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3. Annunciare la Parola – 19 settembre 2021

19 settembre

25ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Chi è il più grande, il più importante?

PER RIFLETTERE E MEDITARE

Gesù non ha cercato per sé cariche pubbliche e posti di prestigio. E ha detto ai suoi apostoli di concepire la propria grandezza facendosi primi nel mettersi a servizio degli altri. E a loro, che non comprendono le sue parole quando parla della sua passione e morte, a sorpresa propone di accogliere la vita come l’accoglie un bambino (Mt 18,1-5).

Secondo annuncio della passione
Per la seconda volta nel Vangelo di Marco Gesù parla agli apostoli della sua passione, morte e risurrezione. Essi non comprendono il senso di quelle parole, anzi, ne hanno paura. Ma è con questi i discorsi che Gesù intende prepararli a ciò che dovrà subire a Gerusalemme.
Siamo in Galilea, Gesù è in viaggio e a Cafarnao si confida con gli apostoli. Li ha scelti lui, li tratta da amici. Non può nascondere loro il termine della sua vita, l’atroce esperienza della croce, la sua Pasqua. L’altra volta, lo ricordavamo domenica scorsa, Pietro si è ribellato alle parole di Gesù. Adesso invece tace, come gli altri. Non capiscono. Eppure l’Antico Testamento è zeppo di citazioni che presentano il messia come «servo sofferente». La prima lettura, tratta dalla Sapienza, ne è un esempio. Si parla dell’ebreo giusto, la cui vita è di rimprovero per i malvagi. E allora congiurano di ucciderlo, e questa sua morte è una sfida a Dio, perché se davvero è giusto verrà a salvarlo.
Mentre lui parla di questi tragici argomenti, gli apostoli invece pensano a tutt’altro. E si domandano per strada chi tra di loro «è il più grande».
Essi vivono in una società in cui il fariseismo ha messo radici profonde: i titoli onorifici hanno grande importanza, si dà la caccia alle cariche e ai primi posti… La questione dei posti di onore coinvolgeva regolarmente il quotidiano di tutti: a tavola, nelle sinagoghe, per strada, nelle assemblee.
Gli apostoli sono in attesa che Gesù dia inizio al suo regno e si aspettano un ministero o qualcosa del genere. Il dialogo con Gesù ha qualcosa di buffo e di umiliante.
Su questi argomenti Gesù interverrà più volte. In questa circostanza si siede, assumendo la posizione del rabbino che dà lezione, e dice loro le parole che difficilmente adesso possono comprendere, ma che non dimenticheranno: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Un bambino in mezzo a loro
Gesù parla loro e accompagna le parole con un fatto a sorpresa, alla maniera dei profeti dell’Antico Testamento. Chiama un bambino e lo mette in mezzo al gruppo degli apostoli. E posando la mano sulla spalla di quel bambino, dice: «Se ci tenete tanto a diventare grandi agli occhi di Dio e a occupare i primi posti nel regno, dovete diventare come questo bambino».
Naturalmente Gesù non dice agli apostoli che devono ridiventare bambini, ma chiede a loro di cambiare dentro, di acquistare la mentalità senza calcoli dei bambini. Un bambino (anche se oggi più che mai i bambini non sono poi così buoni, anzi possono essere egoisti e a volte addirittura cattivi e vendicativi) quanto più è piccolo, tanto più appare incapace di ambizione e indifeso, e diventa una bella immagine di Gesù. Non a caso l’ultimo versetto del Vangelo di oggi ci ricorda quasi di passaggio che in ogni tempo chi tra noi accoglie uno di questi bambini nel suo nome accoglie lui. E questo non può che incoraggiare gli educatori, gli insegnanti, gli stessi genitori. Tanto più chi, come Madre Teresa, li cercava tra gli ultimi, come in questo caso che lei stessa ha raccontato: «Non dimenticherò mai la sofferenza di quel bambino, a notte fonda. Ci ha detto: “Sono andato da mio padre”. Era andato da suo padre e da sua madre, e nessuno dei due lo voleva. Ma a quell’ora della notte quel bambino aveva trovato il coraggio di venire da noi. Non è splendido? L’ho portato “a casa” perché l’ho accolto. Era un bambino molto bello».

Il più importante tra noi
Attualizzando fortemente l’insegnamento di Gesù, possiamo però chiederci: «Chi è la persona più importante della nostra città? E di tutta l’Italia? E del mondo?». Le risposte possono essere tante e diverse. Chi è grande lo stabilisce la televisione, lo dicono i giornali, le riviste? Sarà il sindaco? O un dirigente industriale, un cantante famoso, un giocatore di calcio? Uno che conta molto secondo l’opinione pubblica? Non è facile stabilirlo, oggi più che mai quando si dice che «uno conta uno» e spesso non viene accettata l’autorità e riconosciuta la competenza.
Abbiamo sentito l’opinione di Gesù al riguardo: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». Queste parole gli apostoli se le ricorderanno così bene che verranno riportate nei Vangeli, con sfumature diverse, per altre sei volte. Fino a presentare Gesù stesso come modello: «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).
Gesù domanda: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Gli apostoli tacciono, si vergognano. Perché sono persone come noi, ragionano come noi, come la maggior parte della gente di ieri e di oggi. Di che cosa parliamo noi? Quali sono i nostri pensieri, i nostri progetti? Non assomigliamo forse e parecchio a ciò che scrive Giacomo: «Siete invidiosi, pieni di desideri e non riuscite a ottenere; combattete, uccidete e fate guerra!»?
L’ambizione può essere un sentimento giusto e legittimo se ci mette in condizione di servire meglio i fratelli. Altrimenti è fonte di guai, di gelosia, di avidità (seconda lettura). Tanto più in un apostolo, in un vescovo, in un prete, in un cristiano.

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

«I bambini non sono più buoni degli adulti, sono anche egocentrici, impulsivi e istintivi, a volte persino spietati, ma sono maestri nell’arte della fiducia e dello stupore. Loro sì sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, incuriositi da ciò che porta ogni nuovo giorno, pronti al sorriso quando ancora non hanno smesso di asciugarsi le lacrime, perché si fidano totalmente. Del Padre e della Madre» (Ermes Ronchi).

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