
Uccidiamo chi ci ricorda che niente è nostro
San Giustino
1 giugno 2026

Don Antonio Carriero
Mc 12,1-12
In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.
COMMENTO
Pensiamo che i nostri guai nascano quasi sempre dalle cose che non capiamo: «Se sapessi le intenzioni di chi mi sta davanti, magari riuscirei a…», oppure «se capissi bene i “piani” di Dio, io…». Ma i nostri guai non nascono quasi mai da questa nostra incapacità di conoscere le cose nel loro segreto; nascono semmai perché siamo malati di possesso. Nel Vangelo di oggi «un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre». In pratica, fa di tutto per recintare tutta quella bellezza e proteggerla, poi la affida a dei contadini e se ne va.
Questi contadini si illudono che ciò che è stato loro dato semplicemente in custodia sia ormai roba loro. Hanno confuso il servizio con il dominio. E quando fiutano il pericolo che il padrone mandi qualcuno di sua fiducia a raccogliere i frutti dalla sua proprietà, i contadini lo bastonano, lo insultano e addirittura lo uccidono. Fino a quando arriva da loro il figlio di quell’uomo, «il figlio amato», il suo ultimo tentativo. E quei contadini ragionano tra di loro, perché non sono ignoranti e sanno benissimo chi è: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra», concludono.
È un atteggiamento che potrebbe essere anche il nostro, senza neppure farci caso. Cioè quello di pensare che, per essere felici, dobbiamo eliminare chiunque rivendichi un diritto sulla nostra vita. Così vogliamo essere padroni assoluti dei nostri figli, di nostra moglie o di nostro marito, padroni del nostro tempo, persino di Dio. E sentirci dire che siamo solo poveri amministratori di tutto, anche della vita che abbiamo ricevuto in dono, ci causa sempre fastidio. Pur di non rispondere a nessuno, siamo capaci, come quei contadini, di far fuori la verità nuda e cruda.
A chi stiamo sbarrando la strada per paura di perdere il controllo?
