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2. Esegesi – 3 Quar. C, 24 mar ’19

LASCIALO ANCORA QUEST’ANNO

Esodo 3,1-8a.13-15 Mosè arriva al monte di Dio
1 Corinzi 10,1-6.10-12 Non mormorate
Luca 13,1-9 Se non vi convertirete perirete tutti

Un fuoco che parla
L’incontro di Mosè con Dio avviene attraverso un roveto che arde e non si consuma. È un incontro dentro l’esperienza di un fuoco, dentro l’intreccio di generazioni: «Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (Es 3,6). È un Dio coinvolto nella storia, che conosce la miseria del popolo, che ascolta il grido dei figli, che ha a cuore le loro sofferenze e libera: «Sono sceso per liberare dal potere dell’Egitto» (v. 8). Allora quel roveto che arde e non si consuma è il roveto della libertà che nessuna potenza o prepotenza umane potranno consumare. Dio dice a Mosè «non avvicinarti», e dal dialogo nasce la chiamata da parte di Dio a liberare il suo popolo. Dio vuole liberarci tutti dalla schiavitù in cui stiamo vivendo, e il Dio liberatore dice il suo nome: «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Dio è colui che tu hai visto mettere in prigione senza far niente per liberarlo; è colui che ha sbagliato senza che tu muovessi un dito per farlo uscire dal suo peccato.

Una responsabilità condivisa
Il nostro Dio vive nella storia, nelle cronache dei nostri giorni, e non vuole essere allontanato, o relegato in templi, in luoghi sacri, in riti e in persone sacre. Ogni volta che questo succede, non è un segno di rispetto, ma un modo elegante per liberarci di Dio, per non avere un Dio che interferisce nella nostra vita di ogni giorno. Il Dio che ha un nome, viene a noi per dare luce alla nostra storia e, nella sua luce, rivelarci la schiavitù da cui uscire, i peccati da cui convertirci. Il Vangelo stesso ci coinvolge negli avvenimenti che succedono. A volte non ci sentiamo responsabili di quanto avviene dall’altra parte del mondo, o nel paese vicino. Il Vangelo invece ci trascina e ci rende compagni di sventura di ogni sventurato. Nell’annuncio di Gesù e nell’esperienza della sua vita, lo sbaglio di uno deve essere portato sulle spalle di tutti. Nessuno che vive sulla terra può essere dispensato dal cammino dell’intera umanità.

Una brutta fine scampata
La morte, che nel primo episodio del Vangelo era la conseguenza di un’azione malvagia e nel secondo un incidente, in realtà è la situazione in cui si trova l’uomo. Da questa solo il Signore può farlo uscire: «Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalla mano della morte» (Sal 48,16). L’uomo, però, deve convertirsi e questo è possibile se si lascia attrarre da Dio con mitezza. Gesù è venuto ad annunciare a tutti, senza eccezione, l’urgenza della conversione. È bello che Gesù accosti l’urgenza della conversione alla parabola del fico sterile dove viene messa in risalto la pazienza di Dio. C’è un’espressione forte, e un pensiero inquietante: «Taglialo» (Lc 13,8). Dio viene a cercare il frutto là dove non si può trovare, perché l’uomo da solo non può fare nulla di buono. Ma subito c’è l’intervento del vignaiolo: «Padrone, lascialo ancora quest’anno». Gesù è l’attuazione della pazienza di Dio, una pazienza non passiva, ma operosa: «finché io gli zappi attorno e vi metta il concime» (v. 8). Cristo Gesù opera in ogni uomo e proprio per questo ogni uomo può dare frutto e può confidare di essere salvato.

Una possibilità ridonata
Cristo Gesù attraverso la breve parabola del fico, dice che la sapienza del tempo va tenuta lontana da fatalismi o ebbrezze di gusto apocalittico. Deve essere invece orientata verso le grandi opportunità positive, messe da Dio nella storia personale e collettiva per l’unica battaglia che deve essere combattuta: la liberazione di ciascuno e di tutti dal male e dalla morte. Questa è l’unica utopia che Dio ha strappato dall’illusione e ha posto nel cuore della storia inaugurata dal mistero di Cristo Gesù. Il cammino della fede è visitato incessantemente dai doni di Dio, ci ammonisce l’Apostolo. Attraverso questi doni colti e accolti da ciascuno e da tutti nella bellezza di un cammino profondamente personale e insieme avvolto dalla comunione dei cuori e degli intendimenti, la vita tende al suo compimento nella pienezza della luce e della pace.

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Quando interveniamo sulle decisioni da prendere insieme, che soluzioni prospettiamo?
– Che cosa c’è di valido nella prospettiva dell’attesa?

IN FAMIGLIA
Tanti eventi segnano il cammino della vita familiare, alcuni si risolvono velocemente, altri si incancreniscono e durano nel tempo.
Se ne avete la possibilità, mettetevi davanti a un fuoco acceso e lasciate che parli con il suo calore, la sua luce, le faville, i ceppi incandescenti, la cenere grigia.
Da ognuno di questi elementi ricavate un’idea utile per scoprire che anche le cose più complicate non trovano subito una soluzione, ma hanno bisogno di momenti diversi, come la luce, il calore o il grigiore per essere risolti.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – 3 Quar. C, 24 mar ’19

PER COMPRENDERE LA PAROLA

PRIMA LETTURA
Ci porta alla seconda tappa della storia della salvezza, la rivelazione di Dio a Mosè, nell’episodio del roveto ardente.
Mosè è fuggito dalla corte d’Egitto, ora vive nel deserto, precursore del popolo ebreo. Pascola il gregge vicino al monte di Dio, sul quale più tardi avverrà la rivelazione della Legge.
Egli vede un roveto che arde: Dio, fuoco divorante che non si consuma.
È chiamato per nome, perché Dio conosce ognuno e chiama i suoi profeti.
Egli sa di essere in presenza del Dio dei Padri e vien preso da sacro timore.
“Nessuno può vedere Dio senza morire”: egli si vela il viso per non vedere Dio. Più tardi vedrà Dio a faccia a faccia e allora si velerà il viso in presenza del popolo.
Dio, il Dio dei Patriarchi, rivela la sua tenerezza e il suo disegno di salvezza. Egli ha osservato… ha udito… è sceso per liberare. Egli è il Dio del suo popolo.
Mosè riceve la missione: “Va’, ti mando”. Per Mosè si tratta di far fare ad Israele la sua Pasqua liberatrice.
Mosè chiede di conoscere il nome di Dio. La risposta del Signore si può interpretare:
– sia come un rifiuto: “Io sono colui che sono”. Il mio nome è incomunicabile. Voi non potete aver presa su di me (conoscere il nome voleva dire aver quasi una specie di potere sull’essere così conosciuto);
– sia come una rivelazione della pienezza di essere che è il Signore: “Io sono colui che sono” (per opposizione al nulla dei falsi dèi, degli idoli, che non esistono).

SALMO
È una meditazione colma di lode sul Dio che si rivelò a Mosè e difese gli oppressi.
Il nome misterioso si precisa: Dio-Amore, Dio-Tenerezza.
I benefici del Signore sono riconosciuti in modo più personale: egli perdona, guarisce, salva dalla morte, avvolge d’amore colui che lo teme.

SECONDA LETTURA
S. Paolo vuol mettere in guardia coloro che si ritengono “forti” contro il pericolo di “cadere”, di essere eliminati nella “corsa” costituita dalla vita cristiana (cf contesto).
Porta come esempio il popolo del deserto: gli Ebrei ebbero doni analoghi a quelli dei sacramenti cristiani: Battesimo, Eucaristia. Misteriosamente, Cristo li accompagnava sotto forma di roccia (immagine insieme di forza e di vita, si tratta della roccia dalla quale Mosè aveva fatto sgorgare l’acqua). E tuttavia molti perirono, perché dispiacquero a Dio per le loro mormorazioni. Noi, che siamo negli ultimi tempi, stiamo attenti.

VANGELO
Presenta un analogo richiamo alla vigilanza.
Questo capitolo 13 di san Luca fa parte di una lunga sequenza consacrata all’urgenza della conversione, alla necessità della vigilanza.
Anzitutto trae argomento da due episodi di morte – una repressione politica e il crollo di un edificio – per dedurne la sorte di coloro che non si convertono. La credenza popolare collega la disgrazia al peccato di coloro che ne sono colpiti, vedendovi appunto un castigo dei loro peccati. Gesù respinge questa interpretazione (ancora così diffusa: “Che cosa ho fatto di male?”) e sottolinea che la disgrazia è un avvertimento per tutti e non il segno d’una colpevolezza personale.
Poi, il Vangelo presenta la parabola del fico sterile che rischia di essere tagliato. Anche al fico è concessa una dilazione… come per la conversione. Il vignaiolo è paziente, Dio è paziente. Si noti che nel contesto generale di Luca questa “conversione” riguarda soprattutto i capi giudei che si oppongono alle prospettive di Gesù: universalità della salvezza, e salvezza mediante l’accoglienza di Cristo più che mediante la fedeltà alle tradizioni.

PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Il nostro Dio, mistero d’amore
È difficile parlare di Dio. Le nostre parole suonano sempre un po’ false (che cosa non mettiamo sotto la parola “amore”?), oppure s’impigliano nel linguaggio filosofico (l’essere assoluto), senza riuscire a coglierne il mistero. Mosè se ne rendeva conto, lui che insistette per conoscere il “Nome”, che del resto gli Ebrei non osarono mai pronunciare.
Dio si fa conoscere per mezzo di segni: nel nostro caso, il roveto ardente. Nel vuoto e nella desolazione del deserto, una fiamma viva e che non si spegne. Primo approccio all’amore e alla fedeltà di Dio. Non lo si avvicina che con rispetto.
Dio si fa conoscere per mezzo del suo progetto: liberare l’oppresso, condurlo alla libertà. Egli osserva, ascolta, viene: è l’antitesi di un essere indifferente, lontano nella sua trascendenza. Di questo progetto, realizzato per il popolo ebraico nella sua storia collettiva, ognuno può fare l’esperienza imitando il salmista nella sua coscienza personale. Dio guarisce, perdona, salva dalla morte spirituale. Questo amore è autentica tenerezza.
Dio si fa conoscere per mezzo del suo nome misterioso: “Io sono colui che sono”. Tutto il resto è partecipazione, immagine, oppure non è nulla. È così facile per noi attribuire valore a ciò che non ne ha, a ciò che non è. L’amore è tutto, ed è Dio stesso.
Questo amore non è tuttavia debolezza. Per quanto il popolo nel deserto sia stato avvolto da questa tenerezza di Dio, molti sono periti. A noi quindi riconoscere le esigenze di questo amore e per lo meno di alzare il nostro grido a lui.

“Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”
Ci sono dei successi che fanno paura. Troppo grandiosi per durare. Ogni giorno si vedono colossi dai piedi d’argilla andare in frantumi. Ciò è vero per gli imperi, politici o economici. Ciò è vero per le persone.
Quando Paolo mette in guardia contro il pericolo di cadere chi si ritiene forte, non si rifà semplicemente a queste constatazioni del buon senso?
La sua riflessione va più lontano. Egli parte dall’esperienza storica del popolo ebraico: benché colmato di ogni bene da Dio che l’aveva liberato, risollevato, conobbe ugualmente la caduta. S. Paolo ci invita a fare un parallelo con la Chiesa. Ogni volta che essa si è ritenuta forte, invincibile per i suoi mezzi umani, si è autocondannata alla decadenza.
Nonostante i doni spirituali ricevuti, la Chiesa dovrà sempre lavorare alla sua riforma, a causa delle nostre propensioni all’autocompiacimento. E la Chiesa, che è anche ognuno di noi, i cristiani più forti, più meritevoli, non è al riparo da cadute miserevoli.
Ascoltando il Signore che ci rivela il suo nome, andiamo ancora più a fondo nella riflessione sul pericolo di crederci forti. “Io sono”. Niente altro esiste veramente, solidamente, autenticamente se non riceve l’essere da Dio. Quando una istituzione o una persona dà troppa importanza al proprio giudizio, può illudersi ancora per un po’. Ma si svuota della sua consistenza. Si svuota di Dio.
Lo si voglia o no, Quaresima o no, l’umiltà sarà sempre la condizione della nostra vita. Umiltà che non consiste del resto nel pensar male di sé, ma nel pensar bene di Dio.

Convertitevi
La cronaca registra continue catastrofi. Naturali o provocate dagli uomini. A forza di sentirne parlare, diventiamo indifferenti. Episodi per un momento sconvolgenti e subito dimenticati: non ci riguardano. È perfino strano vedere Gesù prendere lo spunto da due fatti di questo tipo per trarne una dura lezione. Questi mali ci insidiano continuamente. Tutti siamo alla mercé del disordine del mondo e tutti, a nostro modo, contribuiamo a distruggere l’umanità, a distruggere noi stessi. Lo possiamo capire partendo dai nostri peccati. Quando li osserviamo con un po’ più di attenzione, constatiamo che provocano la sofferenza degli altri (la nostra accidia, le nostre ingiustizie, le nostre infedeltà, il nostro disprezzo, ecc.) e sono il male dello stesso peccatore: perché sono una continua rottura con la realtà, col prossimo.
Lo stesso dicasi delle nostre omissioni. Ogni uomo è come un albero che deve fare frutto. Da ogni cristiano il Signore si aspetta un frutto, un frutto che rimanga. L’ambito delle nostre qualità rimaste incolte, dei nostri doni rimasti improduttivi, è più vasto di quanto si pensi a prima vista.
Dobbiamo dunque convertirci. Sul momento si pensa all’aspetto morale, e senza dubbio la Quaresima ci ha resi sensibili in proposito. Soprattutto invece bisogna “tornare a Dio”. È questo il significato primo della parola “conversione”. Dio è colui che ascolta il grido del povero e accorre per liberarlo dalla schiavitù. Ci guarisca dunque da ogni malattia. La sua tenerezza operi in noi con tutta la sua potenza.


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 1, anno C, tempi forti – Elledici 2003)

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4. Parola da Vivere – 3 Quar. C, 24 mar ’19

LASCIALO ANCORA QUEST’ANNO
«Io sono» (Es 3,14) è colui che manda e libera, che chiede ad ognuno di liberare, nel suo nome, di entrare nella storia, di celebrare il suo nome per sempre, di essere fedeli nello stupore del mistero. Lui ci chiama per nome per mandarci (Is 43,1). A partire da vicende incresciose, conviene prendere atto della fragilità e della precarietà della vita, per diventare più sapienti e attenti circa l’uso del tempo. Il «divino vignaiolo» ci sottrae però alla sorte di una vita inutile e infruttuosa, la sua Parola continua a regalarci i doni che furono del popolo, «fa piovere pane dal cielo» (Es 16,4) e dona l’acqua dalla roccia, figure dell’Eucaristia con la quale Cristo fa dono di sé. Per questo consideriamo straordinario privilegio il nostro cammino quotidiano nella Parola di Dio.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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5. Preghiere dei Fedeli – 3 Quar. C, 24 mar ’19

Gesù riflette sui fatti di cronaca

Celebrante. Il Signore si aspetta che anche noi uomini d’oggi, guardando alle vicende della vita, impariamo a leggere i segni dei tempi. Con la Preghiera dei fedeli gli chiediamo luce per comprendere le situazioni, prudenza nel giudicare gli altri, e quindi una presenza positiva nell’azione.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Donaci, Padre, la saggezza del cuore.

1. Preghiamo per la santa Chiesa di Dio. Essa si presenta nelle vicende umane come l’avvenimento divino eccezionale, che coinvolge tutti poiché è posto per la salvezza del mondo.
Perché ogni uomo sulla terra imbattendosi nella realtà della Chiesa si senta stimolato ad avviare un serio incontro personale con Cristo, preghiamo.

2. Per ogni uomo d’oggi, che i mass media hanno trasformato in telespettatore. Il Signore vuole che siamo tutti abili interpreti dei segni del nostro tempo.
Perché impariamo a leggere negli avvenimenti il significato dell’esistenza umana, e a cogliere il suo sbocco finale nell’eternità di Dio, preghiamo.

3. Per gli uomini che gestiscono i canali dell’informazione. Loro compito è presentare e commentare gli avvenimenti, influendo così sull’opinione pubblica.
Perché assolvano la delicata missione con coscienza, senza strumentalizzazioni di parte, portando lettori e spettatori a una saggia riflessione sui valori veri della vita, preghiamo.

4. Per i ragazzi e i giovani che frequentano la scuola. Tra i banchi essi devono affinare le loro attitudini, anche nel valutare le realtà e vicende della vita.
Perché, guidati da insegnanti responsabili, maturino in sé una serena visione del mondo, che li aiuti a elaborare un progetto di vita in armonia con il progetto di Dio, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Anche sul nostro territorio accadono vicende importanti, non sempre liete, sovente tristi e dolorose, riguardo a coloro che ci vivono accanto.
Perché impariamo a valutare le situazioni con lo sguardo vigile e premuroso del Signore, e a impegnarci affinché ciò che accade sia messo a frutto secondo il cuore di Dio, preghiamo.

Celebrante. O Padre, rendici capaci di leggere negli avvenimenti del nostro tempo la storia del tuo Regno, e di dare il nostro contributo a realizzarlo, sentendoci tutti fratelli perché tutti tuoi figli. Per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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7. Aforismi – 3 Quar. C, 24 mar ’19

Raccolta di aforismi o di testi utili per la riflessione o l’approfondimento

VARIAZIONI SUL TEMA
Sui punti di vista.
– La nostra meta non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose. Henry Miller
– Noi vediamo le cose non come sono, ma come siamo noi. H. M.Tomlinson
– In ogni questione ci sono due punti di vista: il mio, e quello sbagliato. Anonimo
– Se noi ci fissiamo su un punto, perdiamo di vista tutti gli altri. Alphonse Gratry
– Il nano vede più lontano del gigante, quando sale sulle spalle di un gigante. Samuel Taylor Coleridge
– Se ho visto più lontano, ho potuto farlo stando in piedi sulle spalle di giganti. Isaac Newton

Sulle notizie di cronaca.
– Al mattino guardo fuori dalla finestra. Vedo l’uccello che cerca il verme, il gatto che cerca l’uccello, il cane che cerca il gatto. Tutto questo mi fa capire meglio le notizie del giornale. Rainer Maria Rilke
– I fatti sono chiodi a cui agganciare le idee. Edouard Le Roy
– Molti pensano che un fatto sia davvero avvenuto perchè è stampato il caratteri grandi sul giornale: confondono la verità col “corpo 12”. Jorge Borges

Su giornalismo e giornalisti.
– Siamo nati per soffrire. Quando ce ne dimentichiamo, ce lo ricordano i giornali. Bruno Bozzetto
– La preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale. Hegel
– Se san Paolo tornasse al mondo, farebbe il giornalista. Wilhelm E. Ketteler
– I giornali sono i portatori sani delle bugie. Anonimo

Sull’attualità.
– La vera attualità è l’eterno. Henri Montherlant
– Attualità: Apocalypsis beati Joannis Apostoli. Giovanni Papini
– Quando voglio conoscere le ultime notizie, leggo l’Apocalisse. Léon Bloy

Sull’avvenire.
– Non si guarda all’avvenire come le mucche guardano passare un treno: l’avvenire si fa. Georges Bernanos
– I cristiani non devono temere il futuro, perché Dio ci aspetta nel futuro. Alexandre Dumas
– Il futuro non si prevede, si inventa. D. Gabor
– Il passato è un uovo rotto, il futuro è un uovo da covare. Paul Eluard
– È vero che non possiamo leggere il futuro, ma lo possiamo scrivere. Anonimo
– Futuro significa volontà di cambiare. Johann Galtung
– La vita può essere capita solo guardandosi indietro, ma dev’essere vissuta guardando avanti. Soeren Kierkegaard
– La verità è l’unica cosa che genera l’avvenire. Emmanuel Mounier
– L’avvenire è di Cristo. Luigi Orione
– «Qual è il futuro dell’uomo?». «Io uomerò, tu uomerai, egli uomerà». da uno sketch di F.Franchi e C.Ingrassia


(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno C – Elledici 2009)

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8. Canto Liturgico – 3 Quar. C, 24 mar ’19

Ecco a voi questa settimana un canto di MEDITAZIONE/RINGRAZIAMENTO
o per la COMUNIONE

IO VERRÒ A SALVARVI – D. Machetta
 (Nella Casa del Padre, n. 496 – Elledici)

1. Io verrò a salvarvi tra le genti,
vi condurrò nella vostra dimora.
Spargerò su voi torrenti d'acque:
da ogni colpa sarete salvati.

Rit. Dio ci darà un cuore nuovo,
porrà in noi uno spirito nuovo.

2. Voglio liberarvi dai peccati,
abbatterò ogni falso dio.
Tolgo il vostro cuore di pietra
per regalarvi un cuore di carne.

3. Voi osserverete la mia legge
e abiterete la terra dei padri.
Voi sarete il popolo fedele
e io sarò il vostro Dio per sempre.

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9. Narrazione – 3 Quar. C, 24 mar ’19

L’ALBERO DEL PERDONO
C’era una volta un uomo perduto.
Da anni viveva di razzie, rapine, massacri e furti.
Era ferocemente crudele, senza pietà, divorato da una rabbia folle.
Era un uomo perduto, un uomo maledetto.
Un giorno, mentre vagabondava in preda a pensieri di cenere e tormento,
gli venne l’idea di far visita all’eremita che viveva in una baracca in cima alla pietraia.
Là non c’era nulla da rubare se non un pagliericcio di foglie secche,
ma l’uomo perduto cercava una speranza, un perdono.
Il vecchio eremita lo ascoltò.
Infine gli sorrise e gli mostrò un albero morto dal tronco contorto
e calcinato da un fulmine e gli disse:
«Vedi quell’albero morto? Sarai perdonato quando rifiorirà».
«Sarebbe come dire mai! Allora a che serve, sant’uomo? Tanto vale che io torni alle mie rapine».
Il malvivente ridiscese, imprecando, verso il piano, prendendo a calci le pietre.
Ricominciò la vita di saccheggi e violenze, perché era l’unica cosa che sapeva fare.
Per anni ancora seminò paura, odio e disperazione.
Una sera, mentre cercava un luogo isolato e nascosto per consumare la cena, vide una baracca malandata.
Si affacciò cautamente ad una finestrucola
e vide una donna che aveva raccolto i suoi bambini intorno ad una malandata pentolaccia.
La donna cantava una specie di ninna-nanna:
«Dormite, piccoli miei.
Dormite fino a domani.
Mamma vi fa la zuppa.
Dormite ancora un po’.
Dormite fino a domani».
Il bandito entrò e sollevò il coperchio della pentola.
C’erano solo radici e foglie che bollivano nell’acqua.
L’uomo scosse le spalle poderose, afferrò la pentola e buttò tutto il contenuto dalla finestra.
Tagliò a pezzi la tenera carne dell’agnello che aveva rubato proprio quel giorno.
Ravvivò ben bene la fiamma sotto la pentola e se ne andò, piangendo su tanta miseria.
Quel giorno, l’albero morto fiorì.

A volte si affonda nelle sabbie mobili del risentimento, della rabbia, dell’odio, della violenza insensata.
Più si gesticola e ci si agita, più si affonda.
Solo la mano di chi ha bisogno di noi può tirarci fuori.
Anche l’uomo.


(tratto da: B. Ferrero, 365 Piccole Storie per l’anima, Vol. 2, pag. 186 – Elledici 2016)

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10. Anche Noi Vogliamo Capire – 3 Quar. C, 24/3/19

Per aiutare i nostri piccoli a vivere meglio la Liturgia della Parola

PRIMA LETTURA (Es 3,1-8a.13-15)
Il popolo di Israele è schiavo in Egitto e soffre, Mosè è in esilio. Il testo sacro narra l’amore di Dio, che si premura di liberare il popolo che egli ha scelto come suo, e prende l’iniziativa. Chiama Mosè e gli affida la missione di guidare il popolo verso la libertà e la terra promessa. La rivelazione del nome è il segno decisivo per l’autenticità della visione e della missione.

* Capire le parole
Mosè, Mosè!: la ripetizione del nome da parte di Dio indica la chiamata ad una missione speciale e la volontà di Dio di legarsi in maniera del tutto speciale a quella persona.
Oreb: è una montagna dell’Egitto che si trova nella parte meridionale della penisola del Sinai.
Io Sono: è il nome con cui Dio si presenta; «Io sono colui che sono!» indica la non necessità di alcuna descrizione o aggettivo, Dio è semplicemente Colui che esiste, senza riferimenti (né limitazioni) di tempo e di luogo.

SECONDA LETTURA (1 Cor 10,1-6.10-12)
Paolo porta l’esempio di quegli israeliti che pur avendo ricevuto i doni di Dio nella liberazione dalla schiavitù, non entrarono nella terra promessa a causa dei loro peccati. La stessa sorte può essere riservata ai cristiani di Corinto (e anche a quelli di oggi) i quali, pensando che bastasse il battesimo per essere salvi, erano tornati ai comportamenti peccaminosi del passato.

* Capire le parole
I nostri padri: gli antenati nella fede, coloro a partire dai quali si svolge la storia del popolo eletto.
Ammonimento: severo avvertimento volto alla prudenza dinanzi a un pericolo spirituale e in vista della scelta più giusta.

VANGELO (Lc 13,1-9)
Gli Ebrei erano abituati a legare avvenimenti dolorosi e tragici ai peccati commessi dalle vittime. Gesù lo nega decisamente qui e altrove. Invita tutti, piuttosto, ad approfittare di questi avvenimenti e a renderli invito pressante alla conversione del cuore, perché chi non si converte corre verso la morte senza salvezza. Non c’è tempo da perdere. Ma Dio conosce il cuore degli uomini e, attraverso Gesù, fa sapere che concede a tutti il tempo di ravvedersi e convertirsi.

* Capire le parole
Sacrifici: uccisione di esseri animali per offrirli a Dio. In realtà, Dio più volte ribadisce di gradire il sacrificio “spirituale”, che si esprime nell’offerta di se stessi a Dio e nel dono della propria vita ai fratelli.
Tre anni: all’inizio del primo anno, all’inizio del secondo e all’inizio del terzo il proprietario della vigna (Dio) viene a vedere se l’uomo ha prodotto frutti buoni, ma lo trova pigro e indolente; ecco perché il vignaiolo chiede di aspettare “ancora un anno”; alla fine del terzo anno (quarta visita) si vedrà se ci saranno finalmente frutti buoni nella persona a cui è stato accordato più tempo.

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1. Letture – 2 Quar. C, 17 mar ’19

PRIMA LETTURA
Dio stipula l’alleanza con Abram fedele.

Dal libro della Gènesi 15,5-12.17-18

In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.
E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».
Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò.
Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.
Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram:
«Alla tua discendenza
io do questa terra,
dal fiume d’Egitto
al grande fiume, il fiume Eufrate».
Parola di Dio

 

SALMO RESPONSORIALE Sl. 26(27)

R. Il Signore è mia luce e mia salvezza.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:
«Cercate il mio volto!».
Il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

 

SECONDA LETTURA
Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 3,17–4,1

Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.
La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
Parola di Dio

CANTO AL VANGELO Mc 9,7

Lode e onore a te, Signore Gesù!
Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!».
Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO
Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.

Dal Vangelo secondo Luca (9,28b-36)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Parola del Signore


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)