, conduce il gregge alla vita.
Nella prima parte del capitolo 10 del vangelo di Giovanni, Gesù, a partire dalla similitudine del pastore e da quelle a essa collegate, aveva già detto cose scandalose. Tutto ciò aveva provocato dissenso e ostilità negli uditori.
Finalmente gli viene rivolta la domanda cruciale: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (Gv 10,24). Domanda che rivela il vero nocciolo del problema: la fede.
La fede ci rende gregge di Gesù, immette in quel rapporto intimo di conoscenza reciproca resa dalle parole (cf Gv 10,27). La fede instaura il rapporto di reciproca appartenenza affettiva ed effettiva fra noi e Gesù. La fede consente a Dio di donare la vita eterna a chi crede, e al credente di non porre ostacoli a ricevere il dono.
La reciproca appartenenza generata dalla fede è sicura e affidabile, perché le pecore del gregge «non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano» (Gv 10,28). La «mano» significa la potenza di Dio che si dispiega per la salvezza dell’uomo. È la mano di Dio (cf Gv 10,29), e perciò quella con cui agisce Gesù, è la stessa potenza di Dio (cf Gv 10,28).
Qui si giunge al centro teologico del brano. «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). L’affermazione di Gesù è insostenibile per i Giudei, lo accusano di blasfemia, e tentano di lapidarlo (cf Gv 10,31).
La fede operativa di Paolo e Barnaba
Nella potenza del Padre e nell’appartenere a Gesù sta la ragione della nostra sicurezza di fronte al pericolo. Solo questo senso di affidamento genera la solidità interiore che rende capaci di essere creativamente fedeli al Signore.
Quando Paolo e Barnaba entrano nella sinagoga di Antiochia, dopo esservi stati pure invitati, ricevono un’accoglienza avversa a causa della gelosia dei Giudei. Avrebbero potuto legittimamente spaventarsi. Per l’ostilità; perché erano ad Antiochia, una grande città che aveva già avuto un primo contatto con il cristianesimo, ma che rimaneva prevalentemente una città pagana. Paolo e Barnaba erano cacciati dalla sinagoga, l’unica presunta isola di sicurezza. Avrebbero potuto spaventarsi e invece reagiscono con fedeltà creativa di fronte all’ostacolo. Dopo aver annunciato il Vangelo ai loro connazionali, decidono di rivolgere il loro annuncio anche ai pagani. Lo fanno per fedeltà alla Parola di Dio (cf At 13,47). Luca cita Is 49,6, versetto che aveva già citato implicitamente per parlare di Gesù (Lc 2,32).
Accogliere le sfide del Vangelo
Cristo è il modello della Chiesa, non solo per il suo comportamento etico (troppo poco!), ma per la sua intera vicenda. La Chiesa modella il suo agire, la sua missione, in costante riferimento normativo a Cristo. Come Gesù, dopo la sua omelia nella sinagoga di Nazareth (cf Lc 4), era stato aggredito e andandosene cominciò a predicare per tutta la Palestina, così Paolo e Barnaba, rifiutati, trovano altri luoghi (fisici e culturali) a cui rivolgersi.
Qui sta l’interrogazione finale delle letture di oggi. Se siamo sicuri della protezione di Dio, se siamo, almeno nell’intenzione, fedeli alla Parola, perché si registra tanta perdita di creatività, tanta stanchezza a pensare e affrontare nuove sfide per l’annuncio del Vangelo? Perché da anni ripetiamo le stesse azioni senza l’entusiasmo di intraprendere nuove strade? Perché abbiamo perso lo slancio giovanile e la creatività fedele e coraggiosa della Chiesa apostolica? Pensiamo forse che Antiochia fosse meno problematica e sfidante dei panorami culturali e sociali di oggi?
Di fronte a Dio non si possono accampare diritti. Frequentare più o meno assiduamente l’assemblea domenicale e riconoscersi sotto l’etichetta «Cristiano» non basta per essere dei suoi.
Anche i Giudei di Antiochia, di cui ci parla la prima lettura, nutrivano infatti aspettative simili e, credendosi già salvi in virtù della loro appartenenza al popolo eletto, rifiutarono gli inviti di Paolo e Barnaba a perseverare nella grazia di Dio (cf At 13,43-45). Per essere riconosciuti dal Padre occorre invece avere fede, amarlo e accettare di essere amati, rinnovandosi ogni giorno a immagine di Cristo.
Ecco, noi ci rivolgiamo ai pagani.
Paolo e Barnaba riconoscono ai Giudei la loro primogenitura e si rivolgono innanzitutto a questi ultimi. Dopo aver ricevuto un rifiuto, essi non insistono, ma nemmeno si rassegnano. Fanno invece una cosa nuova, trasformando un ostacolo posto dagli uomini in un’opportunità concessa da Dio.
Dal Salmo 99 (100)
Il Signore ha un motivo semplice per interessarsi a noi: egli è buono e nella sua infinta bontà si prende cura delle sue creature.
SECONDA LETTURA
L’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
Solo lavando le proprie vesti nel sangue dell’Agnello è possibile raggiungere la salvezza. Si tratta di un cammino che passa per tre scelte: affidarsi al suo sacrificio, aver fede che esso non sia stato inutile e imitarlo nella nostra vita.
Alle mie pecore io do la vita eterna.
Gesù si qualifica come buon pastore. La chiave per comprendere il rapporto tra lui e le sue pecore è un’immensa tenerezza, così profonda da resistere perfino di fronte alla morte.
Ecco, noi ci rivolgiamo ai pagani.
Paolo e Barnaba riconoscono ai Giudei la loro primogenitura e si rivolgono innanzitutto a questi ultimi. Dopo aver ricevuto un rifiuto, essi non insistono, ma nemmeno si rassegnano. Fanno invece una cosa nuova, trasformando un ostacolo posto dagli uomini in un’opportunità concessa da Dio.
Dagli Atti degli Apostoli At 13,14.43-52
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero.
Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio.
Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
Parola di Dio.
Dal Salmo 99 (100)
Il Signore ha un motivo semplice per interessarsi a noi: egli è buono e nella sua infinta bontà si prende cura delle sue creature.
Rit. Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Oppure:
Alleluia, alleluia, alleluia.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.
Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione.
SECONDA LETTURA
L’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
Solo lavando le proprie vesti nel sangue dell’Agnello è possibile raggiungere la salvezza. Si tratta di un cammino che passa per tre scelte: affidarsi al suo sacrificio, aver fede che esso non sia stato inutile e imitarlo nella nostra vita.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo Ap 7,9.14b-17
Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.
E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete,
non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
Parola di Dio.
Gv 10,14
Alleluia, alleluia.
Io sono il buon pastore, dice il Signore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.
Alleluia.
Alle mie pecore io do la vita eterna.
Gesù si qualifica come buon pastore. La chiave per comprendere il rapporto tra lui e le sue pecore è un’immensa tenerezza, così profonda da resistere perfino di fronte alla morte.
Dal vangelo secondo Giovanni Gv 10,27-30
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Parola del Signore.
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