16 NOVEMBRE
33ª DOMENICA T.O.
(Giornata nazionale del ringraziamento)
FEDELI AL REGNO E ALLA STORIA
COMMENTO
Il Tempio simboleggiava da sempre, per il popolo di Israele, il fulcro della religione, del potere e della vita sociale. Era il segno della presenza di Dio. Era la sua dimora. Jahweh non avrebbe mai fatto mancare la sua protezione su di esso per sempre.
L’episodio odierno, nel Vangelo di Luca, segue quello dell’obolo della vedova in cui la monetina dell’offerta della povera donna , nel cuore di Dio, ebbe maggior apprezzamento del frusciare delle banconote dei ricchi.
Al tempo del Signore, come attestato dal racconto evangelico della scorsa domenica, il Tempio non era il centro della preghiera ma si era trasformato, come ai tempi di Malachia, in una sentina di malaffare e di corruzione. La sporcizia morale, l’ipocrisia , l’ingiustizia e la desolazione etica contrastavano con lo splendore dei marmi e lo sfavillio dell’oro che ne addobbavano le pareti. Tutto odorava di sotterfugio.
La fede basata sul lavoro, sull’onestà, sul guadagnare onestamente il proprio pane, come ci raccomanda Paolo nella seconda lettura di oggi, non passava nemmeno per la mente degli “osservanti” che affollavano i cortili del Tempio. SI lucrava su tutto. Anche sui sacrifici. Invece di offrire le primizie si bruciavano gli scarti. I pezzi pregiati delle carni degli animali finivano sulle tavole imbandite delle cicale canterine che, a vario titolo, vivevano a sbafo dei pii fedeli che osservavano tutte le prescrizione e pagavano tutte le tasse imposte loro da sommi sacerdoti, leviti, scribi… ben descritti dalla Scrittura come ingiusti e riprovevoli agli occhi di Dio: «Ecco io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi, gli escrementi immolati delle vittime immolate nelle vostre solennità perché’ siate spazzati via insieme con essi» (Mal 3,3).
Il Signore con le sue parole profetiche anticipa di qualche anno quello che si abbatterà sulle possenti mura, sulle ricchezze e sui lussi esagerati che avevano sigillato e deturpato la casa di Dio. Tutto fu rasato al suolo e bruciato. La Menorah, il candelabro con sette braccia simbolo religioso per eccellenza, venne rubato e portato a Roma come bottino di guerra e visibile, ben scolpito, nell’arco di Tito che aveva diretto e progettato la distruzione di Gerusalemme. Tutto spazzato via.
Anche la gente, attraverso la diaspora, venne dispersa, per secoli, in mezzo alla moltitudine delle nazioni. È un monito, valido ancor oggi, per ogni credente. Abbiamo chiese e basiliche bellissime, tabernacoli che sono capolavori di oreficeria, dipinti che sono capolavori ammirati da tutti, colonne, baldacchini e pavimenti che suscitano meraviglia, volute di incenso che profumano l’aria. Ma sono anche luoghi di preghiera?
L’interrogativo sorge spontaneo. Il monito : “non lasciatevi ingannare” e “non seguiteli” (Lc 21, 3) forse deve continuare a colpire le nostre orecchie ed allertare le nostre coscienze.
La shekinah, il vuoto ed il silenzio in cui Dio anche oggi parla e si manifesta, occupa il cuore del nostro pregare ed adorare?
RIFLESSIONE
Gli interlocutori di Gesù si fermavano all’ammirazione della bellezza del tempio. Il suo splendore diventava un diaframma che ostacolava il riconoscimento della sua relatività. Gesù, invece, nei confronti delle belle decorazioni è piuttosto disincantato (cf Lc 21,6). Eppure qualche tempo prima aveva scacciato i venditori dal tempio (cf Lc 20,45-46), mostrando zelo profetico nel ripristinare la funzione propria del luogo. Gesù dunque non condanna il tempio come inutile, negativo, intrinsecamente cattivo, non lo svaluta nel suo ruolo presente: solo afferma che altro è il caduco, altro è il definitivo.
L’attesa del compimento
Ciò che conta è il fine verso cui tutta la storia tende, e visione sapienziale è saper considerare tutto in questa prospettiva. Sia il tempio, sia la storia, anche nei suoi aspetti sconfortanti. Le parole riportate del profeta Malachia come prima lettura sono precedute da frasi che esprimono la disillusione del giusto in Israele (cf Ml 3,15-16). La constatazione della sofferenza e dell’ingiustizia fa fremere il cuore di ogni uomo. Specialmente quello di chi crede in Dio. Come risposta Malachia annuncia la venuta del «giorno» (Ml 3,19) del giudizio, quando Dio ristabilirà la giustizia e smaschererà gli empi. In quel «giorno» Dio porterà a compimento la storia, e in quel compimento sta il suo senso e il senso della vicenda della vita umana, per ora segnata dall’imperfezione.
Fedeli alla storia, fedeli al Regno
Quel «giorno» ha sempre suscitato la curiosità dei credenti, i quali, spesso, si sono persi in vani ragionamenti su date e segni con la stessa curiosità degli interlocutori di Gesù che chiedevano: «Quando?» (Lc 21,7). Domanda, come ha dimostrato la storia, impropria e inutile, che genera disordini di vita e agitazioni. È il contesto della lettera di Paolo: la convinzione di un imminente ritorno del Signore produce conflitti, e comportamenti scorretti e oziosi. La risposta di Gesù non indulge affatto a soddisfare la domanda sul «quando». Piuttosto, affermando la caducità del presente elencando i suoi segni, sposta il discorso sul senso della storia e sull’atteggiamento con cui vivere in essa.
Ciò di cui parla Gesù riguarda il come vivere questo tempo, il nostro tempo, orientandolo al fine in modo da viverne sapientemente la transitorietà e riconoscerne il significato. Verrà il giorno del suo ritorno nella gloria; ma non è giustificata alcuna preoccupazione, alcuna agitazione, alcun timore. Piuttosto, in questo lungo oggi che s’incammina verso il compimento è raccomandato il fervore e l’impegno.
Nel vangelo la meditazione sul futuro rimanda al presente. Si può essere fedeli al Regno solo essendo fedeli alla storia. E reciprocamente: si può essere fedeli alla storia solo essendo fedeli al Regno. Sbilanciare questa tensione su uno dei due estremi può produrre un totale appiattimento sul presente senza percepirne più il senso, come accade oggi; oppure, come accadeva nella chiesa di Tessalonica, spingere a false attese e fughe alienanti in avanti. Dalle due derive ci salva solo la doppia fedeltà, alla storia e al Regno.
Perciò Gesù fa anche delle raccomandazioni (cf Lc 21,8). Alle parole dei falsi cristi si oppone il discernimento critico delle loro parole sulla base dell’oggettività e della saldezza della Scrittura. Agli entusiasmi poetici delle rivelazioni dei falsi mistici è opportuno contrapporre la prosa oggettiva della Scrittura.
Perseveranza e responsabilità
Anche di fronte ai conflitti e alle persecuzioni si deve reagire con la serenità d’animo di chi riconosce in esse l’occasione per la testimonianza (cf Lc 21,13). La persecuzione non è segno straordinario: è la logica conseguenza della sequela di Cristo, che per primo è stato perseguitato e osteggiato. Ma anche in questo caso la raccomandazione è di rimanere pacati e saldi, fiduciosi nella garanzia dell’assistenza di Cristo (cf Lc 21,15).
In generale si può dire che Gesù raccomandi due atteggiamenti. Il primo è quello dell’attesa che non indulge né a illusioni, né ad angosce, né a svalutazioni della storia. Piuttosto è un’attesa animata dalla serenità e dalla fiducia.Il secondo atteggiamento generale è quello della perseveranza, che si configura nella forma della resistenza e della responsabilità: resistenza nel dimorare il presente conflittuale, sorretti dalla disciplina interiore e dalla tenacia; responsabilità sulla storia, esercitando il proprio impegno.