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3. Annunciare la Parola – 13 giugno 2021

13 giugno

11ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Le parabole del regno di Dio

PER RIFLETTERE E MEDITARE

Oggi Gesù ci parla del regno di Dio e lo fa attraverso due parabole del Vangelo di Marco, che ci dicono che il protagonista principale di ogni progresso è Dio stesso. Con queste parabole Gesù ci invita a fare con generosità la nostra parte, ma anche a metterci con fiducia nelle mani di Dio, perché è solo lui che rende possibile una buona mietitura.

Il regno di Dio è come un seme gettato
Lo scopo di queste due parabole sembra quello di infondere fiducia alla comunità cristiana degli inizi, che si sviluppava tra grandi difficoltà e persecuzioni. Nella prima il regno di Dio è visto come un seme gettato dal contadino, seme che cresce senza un intervento speciale dell’agricoltore. Non si perde Gesù nei particolari, e sembra che il seme cresca senza bisogno di cure speciali. Non si parla dell’attività del contadino, chiamato certamente a preparare il terreno; e nemmeno dei rischi delle varie intemperie che possono guastarne lo sviluppo. Si parla invece subito del momento della mietitura. Solo a questo punto entra in gioco l’agricoltore, che dà ordine di falciare, perché la messe è ormai matura.
Gesù intende dire che il regno è anzitutto nelle mani di Dio, che è il principale protagonista del cammino dell’umanità. L’uomo è chiamato a impegnarsi (quante volte lo dice Gesù a chi lo ascolta), ma per tanto che faccia, lui può soltanto mettere le condizioni perché le cose avvengano e il bene si imponi. Il più però lo fa Dio. Come il seme, che misteriosamente cresce anche quando il contadino dorme. Dice sant’Agostino: «L’agricoltore vi porta l’acqua, lo cura con attenzione; ma potrà mai dar forma ai frutti dell’albero? È lui che riveste i nudi rami con l’ombra delle foglie?». Non è l’agricoltore che dà forma alla rosa, al fico, al frumento. Lui può solo seminare e farlo con cura: al resto pensa la natura, così come è stata programmata dal Creatore.

 Il più piccolo di tutti i semi
L’altra parabola esalta la capacità di crescita del regno di Dio. Il regno è paragonato a un granellino di senapa che, pur essendo uno dei semi più piccoli, si trasforma poi in un albero, che «cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Anche questa parabola suona piena di speranza alle orecchie dei credenti. Perché vuol dire che la comunità cristiana non dovrebbe mai scoraggiarsi di fronte ai piccoli numeri, così come davanti alle persecuzioni o ai contrattempi.
Parla di speranza anche la parabola che racconta Ezechiele. Egli fa il profeta al tempo di Sedecia, che è stato posto al governo di Israele al posto di Joachim, spodestato da Nabucodonosor. Sedecia sceglie di ribellarsi e si allea con il faraone d’Egitto, ma ciò non piace al Signore, che abbandona Sedecia nelle mani dei Babilonesi. Ma Jahvè per bocca di Ezechiele promette al popolo di intervenire, e lo fa attraverso due parabole: nella prima, un’aquila strappa la cima di un alto cedro e la porta lontano, in un paese straniero (questo è l’esilio). Poi, con un bel gioco di immagine, Jahvè stesso, come abbiamo sentito nel brano proclamato oggi (prima lettura), prende un ramoscello dalla cima di un cedro e lo pianta su un monte di Israele, per farlo rifiorire e garantirgli continuità nella storia.

Nella vita di Gesù e nella nostra
Quanto stiamo dicendo a proposito del seme gettato in terra e del piccolo granello di senape è avvenuto in modo evidente nella vita di Gesù, che è stata preceduta da trent’anni di vita nascosta. Per tanti anni la sua vita è stata come il seme che sotto terra marcisce e matura. E il primo raccolto sarà quello dei tre anni di vita pubblica. La sua vita è la dimostrazione che si può contare su un buon raccolto. Se le folle beneficate e piene di entusiasmo per lui, poi gli gireranno le spalle e lo condanneranno alla croce, la risurrezione darà la misura di un campo seminato con il sangue, che produce un raccolto nella misura di Dio.
Il seme che giunge fino alla maturazione parla della fedeltà di Dio e della sua pazienza, dei tempi lunghi che spesso occorrono perché il bene si imponga. Ma parla anche della nostra fedeltà e della nostra pazienza, quando non vediamo subito i pieni risultati. Il tempo di Dio non coincide spesso con il tempo nostro.
Gesù invita con queste parabole a non incrociate le braccia, a non accusare il cattivo terreno e a non illudersi di poter avere migliori condizioni. Non siamo noi i padroni del campo. Noi dobbiamo limitarci a seminarlo e a non temere per il raccolto. Possiamo andare tranquillamente a dormire, con fiducia e speranza. Il campo arriverà alla mietitura nel tempo voluto da Dio. Il regno di Dio è infatti anzitutto nelle sue mani.
La seconda parabola presenta poi il prodigioso sviluppo del bene. È stato così per Gesù, ma anche per la Chiesa. Anche la comunità cristiana ha avuto un’evoluzione impensabile alle sue origini. La Chiesa si è sparsa ovunque, anche con la presenza di edifici di culto splendidi in ogni angolo del mondo.
Ma questo vale anche nella nostra vita personale, perché quando facciamo il bene, non sappiamo mai tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Il seme può essere piccolo, ma può produrre alberi immensi.

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

«Mi stupisco continuamente perché sono sempre ansioso di fare qualcosa, di vedere qualcuno, di finire un lavoro, mentre sono pienamente cosciente che di lì a un mese, o anche a una settimana, avrò completamente dimenticato che cos’era tanto urgente. Sembra che io condivida questa irrequietezza con molte altre persone. Tempo fa mi ero fermato all’angolo tra Boor Street e Yonge Street, nel centro di Toronto, centinaia di persone si muovevano in tutte le direzioni. Quasi tutti i volti apparivano piuttosto tesi e seri e nessuno salutava l’altro. Erano tutti assorbiti nei loro pensieri, intenti a raggiungere uno scopo ignoto. Mi chiesi: «Che cosa avviene nella mente di tutte queste persone? Che cosa cercano di fare, che cosa li spinge?» (Henry J.M.Nouwen).