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9. Narrazione – 1 Quar. C, 10 mar ’19

LA TENTAZIONE

In una giornata estiva molto calda, un bracciante agricolo ricevette l’ordine di vangare il giardino del suo padrone.
Si mise al lavoro di malavoglia, e cominciò ad inveire contro Adamo che, a suo parere, era l’unico responsabile di ogni sfruttamento.
Le sue bestemmie e imprecazioni giunsero all’orecchio del padrone.
Il quale gli si avvicinò e gli disse: «Ma perché inveisci contro Adamo? Scommetto che al suo posto avresti fatto la stessa cosa».
«No di certo», rispose il bracciante, «io avrei resistito alla tentazione!».
«Vedremo!» disse il padrone e lo invitò a pranzo.
All’ora stabilita, il badilante si presentò in casa del padrone e questi lo introdusse in una saletta dove c’era una tavola imbandita con ogni ben di Dio.
«Puoi mangiare tutto quanto vuoi» disse l’uomo al suo dipendente. «Soltanto la zuppiera coperta al centro della tavola non la devi toccare finché non torno».
Il badilante non aspettò neppure un minuto: si sedette al tavolo e con il suo formidabile appetito cominciò ad assaggiare una dopo l’altra le leccornie che gli venivano servite.
Alla fine il suo sguardo fu magnetizzato dalla zuppiera.
La curiosità lo fece quasi ammattire, tanto che alla fine non resistette più e, con la massima circospezione, sollevò appena appena il coperchio che copriva la zuppiera.
Saltò fuori un sorcio.
Il badilante fece l’atto di acciuffarlo, ma il topo gli sgusciò di mano.
Iniziò la caccia, mentre il giovane rovesciava tavoli e sedie.
Il gran baccano richiamò il padrone.
«Hai visto?» chiese, e ridendo lo minacciò:
«Al tuo posto, in futuro, non imprecherei più a voce alta contro Adamo e il suo errore!».

«Ma io no! Io sono diverso! Io non mi sarei certamente comportato così!».
«Quanto sei stato stupido! Dovevi fare così e così…».
Quanti modi per puntare il dito contro gli altri.
Ma chi punta il dito contro un altro ne punta tre contro se stesso.
Un discepolo parlava con disprezzo dell’avidità e della violenza della gente «fuori nel mondo».
Il maestro disse: «Mi ricordi quel lupo che stava attraversando una fase di bontà. Quando vide un gatto che dava la caccia a un topo, si girò verso un lupo suo compagno e disse indignato: “Non sarebbe ora che qualcuno facesse qualcosa per fermare questi teppisti?


(tratto da: B. Ferrero, 365 Piccole Storie per l’anima, Vol. 1, pag. 296 – Elledici 2007)

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1. Letture – 8 t.o. C,

PRIMA LETTURA
Non lodare nessuno prima che abbia parlato.

Dal libro del Siràcide 27,5-8(NV) [gr. 27,4-7]

Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.
I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo.
Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore.
Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.
Parola di Dio

 

SALMO RESPONSORIALE Sl. 91(92)

R. È bello rendere grazie al Signore.

È bello rendere grazie al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte.

Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio.

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia: in lui non c’è malvagità.

 

SECONDA LETTURA
Ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,54-58

Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?».
Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!
Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Parola di Dio

 

CANTO AL VANGELO Fil 2,15d.16a
Alleluia, alleluia.
Risplendete come astri nel mondo,
tenendo salda la parola di vita.
Alleluia.

 

VANGELO
La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

Dal Vangelo secondo Luca (6,39-45)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
Parola del Signore


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

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2. Esegesi – 8 t.o. C

NON DIGIUNATE PIÙ

Siracide 27,5-8 (NV) [gr. 27,4-7] – La parola rivela il sentimento
1 Corinzi 15,54-58 – La morte è stata inghiottita
Luca 6,39-45 – L’albero si riconosce dal frutto

Un agire segnato dalla Parola
La sapienza maturata nei secoli fa dire al profeta che vi è uno stretto legame tra il cuore e la parola; il parlare, non può essere altro che l’esplicitazione dei sentimenti e dei pensieri. Per questo stesso motivo, dunque, la parola pronunziata assume un valore altissimo perché costituisce la manifestazione, la conoscibilità, l’epifania della persona; questo è vero sia per l’uomo che per Dio stesso. Quando la persona parla, lo voglia o no, si espone, si mette a nudo e si sottopone anche al giudizio degli uomini e di Dio. Nell’immagine del «vaglio», si dice che la parola lascia trasparire la negatività dell’uomo; la parola come «fornace» suggerisce la possibilità di un discernimento in cui si evidenzia ciò che in noi è incorruttibile in quanto proveniente da Dio e quanto invece è prossimo a finire, perché non resistente al fuoco dello Spirito. L’immagine del «frutto» è ancora più ricca: essa lascia intravedere la pluriformità della parola che è eloquente non solo quando viene espressa verbalmente, ma anche, e forse ancor più, quando è parola «sofferta» nel silenzio della passione; inoltre la parola paragonata al «frutto» rivela che essa stessa è un cibo che, alimentando il cuore degli uomini, introduce nel mondo effetti buoni o cattivi. Se si considera, infine, che il Cristo è Parola di Dio fatta carne e che Egli è per eccellenza l’uomo nel quale Dio stesso ha parlato, la prima lettura canta pienamente la lode del Signore, a motivo di tutte le parole buone e salvifiche che ci ha detto.

La morte è stata inghiottita
Paolo esulta in un inno di vittoria, e ci trasmette l’idea che la morte è stata vinta. Il verbo «inghiottire» dà l’idea del divorare senza lasciare traccia del potere del peccato, che è la Legge, che indica il precetto, ma non dà la forza interiore per adempierlo. Quindi la Legge trasgredita moltiplica i peccati. Anche se la vittoria definitiva è ancora nel futuro, Paolo rende grazie a Dio, che nella risurrezione di Cristo ci concede già adesso una primizia di questa gioia. Significativo è il modo di questa vittoria che consiste nell’essere strappati al peccato che trova nella legge tutta la sua forza per essere immersi nella grazia di Cristo Gesù, alla luce del quale anche la legge diventa rivelazione della misericordia di Dio. Il pungiglione della morte non è la legge, ma il peccato. In Cristo Gesù la legge non è più l’indicazione delle cose da fare o da evitare per salvarci, ma lo strumento che ci permette di dimorare nella salvezza data gratuitamente.

Non giudicare, non condannare
Può forse un cieco guidare un altro cieco? Per comprendere meglio questa piccola parabola possiamo ricordare che per Gesù tutti sono malati e bisognosi di cura. In particolare la cecità è una condizione che descrive ogni uomo; ricordiamo la risposta ai farisei: siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane (Gv 9,41). Con l’immagine di chi guarda la pagliuzza nell’occhio del fratello il discorso di Gesù si fa ancora più stringente: qui non si tratta di parità, come nel caso di due ciechi, ma di maggior gravità della condizione di chi presume di correggere gli altri. Il confronto degli alberi dice che l’albero cattivo è l’uomo che confida nell’uomo, l’albero buono è l’uomo che confida nel Signore. Qui il contrasto è forte: o si è albero buono e allora il frutto sarà buono, o si è albero cattivo e il frutto sarà cattivo, ma sembra che non si spieghi come si fa ad essere albero buono. Tuttavia l’ultimo versetto, che fa riferimento ad un tesoro presente nel cuore e nella bocca, che parla dalla pienezza del cuore, suggerisce un’attenzione speciale al cuore dell’uomo, che non deve essere pieno di giudizi verso il prossimo. La sapienza cristiana è molto dubbiosa per non dire scettica circa la possibilità che l’uomo avrebbe di essere capace di «migliorare» i contenuti e i volti della sua vita. Ma è piena di speranza verso tutte le situazioni che sanno accogliere ogni aiuto che gli venga offerto; e verso chi non pretende di affermare ragioni e diritti si fa positivamente plasmare e condurre da tutto ciò che di buono riceve. In tal senso è molto più proficuo collocarsi nella situazione del cieco che ha bisogno di essere illuminato che in quella di chi pretende di vederci fino ad aiutare altri.

Essere, più che fare o dire
Si aiuta qualcuno non quando si pretende di poterlo salvare ma quando avendo bisogno di essere salvati gli si può dare un segnale di consegna e di affidamento al Maestro che solo può «ben prepararci». Si potrebbe quindi dire che, in questo orizzonte, l’essere è più prezioso del dire o del fare: ma con un’avvertenza irrinunciabile: che non si pensi a un essere nella vanità della propria autogiustificazione ma al desiderio profondo di essere tralci della vera vite e quindi frutti dell’unico albero buono, Gesù Cristo. Il gran segreto è tenersi sempre nel «cuore» dell’unico «Buono», nel «vaglio» del Vangelo, nella «fornace» del suo Spirito. Allora sarà eventualmente Lui, l’Uomo buono, a trarci dal tesoro del suo cuore come e quando vorrà.

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Permetti che altri ti aiutino a migliorare?
– Che cosa hai di buono nella tua vita?

IN FAMIGLIA
Ognuno ha un suo carattere, e sappiamo che non tutto del nostro carattere è il meglio.
Per non lasciare che le nostre punte negative siano sempre in luce mettiamo in evidenza gli aspetti belli di ciascuno.
Facciamo in modo che ci sia una gara nel segnalare le realtà belle.
Dopo questo esercizio ci sentiremo tutti più capaci di regalare qualcosa di vero all’altro.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – 8 t.o. C

Una parabola che chiama alla conversione: l’albero si riconosce dal suo frutto

Chiave di lettura
Il vangelo di oggi ci riporta alcuni passaggi del discorso che Gesù pronuncia sulla pianura dopo aver trascorso la notte in preghiera (Lc 6,12) e dopo aver chiamato i Dodici ad essere suoi apostoli (Lc 6,13-14). Gran parte delle frasi riunite in questo discorso sono state pronunciate in altre occasioni, però Luca, imitando Matteo, le riunisce qui in questo Discorso della Pianura.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura
*6,39: La parabola del cieco che guida un altro cieco.
*6,40: Discepolo – Maestro.
*6,41-42: La pagliuzza nell’occhio del fratello.
*6,43-45: La parabola dell’albero che dà buoni frutti.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione
– Ti sei qualche volta messo nella situazione di un cieco?
– Che sensazioni hai avuto?
– Pagliuzza e trave nell’occhio. Come sono i miei rapporti con gli altri in casa e in famiglia, nel lavoro e con i colleghi, in comunità e con i fratelli e le sorelle?
– Maestro e discepolo. Come sono discepolo/a di Gesù?
– Qual è la qualità del mio cuore?

La parabola del cieco che guida un altro cieco.
Gesù racconta una parabola ai discepoli: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?». Parabola di una riga, assai simile alle avvertenze che, nel vangelo di Matteo, sono rivolte ai farisei: «Guai a voi, guide cieche!» (Mt 23,16.17.19.24.26). Qui nel contesto del vangelo di Luca, questa parabola è rivolta agli animatori delle comunità che si considerano padroni della verità, superiori agli altri. Per questo sono guide cieche.

Discepolo – Maestro.
«Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro». Gesù è il Maestro. Non il professore. Il professore in classe impartisce diverse materie, ma non vive con gli alunni. Il maestro non impartisce lezioni, vive con gli alunni. La sua materia è lui stesso, la sua testimonianza di vita, il suo modo di vivere le cose che insegna. La convivenza con il maestro assume tre aspetti:
(a) Il maestro è il modello o l’esempio da imitare (cf Gv 13,13-15);
(b) Il discepolo non solamente contempla ed imita, si impegna anche con il destino del maestro, con le sue tentazioni (Lc 22,28), con la sua persecuzione (Mt 10,24-25), con la sua morte (Gv 11,16);
(c) Non solamente imita il modello, non solo assume l’impegno, ma giunge ad identificarsi con lui: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questo terzo aspetto è la dimensione mistica della sequela di Gesù, frutto dell’azione dello Spirito.

La pagliuzza nell’occhio del fratello.
«Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». Nel Discorso della Montagna, Matteo tratta lo stesso tema e spiega un poco meglio la parabola della pagliuzza nell’occhio. Gesù chiede un atteggiamento creativo che ci renda capaci di andare incontro all’altro senza giudicarlo, senza preconcetti e razionalizzazioni, accogliendolo da fratello (Mt 7,1-5). Questa apertura totale verso l’altro considerato fratello/sorella nascerà in noi solo quando saremo capaci di rapportarci con Dio con totale fiducia di figli (Mt 7,7-11).

La parabola dell’albero che dà buoni frutti.
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo». La lettera dell’apostolo Giacomo serve da commento a questa parola di Gesù: «La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce» (Gc 3,11-12). Una persona ben formata nella tradizione della convivenza comunitaria fa crescere dentro di sé una buona indole che la porta a praticare il bene. «Trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore», ma la persona che non fa attenzione alla sua formazione avrà difficoltà a produrre cose buone. Anzi, «dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». Riguardo il «buon tesoro del cuore» vale la pena ricordare ciò che dice il libro del Siracide sul cuore, fonte del buon consiglio: «Attieniti al consiglio del tuo cuore, perché nessuno ti è più fedele. Infatti la coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare. Per tutte queste cose invoca l’Altissimo, perché guidi la tua via secondo verità» (Sir 37,13-15).


(tratto da: A. Cilia, Lectio Divina Anno C – Elledici 2009)

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10. Anche Noi Vogliamo Capire – 1 Quar. C, 10/3/’19

Per aiutare i nostri piccoli a vivere meglio la Liturgia della Parola

 

PRIMA LETTURA (Dt 26,4-10)

* Capire le parole
Mosè: era un grande capo del popolo ebraico a cui Dio diede la sua legge.
Arameo: popolo nomade originario della Mesopotamia, nominato sei volte nella Bibbia ebraica, da cui discendono gli ebrei.
Schiavitù: condizione del popolo di Israele sottomesso agli egiziani, prima della liberazione che Dio operò per mezzo di Mosè.
Latte e miele: espressione che sottolinea la fertilità del paese concesso al popolo eletto; il latte è il nutrimento principale, se non unico, del nomade (nella vita sedentaria se ne fa caglio, burro e formaggio); il miele si raccoglie anche nel deserto è rinomato per la sua dolcezza (si trova un po’ dappertutto in Palestina e costituisce un nutrimento sano, ma non può essere offerto in oblazione a Jahvè); le parole «latte e miele» ricordano l’esperienza nomade del popolo, nutrito da Dio.

* Di più…
Dio è il partner ufficiale… Hai un progetto che ti sta a cuore? Ad esempio, organizzare una grande festa. Allora ti dai da fare per cercare dei collaboratori. Ti trovi con loro per spiegare la tua idea, sperando che condividano il tuo entusiasmo. E dopo, insieme, si parte per l’avventura! Dio ha da sempre un grande progetto sul mondo. Per questo sceglie uomini come partner. Nella Bibbia si dice che fa alleanza con loro.

SECONDA LETTURA (Rm 10,8-13)

* Capire le parole
Cuore: in ebraico «lev», indica non semplicemente la sede dei sentimenti e degli affetti, bensì tutta intera la persona caratterizzata da emozioni-desideri-ragione-decisione, capace di far scaturire decisioni importanti
Salvezza: si tratta della salvezza dell’anima, il dono di Dio offerto a motivo e per mezzo del sacrificio di Cristo in croce; la persona la fa propria con la sua fede e con le buone opere che la dimostrano.

VANGELO (Lc 4,1-13)

* Capire le parole
Tentazione: è la condizione dell’anima suggestionata a commettere qualcosa che si avverte come contrario al bene e alla lgge di Dio.
Diavolo: si chiama anche Satana ed è la potenza del male che sembra dominare il mondo.
Figlio di Dio: colui che ha lo stesso potere di Dio, che è Dio egli stesso.
Gloria: manifestazione di potenza e autorità.

* Di più…
Lo sai che la Quaresima dura 40 giorni perché ricorda i 40 giorni trascorsi da Gesù nel deserto? Nella Bibbia si ritrova spesso il numero 40: il diluvio durò 40 giorni e 40 notti; gli Ebrei vissero 40 anni nel deserto. Questa cifra rappresenta un tempo difficile, che dura, ma che può anche aiutare per essere più vicini a Dio. Gesù supera tranquillamente tale prova. Non ha altro desiderio che vivere vicino a Dio Padre.

 

PER RIASSUMERE… La Quaresima è un tempo di 40 giorni che ci conduce alla grande festa di Pasqua. Tempo di preghiera e di condivisione. I cristiani provano a cambiare le loro abitudini per far più posto a Dio e agli altri.

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4. Parola da Vivere – 8 t.o. C

NON DIGIUNATE PIÙ
La bontà si collega alla «relazione» che ognuno può stabilire con Dio stesso, con la sua Parola, con la Persona di Gesù, con altre persone. Se vale questa ipotesi, la bontà si manifesta e si compie in stretta connessione con la relazione. L’altro elemento forte per l’identificazione della «bontà» è il «fare», che dice tutta la concretezza che nasce dal cuore, e rivela quale sia la qualità del cuore.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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5. Preghiere dei Fedeli – 8 t.o. C

Ai discepoli: fate frutti buoni

Celebrante. Nella Preghiera dei fedeli chiediamo al Signore di imparare a vivere con la saggezza dei suoi primi discepoli, per produrre anche noi frutti buoni per la vita eterna.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Crea in noi, Signore, un cuore nuovo.

1. Preghiamo per la Chiesa di Dio, che è chiamata ad annunciare al mondo – in mezzo alle difficoltà e alle prove – le verità del Vangelo.
Perché sappia presentare integro al mondo il messaggio sempre nuovo di Cristo, che promuove la crescita degli uomini e dei popoli nella giustizia e nella speranza, preghiamo.

2. Per i pastori della Chiesa e quanti portano responsabilità in essa. Anch’essi corrono il rischio di fermarsi a denunciare le pagliuzze che vedono negli occhi altrui, e di non scorgere la trave che è nei propri.
Perché sappiano con l’esempio guidare gli uomini al raccoglimento, alla riflessione e a scelte di vita che siano in armonia con Dio, preghiamo.

3. Per i predicatori, gli insegnanti di religione, i catechisti. Potrebbero essere solo guide cieche, che menano gli altri in qualche buca lungo la strada della vita.
Perché non siano come chi predica bene e razzola male, ma aggiungano all’annuncio cristiano la gioiosa testimonianza di un sincero amore a Dio e al prossimo, preghiamo.

4. Per coloro che sono nel dolore, nella sofferenza, nello sconforto. E per continuare a vivere hanno bisogno della solidarietà dei loro fratelli nella fede.
Perché la carità e l’ottimismo dei credenti infonda in loro speranza e fiducia verso Colui che trasforma il pianto in gioia senza fine, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Gli insegnamenti di Gesù, che non danno tregua all’amor proprio, alle comodità e ai compromessi, oggi sono rivolti direttamente a ciascuno di noi.
Perché sappiamo accogliere questi orientamenti di vita che il Signore maestro sapiente ci propone, e tradurli in gesti di solidarietà con chi ci vive accanto,
preghiamo.

Celebrante. O Padre, aiutaci a prendere sul serio Gesù, tua Parola vivente. Rendici capaci di silenzio interiore e di ascolto, e saremo l’albero buono che produce buon frutto per la vita di ogni giorno e per la vita eterna. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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7. Aforismi – 8 t.o. C

COME SI È FATTI DENTRO?
– Se facciamo come i bambini che smontano i loro giocattoli, troviamo dentro di noi tanti valori spirituali a cui di solito non badiamo. Le virtù, le buone abitudini, come rami dell’albero buono che produce frutti buoni.
– Una volta i cristiani mettevano l’elenco delle virtù nelle preghiere del mattino. Chi si ricorda? Si diceva: «Le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Le tre virtù teologali: fede, speranza, carità». Le prime quattro ci definiscono come uomini saggi, le seconde come cristiani veri. Erano preghiere? In un certo senso sì, perché era come se dicessimo: «O Signore, ricordami di praticare ogni giorno le virtù che mi rendono vero cristiano». Di fatto le quattro virtù cardinali erano (e sono) come i cardini su cui regge l’impalcatura della persona umana.
– La prudenza. Che confina con il buon senso, ma purtroppo – qualcuno ha osservato – tra i cinque sensi dell’uomo il buon senso non è compreso. Bisogna conquistarlo.
– La giustizia. È qualcosa che precede l’amore verso il prossimo. E lo fonda.
– La fortezza. Certo non si dovrebbe cadere mai. Ma davvero forte non è chi non cade, bensì chi dopo la caduta trova in sé, dal Signore, la forza di rialzarsi.
– La temperanza. Diceva il papa san Leone Magno: «L’uomo gode di vera pace e vera libertà, solo quando la carne è sottomessa allo spirito, e lo spirito è
sottomesso a Dio».

Le quattro virtù cardinali le hanno scoperte i filosofi antichi del mondo greco e latino, e i cristiani lungo i secoli le hanno fatte proprie perché le hanno ritenute fondamentali per ogni uomo uscito dalle mani di Dio.
– A completare e coronare la struttura del cristiano vengono poi le tre virtù teologali. Sono dette teologali perché fanno riferimento diretto a Dio.
– Con la fede riconosciamo in Gesù il figlio di Dio che ci ha rivelato il volto del Padre, il suo amore per noi, il senso della nostra esistenza.
– Con la speranza guardiamo con riconoscenza alle promesse di vita eterna che il Signore ci ha fatte: la risurrezione e il ritorno alla casa del Padre.
– Con la carità, amore generoso verso Dio e verso i fratelli, cerchiamo di meritarci – per quanto dipende da noi – ciò che Dio ci dona per amore.
– Quando l’impalcatura di queste virtù umane e cristiane è ben consolidata, allora si possiede la saggia onestà dell’albero buono, che non può produrre che frutti buoni. Di fatto la Chiesa, prima di proclamare un santo, si assicura con un lungo processo che abbia praticato a una a una tutte quelle virtù.


(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno C – Elledici 2009)

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8. Canto Liturgico – 8 t.o. C,

Ecco a voi questa settimana un canto di COMUNIONE

PADRE TI AMIAMO – M.Adkins

(Nella Casa del Padre, n. 700 – Elledici)

1. Padre, ti amiamo e ti adoriamo.

Gloria al tuo nome sulla terra!

Rit. Gloria al tuo nome, gloria al tuo nome,

gloria al tuo nome sulla terra!

2. Gesù, ti amiamo e ti adoriamo.

Gloria al tuo nome sulla terra!

3. Spirito, ti amiamo e ti adoriamo.

Gloria al tuo nome sulla terra!