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Le cose veramente importanti nascono dai nostri crolli – 25 maggio 2026

Le cose veramente importanti nascono dai nostri crolli

Beata Vergine Maria Madre della Chiesa
25 maggio 2026

Don Antonio Carriero

 

Gv 19,25-34

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

COMMENTO

Inseguiamo il mito che le grandi cose della vita si decidano nei momenti di forza, quando tutto va bene. E così ci costruiamo corazze di autosufficienza, convinti che, per essere accettati, dobbiamo apparire agli occhi del mondo impeccabili e possibilmente risolti.
Ma poi ci capita di arrivare ai piedi della Croce, nel momento più buio della nostra vita, e scopriamo che le cose veramente importanti – il senso che diamo alle persone e alle cose, le nostre relazioni più vere, perfino la nostra stessa fede – nascono proprio dai nostri crolli.
Gesù, inchiodato a una croce, trova ancora la forza di rovesciare la nostra visuale su ciò che pensiamo sia la fine di tutto: «Vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé».
È troppo poco pensare che quel discepolo accolga Maria semplicemente nella sua casa. Non è una questione di mura o di stanze. Quel discepolo accoglie la madre di Gesù nello spazio più intimo della sua vita: quello spazio dove siamo disarmati e non abbiamo difese da alzare.
Quell’«Ecco tua madre!» è un promemoria per ciascuno di noi: l’unico modo per non soccombere al dolore è smettere di bastare a se stessi. La fede nasce da un affidamento reciproco dentro le nostre ferite comuni. Per questo abbiamo bisogno di accogliere Maria come il discepolo amato.
Potremmo dire che la storia finisca con questo affidamento reciproco, ma l’evangelista ha ancora un po’ di inchiostro per regalarci un ultimo dettaglio: un soldato colpì il costato di Gesù e subito «ne uscì sangue e acqua». Dal corpo di Cristo non esce vendetta, ma una sorgente capace di purificare ogni cosa. Da quel costato Cristo ci dona lo Spirito, ci dona una vita nuova che scorre proprio lì dove siamo stati feriti.
Davanti a questa pagina drammatica, eppure carica di speranza, dovremmo chiederci non più che cosa possiamo fare per non soffrire, ma quanta parte di noi siamo disposti a far entrare in quello spazio intimo. Solo se avremo il coraggio di accogliere l’altro nella nostra povertà e nella nostra finitudine, non dovremo più continuare a difenderci da soli.

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