14 DICEMBRE
3ª DOMENICA DI AVVENTO
IL TEMPO DELLA REDENZIONE
COMMENTO
Il Messia è per eccellenza l’Atteso, ancora oggi, da tutte le persone che si riconoscono nella religione ebraica.
Per i cristiani, invece, l’aspettativa messianica ha trovato la sua realizzazione nell’Incarnazione di Gesù. La persona attesa è la medesima. Ma le aspettative ad essa legate sono diametralmente opposte.
In Giovanni Battista convivono entrambe. Chiuso nella terribile prigione del Macheronte, immerso nella solitudine e nel silenzio della zona desertica, Giovanni, che aveva intravisto in Gesù di Nazaret l’Atteso delle genti, rimane frastornato. Una domanda gli arrovella le meningi e lo inquieta. Gli vengono descritte e riportate, da coloro che lo considerano guida spirituale le azioni e le parole del Figlio di Maria. Esse lo turbano. Colui che soddisfa tutte le sue aspettative deve avere le sembianza di Mosè e di Elia. Uomini vigorosi e di azione. Pieni di coraggio e di forza. Pronti ad usare la violenza pur di realizzare la missione loro affidata da Dio. Per loro solo gli ebrei contano. Gli altri, i goim, vengono tollerati se si assoggettano senza fiatare altrimenti vengono spazzati via e cancellati dal libro della vita.
Il Messia atteso da Giovanni ha tutti i tratti descritti dai profeti dell’Antico Testamento. Giusto e buono con gli ebrei osservanti, ma spietato, violento è vendicativo con gli ebrei infedeli e con gli stranieri non silenziosamente sottomessi.
Il comportamento che gli viene descritto dai suoi informatori, riguardanti le parole ed gli atti del Signore, lo deludono nelle sue attese messianiche ed un dubbio comincia ad inquietarlo: “Sei tu quello che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro?” (My, 11, 3).
A questo interrogativo Gesù non risponde a parole ma elenca i risultati della sua missione che sono gli stessi che caratterizzano l’azione del Messia e sono ben descritti nel capitolo 35 di Isaia.
Il Signore che non è un logorroico li sintetizza così : i ciechi vedono; gli zoppi camminano; i lebbrosi guariscono; i sordi odono; i morti risorgono; i poveri riprendono a sperare. Il Signore, che legge nel cuore buono e onesto di Giovanni, sa che Giovanni decodifera’ bene il messaggio.
Ammirato ne traccia l’identikit che diventa un modello anche per noi. Il cristiano non è una ondivaga canna del deserto sbatacchiata in ogni direzione ad ogni stormir di fronda; non è appesantito dalle gozzoviglie e sedotto dal lusso; non è un cortigiano che vive di adulazione e servilismo. Per lui Dio non è giudice, ma padre. I suoi passi poggiano sui sentieri tracciati dalla fede ed evidenziati dalla coerenza e dalla lealtà del suo vivere.
Il suo andare nel mondo profuma di intelligenza vissuta con la schiena ben dritta. Solo così il suo cammino lo porterà verso il silenzio di Betlemme e non verso il frastuono ed i miraggi del bieco consumismo che lo circondano. In un mondo prono davanti ai tecnocrati carichi di soldi e tracotanza contrappone la sua intelligenza critica, la sua sobrietà e, soprattutto, la sua fede trasparente ricca non di magismo e di devozionalismi, ma di spiritualità non conclamata ma vissuta.
RIFLESSIONE
Alcuni la chiamano «crisi dei quarant’anni». È la fase della vita nella quale ci s’interroga sul valore di ciò che si è fatto; sui risultati conseguiti; sull’effettiva importanza di ciò in cui si è esistenzialmente investito. Il dubbio è un’avventura rischiosa, potrebbe non trovare risposta. Il dubbio della crisi è una domanda aperta e comporta sempre l’interrogativo destabilizzante: se avessi sbagliato? Questo può rischiare di gettare nell’angoscia.
Purificare le attese
Ciò di cui è protagonista Giovanni Battista sembra proprio essere una crisi dei quarant’anni. Per questo è un modello dell’Avvento. Se l’Avvento è il tempo dell’attesa e della speranza, il rischio che tutti i credenti corrono è di costruirsi un Atteso a propria misura: per questo in Avvento bisogna seguire Giovanni anche nella crisi, nella purificazione delle attese, per giungere, con lui, a contemplare nella realtà il realizzarsi della promessa.
I modelli dell’Avvento: Giovanni Battista
Giovanni Battista è prigioniero a causa della sua predicazione profetica. Dal carcere, «avendo sentito parlare delle opere del Cristo» (Mt 11,2) manda a Gesù dei discepoli per chiedergli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Per uno che aveva investito tutta la propria esistenza sulla persona di Gesù, nell’attenderlo e nell’annunciarlo, e che ora è prigioniero, di fronte al quale si prefigura la morte, è un dubbio radicale e pericoloso. Se Gesù gli avesse risposto no? In tal caso Giovanni avrebbe ben gettato alle ortiche l’intera sua esistenza.
La risposta di Gesù non è di quelle che danno soddisfazione. Al posto di un semplice sì o no, lo invita a guardare i segni, e sono segni in codice (cf Mt 11,5). Annunciano una speranza. Sono effettivamente le opere del Messia. Ma fra esse ne manca una: la liberazione dei prigionieri, l’unica che personalmente avrebbe fatto piacere a Giovanni.
Gesù, infatti, conclude il suo discorso dicendo: «e beato colui che non trova in me motivo di scandalo» (Mt 11,6). La fede è una cosa seria, che non può basarsi solo sui nostri gusti e sulle nostre gratificazioni. A Giovanni è chiesta una fede eroica perché deve credere senza vedersi gratificato dall’unico segno che gli sarebbe piaciuto. Anche Giovanni deve purificare l’attesa.
Il compito dell’assunzione del principio di realtà
Il tempo di Avvento, tempo di attesa e di speranza, si propone anche come un tempo di austera pedagogia. Si deve passare per la crisi della speranza, perché a essa possono mescolarsi delle illusioni che debbono essere purificate. La speranza poggia solo sulla fedeltà di Dio alla sua promessa. Le illusioni pescano nel torbido dei nostri deliri di onnipotenza, o di vendetta, o di rivincita, o del nostro desiderio di evasione: l’illusione di un mondo migliore senza lotta, di un altro me stesso senza conversione.
La fede nel Dio della promessa anima la speranza, ma non legittima la fuga dalla realtà. Anzi, una fede che voglia essere adulta deve accogliere il principio di realtà. Questo perché il principio di realtà è conseguenza della logica dell’incarnazione, per la quale Dio ha scelto la realtà della situazione umana per poterla redimere e salvare. Ed anche perché è solo nella realtà che il credente può contemplare i segni della presenza di Dio. Ciò non significa accettare la realtà così com’è, che è sempre mescolanza di positivo e negativo, ma significa saper riconoscere in questa realtà la presenza salvifica di Dio.
L’atteggiamento della fede resistente
Il principio di realtà chiede al credente che voglia abitarla il discernimento ed una fede resistente. L’apostolo Giacomo, scrivendo a una comunità tribolata, esorta alla costanza «fino alla venuta del Signore» (Gc 5,7). Nel tempo dell’attesa il pericolo più grande è cessare di mantenere desto il senso della meta. Purificazione dalle illusioni e costanza nella fede consentono di permanere nell’attesa e di sopportare i limiti di una realtà segnata dall’imperfezione.
Seguendo ancora l’apostolo, la costanza consente di reggere l’imperfezione che si presenta davanti a noi nel volto del nostro fratello. La costanza si manifesta dunque anche come carità che crea la comunità, capacità di accoglienza del fratello e sospensione del giudizio su di lui. Anche questo è immergersi nel principio di realtà, purificazione della speranza dalle illusioni. Non esistono comunità perfette, ci sono solo comunità di peccatori che attendono il redentore.





