6 LUGLIO
14ª DOMENICA T.O.
ANDATE E PORTATE LA PACE
COMMENTO
Solo Luca, fra gli evangelisti, riporta il brano odierno. Il Signore è in viaggio verso Gerusalemme. Stranamente, invece di imboccare la strada sicura che costeggia il fiume Giordano fino a Gerico per poi salire a Gerusalemme, percorre il pericoloso ed aspro sentiero che attraversa l’infida Samaria. Il percorso è più breve ma molto insicuro a motivo dei Samaritani e dei predoni che si annidano nelle numerose gole che caratterizzano la regione. I Samaritani odiano, per motivi religiosi, gli Ebrei.
Così quando chiede ospitalità presso un loro villaggio viene sgarbatamente respinto. Di fronte al netto rifiuto gli apostoli invocano il loro sterminio da parte di Dio. Come al solito Gesù approfitta dell’accaduto per fare una catechesi profonda sul significato dell’essere suoi discepoli. Sono indicazioni quanto mai attuali e pertinenti.
Come al solito, i numeri sono carichi di meta- messaggi. I suoi discepoli devono operare in coppia. Il numero due indica la disponibilità della testimonianza condivisa.
Non sono dodici come gli apostoli. Perché dodici è un numero restrittivo legato al popolo ebreo e alle sue dodici tribù.
Settantadue invece, nell’Antico Testamento, sono le nazioni sulla faccia della terra. Di conseguenza coloro che sono discepoli di Gesù devono essere disponibili verso tutti senza escludere nessuno.
Non devono essere selettivi né riguardo alle case che li accolgono; né verso gli alimenti che vengono loro offerti; devono esseri essenziali nel vestire e nelle aspettative personali; devono avere fiducia nella Provvidenza e curare ( questo è il termine greco usato da Luca) gli ammalati. Guarirli è compito della medicina e di Dio. Non è appartenere ossessivamente ad una determinata religione che salva. Ma vivere la Parola.
Per questo Betsaida, Corazin e Cafarnao nonostante la loro ebraicità così scrupolosa nell’osservare la Legge, davanti a Dio contano meno di Tiro e Sidone sensibili a fare propria la Parola e viverla nel comportamento. È la carità’ che annulla il potere di Satana e lo fa precipitare nell’inferno. Nella mentalità di allora, Lucifero era colui che vigilava sulla condotta degli uomini e denunciava i loro peccati di fronte al tribunale di Dio. Con l’Amore della carità’ questo compito, attraverso la misericordia di Dio, viene annullato e quindi Lucifero diventa un corpo estraneo nel Regno dei Cieli. Noi discepoli del Cristo Risorto che ruolo giochiamo nella nostra società? Facciamo nostre le indicazioni che Gesù ha dato e continua a dare anche oggi.
La nostra fede con quali segni concreti si cala nella nostra realtà quotidiana? È il giudicare o il perdonare la caratteristica del nostro credere?
MEDITAZIONE
L’invio in missione dei settantadue discepoli, nel vangelo di Luca, segue immediatamente i detti sulla sequela (cf Lc 9,57-62). Luca lega la scelta di essere discepoli al compito di essere missionari. Solo il terzo vangelo racconta questa missione. Gesù invia i settantadue discepoli (con il riferimento simbolico del numero 72) dicendo loro: «Andate» (Lc 10,3). I discepoli non possono concepire la missione come un’attesa: devono essere solleciti a muoversi per andare ai popoli. L’inviato non può porsi confini e restrizioni. Deve raggiungere ogni uomo.
Andate
Andate è un’indicazione della direzione. Il testo del vangelo parla delle «città» come destinazione (cf Lc 10,1.8.10). Probabilmente vi è il riflesso dell’esperienza storica della Chiesa del primo secolo, ma oggi può essere letto come riferimento a quei luoghi di condivisione della vita, come anche del potere, della cultura, delle informazioni e delle esperienze umane in cui il missionario può trovare, perché lo frequenta abitualmente, occasioni di testimonianza.
Andate è un comando scomodo. Impone di non rimanere negli ambiti sicuri e confortevoli dei nostri recinti ecclesiali, ma di accettare la sfida di abitare le frontiere che sono certamente quelle geografiche, ma anche quelle mentali, culturali e sociali. Ciò sollecita le comunità a inventare e apprendere nuovi linguaggi della fede e della testimonianza.
Abitare la frontiera può sicuramente spaventare. Intimoriscono gli ostacoli che si possono prevedere, e la consapevolezza della sproporzione fra le dimensioni del compito e le risorse disponibili (cf Lc 10,1).
Le indicazioni sulla missione
La missione della Chiesa deve svolgersi secondo modalità precise. Innanzi tutto il missionario è animato dall’urgenza della missione (cf Lc 10,4): l’andare missionario è mosso da un’impellenza e una priorità assoluta a fronte delle quali nulla può essere occasione di ritardo. È possibile entrare in una città e non essere ascoltati. Tuttavia, anche di fronte alla possibilità del rifiuto, se non dell’aperta ostilità, è richiesta la dedizione al proprio mandato. La statura del missionario si misura in base alla fedeltà e alla sua identità, non in ragione del suo successo. San Paolo insegna che c’è un paradosso della debolezza. In quella che umanamente appare debolezza si rivela la potenza di Dio (cf 2 Cor 12,9-10).
Nelle tribolazioni è ancor più preziosa la fedeltà alla testimonianza. Essa, però, può perseverare solo se poggia su una radicale fiducia in Dio. In fondo l’evangelizzazione è cosa sua. Da questa prospettiva si possono comprendere gli insegnamenti del discorso di Gesù: innanzitutto la priorità accordata alla preghiera (cf Lc 10,2). Riconoscere che l’evangelizzazione è responsabilità di Dio, affidandogliela nella preghiera, consente di vivere il proprio impegno con libertà. Libertà dall’orgoglio, come se i successi fossero merito dell’evangelizzatore. E libertà dall’angoscia di fronte ai fallimenti.
La fiducia radicale giustifica l’accentuazione del tema della povertà dei mezzi. Nella testimonianza importa la capacità di instaurare relazioni. I mezzi, se necessari, sono solo strumento. Infine, i missionari sono inviati a due a due. L’invio a coppie ci ricorda che la testimonianza avviene nella concordia ecclesiale, e che il maggior segno di credibilità nel Vangelo che possiamo dare è la comunione ecclesiale.
I contenuti della missione
La missione è anche contenuti annunciati. La seconda lettura offre una potente sintesi della predicazione di san Paolo (cf Gal 6,14). Per l’Apostolo la croce è l’unico motivo di fiducia – né le opere né la legge salvano –, ed è il perno della trasvalutazione dei valori. Infine, essa è la causa del rinnovamento della vita (cf Gal 6,15).
La croce (di Cristo) annunciata è anche la causa della pace, l’altro grande messaggio che percorre le letture di oggi (cf Is 66,12 e Lc 10,5) Il tutto si può sintetizzare nel tema del Regno che va annunciato, testimoniato e operato (cf Lc 10,9). Ogni volta che si agisce per l’umanizzazione dell’umanità si guariscono i malati delle città degli uomini.
