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3. Annunciare la Parola – 5 Quar. C

PER COMPRENDERE LA PAROLA

PRIMA LETTURA
È una profezia tratta dal Secondo Isaia. Si rivolge agli esiliati. Comincia col ricordare le grandi opere del Signore durante l’Esodo: il mare diviso in due, il faraone e il suo esercito sommersi nelle acque; è Dio che ha fatto tutto ciò, e quindi ha l’autorità per parlare.
Questi avvenimenti, l’Israelita doveva ricordarli e ripeterli ai figli (cf Dt), eppure oggi Dio dice: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!”. Dunque ciò che deve avvenire è ancor più meraviglioso: nel deserto, questa volta della Siria, una strada per il ritorno degli esiliati, fiumi per dissetare il popolo eletto del Signore.
All’origine di questi benefici: Dio ha scelto Israele perché fosse il suo popolo.
Lo scopo: un culto nuovo: “Il popolo celebrerà le mie lodi”.
Nella nuova Alleanza, il popolo di sacerdoti che siamo noi si aspetta più ancora di ciò che ha già ricevuto (2ª lettura): “Arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù”.

SALMO
Nella sua totalità, esprime: la gioia del ritorno degli esiliati, ai quali “sembra di sognare”; la meraviglia di fronte al Signore che l’ha reso possibile; un invito perché il ritorno non è terminato e i primi arrivati sono oppressi dal compito della ricostruzione; e una certezza: dopo le lacrime, il giubilo; dopo la semina, la mietitura.
Questi vari sentimenti, nei quali dominano la gioia e la speranza, sono sempre anche i nostri, “finché non siamo arrivati alla perfezione” (2ª lettura).

SECONDA LETTURA
Presenta un condensato dell’itinerario spirituale di s. Paolo e traccia anche a noi un cammino. “Una volta”, cioè prima del suo incontro con Cristo, Paolo era fiero dei molti “vantaggi” o privilegi del popolo eletto (cf il contesto immediato). Trovava la sua giustizia nell’obbedienza alla Legge giudaica…
Ma poi “la conoscenza di Cristo Gesù, [suo] Signore” l’ha “conquistato”. Di colpo, ha ritenuto “perdita e spazzatura” tutto il suo passato di orgoglio e di fiducia in sé: “dimentico del passato”, l’unica cosa che ormai conta è di crescere nella conoscenza di Cristo, non in modo razionale, ma vitale, attraverso la partecipazione al suo mistero: sofferenza, morte e risurrezione. Il cammino però non è terminato: arrivare sino a Cristo, “conquistarlo” a sua volta, e ricevere il premio è l’immagine familiare a s. Paolo: la corsa protesa in avanti.
Al centro dell’intera vita cristiana, anche se si è conosciuto Cristo fin dal principio, stanno necessariamente la rinuncia alla propria personale giustizia e l’impegno perseverante nella speranza e nell’umiltà.

VANGELO
Il racconto del perdono dell’adultera è in primo luogo un episodio della lotta dei farisei contro Gesù. I farisei, mossi dallo spirito che animava Saulo prima di incontrare Cristo, si richiamano alla Legge di Mosè, non tanto per farla rispettare, quanto per mettere in difficoltà Cristo, di cui conoscono la misericordia, in contrasto con la lettera della Legge.
Gesù rilancia la palla, mettendo loro in contrasto con la Legge, costringendoli a riconoscersi peccatori. Di qui il loro allontanarsi, mogi mogi, l’uno dopo l’altro. Nel profondo della coscienza chi oserebbe ancora accusare il vicino, per quanto esteriormente colpevole?
Si noti la pedagogia di Cristo in tre tempi: un ascolto silenzioso delle accuse degli avversari, un invito semplicissimo che conduce nell’intimo della coscienza, un lungo silenzio.
Soltanto allora Gesù dialoga con la donna. Fino a quel momento la sua presenza era stata soltanto un pretesto, anche se i farisei l’avevano umiliata e giudicata. Anche adesso il dialogo si svolge in tre momenti: una domanda per portare la peccatrice ad affermare che non conta il giudizio degli uomini: tutti sono solidali nel peccato; una dichiarazione di perdono: questa volta è il giudizio di Dio. Egli è misericordia e solidarietà con la peccatrice, non con il peccato; un ordine che spinge in avanti e trasforma il cuore.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Andare avanti con decisione
Anche se non ci piace confessarlo, ognuno di noi è in qualche misura “conservatore”. Si ha nostalgia del passato, che inconsciamente si vede come l’età dell’oro. Oppure, molto semplicemente, non si vede perché si debbano cambiare le proprie abitudini. Capita addirittura che, senza accorgersene, si guardi con indulgente compiacenza agli errori e alle colpe del passato: questi sono presenti come una montagna che non si sa come oltrepassare.
È vero che, in un certo senso, nella fede bisogna essere dei “conservatori”. La liturgia fa memoria del passato. Cristo ha vissuto la sua passione 2000 anni fa, eppure ancor oggi siamo salvati da essa.
Tuttavia la Parola ci invita ad andare avanti con decisione: nell’esilio, Israele non doveva più sognare il passato, per quanto fosse illuminato dai benefici di Dio. Paolo riteneva perdita e spazzatura ciò che pure l’aveva preparato a incontrare Cristo. Gesù invita la peccatrice a passar oltre il suo peccato: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”.
È necessario andare avanti con decisione, perché non siamo ancora arrivati alla conclusione. Se siamo ancora nella prova, fare di tutto per uscirne: Dio lo promette… il deserto fiorirà. Se siamo nel fervore della vita cristiana: affrettarsi verso la meta, progredire per “conquistare” Cristo. Se abbiamo la coscienza gravata dal peccato: non lambiccarsi il cervello su ciò che il perdono di Dio può eliminare.
A quindici giorni dalla Pasqua chiediamo questa leggerezza di cuore, questa umiltà: è Dio stesso che ci invita.

Entrare in comunione con Cristo
La conoscenza d’una persona non ha limiti; gli amici migliori, gli sposi ce lo confermano: non si è mai finito di scoprire l’essere amato. E ancor meno si è finito di cambiare se stessi per adattarsi all’altro.
Senza magari aver fatto l’eccezionale itinerario di Damasco, riteniamo con diritto di aver incontrato Gesù Cristo, di aver fatto qualche passo nella conoscenza di nostro Signore.
Noi ascoltiamo il Vangelo, nell’Eucaristia entriamo spesso in comunione con Cristo. Tuttavia, chiediamoci come s. Paolo: se siamo stati conquistati, abbiamo anche noi da parte nostra veramente “conquistato”?
Per s. Paolo, la conoscenza di Cristo va diritta al cuore del mistero: lui salva, lui solo. Spesso noi ci troviamo al di qua del mistero. Vogliamo trasformare noi stessi, renderci graditi a Dio coi nostri piccoli o grandi sforzi… è addirittura uno dei possibili pericoli della Quaresima. Oseremmo dire: senza Cristo tutto ciò è niente, è perdita, spazzatura?
Per s. Paolo, i progressi in questa conoscenza passano attraverso tre tappe: “partecipare alle sue sofferenze, diventargli conformi nella morte, sperimentare la potenza della sua risurrezione”. Può sembrare una spiritualità “passiva”, e tuttavia non è un comportamento di indifferenza!
Presto rivivremo queste tre tappe di Cristo. Non per farne l’occasione d’un “viaggio sentimentale”, ma per percorrere la stessa strada. Le nostre comunioni, ripetute nelle giornate della nostra vita, ci aiutino a diventare un solo essere con Cristo.

Chi getterà per primo la pietra?
Tutti i giorni ci sono scandali, piccoli o grandi. Conosciuti soltanto nell’ambito familiare o diffusi dalla stampa e dalla TV. Allora le chiacchiere si moltiplicano; anche se non si lapidano più i peccatori e le peccatrici, si protegge il proprio male segreto condannando colui che s’è fatto cogliere in pubblico. E tanto più quanto più forse siamo stati tentati e trattenuti da un filo sulla china del peccato.
Ciò che Gesù vuole insegnarci oggi è che siamo tutti solidali nel peccato. D’altra parte, non contano tanto i crimini esteriori, quanto le intenzioni del cuore. Per fortuna l’educazione ci ha aiutati a evitare misfatti troppo gravi; ma perché condannare coloro che non hanno ricevuto uguale educazione e non hanno avuto il controllo di persone per bene? A una certa profondità, peccatori e santi non sono poi molto lontani l’uno dall’altro. “Li separa una buccia di cipolla”, affermava un maestro spirituale.
Dobbiamo capire la Parola di misericordia: “Neanch’io ti condanno”, per trovarvi la gioia, la pace, lo slancio verso il bene (“Va’ e d’ora in poi non peccare più”), per ripeterla noi stessi ai nostri fratelli, causa di scandalo.


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 1, anno C, tempi forti – Elledici 2003)