Pubblicato il

4. Parola da Vivere – 8 t.o. C

NON DIGIUNATE PIÙ
La bontà si collega alla «relazione» che ognuno può stabilire con Dio stesso, con la sua Parola, con la Persona di Gesù, con altre persone. Se vale questa ipotesi, la bontà si manifesta e si compie in stretta connessione con la relazione. L’altro elemento forte per l’identificazione della «bontà» è il «fare», che dice tutta la concretezza che nasce dal cuore, e rivela quale sia la qualità del cuore.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

Pubblicato il

5. Preghiere dei Fedeli – 8 t.o. C

Ai discepoli: fate frutti buoni

Celebrante. Nella Preghiera dei fedeli chiediamo al Signore di imparare a vivere con la saggezza dei suoi primi discepoli, per produrre anche noi frutti buoni per la vita eterna.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Crea in noi, Signore, un cuore nuovo.

1. Preghiamo per la Chiesa di Dio, che è chiamata ad annunciare al mondo – in mezzo alle difficoltà e alle prove – le verità del Vangelo.
Perché sappia presentare integro al mondo il messaggio sempre nuovo di Cristo, che promuove la crescita degli uomini e dei popoli nella giustizia e nella speranza, preghiamo.

2. Per i pastori della Chiesa e quanti portano responsabilità in essa. Anch’essi corrono il rischio di fermarsi a denunciare le pagliuzze che vedono negli occhi altrui, e di non scorgere la trave che è nei propri.
Perché sappiano con l’esempio guidare gli uomini al raccoglimento, alla riflessione e a scelte di vita che siano in armonia con Dio, preghiamo.

3. Per i predicatori, gli insegnanti di religione, i catechisti. Potrebbero essere solo guide cieche, che menano gli altri in qualche buca lungo la strada della vita.
Perché non siano come chi predica bene e razzola male, ma aggiungano all’annuncio cristiano la gioiosa testimonianza di un sincero amore a Dio e al prossimo, preghiamo.

4. Per coloro che sono nel dolore, nella sofferenza, nello sconforto. E per continuare a vivere hanno bisogno della solidarietà dei loro fratelli nella fede.
Perché la carità e l’ottimismo dei credenti infonda in loro speranza e fiducia verso Colui che trasforma il pianto in gioia senza fine, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Gli insegnamenti di Gesù, che non danno tregua all’amor proprio, alle comodità e ai compromessi, oggi sono rivolti direttamente a ciascuno di noi.
Perché sappiamo accogliere questi orientamenti di vita che il Signore maestro sapiente ci propone, e tradurli in gesti di solidarietà con chi ci vive accanto,
preghiamo.

Celebrante. O Padre, aiutaci a prendere sul serio Gesù, tua Parola vivente. Rendici capaci di silenzio interiore e di ascolto, e saremo l’albero buono che produce buon frutto per la vita di ogni giorno e per la vita eterna. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

Pubblicato il

7. Aforismi – 8 t.o. C

COME SI È FATTI DENTRO?
– Se facciamo come i bambini che smontano i loro giocattoli, troviamo dentro di noi tanti valori spirituali a cui di solito non badiamo. Le virtù, le buone abitudini, come rami dell’albero buono che produce frutti buoni.
– Una volta i cristiani mettevano l’elenco delle virtù nelle preghiere del mattino. Chi si ricorda? Si diceva: «Le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Le tre virtù teologali: fede, speranza, carità». Le prime quattro ci definiscono come uomini saggi, le seconde come cristiani veri. Erano preghiere? In un certo senso sì, perché era come se dicessimo: «O Signore, ricordami di praticare ogni giorno le virtù che mi rendono vero cristiano». Di fatto le quattro virtù cardinali erano (e sono) come i cardini su cui regge l’impalcatura della persona umana.
– La prudenza. Che confina con il buon senso, ma purtroppo – qualcuno ha osservato – tra i cinque sensi dell’uomo il buon senso non è compreso. Bisogna conquistarlo.
– La giustizia. È qualcosa che precede l’amore verso il prossimo. E lo fonda.
– La fortezza. Certo non si dovrebbe cadere mai. Ma davvero forte non è chi non cade, bensì chi dopo la caduta trova in sé, dal Signore, la forza di rialzarsi.
– La temperanza. Diceva il papa san Leone Magno: «L’uomo gode di vera pace e vera libertà, solo quando la carne è sottomessa allo spirito, e lo spirito è
sottomesso a Dio».

Le quattro virtù cardinali le hanno scoperte i filosofi antichi del mondo greco e latino, e i cristiani lungo i secoli le hanno fatte proprie perché le hanno ritenute fondamentali per ogni uomo uscito dalle mani di Dio.
– A completare e coronare la struttura del cristiano vengono poi le tre virtù teologali. Sono dette teologali perché fanno riferimento diretto a Dio.
– Con la fede riconosciamo in Gesù il figlio di Dio che ci ha rivelato il volto del Padre, il suo amore per noi, il senso della nostra esistenza.
– Con la speranza guardiamo con riconoscenza alle promesse di vita eterna che il Signore ci ha fatte: la risurrezione e il ritorno alla casa del Padre.
– Con la carità, amore generoso verso Dio e verso i fratelli, cerchiamo di meritarci – per quanto dipende da noi – ciò che Dio ci dona per amore.
– Quando l’impalcatura di queste virtù umane e cristiane è ben consolidata, allora si possiede la saggia onestà dell’albero buono, che non può produrre che frutti buoni. Di fatto la Chiesa, prima di proclamare un santo, si assicura con un lungo processo che abbia praticato a una a una tutte quelle virtù.


(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno C – Elledici 2009)

Pubblicato il

8. Canto Liturgico – 8 t.o. C,

Ecco a voi questa settimana un canto di COMUNIONE

PADRE TI AMIAMO – M.Adkins

(Nella Casa del Padre, n. 700 – Elledici)

1. Padre, ti amiamo e ti adoriamo.

Gloria al tuo nome sulla terra!

Rit. Gloria al tuo nome, gloria al tuo nome,

gloria al tuo nome sulla terra!

2. Gesù, ti amiamo e ti adoriamo.

Gloria al tuo nome sulla terra!

3. Spirito, ti amiamo e ti adoriamo.

Gloria al tuo nome sulla terra!

Pubblicato il

9. Narrazione – 8 t.o. C

LA GATTA
C’era una volta una gatta che bruciava d’amore per un giovane.
Era tanto innamorata che chiese aiuto ad una fata perché la trasformasse in una donna molto bella, capace di conquistare il giovane.
La fata l’accontentò e la gatta assunse l’aspetto di donna.
Conobbe il giovane e ben presto iniziarono i preparativi per il matrimonio.
Venne il giorno delle nozze, che furono celebrate tra canti e danze e girotondi.
Molte luci illuminavano la festa e agli invitati venivano offerti cibi squisiti.
Tutto andava per il meglio.
Ma ecco che d’un tratto la sposa vide correre via un sorcetto, e immediatamente si lanciò a rincorrerlo.

La nostra società incoraggia l’inganno: siamo troppo abituati a credere alla pubblicità.
Continuiamo a dire: «Che piacere vederti!… Sentiamoci qualche volta… Ma che delizioso vestitino!»…
a persone che detestiamo, che preferiremmo evitare, che giudichiamo vestite orrendamente.
Abbiamo maschere per tutte le occasioni.
Una maschera per gli amici, una per il capoufficio, una per il marito o la moglie, una per i vicini di casa, una per Dio…
Ma arriva sempre il momento che è la fine di tutte le commedie.

«Tenetevi lontani dal lievito dei farisei, dalla loro ipocrisia!
Perché non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato,
nulla di segreto che non sarà conosciuto.
Quello che avete detto in segreto, sarà udito alla luce del giorno,
e quello che avete sussurrato all’orecchio all’interno
della casa sarà proclamato dalle terrazze» (Vangelo di Luca 12,1-3).

(tratto da: B. Ferrero, 365 Piccole Storie per l’anima, Vol. 1, pag. 80 – Elledici 2007)

Pubblicato il

1. Letture – 7 t.o. C

PRIMA LETTURA
Il Signore ti aveva messo nelle mie mani
   e non ho voluto stendere la mano.

Dal primo libro di Samuèle 26,2.7-9.12-13.22-23

In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif, conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif. Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte ed ecco, Saul dormiva profondamente tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra presso il suo capo, mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisài disse a Davide: «Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo». Ma Davide disse ad Abisài: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?».
Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era presso il capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore.
Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era una grande distanza tra loro. Davide gridò: «Ecco la lancia del re: passi qui uno dei servitori e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore».
Parola di Dio

 

SALMO RESPONSORIALE Sl. 102(103)

R. Il Signore è buono e grande nell’amore.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati
e non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Quanto dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe.
Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero verso quelli che lo temono.

 

SECONDA LETTURA
Come eravamo simili all’uomo terreno,
   così saremo simili all’uomo celeste.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,45-49

Fratelli, il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.
Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.
Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti.
E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.
Parola di Dio

 

CANTO AL VANGELO Gv 13,34
Alleluia, alleluia.
Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:
come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Alleluia.

 

VANGELO
Siate misericordiosi,
   come il Padre vostro è misericordioso.

Dal Vangelo secondo Luca (6,27-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Parola del Signore


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

Pubblicato il

2. Esegesi – 7 t.o. C,

FACCIO UNA COSA NUOVA

1 Samuele 26,2.7-9.12-13.22-23 – Davide vince la propria violenza
1 Corinzi 15,45-49 – Portiamo l’immagine celeste
Luca 6,27-38 – Da’ a chi ti chiede

Il nemico interiore
La liturgia odierna affianca, con genialità che si potrebbe quasi dire «drammaturgica», testi assai lontani per origine e genere, ma tali che esprimono con forza il messaggio cristiano. Si comincia proprio con un «racconto di Re», l’incursione notturna di David nell’accampamento di Saul, con la possibilità e l’invito di uccidere il potente nemico nel sonno. Atto che David non compie per un «timor di Dio» in lui più forte della passione per la vittoria e persino dell’istinto di sopravvivenza. Questo non è solo il racconto della magnanimità di Davide nei confronti del suo nemico, ma anche quello dell’obbedienza alla volontà di Dio sulla cattiva inclinazione dell’uomo rappresentato da Abisai. È il racconto di una lotta interiore che sfocia in un atteggiamento in cui Davide manifesta di essere stato, egli stesso, oggetto della misericordia di Dio.

Scoprirsi del cielo
Rimanendo ancorati alla terra si rimane anche legati all’ordine dell’istinto e della «legge», che fa rendere a ciascuno in base a quanto da lui si riceve. La novità della vita cristiana sta invece nell’accoglienza incessante dello Spirito, che è dato senza misura e che sovrabbonda proprio là dove maggiore è il bisogno. Siamo figli di Dio non per virtù nostra, ma in quanto il Figlio di Dio, accolto nella nostra vita, ci rende partecipi della sua vita filiale e ce ne dà la forza. L’uomo celeste è tale perché la sua vita è raggiunta e segnata dall’amore di Dio, che si manifesta soprattutto nell’amore per i nemici. L’opera della resurrezione del Signore in noi fa sì che portiamo impressa l’immagine di Cristo nella nostra vita: vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, a immagine del suo Creatore (Col 3,9.10).

Una proposta nuova
A voi che ascoltate, io dico…: la Parola di Gesù continua a rivolgersi ai discepoli, a quanti cioè dispongono il proprio cuore ad imparare da Lui la via dell’amore, la perfetta carità che costituisce la novità del messaggio evangelico. Per il dono dello Spirito Santo, riversato nel cuore dei credenti (cfr. Rm 5,5b), è possibile vivere di grazia, cioè del dono di Dio, per operare efficacemente ciò che il Vangelo dice (cfr. Ef 1,13). L’amore verso il nemico è il vertice dell’amore di Dio. Solo alla sua Luce è dato di vedere con occhi limpidissimi la condizione miserevole di chi, non sapendo amare perché non sa di essere amato, rimane prigioniero delle proprie tenebre. Dalla coscienza di essere tutti gratuitamente salvati proviene quella dilatazione del cuore che va oltre l’umana correttezza i rapporti, della quale sono capaci anche i pagani. L’alternativa alla condizione di chi non si occupa della fatica dell’altro, in apparenza invidiabile, non è un «sentimento», non è un’«idea»: ma quel che davvero conta, è un «fare».

Il fare difficile
È quel particolarissimo fare che non si fa mai, e neppure si desidera, a meno che il cuore non sia già toccato e posseduto da ciò che si deve chiamare «grazia», «Spirito», amore e timore di Dio, che è possibile come un inizio di risposta nostra alla sua misericordia. «Fate a loro» ciò che «vorreste fosse fatto a voi». «Non giudicate», «non condannate», «perdonate sempre». Non vi è luce più forte di questa. Potrebbe illuminare giorni e anni della nostra vita, secoli e millenni della storia dei popoli. Il comandamento dell’amore, l’offerta di una seconda guancia dopo quella colpita, è invito e possibilità universale, una strada benedetta per tutti.
Questo permette di non guardare al contraccambio, ma di attendere nell’abbandono della fede la ricompensa celeste promessa dal Padre. Grazia è l’amore di Cristo, puro dono di Dio: se tu conoscessi il dono di Dio… (cfr. Gv 4,10).

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Sono davvero difficili da fare le cose richieste dal Vangelo?
– Ci sentiamo più della terra o del cielo, e perché?

IN FAMIGLIA
All’interno del nucleo familiare ci conosciamo abbastanza bene.
Ognuno individua un impegno o un gesto che sia gradito ai diversi membri della famiglia e lo realizza.
Alla fine della settimana ci si incontra per dirsi quali sono stati i gesti che ci hanno sorpreso e ognuno prova ad indovinare quello che ognuno ha pensato e voluto per l’altro.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

Pubblicato il

3. Annunciare la Parola – 7 t.o. C,

PER COMPRENDERE LA PAROLA

Non bisogna rendere male per male. È la legge del perdono riportata dal Vangelo. La liturgia usa la 1ª lettura come esemplificazione di questo tema.

PRIMA LETTURA
È un episodio a gloria di Davide, in quanto contribuisce a consolidarne l’autorità di fronte a coloro che gli si oppongono. Saul stesso lo riconosce al termine del racconto: “Tu saprai fare e riuscirai in tutto” (v. 25).
Il racconto proviene da una tradizione popolare. Il cap. 24 ne offre una versione diversa; vi troviamo quasi la vivacità d’un fumetto. Il cap. 26 fa intervenire Dio per spiegare l’impresa straordinaria: Dio immerge l’accampamento in un profondo sonno, per cui nessuno si accorge dell’incursione di Davide. Perciò Davide, che non approfitta certamente della situazione offertagli da Dio, dà prova di magnanimità.
Un’altra ragione spiega il comportamento di Davide: a tutti coloro che più tardi saranno suoi sudditi vuole inculcare l’idea che la persona del re è intoccabile (cf 2 Sam 1).

SALMO
È un inno di ringraziamento a Dio per la sua bontà. Il Signore la manifesta soprattutto quando non ci tratta secondo le nostre colpe.

SECONDA LETTURA
Il cap. 15 affronta il conflitto provocato in seno alla comunità da coloro che non credono nella risurrezione dei morti (cf domenica precedente). Contro di loro Paolo ha sostenuto la realtà di tale risurrezione. Ora cerca di spiegare ai Greci (tali sono i Corinzi) in che senso egli intende la risurrezione.
Lo fa anzitutto (vv. 35-45) partendo da un’antropologia nella quale non si trova a suo agio: “Gli esseri viventi non sono tutti uguali”…
Poi rievoca (vv. 45-49) i due capi dell’umanità, Adamo e Gesù. Lo fa anche in Rm 5 per contrapporre peccato e morte a giustificazione e vita. Qui afferma che da Adamo riceviamo la vita che chiamiamo terrena, mentre da Cristo riceviamo la vita che ci fa appartenere al cielo. Questo dualismo presenta dei limiti per molti nostri contemporanei. Comunque, questa prospettiva biblica – e non filosofica – ci insegna che noi siamo destinati al cielo, non per un’immortalità naturale dell’anima, ma per un’appartenenza e una conformità al Cristo risorto.
La traduzione liturgica, nella sua esattezza, facilita la comprensione del testo.

VANGELO
È il seguito delle Beatitudini: Luca aggiunge alcune precisazioni sull’applicazione della legge del Regno.
Gesù insiste anzitutto su una delle qualità dell’amore: la gratuità. Si deve amare senza aspettarsi un contraccambio, amare persino i nemici. Gesù indica alcuni esempi così concreti che la sua esigenza lascia turbati: in realtà l’amore non ammette limiti, non ammette calcoli.
In tale contesto, viene indicata “la Regola d’oro” (cf Mt 7,12). Tale regola viene già enunciata, ma in forma negativa, nell’Antico Testamento (Tb 4,15) (e anche nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo). Il Vangelo ne offre una formulazione positiva, più esigente.
Siccome però il Vangelo non è un testo di morale sociale, Luca riporta i motivi che giustificano le esigenze della legge evangelica. Bisogna superare il comportamento dei peccatori (Matteo parla di pubblicani e pagani: 5,46-47). Si tratta soprattutto (cf Mt 5,41) di imitare il Signore nella sua misericordia infinita.
La pericope termina con un invito alla liberalità, espressione dell’amore generoso.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Amare senza condizioni né limiti (Vangelo e 1ª lettura)
È bene ricordare che la legge evangelica non è una piacevole banalità, e che nessuno è – anche sul piano morale – naturalmente cristiano.
Così come è riferita da Luca, la legge di Gesù dà il capogiro: non rendere male per male (come Davide con Saul); lasciarsi sfruttare e derubare; dare senza aspettarsi alcun ricambio umano; amare i nemici.
Nessuno mette totalmente in pratica una simile morale, e si cercano giustificazioni: si parla quindi di utopia, di paradosso semitico…
Invece, prima di liquidare questa pagina del Vangelo, bisognerebbe ricordare che molti discepoli l’hanno vissuta: santi famosi e tante persone che hanno consacrato gratuitamente la loro vita a poveri disgraziati che per loro erano nulla e che non dimostravano alcuna riconoscenza.

Amore fraterno e spirito filiale
Nel campo dell’amore fraterno il Vangelo è molto esigente.
Per arrivare a questo amore, però, la via non è quella di cercare in se stessi la forza d’una rinuncia eroica a vantaggio degli altri. Non è questa la via cristiana.
A noi è chiesto di credere nella bontà del nostro Padre celeste, di sforzarci di ispirarci ad essa e di lasciare soltanto a Dio il pensiero di ricompensarci.
La prima ricompensa sarà di diventare i migliori figli del nostro Padre (Lc 6,35). Inoltre, Dio si comporterà con noi sempre meglio di quanto noi ci saremo comportati con gli altri. Se noi abbiamo misericordia per gli altri, Dio avrà misericordia per noi. Se noi non giudichiamo, Dio rinuncerà a giudicarci. Se trattiamo generosamente gli altri, Dio sarà ugualmente generoso con noi (Lc 6,36-38).
Il Vangelo non è per gli eroi, né per i superuomini. È per coloro che hanno in Dio la fiducia di un cuore di figlio.

Amare come Dio
Gesù non è un moralista. La sua missione è di farci conoscere quel Dio che nessuno ha mai visto (Gv 1,18). Il suo insegnamento morale è un modo per rivelare Dio: fate così e sarete “come il Padre vostro”, misericordiosi, benevoli verso gli ingrati e i malvagi. Amate gratuitamente e sarete i figli dell’Altissimo (vedi il salmo del giorno).
Verità umana profonda, rivelata dalla pedagogia evangelica: si conosce Dio soltanto facendo proprio il suo comportamento spirituale. Un principio che si può estendere alla conoscenza del prossimo: lo si conosce veramente soltanto ispirandosi all’ideale che lo fa vivere.
Davide rinuncia a vendicarsi di Saul, perché “consacrato del Signore”. Il discepolo di Cristo sa che ogni uomo è sacro agli occhi di Dio, che è chiamato a diventare figlio di Dio. Per questo motivo non si vendica di nessuno.
Conseguenza d’una morale ispirata dal comportamento di Dio: se si vive il Vangelo, anche senza tante parole si rivela Dio agli altri. Ciò però suppone che ci si comporti in modo diverso dai peccatori (Lc 6,32-34).

Adamo e Cristo (2ª lettura)
Paolo non si pone sul piano morale, ma sul piano della vita dell’umanità:
– da Adamo gli uomini ereditano una vita che appartiene solo alla terra;
– da Cristo ricevono la vita del cielo.
Anche se la prospettiva è diversa, il parallelismo è pregnante:
– Cristo comunica un senso umano, un senso dell’amore diverso da quello dei “peccatori” (cioè, in questo caso, di coloro che non accettano il Vangelo);
– così pure comunica una vita alla quale non partecipano coloro che accettano unicamente la vita che proviene da Adamo.
La vita celeste, la vita divina è l’Amore, ma quale ce l’ha rivelato Cristo.


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno C, tempo ordinario – Elledici 2003)

Pubblicato il

10. Ti Spiego la Messa

Prepariamo i nostri piccoli alla comprensione delle parti della Santa Messa


(N. 1) Da questa domenica 11 novembre 2018 (32a del Tempo Ordinario “B”) in due riquadri per volta, proponiamo una semplice presentazione delle parti della messa e del loro significato (utile anche per giovani e adulti!). Buona catechesi!

PRESENTAZIONE GENERALE
Non siamo noi che “andiamo a messa”: è Gesù stesso che ci rivolge l’invito di prender parte alla sua Ultima Cena, e lo fa attraverso la persona del Sacerdote che “gli presta” gesti e voce. Gesù vuole associarci alla sua grande preghiera di ringraziamento che rivolge al Padre, affinché pure noi diventiamo più simili a Lui nell’ascolto della sua Parola e nell’offerta di noi stessi a Dio e al prossimo. Per questo la messa è il luogo privilegiato per il nostro personale incontro con Gesù vissuto nella fede.

La “messa” o Celebrazione dell’Eucaristia si compone di QUATTRO PARTI (a loro volta comprendenti diversi momenti):
I. i Riti di Introduzione
II. la Liturgia della Parola
III. la Liturgia Eucaristica
IV. i Riti di Conclusione

Fanno parte dei riti introduttivi:
1. il Canto Iniziale (scelto solitamente in modo da dare il tono generale al tema della domenica);
2. il Saluto del Celebrante, (che dopo il Segno della Croce(*) saluta ed esorta i fedeli alla partecipazione viva e attenta);
3. l’Atto Penitenziale (che, se vissuto con la giusta devozione, comporta la remissione dei peccati veniali: tale remissione non è “automatica”, perché frequentemente lo si compie con totale distrazione… ma se si partecipa con le dovute disposizioni, tutta la Messa produce come effetto la remissione dei peccati veniali – Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1394 – pur restando vivamente raccomandato, anche per questa remissione, accostarsi al Sacramento della Riconciliazione);
4. il canto o la declamazione dell’Inno di Gloria;
5. la Preghiera di Colletta, che raccorda gli animi di ciascun fedele con lo spirito generale dell’Assemblea, e conclude la parte iniziale della messa richiamandone il tema portante.

È anche bene che i lettori della Parola di Dio (o, prima di essi, quelli delle introduzioni) attendano alcuni secondi prima di cominciare, in modo che tutti si siano seduti e non ci siano rumori che pregiudichino o impediscano un ascolto attento.

(*) Il Segno di Croce (mano sinistra sul petto)
 Nel nome del Padre… (ci tocchiamo il capo perché Lui è in alto, è colui che ci ha creati. Ed è il centro dei nostri pensieri e della nostra intelligenza.)
• e del Figlio… (mettiamo la mano sul cuore perché Gesù ci ha amati talmente tanto da dare la sua vita per noi. Si è incarnato, è morto e risorto per la nostra salvezza)
• e dello Spirito Santo… (la nostra mano tocca le spalle perché lo Spirito Santo, il dono di Gesù risorto per noi, rappresenta l’abbraccio di Dio)

► da una catechesi di papa Francesco, all’Udienza Generale del 18 aprile 2018. (segue)

 


(N. 2 – 18nov2018) La seconda parte della messa prevede:

1. l’ascolto della Parola di Dio
2. la spiegazione da parte del celebrante, comunemente detta “omelia
3. la recita del Credo
4. le Preghiere dei fedeli.

Soffermandoci questa domenica sui primi due punti, va detto che l’assemblea deve prestare la massima attenzione a ciò che viene letto: non sono puri e semplici modi di dire, o fatti e fatterelli del passato… è Dio che ci parlaè la Storia della Salvezza che ci raggiunge nell’oggi! sono le opere di Dio compiute nel tempo attraverso il popolo eletto e giunte a compimento nel dono del Messia atteso che ha rivelato il volto di Dio, che ha realizzato la salvezza dell’uomo, che ha rivelato all’umanità il suo destino eterno!

Tutto ciò non può e non deve trovarci ascoltatori annoiati, distratti, frettolosi… E tutta l’assemblea deve favorire l’ascolto attento (lettori ben preparati, pause di silenzio tra una lettura e l’altra, microfoni funzionanti e senza interferenze fastidiose, ecc…) e ridurre al minimo i fattori di distrazione (rumori di ogni genere, cigolii di porte, inginocchiatoi ribaltabili, sedie che si spostano, persone che vanno e vengono, squilli di cellulare, ecc…).

Nel libro del profeta Amos la Parola di Dio è paragonata ad un ruggito: «Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa udire la sua voce» (Am 1,2). Questo ruggito è una vera e propria manifestazione di Dio, come la voce del tuono: «Ruggisce il leone: chi non trema? Il Signore ha parlato: chi può non profetare?» (Am 3,8). Così, l’assemblea deve accogliere la proclamazione delle Sacre Scritture come il dono che Dio ci fa oggi, nel contesto storico e personale che stiamo vivendo adesso: qui ed oggi Dio ci parla, Dio mi parla. E a ben guardare, ad ogni partecipazione attenta alla messa vi è sempre almeno una frase, una parola, un’espressione, un dialogo, un insegnamento… che viene a nutrire la mia, la nostra vita spirituale; che viene a consolarmi da una pena; che mi è di stimolo per la mia fede; che illumina la mia situazione di coscienza e i rapporti col prossimo; che mi fa apprezzare di più il fascino della persona di Gesù. Ed ha il potere di renderci migliori e di accrescere la nostra amicizia con Dio!

Solitamente il Vangelo è collegato, richiamato o preparato dalla Prima lettura, che è tratta dall’Antico Testamento e alla quale l’assemblea esprime il suo assenso mediante i versetti del Salmo, detto appunto “responsoriale”, cioè “di risposta” a quanto ascoltato; la Seconda lettura (presa dalle Lettere apostoliche, o dagli Atti degli Apostoli o dal Libro dell’Apocalisse), invece, non è necessariamente collegata al tema della domenica.

Al sacerdote, poi, il compito di spiegare le letture, di attualizzare la Parola di Dio, di sviluppare il tema del giorno, facilitando l’applicazione alla vita che ciascuno farà da parte sua. E di farlo in tempi ragionevolmente contenuti, con un linguaggio comprensibile e capace di far presa sull’uditorio, con un tono per lo più esortativo e mai colpevolizzante, senza pensare di sostituirsi all’azione dello Spirito di Dio che parla ai cuori. L’omelia va preparata, e non improvvisata sul momento come attingendo ad un repertorio. Va pregata e meditata già lungo la settimana. E i contenuti, gli esempi, i modi vanno calibrati alla tipologia di assemblea che si ha davanti.

Per quanto importante (se non addirittura strategico, in ottica di una pastorale ben curata!), tuttavia da parte dei fedeli questo momento della messa costituisce un elemento accessorio e non essenziale del proprio personale incontro con Gesù nell’Eucarestia. Il fedele dalla spiritualità matura benedirà in cuor suo il Signore per un’omelia gradevole, interessante, ben fatta, ricca di spunti utili… E saprà anche offrirla come forma di penitenza se l’avrà trovata lunga, noiosa e inconcludente…! (segue)



(N. 3 – 25nov2018) La seconda parte della messa (Liturgia della Parola) prevede, ancora:

(oltre a: 1. l’ascolto della Parola di Dio
2. la spiegazione da parte del celebrante, comunemente detta “omelia“, già trattati…)

3. la recita del Credo
4. le Preghiere dei Fedeli.

Alla Parola di Dio proclamata, ascoltata, spiegata, applicata alla vita e accolta come dono di Dio in persona, segue qualche istante di SILENZIO. Questo tipo di pause meditative tra un momento e un altro della messa, normalmente, non devono essere vissute con disagio, perplessità, incertezza… come se stesse accadendo qualcosa di strano o qualcuno si fosse dimenticato qualcosa di necessario e vi si stesse provvedendo… No! Le pause sono utilissime per l’interiorizzazione di quanto si sta vivendo o di una parola che ha colpito particolarmente. Così è dopo l’omelia del celebrante.
– La prima risposta dell’assemblea al Signore è, così, la proclamazione della nostra fede: di domenica in domenica ci ricordiamo e rafforziamo la convinzione nelle verità contenute nel CREDO. A seconda del periodo liturgico o del tipo di celebrazione, il Credo può essere espresso nella formula (abituale) del Simbolo Niceno-Costantinopolitano, oppure in quella del Simbolo degli Apostoli (più breve), o ancora mediante la formula interrogativa delle Promesse Battesimali (pag. 180 del Messale Romano).
– La seconda risposta è poi la serie di PREGHIERE DEI FEDELI, lette solitamente dal foglietto ufficiale dell’assemblea, oppure (meglio!) preparate dal Gruppo Liturgico parrocchiale o a turno dai vari gruppi, associazioni o movimenti incaricati di animare la liturgia. Solitamente la prima di queste preghiere è espressa a beneficio della Chiesa universale, la seconda è formulata per varie categorie del genere umano (governanti, nazioni, fedeli di altre religioni, professioni varie, ecc…), le altre  considerano situazioni contingenti, del posto o di ricorrenze particolari, alla luce degli spunti e dei temi offerti dal Vangelo. Ci si ricordi però che oltre alle preghiere che vengono “lette”, anche Dio legge nei nostri cuori le preghiere che ci portiamo dentro, per il prossimo, per le persone che ci sono care, per i defunti che amiamo ricordare e anche per le nostre necessità. Sarà dunque bene che il celebrante riservi degli istanti di silenzio prima di riassumere tutto nell’orazione conclusiva. Il canto di offertorio chiude la Liturgia della Parola e introduce la Liturgia Eucaristica. (segue)


(N. 4 – 2dic2018) E siamo alla terza parte della messa: la Liturgia Eucaristica.

Mentre il ministro (sacerdote o diacono) stende sull’altare il “corporale” (=un quadrato di stoffa rigida che accoglierà i sacri vasi contenenti il Corpo di Cristo), dal centro o dal fondo della chiesa vengono portate le offerte: il pane e il vino da consacrare, il denaro o ceste di viveri per le necessità della chiesa e per i poveri, alcuni oggetti simbolici (che sarà bene accompagnare da una spiegazione) indicanti l’offerta spirituale dell’assemblea a seconda del tema del giorno o di un particolare periodo liturgico. Si abbia cura di distinguere ciò che è “offerto” a Dio, da ciò che è segno di qualcos’altro (un impegno, un atteggiamento che si vuole assumere, ecc…): ad esempio, il pallone portato all’altare non viene “offerto”, dal momento che poi viene nuovamente adoperato per il gioco, ma viene indicato come simbolo di amicizia, di fraternità, di rispetto del prossimo, o altro. E lo stesso dicasi per un cartellone, una lampada, un mappamondo, lo zaino con i libri di scuola, e così via.
Comunque venga organizzata la processione offertoriale, in questo momento della messa ciascun fedele, interiormente, offre e depone ai piedi dell’altare la sua stessa vita: le proprie opere buone, le proprie sofferenze, qualche preoccupazione, qualche sacrificio accettato come penitenza o come atto di amore per il prossimo… Nulla di ciò che si sta vivendo è estraneo né di poco conto agli occhi di Dio! Raccogliersi in preghiera e unire la propria vita all’offerta che Gesù fa di se stesso al Padre fa pienamente parte del significato profondo della messa e di una partecipazione viva, intensa e fruttuosa.

Oltre al vino, il sacerdote lascia cadere nel calice alcune goccioline d’acqua, accompagnando il gesto dalle parole sottovoce
L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione
con la vita divina di colui
che ha voluto assumere la nostra natura umana
“.
   San Cipriano di Cartagine (III sec.) in una delle sue lettere, indirizzata a Cecilio, legge in questo gesto la mescolanza dell’umanità con il Cristo:
Se qualcuno offrisse solo vino,
il sangue di Cristo inizierebbe a essere senza di noi.
Se invece ci fosse solo acqua,
allora il popolo inizierebbe a essere senza Cristo
” (Epistola 63,13).
Anche san Tommaso D’Aquino (XIII sec.) nella Summa theologiae difende quest’uso, dandovi quattro ragioni differenti, tra cui quella di significare l’unione del popolo cristiano con Cristo.

Con la Preghiera sopra le offerte, il sacerdote invita l’assemblea a vivere con fede la fase successiva della messa: la grande preghiera eucaristica. (segue)


(N. 5 – 9dic2018) Proseguendo in questa terza parte della messa, la Liturgia Eucaristica…

…ci ha fatto appena rievocare il festoso ingresso di Gesù a Gerusalemme, tra i cori del “Santo”.

Ora siamo nel Cenacolo, con gli Apostoli, accanto a Gesù, da Lui invitati a rivivere la sua Ultima Cena. Questa parte della messa è un’altra splendida invenzione del Signore: noi tutti duemila anni fa non eravamo presente nell’atto culminante della Storia della Salvezza. Ma QUELL’EVENTO, grazie alla liturgia, ci raggiunge nell’oggi: nella persona, per le mani e la voce del sacerdote, e grazie all’azione dello Spirito Santo vivo e operante nella vita della Chieda e nei Sacramenti, Gesù stesso cambia il pane e il vino nel suo vero corpo e nel suo vero sangue. Propriamente, non è una “trasformazione” del pane e del vino (dal momento che proprio la “forma” resta la stessa!): ma un “cambiamento della sostanza”. Oh povertà del nostro linguaggio che ci fa dire in maniera imperfetta “pane e vino si trasformano in Gesù“…! Dovremmo imparare a dire che “si transustanziano in Gesù“…, ma capiamo che si tratta di un linguaggio un po’ difficile. L’importante, però, è che i fedeli piccoli e adulti con gli occhi della fede vedano e capiscano quello che avviene sull’altare. Gesù è qui!

E le parole della Preghiera Eucaristica ci invitano ad associarci al grande ringraziamento di Gesù al Padre per aver amato ciascun uomo nel crearlo libero e nell’averlo salvato da quel cattivo uso della sua stessa libertà che chiamiamo “peccato“. Da figli disobbedienti e bricconcelli quali siamo, meriteremmo solamente castighi e punizioni… e invece Lui ci perdona continuamente e pazientemente aspetta che lo riamiamo – finalmente, liberamente, convintamente – come Padre!

Il sacerdote invita a riconoscere tutto questo: è “Mistero della Fede!” e noi come assenso pieno rispondiamo insieme “Annunciamo la tua morte, Signore / proclamiamo la tua Resurrezione / nell’attesa della tua venuta!“.

Seguono preghiere per il papa, i vescovi, i sacerdoti e l’unità dei cristiani … il ricordo dei defunti … l’invocazione dei santi a protezione del nostro stesso cammino terreno verso il Regno dei Cieli.

Tutto viene riassunto nell’offerta che il sacerdote rivolge alzando il corpo e il calice con il sangue di Gesù, e insieme con Lui anche noi CI OFFRIAMO al Padre con un convinto “AMEN!“.

Il Padre Nostro e lo Scambio della Pace esprimono il nostro riconoscerci suoi Figli e fratelli tra di noi proprio grazie a Gesù.  (segue)


(N. 6 – 16dic2018) La Liturgia Eucaristica…

…si sta avviando verso la Comunione. Il sacerdote invita TUTTI i fedeli, quelli che facendo la comunione riceveranno Gesù e quelli che per diverse situazioni se ne asterranno, ad unirsi spiritualmente a Lui. Con l’ “Agnello di Dio”, chiediamo ancora perdono a Colui che ha dato la sua vita a motivo dei nostri peccati per riconciliarci col Padre, riconoscendoci bisognosi di tutto questo e desiderosi della sua pace.

Mostrando ancora ai fedeli l’ostia sacra e spezzata (si ricorda così il Cristo crocifisso), il celebrante introduce le parole cariche di fede del centurione (uomo di per sé non appartenente al popolo eletto!) che tutti facciamo nostre: chi si trova nell’incertezza di poter accedere alla comunione (pur non avendo peccati gravi) affinché superi il suo senso di indegnità e aderisca con slancio all’invito di Gesù (non siamo noi che “facciamo” la comunione… è Gesù che si dona!); e chi vive situazioni di vita non compatibili con il senso profondo dei sacramenti (ai quali, per questo, non può accedere) affinché viva la comunione “spirituale” e invochi l’aiuto dall’alto per vivere con rettitudine la sua vita.

La processione verso la comunione, accompagnata dal canto e dal raccogliemento, resta l’immagine della Chiesa in cammino verso Cristo. Ancora un atto di fede viene richiesto nell’atto di ricevere l’Eucarestia (sulle mani ben aperte o direttamente in bocca): pronunciare la parola “Amen” (=”Si, è così, credo che questo è il Corpo di Cristo!”). La compostezza del momento, poi, impone che non si facciano inchini, che non si sposti la testa, che non si faccia uno scatto all’indietro, che ci si allontani dalla parte esterna della fila senza intralciare gli altri fedeli, che non si facciano svariati metri con l’ostia in mano prima di portarla alla bocca. Tornando al posto, ci si raccoglie in silenzio o ci si accorda con i canti di comunione o di ringraziamento. Normalmente, quello che fanno i ministri nel loro compito di riordinare l’altare o di riporre nel Tabernacolo le ostie avanzate, non dovrebbe interessare: ciascuno prega il Signore presente nel Sacramento e appena ricevuto nel proprio corpo.

Queste semplici raccomandazioni ci fanno concludere la terza parte della messa e ci fanno passare direttamente all’ultima: il Rito di Conclusione.

1. Qualche avviso aiuta a tenere il passo con gli appuntamenti della vita della comunità.

2. La preghiera conclusiva riprende il tema della liturgia ed esorta ad un rinnovato impegno nella vita.

3. La benedizione finale infonde l’incoraggiamento di Dio a perseverare senza indugi nella vita di fede.

4. Le parole di congedo e il canto finale sciolgono l’assemblea e ci ricordano che la messa, intesa come “incontro con Cristo” prosegue nella vita di ogni giorno, al di fuori della chiesa e al di là di tempi “riservati” per pregare Dio.

SE LA MESSA È STATA VISSUTA CON PARTECIPAZIONE E RACCOGLIMENTO,
se si sarà tenuto il telefonino spento…
se non ci si è distratti con pensieri inutili…
se non si è passato il tempo a chiacchierare…
se non si è passato tutto il tempo a guardare l’orologio…
SI USCIRÀ DALLA CHIESA MIGLIORI DI COME SI È ENTRATI,
PIÙ DISPONIBILI AD AMARE E SERVIRE DIO E IL PROSSIMO,
PIÙ RICCHI NELLO SPIRITO E RADIOSI IN VOLTO,
INTIMAMENTE CONVINTI CHE “SENZA LA MESSA NON È DOMENICA”,
CHE SENZA LA MESSA IL CRISTIANO NON PUÒ STARE.




(N. 7 – 23dic2018) I Colori della Liturgia.

I paramenti del sacerdote, come i veli che ricoprono l’ambone e orlano l’altare, cambiano di colore a seconda del periodo liturgico o della festività del giorno, come è indicato nello specchietto di seguito…


(N. 8 – 30dic2018) I collaboratori.

La liturgia è un azione comunitaria. La celebrazione dell’Eucarestia è sempre valida anche se e quando il sacerdote si ritrova a celebrarla da solo.
Ma il senso di comunità, tanto nei giorni feriali quanto in quelli festivi, risalta e riempie i cuori nella varietà dei ministeri, ossia dei compiti che ciascun fedele svolge.
Gli addetti a servizio all’altare, in maniera sempre composta, silenziosa, con movimenti sobri e incedere soave in tutti gli spostamenti e i passaggi
(evitando di attirare l’attenzione su di sè con acconciature o abbigliamento stravagante,
con fare distratto o disordinatamente affaccendato, colpi di tosse ricorrenti, risolini, ecc…)

contribuiranno, come degli angeli, a far convergere tutta l’attenzione
sull’ascolto della Parola dall’ambone
e nel rivivere all’altare l’Ultima Cena di Gesù.
Il coro ben guidato, si occupa di abbellire i vari momenti della messa cercando di invogliare l’assemblea al canto senza sostituirsi ad essa completamente.
Gli strumentisti accompagnano il canto, con l’attenzione che il volume della musica non sovrasti quello delle voci.
lettori, consapevoli del compito di prestare la loro voce affichè la Parola di Dio giunga chiara e ben impostata alle orecchie dei fedeli,
devono far attenzione che le labbra siano ben allineate col microfono, adeguatamente funzionante con tutto l’impianto di amplificazione.
Ed è preferibile che, avendo letto in anticipo i testi che andranno a proclamare, chiedano consiglio di come si pronunciano alcune parole di uso non frequente o nomi particolari.
Coloro che accompagnano la processione offertoriale, hanno cura di recarsi in tempo nei pressi del tavolino da dove prenderanno pane, vino e altri segni utili.
Allo stesso modo, gli incaricati di svariati altri compiti (raccolta delle offerte, distribuzione di libretti dei canti, foglietti per la messa, avvisi settimanali, ecc…)
devono far tutto con spirito di servizio e non con il sottile intento di mettersi in mostra…
la gran parte dei fedeli presenti, pur non avendo compiti particolari, contribuirà all’edificazione vicendevole
attraverso una partecipazione attenta, rispondendo alle acclamazioni, mettendo a tacere il telefonino…

In una liturgia ben preparata, ben curata e ben partecipata
tutti si è al servizio gli uni degli altri,
nessuno è indispensabile,
tutti possono rendersi utili…
per vivere al meglio e sempre fruttuosamente il proprio incontro con il Signore Gesù!


(N. 9 – 13gen2019) I Simboli della liturgia.


(N. 10 – 20gen2019) La chiesa.

* commenti: Giovanni Bisconti
* illustrazioni: F. Vitali Capello-O. Mendolia Gallino, Ti spiego la Messa. Schede didattiche per catechisti e insegnanti di religione, Elledici 2006