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1. Letture – 5 Quar. C,

PRIMA LETTURA
Ecco, io faccio una cosa nuova
e darò acqua per dissetare il mio popolo.

Dal libro del profeta Isaìa 43,16-21

Così dice il Signore,
che aprì una strada nel mare
e un sentiero in mezzo ad acque possenti,
che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi a un tempo;
essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,
si spensero come un lucignolo, sono estinti:
«Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
sciacalli e struzzi,
perché avrò fornito acqua al deserto,
fiumi alla steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi».
Parola di Dio

 

SALMO RESPONSORIALE Sl. 125(126)

R. Grandi cose ha fatto il Signore per noi.

Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.

Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

 

SECONDA LETTURA
A motivo di Cristo, ritengo che tutto sia una perdita,
facendomi conforme alla sua morte.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 3,8-14

Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Parola di Dio

 

CANTO AL VANGELO Cf. Gl 2,12-13

Lode e onore a te, Signore Gesù!
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore,
perché io sono misericordioso e pietoso.
Lode e onore a te, Signore Gesù!

 

VANGELO
Chi di voi è senza peccato,
getti per primo la pietra contro di lei.

Dal Vangelo secondo Giovanni 8,1-11

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Parola del Signore


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

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2. Esegesi – 5 Quar. C,

SE NE ANDARONO

Isaia 43,16-21 – Ecco io faccio una cosa nuova
Filippesi 3,8-14 – Corro verso la meta
Giovanni 8,1-11 – Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra

Il nuovo che si impone
La liturgia ci mette davanti alla «cosa nuova» (v. 19), come dice Isaia; una cosa troppo nuova perché possa essere raggiunta da qualche generazione di credenti. È Il Signore che interviene nel corso della vita di ogni uomo per preparare sentieri sempre nuovi che lo conducano alla salvezza. In tutto l’Antico Testamento, a partire dalla creazione, l’opera di salvezza del Signore passa per la storia semplice e piccola dell’uomo: è lì che Egli fa germogliare cose nuove e compie azioni potenti. Le cose nuove sono dentro le azioni di Cristo Gesù. L’incontro con l’adultera avviene nel tempio, lì dove gli scribi e i farisei, quelli considerati grandi e santi, trascinano nell’umiliazione più grande una donna trovata in «flagrante adulterio». Per compire un adulterio bisogna essere in due: un uomo e una donna, ma l’uomo non compare, neanche viene menzionato. Questa donna derisa, umiliata in tutta la sua dignità di persona, di figlia amata, incontra Gesù, anch’Egli preda della falsità degli scribi e dei farisei, che lo cercano non per essere aiutati a capire, ma per «metterlo alla prova».

La legge vinta dalla speranza
Gli uomini religiosi e pii non avevano alcun dubbio: doveva essere uccisa, così tutto sarebbe tornato nella regola, e tutti avrebbero avuto un fatto preciso con cui confrontarsi. Ma Cristo Gesù non risponde a queste chiarezze, non vuole essere coinvolto in queste condanne a conferma di una legge. A Lui non interessa l’affermazione dell’accusa sulla vita di una persona, desidera creare la speranza in un Regno di Dio già presente, una fiducia che sostiene la speranza umana. La speranza del Regno è il rifiuto che l’angoscia possa avere il sopravvento. Questa speranza è la lacerazione di chi rimane in mezzo tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto. Al «Tu che ne dici» (Gv 8,5), Gesù non risponde, come non risponde alla domanda di Pilato «Cos’è la verità?» (Gv 18,38), l’amore non può mettere in mano al potere un’arma per uccidere qualcuno. Cristo Gesù si china, si inginocchia dinanzi alla debolezza e al dolore dei figli; non trascina nessuno in mezzo, si pone nel mezzo anche Lui per essere vicino. L’unico che avrebbe potuto giudicare mette in difficoltà non la donna, ma gli accusatori, con una domanda che è un invito, in qualche modo, a rientrare in se stessi. «Chi di voi è senza peccato…» (v. 7), cioè: guarda la tua vita, rientra in te stesso, sii onesto con te stesso, se riconosci di essere così puro, così perfetto, se non hai mai obbligato una donna a vendersi a te… allora, solo allora scaglia la prima pietra… «e se ne andarono uno per uno…» (v. 9).

L’orizzonte si apre
L’avvenire del Regno di Dio è più grande di quanto noi pensiamo, a volte finiamo per restringere gli orizzonti entro i limiti del nostro sguardo. Chiunque condanna un fratello o una sorella, troverà sempre sulla propria strada Gesù che interrompe il cammino verso il supplizio, libera e perdona il peccatore e rimanda gli accusatori. Non ci si deve solo preoccupare di distruggere il male, ma di costruire il bene. Gesù rimane nel mezzo con la donna, le ridona libertà, dignità, si alza e la guarda, sguardo di perdono e di tenerezza, di compassione e di vita. Il Signore risuscita, riapre strade nel deserto, riempie le steppe di fiumi di acqua viva. Restituisce alla creatura più umiliata e mortificata la sua piena dignità chiamandola «donna», come ha chiamato la madre sua sotto la croce.

La divisione superata
Da un esagerato desiderio di chiarezza è nata la necessità di dividere il mondo tra buoni e cattivi, tra credenti e non credenti, tra adulteri e persone perbene. Quella proposta da Cristo Gesù non è una giustizia che l’uomo possa vantare come una sua conquista personale, ma un dono di Dio. La comunione con Lui, come ci ricorda Paolo, porta alla liberazione. La donna non può morire, perché al suo posto muore Cristo Gesù. Si tratta di operazioni che si ricevono per grazia, perché si è conquistati da Cristo Gesù (Fil 3,12).

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Che cosa ti fa paura del nuovo?
– Sei capace di accogliere o ti è più normale dividere?

IN FAMIGLIA
Ogni famiglia per funzionare ha norme interne.
Normalmente non sono scritte ma circolano spontaneamente nei rapporti familiari.
Per non ritrovarci ai ferri corti nel decidere che cosa fare di fronte a decisioni importanti da prendere,
ritagliamoci un po’ di tempo per rivedere i rapporti e cercare che cosa può essere rinnovato.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – 5 Quar. C

PER COMPRENDERE LA PAROLA

PRIMA LETTURA
È una profezia tratta dal Secondo Isaia. Si rivolge agli esiliati. Comincia col ricordare le grandi opere del Signore durante l’Esodo: il mare diviso in due, il faraone e il suo esercito sommersi nelle acque; è Dio che ha fatto tutto ciò, e quindi ha l’autorità per parlare.
Questi avvenimenti, l’Israelita doveva ricordarli e ripeterli ai figli (cf Dt), eppure oggi Dio dice: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!”. Dunque ciò che deve avvenire è ancor più meraviglioso: nel deserto, questa volta della Siria, una strada per il ritorno degli esiliati, fiumi per dissetare il popolo eletto del Signore.
All’origine di questi benefici: Dio ha scelto Israele perché fosse il suo popolo.
Lo scopo: un culto nuovo: “Il popolo celebrerà le mie lodi”.
Nella nuova Alleanza, il popolo di sacerdoti che siamo noi si aspetta più ancora di ciò che ha già ricevuto (2ª lettura): “Arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù”.

SALMO
Nella sua totalità, esprime: la gioia del ritorno degli esiliati, ai quali “sembra di sognare”; la meraviglia di fronte al Signore che l’ha reso possibile; un invito perché il ritorno non è terminato e i primi arrivati sono oppressi dal compito della ricostruzione; e una certezza: dopo le lacrime, il giubilo; dopo la semina, la mietitura.
Questi vari sentimenti, nei quali dominano la gioia e la speranza, sono sempre anche i nostri, “finché non siamo arrivati alla perfezione” (2ª lettura).

SECONDA LETTURA
Presenta un condensato dell’itinerario spirituale di s. Paolo e traccia anche a noi un cammino. “Una volta”, cioè prima del suo incontro con Cristo, Paolo era fiero dei molti “vantaggi” o privilegi del popolo eletto (cf il contesto immediato). Trovava la sua giustizia nell’obbedienza alla Legge giudaica…
Ma poi “la conoscenza di Cristo Gesù, [suo] Signore” l’ha “conquistato”. Di colpo, ha ritenuto “perdita e spazzatura” tutto il suo passato di orgoglio e di fiducia in sé: “dimentico del passato”, l’unica cosa che ormai conta è di crescere nella conoscenza di Cristo, non in modo razionale, ma vitale, attraverso la partecipazione al suo mistero: sofferenza, morte e risurrezione. Il cammino però non è terminato: arrivare sino a Cristo, “conquistarlo” a sua volta, e ricevere il premio è l’immagine familiare a s. Paolo: la corsa protesa in avanti.
Al centro dell’intera vita cristiana, anche se si è conosciuto Cristo fin dal principio, stanno necessariamente la rinuncia alla propria personale giustizia e l’impegno perseverante nella speranza e nell’umiltà.

VANGELO
Il racconto del perdono dell’adultera è in primo luogo un episodio della lotta dei farisei contro Gesù. I farisei, mossi dallo spirito che animava Saulo prima di incontrare Cristo, si richiamano alla Legge di Mosè, non tanto per farla rispettare, quanto per mettere in difficoltà Cristo, di cui conoscono la misericordia, in contrasto con la lettera della Legge.
Gesù rilancia la palla, mettendo loro in contrasto con la Legge, costringendoli a riconoscersi peccatori. Di qui il loro allontanarsi, mogi mogi, l’uno dopo l’altro. Nel profondo della coscienza chi oserebbe ancora accusare il vicino, per quanto esteriormente colpevole?
Si noti la pedagogia di Cristo in tre tempi: un ascolto silenzioso delle accuse degli avversari, un invito semplicissimo che conduce nell’intimo della coscienza, un lungo silenzio.
Soltanto allora Gesù dialoga con la donna. Fino a quel momento la sua presenza era stata soltanto un pretesto, anche se i farisei l’avevano umiliata e giudicata. Anche adesso il dialogo si svolge in tre momenti: una domanda per portare la peccatrice ad affermare che non conta il giudizio degli uomini: tutti sono solidali nel peccato; una dichiarazione di perdono: questa volta è il giudizio di Dio. Egli è misericordia e solidarietà con la peccatrice, non con il peccato; un ordine che spinge in avanti e trasforma il cuore.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Andare avanti con decisione
Anche se non ci piace confessarlo, ognuno di noi è in qualche misura “conservatore”. Si ha nostalgia del passato, che inconsciamente si vede come l’età dell’oro. Oppure, molto semplicemente, non si vede perché si debbano cambiare le proprie abitudini. Capita addirittura che, senza accorgersene, si guardi con indulgente compiacenza agli errori e alle colpe del passato: questi sono presenti come una montagna che non si sa come oltrepassare.
È vero che, in un certo senso, nella fede bisogna essere dei “conservatori”. La liturgia fa memoria del passato. Cristo ha vissuto la sua passione 2000 anni fa, eppure ancor oggi siamo salvati da essa.
Tuttavia la Parola ci invita ad andare avanti con decisione: nell’esilio, Israele non doveva più sognare il passato, per quanto fosse illuminato dai benefici di Dio. Paolo riteneva perdita e spazzatura ciò che pure l’aveva preparato a incontrare Cristo. Gesù invita la peccatrice a passar oltre il suo peccato: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”.
È necessario andare avanti con decisione, perché non siamo ancora arrivati alla conclusione. Se siamo ancora nella prova, fare di tutto per uscirne: Dio lo promette… il deserto fiorirà. Se siamo nel fervore della vita cristiana: affrettarsi verso la meta, progredire per “conquistare” Cristo. Se abbiamo la coscienza gravata dal peccato: non lambiccarsi il cervello su ciò che il perdono di Dio può eliminare.
A quindici giorni dalla Pasqua chiediamo questa leggerezza di cuore, questa umiltà: è Dio stesso che ci invita.

Entrare in comunione con Cristo
La conoscenza d’una persona non ha limiti; gli amici migliori, gli sposi ce lo confermano: non si è mai finito di scoprire l’essere amato. E ancor meno si è finito di cambiare se stessi per adattarsi all’altro.
Senza magari aver fatto l’eccezionale itinerario di Damasco, riteniamo con diritto di aver incontrato Gesù Cristo, di aver fatto qualche passo nella conoscenza di nostro Signore.
Noi ascoltiamo il Vangelo, nell’Eucaristia entriamo spesso in comunione con Cristo. Tuttavia, chiediamoci come s. Paolo: se siamo stati conquistati, abbiamo anche noi da parte nostra veramente “conquistato”?
Per s. Paolo, la conoscenza di Cristo va diritta al cuore del mistero: lui salva, lui solo. Spesso noi ci troviamo al di qua del mistero. Vogliamo trasformare noi stessi, renderci graditi a Dio coi nostri piccoli o grandi sforzi… è addirittura uno dei possibili pericoli della Quaresima. Oseremmo dire: senza Cristo tutto ciò è niente, è perdita, spazzatura?
Per s. Paolo, i progressi in questa conoscenza passano attraverso tre tappe: “partecipare alle sue sofferenze, diventargli conformi nella morte, sperimentare la potenza della sua risurrezione”. Può sembrare una spiritualità “passiva”, e tuttavia non è un comportamento di indifferenza!
Presto rivivremo queste tre tappe di Cristo. Non per farne l’occasione d’un “viaggio sentimentale”, ma per percorrere la stessa strada. Le nostre comunioni, ripetute nelle giornate della nostra vita, ci aiutino a diventare un solo essere con Cristo.

Chi getterà per primo la pietra?
Tutti i giorni ci sono scandali, piccoli o grandi. Conosciuti soltanto nell’ambito familiare o diffusi dalla stampa e dalla TV. Allora le chiacchiere si moltiplicano; anche se non si lapidano più i peccatori e le peccatrici, si protegge il proprio male segreto condannando colui che s’è fatto cogliere in pubblico. E tanto più quanto più forse siamo stati tentati e trattenuti da un filo sulla china del peccato.
Ciò che Gesù vuole insegnarci oggi è che siamo tutti solidali nel peccato. D’altra parte, non contano tanto i crimini esteriori, quanto le intenzioni del cuore. Per fortuna l’educazione ci ha aiutati a evitare misfatti troppo gravi; ma perché condannare coloro che non hanno ricevuto uguale educazione e non hanno avuto il controllo di persone per bene? A una certa profondità, peccatori e santi non sono poi molto lontani l’uno dall’altro. “Li separa una buccia di cipolla”, affermava un maestro spirituale.
Dobbiamo capire la Parola di misericordia: “Neanch’io ti condanno”, per trovarvi la gioia, la pace, lo slancio verso il bene (“Va’ e d’ora in poi non peccare più”), per ripeterla noi stessi ai nostri fratelli, causa di scandalo.


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 1, anno C, tempi forti – Elledici 2003)

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4. Parola da Vivere – 5 Quar. C,

SE NE ANDARONO
Come il Signore aveva offerto una strada nel mare, così può aprire strade nei terreni più impervi per liberare i suoi figli. Nessuna condizione in cui l’uomo si possa trovare è troppo lontana o insuperabile da impedire al Signore di andargli incontro e mostrargli una via di riconciliazione con Lui. A volte per l’uomo sembra impossibile ritrovare la strada che porta al Signore, ma non è certo così per Lui: «Ecco, io sono il Signore Dio di ogni essere vivente, qualcosa è forse impossibile per me?» (Ger 32,27). Egli non manca mai di ricordarci il suo amore: «Ti ho chiamato per nome; tu mi appartieni» (Is 43,1), Lui ci permette di «correre verso la meta» (Fil 3,14) dove ogni «condanna a morte» e ogni «giudizio mortale» sono assorbiti dalla morte di Cristo. Con Lui c’è solo un giudizio di risurrezione e di salvezza.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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5. Preghiere dei Fedeli – 5 Quar. C,

Gesù perdona la donna adultera

Celebrante. Il Padre è un mistero di amore che perdona. Ci ha mandato Gesù non per condannare il mondo, ma per salvarlo. Nella Preghiera dei fedeli gli diciamo il nostro desiderio di una vita d’ora in poi più degna.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Dio nostro Padre, liberaci dal male.

1. Per la santa Chiesa di Dio. I suoi ministri hanno dal Signore il compito di dire a chi ha peccato: «Va’, e d’ora in poi non peccare più».
Perché sappiano svolgere la divina missione del perdono con le parole di misericordia di Gesù e del suo Padre celeste, preghiamo.

2. Per le trasgressioni e i reati che si commettono nel mondo. Come gli antichi profeti avevano annunciato a Israele, Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva.
Perché le strutture della pubblica giustizia, di fronte alla fragilità e miseria degli uomini, orientino le punizioni alla correzione che riabilita, e ricupera alla gioia della vita onesta, preghiamo.

3. Per i giovani, in cerca di esperienze forti e sovente trasgressive. Nella sete di vivere a volte oltrepassano senza scrupoli il limite del giusto e dell’onesto.
Perché, sull’esempio dell’apostolo Paolo, anch’essi vivano protesi verso il futuro per arrivare al premio che Dio destina a ogni uomo, preghiamo.

4. Per coloro che si trovano immersi senza speranza nel peccato. Ci sono uomini irretiti nella potenza disgregatrice dell’egoismo, presi dalla sfiducia, convinti di non potersi più rialzare.
Perché trovino nel sacramento della misericordia la gioia che fu della peccatrice perdonata, e la certezza che Dio cancellando il passato apre alla grazia ogni esistenza, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). A volte ci chiudiamo nelle nostre sicurezze, e giudichiamo e condanniamo quelli che ci vivono accanto.
Perché impariamo invece a guardare al male che si trova anche nelle nostre coscienze, e chiediamo al Signore anzitutto per noi il perdono, la chiarezza nel progettare la vita, e il coraggio di operare il bene, preghiamo.

Celebrante. O Padre, tu ci doni il tempo di Quaresima perché impariamo ad accogliere la novità di vita che hai portato al mondo in Cristo. Suscita in noi il desiderio e la forza di un’esistenza cristiana libera dal male, e orientata alla costruzione del tuo Regno. Per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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2. Esegesi – 4 Quar. C, 31 mar ’19

ANDRÒ DA MIO PADRE

Giosuè 5,9a.10-12 – Ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto
2 Corinzi 5,17-21 – Se uno è in Cristo è una creatura nuova
Luca 15,1-3.11-32 – Lo vide, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò

La terra sempre da conquistare
Gli israeliti «in quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan» (Gs 5,12): questa immagine ci fa dire che il popolo è arrivato nella terra. Ma questa deve in certo modo rimanere sempre «promessa», dono da ricevere dalla misericordia di Dio, eredità preziosa da custodire come segno visibile di quella che è la vera, unica «terra» del popolo di Dio che è la Parola stessa di Dio. La parola di Giosuè è profezia di un popolo sempre «pellegrino e straniero », sino alla fine dei tempi. Se Israele si impossessa della terra, è destinato ad entrare nell’oblìo di quel Signore che gliel’ha donata, e quindi nella storia che segna la vicenda dei popoli. Anche nel Vangelo abbiamo la storia di un ritorno nella terra sicura precedentemente lasciata. Ci sono due figli di un Padre ricco che non tiene per sé i suoi beni. Ci sono due fratelli che fanno i conti con le loro ricchezze, ma che nel profondo fratelli non sono. Entrambi hanno un grande patrimonio, ed entrambi lo sprecano, chi in modo dissoluto, chi in modo possessivo. È la storia di ognuno di noi quando ci mettiamo al centro di quel patrimonio che Dio fa a ciascuno, perché figlio e figlio amato. È la nostra storia quando facciamo della nostra eredità una potenza, senza dare valore ad ogni centesimo, ad ogni pianta del campo, ad ogni agnellino.

La richiesta piena di pretesa
«Padre, dammi ciò che mi spetta… perché tu sei ricco, perché sono tuo figlio…». «Padre, sono con te da tanti anni e non mi hai dato»… è un altro modo per dire «tu mi devi». Non c’è stupore per quei beni, non c’è accoglienza, perché non c’è una relazione di libertà con le cose e quindi relazione di bene tra i fratelli e di amore con il padre. Quando il figlio minore si trova in difficoltà non pensa al fratello, pensa di ritornare come servo, perché è il ruolo che ha sempre avuto… servo dei beni, e dei desideri. Il figlio maggiore vive il ritorno del fratello con un paragone tra agnello grasso e capretto… ancora relazione con le cose, con il possedere, il dividere secondo presunta giustizia e non dice al padre «mio fratello», ma «tuo figlio». Da tutto ciò si capisce come la pace del cuore che alimenta l’accoglienza, la misericordia, il perdono nasce da un rapporto sereno con le cose, dal vivere in libertà la relazione con i fratelli per approdare all’incontro con Dio che ci aspetta.

La risposta generosa
In tutto questo c’è qualcosa di assurdo. Il comportamento assurdo del padre di fronte alle pretese del figlio minore. Pur sapendo dove l’inesperienza e la passione avrebbero condotto quel suo figlio, al padre interessava maggiormente l’amicizia con suo figlio più che la severità e il comportamento retto. Per il figlio minore rischia tutto, rischia di non vederlo più, e di perdere anche quello rimasto a casa. Ancora più assurdo è il comportamento del padre al momento del ritorno del figlio minore: non lo rimprovera e non ascolta la confessione già preparata. Ancora, non è il figlio a commuoversi, ma è il padre che corre incontro a lui abbracciandolo e baciandolo. La commozione è il movimento delle viscere che esprime la partecipazione totale della persona all’avvenimento che sta vivendo. Il padre, di nuovo, regala al figlio ogni cosa.

La reazione stizzita
Assurda è la reazione del fratello maggiore. Era buono e per questo si sentiva in diritto di condannare il minore e con lui il comportamento del padre. Ma al padre sta a cuore che suo figlio riesca a capire l’amore. Non può accettare che la bontà sia di ostacolo all’amore. Se la nostra bontà, come quella del figlio maggiore, diventa un motivo per mandare via qualcuno, è una bontà falsa. Quando qualcuno è cacciato fuori di casa, è rifiutato dalla nostra comunità, assieme a lui esce anche Gesù. Il Popolo di Dio, lasciandosi «riconciliare con Dio», testimonia e annuncia la stupefacente misericordia divina che Paolo esprime dicendo che Dio ha riconciliato «a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe». Per questo è possibile «cedere» alla misericordia divina ed entrare tutti nella casa e nella festa del Padre dove c’è un posto preparato.

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– La posizione di vita che hai raggiunto ti soddisfa?
– Che cosa senti di dover chiedere, o pretendere dal Signore?

IN FAMIGLIA
C’è sempre bisogno di cercare il perdono e di ricevere il perdono.
Viviamo in famiglia un momento di condivisione a partire dalla parola del padre misericordioso regalando e ricevendo perdono.
A tutti è chiesto di rivestirsi di semplicità per mettere in luce quello che non è stato compiuto correttamente dai genitori e dai figli.
Dopo aver manifestato il proprio limite ci si regala reciprocamente un gesto di accoglienza, che può essere espresso con una stretta di mano o un abbraccio.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – 4 Quar. C, 31 mar ’19

PER COMPRENDERE LA PAROLA

Mentre il richiamo alla conversione, la domenica precedente, era severo, quello della 4a domenica è immerso nella gioia del rinnovamento: “Rallegrati, Gerusalemme!”.

PRIMA LETTURA
Inizia una nuova tappa della storia della salvezza, l’entrata nella Terra promessa: la prima Pasqua è arrivata, la promessa fatta ad Abramo si realizza.
“L’infamia d’Egitto”: in base al contesto immediato, l’espressione indica di per sé la non-circoncisione degli Egiziani. La lettura liturgica l’interpreta in modo diverso: finita l’emigrazione, eccovi a casa vostra; finita la schiavitù, eccovi finalmente liberi. È comunque interessante osservare che la gioia di essere arrivati alla fine dell’Esodo si manifesta nel rito di consacrazione a Dio. La Pasqua del cristiano passa attraverso il Battesimo, rito di consacrazione nella nuova Alleanza.
L’entrata nella Terra promessa è seguita dalla festa della Pasqua, come Mosè aveva ordinato nel deserto. La vittoria non deve far dimenticare i duri combattimenti, la sicurezza raggiunta non deve far dimenticare che Dio ha dispiegato la forza della sua mano e il vigore del suo braccio. Ruolo permanente del culto: mantener vivo il ricordo del dono di Dio.
La manna cessò: il cibo procurato da Dio nel deserto non è più necessario, Israele può vivere “dei prodotti della terra”. Quando saremo arrivati al termine della nuova Pasqua, non ci sarà più Eucaristia.

SALMO
È la preghiera di un individuo che loda il Dio che libera dalla paura e dall’angoscia, il Dio che ascolta e risponde alla nostra ricerca. Tutti coloro che hanno un cuore di povero sono invitati ad unirsi a questa lode.

SECONDA LETTURA
È animata dalla stessa aria di certezza e di vittoria per coloro che sono in Gesù, e per lo stesso mondo.
Ricorda l’opera di Dio mediante Gesù Cristo, nel quale è avvenuto uno scambio meraviglioso. Cristo: identificato col peccato degli uomini. Noi: partecipi della santità di Dio.
Quest’opera di riconciliazione però non è terminata: deve continuare, e anzi ognuno dei riconciliati deve farsi responsabile della riconciliazione degli altri.
Perciò risuona un appello pressante, urgente: “Lasciatevi riconciliare…”.

VANGELO
È il racconto del figlio perduto e ritrovato.
Vi troviamo anzitutto – è il “culmine” della parabola – l’invito rivolto ai farisei a condividere il disegno del Dio di misericordia, a far proprie le sue idee di riconciliazione dei peccatori. La parabola è stata provocata dalle recriminazioni dei farisei, rappresentati poi nel racconto dal fratello maggiore: avvolto nella sua fedeltà, orgoglioso del suo passato di obbedienza, non può accettare il perdono del fratello minore e partecipare alla gioia del padre che ha ritrovato il figlio.
Vi troviamo inoltre una precisa analisi del peccato e del pentimento:
– l’incoscienza iniziale frammista di ingratitudine: gioia di “volare con le proprie ali”, dimenticando colui dal quale si è ricevuta l’indipendenza;
– la progressiva degradazione che termina nella miseria e nella vergogna (pascolare i porci: il colmo per un ebreo);
– la scossa della miseria che fa rimpiangere il passato e cercare il modo di ritrovarlo, umiliandosi e chiedendo perdono;
– il ritorno timoroso, che non prevede minimamente l’amore che incontrerà;
– soprattutto il comportamento del padre che ci rivela maggiormente il cuore di Dio: la sua attesa insieme preoccupata e appassionata: tornerà?; l’affrettarsi, tanto significativo per un Orientale, all’incontro; la tenerezza, i baci; la premura di restituire al figlio i segni della sua primiera dignità: l’anello, simbolo di autorità, i sandali, portati dall’uomo libero; la festa, con cibi, canti e danze, e il suo motivo: una vera risurrezione.
Si noti il contrasto di questa parabola col Vangelo della domenica precedente: s. Luca, l’evangelista della conversione urgente, della vigilanza, è pure l’evangelista della misericordia (è l’unico a riportare questa parabola).

PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Siete convinti che Dio è artefice di cose nuove?
Noi siamo presto impazienti e facilmente scoraggiati. Niente di nuovo sotto il sole. Più le cose cambiano e più rimangono tali e quali. Tutti se ne lamentano nella propria vita: sempre il solito tran-tran. I genitori, gli educatori dubitano spesso dell’efficacia del loro lavoro: il figlio, il giovane non cambia. Non manchiamo forse di speranza?
Di fronte a questo pessimismo, accogliamo con gioia la Parola di questo giorno.
– Per Israele, l’umiliazione dell’Egitto, la lunga marcia dell’Esodo hanno pur ottenuto un risultato. Un popolo nuovo passato attraverso il Giordano.
– In Gesù Cristo, ci dice s. Paolo, tutto è nuova creatura: l’uomo di peccato è passato nella giustizia di Dio.
– Il giovanotto perduto non pensava di ritrovare la sua dignità di figlio, ma soltanto un posto sotto il tetto, come semplice garzone: il padre non la pensa così. Il morto è ritornato in vita. Si può immaginare una trasformazione più meravigliosa, una novità più incredibile?
Il nostro pessimismo proviene in realtà dal fatto che contiamo troppo su di noi e non abbastanza su Dio: è lui che opera il nuovo. “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”. A noi manca per di più il senso dei tempi lunghi: il padre della parabola l’aveva, egli che divise le sue sostanze e poi seppe aspettare.
Pur chiedendo sempre l’umiltà e la pazienza, sappiamo ritrovare tutti i segni di novità che Dio fa apparire nella nostra vita e in quella dei nostri fratelli.

Il sacramento del perdono
La confessione non è vista di buon occhio. Se ne fa volentieri a meno. È vero che aveva bisogno di cambiare. Che cosa l’abbiamo fatta diventare abitualmente? Un momento d’angoscia a “spulciare” la nostra coscienza. Un momento di confessioni stereotipe senza vero legame con la nostra vita profonda… Un incontro sussurrato in un angolo buio… Che differenza dal dolore del figlio che constata di non trovarsi più a casa sua… Che distanza dal commosso abbraccio del padre e del suo prodigo… Che distanza dal banchetto, dalla danza e dai canti…
Forse vi è qualcosa di più profondo: la nostra difficoltà a riconoscerci peccatori. Ammettiamo magari che nella nostra vita ci sia del disordine, ma non siamo abbastanza convinti della nostra responsabilità. Riconosciamo certe colpe, ma non vediamo come Dio ne sia colpito, nel suo onore, nel suo amore. Non osiamo più pensare che egli possa fare qualcosa per rimetterci a posto.
A Pasqua ci si confessa. Si tratta anzitutto di guardare Dio, di scoprire nuovamente che è mio Padre, preoccupato per me, per la mia santità, per la mia felicità. Soltanto allora, in questa luce, diventeranno chiare le nostre vere miserie. Non ci sentiremo più impacciati nella stizza dell’umiliazione, ma arriveremo all’umiltà. “Beneditemi, Padre, perché ho peccato” non sarà più il solito rituale dovere, ma la gioia della speranza.

Il prezzo della riconciliazione
Tutti facciamo fatica a perdonare. Quando ci riusciamo, quale gioia, quale rinnovamento dell’amore o dell’amicizia! Fortunatamente capita di farne esperienza in casa, in famiglia, fra amici. Nello stesso tempo, però, quanti rancori conservati, quante finzioni e quante manovre per una parvenza di riconciliazione!
Ciò che Dio ci presenta in Gesù Cristo è cosa ben diversa. Dio, l’offeso, prende tutto su di sé: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2ª lettura). Il padre del prodigo non si preoccupa della “riparazione”: subito restituisce al figlio la sua piena condizione e organizza la festa. La lunga, ansiosa attesa non è dimenticata, ma è diventata motivo di gioia: “Era perduto ed è stato ritrovato” (Vangelo).
Noi rischiamo di capir male e di abusare della tenerezza di Dio. Il prezzo della riconciliazione è Gesù in croce, è il suo sangue versato. Disgraziati noi se il perdono ci porta a credere che, dopo tutto, il peccato non è una cosa così grave. L’Eucaristia ci preserva dal dimenticare, come la celebrazione della Pasqua impedirà a Israele ormai sicuro nella Terra promessa di dimenticare quale forza l’aveva aiutato (1ª lettura).
Per sapere se valutiamo adeguatamente il prezzo della nostra riconciliazione ecco un buon criterio: sappiamo anche noi perdonare, come Dio, e diventare quindi a nostro modo ministri di riconciliazione (2ª lettura)?


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno C, tempi forti – Elledici 2003)

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4. Parola da Vivere – 4 Quar. C, 31 mar ’19

ANDRÒ DA MIO PADRE
Nella Parola c’è l’invito al grande ritorno dell’intera umanità alla casa di Dio, alla dimora del Padre di tutti. È un’umanità che, in Adamo, si è staccata da Dio fin dal principio e ha sperperato se stessa e tutto quello che ha voluto possedere e usare lontano dal la benedizione dell’unico Padre. Lasciarci riconciliare significa fare la pace con tutti, soprattutto con noi stessi, anche col nostro peccato, diventando come bambini (cfr. Mt 18,3). Rinnovando il nostro cuore senza indurirlo (cfr. Sal 94), lasciando sempre aperta la possibilità di ripercorrere la strada della conversione (Is 43,18-19) e del ritorno al Padre.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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5. Preghiere dei Fedeli – 4 Quar. C,

Parabola del padre misericordioso

Celebrante. Anche noi a volte ci siamo allontanati dal Signore come il figlio prodigo, o siamo stati insensibili come il fratello maggiore. Nella Preghiera dei fedeli chiediamo al Padre che ci apra al vero senso della figliolanza, e della fraternità.

Lettore. Diciamo insieme: Dio nostro Padre, convertici al tuo amore.

1. Preghiamo per la santa Chiesa di Dio. Essa è la casa del Padre. Di un Padre che veglia sui suoi figli creati liberi, che incoraggia quelli di buona volontà, e attende con ansia il ritorno di quelli discoli.
Perché sappiamo riconoscerci tutti in questa casa comune, come figli e fratelli sollecitati dal Signore a volersi bene, preghiamo.

2. Per quelli che nella vita si comportano come il figlio prodigo. Sono assetati di esperienze estreme, e dilapidano in modo dissennato i beni ricevuti come eredità dal Padre.
Perché sappiano rientrare in se stessi, riconoscere il proprio errore, cercare il perdono di Dio, e ritrovare infine la pace, preghiamo.

3. Per quelli che si comportano come il fratello maggiore. Sopportano mal volentieri il peso della legge di Dio, e non trovano in sé la generosità e la gioia del bene compiuto per amore.
Perché sappiano finalmente aprirsi alla gratitudine verso il Padre celeste, e alla generosa amicizia verso i fratelli, preghiamo.

4. Per le persone sole, senza risorse, senza amici. Sono numerose in mezzo a noi, e noi forse non badiamo a loro, e passano inosservate e dimenticate.
Perché la nostra sensibilità cristiana ci spinga a individuarle, incontrarle, e avvolgerle in un cordiale spirito di famiglia, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Ci conosciamo forse da tanto tempo, e viviamo gli uni accanto agli altri, tutti insieme sotto lo sguardo del Signore.
Perché sappiamo costruire una vera comunità e famiglia, come il cuore del nostro Padre celeste si attende da noi, preghiamo.

Celebrante. O Padre, tu riveli la tua onnipotenza nella misericordia e nel perdono. Accogli le nostre preghiere, e rendici nel mondo strumenti di riconciliazione e di solidarietà. Per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)