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Recensione del libro “Al servizio del dono” di Paolo Tomatis

Al servizio del dono

Paolo Tomatis – intervista

(Settimanale Il Ponte 10.01.2021)

II “nuovo" Messale: i cambiamenti, le motivazioni, le speranze. Parla l’esperto

Non è precisamente un nuovo Messale ma la riedizione di quello voluto da Paolo VI. Si tratta comunque di un’opera alla quale si è lavorato per 20 anni. Proprio questa lunga attesa interroga e incuriosisce le persone: quali novità contiene, quali modifiche e cosa comporta la sua introduzione per la liturgia e per la vita delle persone e dei fedeli?

Don Paolo Tomatis non è soltanto un grande esperto in materia di Liturgia e collaboratore alla redazione del Messale. Docente di liturgia presso l’Istituto di liturgia Pastorale Santa Giustina di Padova (lo stesso cui hanno studiato don Giuseppe Vaccarini, don Andrea Turchini e don Marcello Zammarchi, solo per citare alcuni nomi di sacerdoti riminesi conosciuti), ha di recente pubblicato Al servizio del dono (Elledici), una raccolta di articoli pubblicati sul settimanale diocesano torinese “La voce e il tempo", sul tema della nuova edizione del Messale, un testo chiaro e fruibile a tutti, anche non esperti.

Don Tomatis è stato l’ospite centrale della puntata de “I Giorni della Chiesa" di IcaroTV tutta dedicata al Messale.

Parliamo dall’inizio, don Tomatis. Che cos’è un Messale?

“11 Messale è un libro liturgico utilizzato durante la messa, all’inizio nel luogo dove il presbitero presiede, dall’offertorio in avanti arriva sull’altare. Su questo libro ci sono testi, preghiere e parole da pronunciare, e rubriche, parola che viene dal latino ruber, rosso: indica le cose che si debbono fare. Utilizzato soprattutto dal sacerdote, il Messale contiene però le risposte dell’assemblea, e descrive anche i gesti destinati all’assemblea stessa, per cui possiamo a buon diritto definirlo come il libro liturgico che guida la preghiera dell’eucaristia della Chiesa Vi si trovano le principali preghiere, orazioni, preghiere eucaristiche, disposizione dei gesti, le parti a scelta, le preghiere per ogni giorno del calendario liturgico relativa all’eucarestia, e lo spartito. Tutte le indicazioni per celebrare l’eucaristia secondo indicazioni della Chiesa".

Quali sono i motivi che hanno portato ad una nuova edizione?

“Sono fondamentalmente tre i motivi che stanno alla base di questo lungo lavoro. La terza edizione latina del libro liturgico del messale è datata 2002. Nascono in latino per diffondersi poi in tutte le nazioni, chiedendo una traduzione dei testi ma anche un adattamento dei gesti e della liturgia, con possibilità cioè di inserire parti proprie della propria cultura e nazione.  Questo lavoro si basava e siamo al secondo motivo sul documento della Congregazione del Culto del 2001 Liturgia autenticam, che richiedeva traduzioni più letterali e più fedeli. Nacque un lungo lavoro di traduzione delle parole e del messale secondo le regole che ci si era poste, e con una traduzione ulteriore, perché la nuova rischiava di risultare più faticosa della precedente all’ascolto. Da qui tutto il lavoro per migliorare dove possibile e dove la traduzione era ritenuta peggiorativa, ritornando alla versione precedente. Il terzo motivo che ha portato al ‘nuovo’ Messale è la nuova traduzione della Bibbia della Cei. Anche la Bibbia periodicamente ‘richiede’ un processo di ritraduzione testi. La precedente versione recepiva già i lezionad della liturgia nel 2008. Nel nostro caso si trattava di coordinare alcune parti della Sacra Scrittura con alcune parti della liturgia: il caso tipico è il Padre Nostro. Si è deciso di integrare nel Messale la nuova traduzione del Padre Nostro, con l’aggiunta dell’anche (come anche noi li rimettiamo) e soprattutto del non abbandonarci alla tentazione. Questo lavoro di traduzione ha comportato il superamento di piccoli scogli. La traduzione letterale della preghiera di consacrazione, ad esempio, avrebbe richiesto di riportare: versato per Poi e peri molti. Dopo lunga discussione, i vescovi italiani hanno chiesto di lasciare intatta la traduzione precedente per non creare divisioni nel cuore della messa e disagi, scelta accolta da Benedetto XVI e dalla Congregazione per il culto".

Se lo chiedono in tanti, anche trai non addetti ai lavori. Quali sono le maggiori novità contenute nel Messale?

“Alcune era dovute, come inserimento di nuovi santi, pensiamo ai papi, ma anche nuove feste che dovevano essere sottolineate. C’è anche una maggiore apertura all’universalità della Chiesa: nella memoria dei giorni feriali si potrà pregare, ad esempio, per i martiri delle Filippine, dell’Ucraina e dell’Uganda, offrendo alla preghiera delle singole comunità un respiro più universale. In secondo luogo, siamo di fronte a piccole novità testual i. ll’Kyrye eleison è certamente meno intelli Aibile di ‘Signore piet4 tuttavia fa risuonare nel canto una preghiera antica di grande valore ecumenico, che rimanda direttamente ai vangeli, sapendo che già preghiamo nella liturgia con termini ebraici come amen, alleluja e osanna, che non ci siamo troppo preoccupati di tradurre quanto di entrare dentro al testo. In realtà dire ‘Signore pietà’ o ‘lave eleison’ non cambia molto. Rappresenta invece l’occasione di riappropiarci di un gesto che non fa parte semplicemente dei riti penitenziali: stiamo di fronte ad un’immagine del Signore misericordioso, cerchiamo il Suo volto, Signore abbi misericordia diciamolo in italiano o in greco ma ancor meglio cantiamolo. I riti iniziali non debbono essere troppo veloci o ‘giocati’ soltanto nel rapporto vis a vis tra il sacerdote e l’assemblea, ma vissuti tra sacerdote, assemblea e Signore misericordioso. Un’altra novità del Messale è rappresentata dalla formula ‘fratelli e sorelle’: ci rammenta un lingua zio inclusivo e un’attenzione al linguaggio che deve accompagnarsi alla realtà e alle differenze di genere, età, cultura ed etnia tra coloro che vivono l’eucaristia".

La partitura musicale è un’inutile complicazione o l’indicazione precisa che non riguarda coro ma colui che presiede e risposta assemblea?

“Altre culture (Africa, Spagna, Messicoo Stati Uniti, Romania) sono più preparate di noi ad una voce che quando si fa canto acquisisce solennità e invita a pregare. Non si tratta di cantare di più o tutto ma cominciare a cantare almeno alcune parti: il Santo o Alleluja non ha senso siano pronunciati. Sarebbe come una canzone di Sanremo recitata senza musica: le parole perdono spessore".

Alcuni sacerdoti della Diocesi si aspettavano segni più evidenti per la Comunione.

“Il Messale sottolinea la possibilità di prendere la comunione sotto le due specie. Inoltre prevede anche l’utilizzo di un’ostia più grande, e di dare rilievo alla frazione del pane, non soffocata dai gesti di pace o altro. Anche le parole sottolineano la maggiore attenzione: dire subito ‘Ecco l’agnello di Dio; per evidenziare il gesto dell’eucaristia che ci apre gli occhi a riconoscere il Signore nel corpo spezzato'".

C’è chi teme che alcune introduzioni (specie Kyrie eleison) non favoriscano la partecipazione del giovani.

“I giovani sono più allenati ad accogliere il paradigma della differenza, ad entrare dentro un lingua; go ‘altro. Cantano i canti di Taizè pensandoli latino. La vera differenza che intende promuovere il Messale è quella del coinvolgimento sensoriale, e non solo intellettuale. Quando nei riti iniziali ci poniamo davanti allo sguardo del Signore siamo di fronte a una esperienza di Lui. Il nuovo messale ci invita a vivere bene la liturgia, a ritrovare gesti, magari vissuti finora in maniera un po’ scontata, nella loro straordinaria potenzialità.

Paolo Guiducci

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Recensione del libro “Manuele. Il piccolo guerriero della Luce (Nuova edizione)” di Valerio Bocci, Enza Maria Milana

Manuele
Il piccolo guerriero della Luce

(Nuova edizione)

Dal settimanale di informazione della diocesi di Chioggia “Nuova Scintilla”del 10-01-2021

Vive “per sempre”

Manuel Foderà di Calatafimi (TP), un bambino che
«sognava di vivere fino a 150 anni» e, invece, come tanti altri suoi compagni di viaggio, è stato spazzato via da un tumore a soli 9 anni. Il “piccolo guerriero della Luce”, come si autodefiniva, se ne è andato in Cielo il 20 luglio 2010, dopo aver lottato per cinque anni a colpi di chemio, giochi, sorrisi e preghiere contro il neuroblastoma che aveva intaccato il suo bacino. Un bambino normalissimo ma anche molto particolare i per come ha riempito il breve segmento della sua vita e per ciò che ha scritto nei suoi racconti e nelle numerose lettere indirizzate agli amici, ai dottori, ai preti, ai vescovi, al papa emerito Benedetto XVI. E, soprattutto, con il coraggio con cui ha guardato in faccia il male come sanno fare soltanto i piccoli che sono grandi “dentro”.

Lui che voleva vivere fino… a 150 anni, ora vive semplicemente… “per sempre”! In questi giorni è uscita la nuova edizione, dopo il fortunato esordio della prima (6.000 copie vendute). Contiene 32 nuove pagine con le testimonianze di coloro che l’hanno conosciuto personalmente o attraverso la lettura della sua biografia a cura della mamma Enza e di don Valerio Bocci (ex direttore generale ed editoriale della Elledici). La prima edizione del libro è stata presentata anche a Papa Francesco. d. Massimo

ENZA MARIA MILANA E VALERIO BOCCI, Manuel. Il piccolo guerriero della luce, ElleDiCi,Torino ottobre 2020, pp. 255, € 14,90.

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Recensione del libro “Massimiliano Infante” di Giuseppe Tuninetti

Massimiliano Infante

Una vita bella, una morte esemplare

Si riporta di seguito l’articolo pubblicato il 3 settembre 2020 dal blog Testimoniando a cura della Dott.ssa Emilia Flocchini.

Massimiliano Infante è nato a Torino il 30 marzo 1970, nella notte tra Pasqua e il Lunedì dell’Angelo, primogenito di Enzo Infante e Nunziata (detta Anna) Albanese, seguito da Barbara, Gabriella e Sandra.

Ha frequentato la parrocchia di Santa Maria Goretti a Torino, inserendosi come catechista, educatore e ministro straordinario dell’Eucaristia, sia nella sua comunità d’origine, sia in quella, confinante, di Sant’Ermenegildo. Negli anni universitari è stato volontario in Bosnia Erzegovina con l’associazione Mir I Dobro, per attività caritative in sostegno alla popolazione colpita dalla guerra.Dopo la laurea in Economia e Commercio e alcune esperienze lavorative (prima in Banca Sella, poi direttore amministrativo e responsabile della sicurezza dell’azienda di trasporti dei fratelli Bodda), è entrato nel Seminario diocesano di Torino: nel settembre 2005 ha iniziato l’anno propedeutico nella sede di viale Thovez, passando, l’anno successivo, in quella di via Lanfranchi, per il Quadriennio teologico. Ha svolto esperienze pastorali nella Comunità Pastorale di San Mauro Torinese. Nel corso del periodo formativo, cercava di svolgere ogni cosa al meglio, ottenendo anche valutazioni molto buone negli esami. Il 14 dicembre 2008 è stato ammesso tra i candidati al diaconato e al presbiterato. Il 23 ottobre 2009, studente di III Teologia, ha cominciato ad avere problemi di salute: lesioni sulle gambe, febbri e dolori. Tre giorni dopo, il 26 ottobre 2009, in seguito agli esami del sangue, gli è stata diagnosticata una leucemia mieloide acuta.

Ricoverato all’ospedale Le Molinette di Torino, ha subito due trapianti di midollo osseo, risultati inefficaci. Per tentare una nuova terapia, è poi stato trasferito alla Clinica San Raffaele di Milano, ma anche il trapianto tentato lì non ha avuto esito positivo. Ai compagni, ai comparrocchiani e ai superiori, coi quali era in contatto telefonico, riferiva la fatica nel vivere la malattia ma, allo stesso tempo, la certezza di non sentirsi abbandonato.

Il cappellano del San Raffaele ha ottenuto il permesso speciale di lasciare sul comodino della sua stanza un’Ostia consacrata, contenuta in una teca. Quando ormai era in agonia, Massimiliano teneva nella mano destra quella stessa teca, mentre sull’altra erano posate le mani dei suoi familiari. Tra le dita della sinistra, la madre gli aveva intrecciato una corona del Rosario benedetta dal Papa.

È morto alle 23.40 del 3 settembre 2010, a quarant’anni compiuti. I suoi resti mortali riposano presso il cimitero di Brione, frazione di Val della Torre.

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Recensione del libro “La Chiesa” di Gerardo Albano

La Chiesa

Commento alla “Lumen Gentium” a partire dagli insegnamenti di Giovanni Paolo II

Da Wojtyla a Bergoglio

Don Gerardo Albano rettore del Seminario “Giovanni Paolo II” di Salerno e docente di Ecclesiologia e Teologia fondamentale all’Istituto Teologico salernitano è l’autore del saggio La Chiesa (Elledici, 344 pagine, 20.90 euro), che propone una ribattitura teologica degli 8 capitoli in cui si articola la Lumen Gentium alla luce dell’insegnamento di Giovanni Paolo II proposto nella catechesi del mercoledì dal 1991 al 1997. L’approfondimento della recezione del Vaticano II operata da Papa Wojtyla aiuta anche a comprendere le pratiche, i dinamismi e i progetti della Chiesa fino al magistero di Francesco che ha attuato un nuovo modo di intendere la ricezione dell’ultimo Concilio attraverso la categoria della ”riforma”.

(Recensione presente sulla rivista IL SEGNO della Diocesi di Milano – Maggio 5/2020)

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Recensione del libro “Carlo Acutis. 15 anni di amicizia con Dio” di Umberto De Vanna

Carlo Acutis

15 anni di amicizia con Dio

Il 21 febbraio scorso, Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare i rispettivi decreti riguardanti il miracolo attribuito all’intercessione del giovane Carlo Acutis, morto a 15 anni per una leucemia fulminante.

La Voce e il Tempo dedica un articolo al futuro beato e al libro Elledici di don Umberto De Vanna che racconta la vita di Carlo Acutis. Si riporta di seguito l’articolo che sarà pubblicato domenica 1 marzo 2020, a cura di Michele Gota.

Acutis sarà beato, un libro lo presenta

«È stato un giovane libero e lieto, Carlo Acutis, contento della vita, capace di compassione e di gratuità. Ha vissuto i suoi 15 anni ‘alla grande’, all’altezza dei suoi desideri più veri».

Così scrive mons. Paolo Martinelli, Vescovo ausiliare di Milano, nella presentazione di questo libro.

Carlo Acutis nasce nel 1991 a Londra, dove i genitori si trovano per motivi di lavoro; poi, la famiglia si trasferisce a Milano; lui frequenta scuole cattoliche; è appassionato di sport ed informatica (realizza programmi, crea siti web, cura la redazione di giornalini); ha una valanga di amici; muore di leucemia acuta, a Monza, ad appena 15 anni, nel 2006. Per suo desiderio è sepolto ad Assisi, nel santuario della Spogliazione. Da poco, Papa Francesco lo ha dichiarato venerabile e parlando di lui, ha detto che «ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza». Basterebbero questi cenni per intuire che «Carlo è il santo che non ti aspetti perché ha tutte le caratteristiche dei ragazzi d’oggi», e anche per- ché è «innamorato di Dio».

I suoi gesti, la sua testimonianza quotidiana, anche negli ultimi giorni in ospedale, lasciano tutti meravigliati. E chi lo ha conosciuto, a scuola, nell’oratorio, al Meeting di Rimini, sul web, in ospedale appunto, ne parla con le lacrime agli occhi. Una citazione tra le tante: per il suo fidato Rajesh, l’induista che vive in casa sua come domestico, Carlo è un tale esempio di spiritualità e santità – «perché un ragazzo così giovane, così bello e così ricco normalmente preferisce fare una vita diversa» – che si fa battezzare.

Ed oggi sono tantissime le persone, non soltanto in Italia, che si rifanno alla testimonianza di Carlo per vivere la fede con gioia ed entusiasmo. Un adolescente, dunque, da portare come esempio e soprattutto da imitare. In questo aiutati anche dal bel volumetto del salesiano Umberto De Vanna, autore di numerosi libri di catechesi e spiritualità giovanile e già direttore di riviste Elledici.

Il testo propone, com’è comprensibile, una biografia di Carlo, ma in modo quanto mai giovanile, con frasi, scritti, commenti suoi e delle persone che lo hanno conosciuto, alternati a tante foto a colori. Immagini quasi in ogni pagina, dove lui – già da bambino, ma ancor più adolescente – è sempre allegro e sorridente, e sembra chiedere a chi le guarda: perché non anche tu? Perché Carlo «era affascinato da una forte spiritualità che ha vissuto senza complessi, respirando il mondo della fede con la spontaneità di uno che si direbbe caduto giù dal cielo». Perché, come è stato scritto, Carlo è «il vero ‘scandalo’ di oggi: un giovane che aspira alla santità». Perché ha vissuto «la sua adolescenza come occasione per portare il Vangelo».

Sono testi e immagini che non lasciano indifferenti, anzi commuovono il lettore. A questo vanno aggiunti i suggerimenti, presenti alla fi ne di ogni capitolo, per la riflessione personale e di gruppo. Un libro, quindi, utile per conoscere la vita di Carlo, stimolante anche per i meno giovani e un valido strumento per educatori e animatori di gruppi.

Michele GOTA

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Recensione del libro “Più veri, più umani, più cristiani” di Antonio Staglianò

Più veri, più umani, più cristiani

Si riporta di seguito l'articolo pubblicato il 9 gennaio 2020 dal blog d'informazione SettimanaNews  a cura di Francesco Cosentino.

Staglianò: Più veri, più umani, più cristiani

Il vescovo di Noto, Antonio Staglianò, ha scelto una teologia popolare – la Pop-Theology – per raccontare nel nostro tempo il Dio di Gesù Cristo.

Dietro il ricco patrimonio di segni, rituali, preghiere, manifestazioni religiose, c’è sempre il rischio del vuoto; corriamo sempre il pericolo, cioè, di abbellire esteriormente la fede che professiamo senza che essa ci apra davvero all’incontro con il Dio vivo e senza che la ferita bruciante di questo entrare in relazione con l’Eterno venga a incidere nella nostra vita e a trasformare la nostra umanità secondo quella di Cristo.

È allora che cadiamo nel “cattolicesimo convenzionale”, dove tutte le manifestazioni e i linguaggi esteriori restano cattolici ma, paradossalmente e drammaticamente, non sono più cristiani: si prega, ma senza la carità; si invoca Dio, ma senza vivere il comandamento dell’amore; si esibisce la fede all’esterno, senza che questa tocchi la vita. Si salva una forma, ma non c’è più una sostanza. Il rischio è forte, se anche papa Francesco ha affermato che «può esistere un cristianesimo senza Cristo».

pop-theologyQuella contro il “cattolicesimo convenzionale”, eresia ultima incoraggiata anche dall’individualismo e dall’intimismo religiosi, è da qualche tempo la “battaglia” che il vescovo di Noto, Antonio Staglianò, sta coraggiosamente portando avanti.

Esperto di teologia sistematica, con alle spalle una lunga e ricca carriera accademica e notevoli pubblicazioni di carattere scientifico, in questi ultimi anni Staglianò sta impiegando le sue migliori energie teologiche e pastorali per smascherare il pericolo di una religiosità ipocrita e formale, che svuota la fede cristiana del suo contenuto vitale e, perciò, non riesce più ad appassionare e attirare alla scoperta del Vangelo.

Una Pop-Theology per andare oltre il cattolicesimo convenzionale

Alle alte vette della speculazione teologica, il vescovo calabrese unisce da tempo una vera e propria arte narrativa che, con immaginazione e linguaggio poetico, riesce a raccontare, specialmente ai giovani, la bellezza del Vangelo.

L’umanità di Gesù, la sua profonda libertà, la radicalità delle sue scelte e soprattutto la forma più vera dell’amore che egli ci mostra nelle sue relazioni e sulla croce, sono veicolate attraverso la forma della narrazione, la poesia, le canzoni di Sanremo e quelle che oggi piacciono ai ragazzi. È nato così il progetto di una Pop-Theology, che si incarica di pensare criticamente il cattolicesimo convenzionale e di svecchiare la predicazione cristiana.

Nell’alveo di questo percorso, è uscito nel dicembre scorso il suo ultimo volume: Più veri, più umani, più cristiani. Il servizio al vangelo della Pop-Theology, edito da Elledici, con la prefazione del teologo siciliano Francesco Brancato.

Lo scopo del testo, che raccoglie undici messaggi inviati in un decennio di ministero episcopale, è chiaro fin dalle prime pagine: «animare la speranza che il cattolicesimo sappia meglio esprimere oggi il cristianesimo, secondo la verità su Dio che Gesù di Nazareth ha portato al mondo» (p. 11).

Raccontare il Dio di Gesù Cristo

I messaggi raccolti nel volume sono nati per i tempi di Avvento e di Natale e ad essi si aggiungono alcune omelie. Si tratta di una felice messa in atto della Pop-Theology, cioè di una teologia popolare capace di raccontare il Dio di Gesù Cristo e il suo vangelo attraverso i registri dell’immaginazione e della creatività; è questo un modo concreto, che investe non solo la letteratura religiosa ma uno stile di predicazione e di agire pastorale che il vescovo di Noto porta avanti, di incarnare il sogno di una “Chiesa in uscita” su cui papa Francesco da tempo ci incoraggia.

Se abbiamo bisogno di una Chiesa inquieta, che si lasci abitare dalle domande e dalle speranze degli uomini, che mostri incondizionatamente il suo volto lieto di madre accogliente, e che rinnovi le sue forme e i suoi linguaggi perché a tutti possa giungere la consolante gioia del vangelo, allora anche la teologia ha bisogno di “uscire” dal cerchio elitario e astratto in cui si è spesso rinchiusa, per recuperare il contatto con la realtà e la sua ultima finalità che è quella di servire l’annuncio del Vangelo.

La preoccupazione di Staglianò è anzitutto quella di raccontare in modo nuovo la novità perenne del vangelo di Gesù, che ci svela il volto del vero Dio; se questo esige, specialmente per incontrare i giovani, il coraggio di “uscire” dai recinti sacri e dai linguaggi consueti, per avviare iniziative di “teologia popolare” capace di narrare la fede attraverso i registri comunicativi dell’immaginazione e della musica, non bisogna avere paura. Al contrario, occorre osare, anche a costo di sbagliare o, magari – come succede allo stesso presule – essere un po’ “canzonato” per il fatto di utilizzare le canzoni nella predicazione.

Il vescovo calabrese ne è convinto: nelle nostre società globalizzate e anonime, che hanno secolarizzato la coscienza simbolica del vivere annientando il significato dei simboli religiosi, «urge un rinnovato investimento teologico nella trasmissione della fede» (p. 12), ma solo nella direzione di uno sforzo che si impegna a «calare le alte vette delle dottrine teologiche dentro un linguaggio popolare semplice e già incarnato» – perché sedimentato dentro la letteratura delle canzoni popolari. Questo approccio – secondo Staglianò – permetterebbe di avviare una verifica necessaria: «davvero i giovani sono lontani dal Dio di Gesù Cristo o non piuttosto da alcune false immagini di Dio che – anche nel cattolicesimo – sono state trasmesse?» (p. 13).

Un cristianesimo di “fuoco”, capace di incendiare

Scorrendo le pagine di questo bel testo, ci si imbatte in messaggi natalizi e omelie che hanno la capacità di raggiungere l’immaginario del destinatario e di aprirlo all’affascinante scoperta del mistero di Dio. Il linguaggio, le citazioni, le esortazioni che vi sono contenute con tono caldo, affettuoso ma al contempo provocatorio, cercano di spingere il credente fuori dalla rassicurante consolazione di un cattolicesimo tiepido che ci conserva in una zona di comfort senza che la vita sia incendiata dalla venuta del Cristo in mezzo a noi e si impegni concretamente nell’amore.

I messaggi e le omelie invitano al coraggio di entrare nel luogo benedetto dell’umanità di Gesù e di imparare in lui ad abitare il mondo, facendone uno spazio di fraternità, di giustizia, di solidarietà e di amore. Se quella di Gesù è la vera e piena umanità, ecco che il credente deve diventare, nella sua umanità e in mezzo al mondo, «trasparenza di Dio» (p. 38). Allo stesso tempo, le comunità cristiane devono lasciarsi trasformare dall’evento dell’Incarnazione, permettere a Dio di cambiare anche ciò che sembra impossibile e diventare operose nella carità. E ritorna, sferzante ma anche entusiasmante, il richiamo a un cristianesimo autentico, sulla scia di quanto papa Francesco ci esorta a vivere: «Non si può vivere la carità se non vivendola nei corpi. I pii sentimenti del cuore, i sogni notturni, le devote considerazioni sulla fame nel mondo sono nulla se non ci si com-muove, cioè ci si muove insieme nell’opera della carità» (p. 42).

E, in particolare parlando ai giovani, il vescovo di Noto rivolge loro un’appassionata narrazione del Natale attraverso l’immaginazione. O, per meglio dire, quella “contro-immaginazione” dei segni natalizi, a iniziare dal presepe e dalla grotta di Betlemme, che, in mezzo alla bruttezza del mondo e alla stortura delle false immagini di Dio, ci mostra che Dio «non è come lo avevamo pensato, come lo avevamo immaginato, come ce lo avevano trasmesso. L’Onnipotente Dio è un Bambino, il cielo è in una grotta; l’infinito nel piccolo; e, soprattutto, questo Dio non è un Dio guerriero che potrebbe farmi paura» (pp. 64-65). Dio è solo amore e non possiamo fare altro, anche noi, che portare il fuoco di questo amore nel mondo, perché riscaldi tutti «nel gelo umano di oggi e di sempre».

Il testo è da gustare più che da leggere. Vi si trova dentro il miracolo dell’immaginazione poetica, istintiva e musicale che – come scrive efficacemente l’autore – non è da disprezzare, perché essa sa raccontare l’immaginazione di Dio per gli esseri umani più di quanto spesso riescano a fare i filosofi e i sapienti. Detto da un “sapiente teologo” come Staglianò, c’è da crederci.

ANTONIO STAGLIANÒ, Più veri, più umani, più cristiani. Il servizio al vangelo della Pop-Theology, Editrice Elledici, Torino 2019, pp. 240, € 7,90, EAN 9788801066210.

Scopri di più anche su L’Avvenire di Calabria

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Recensione del libro “Educare insieme nell’era digitale” di Ricci Alessandro e Zbigniew Formella

Educare insieme nell’era digitale

Si riporta l'articolo pubblicato il 9 gennaio 2020 sul settimanale ufficiale della Diocesi di Senigallia La Voce Misena

Educare insieme nell’era digitale

Sabato 11 gennaio prossimo ci sarà il convegno catechistico diocesano: il primo libro che vi proponiamo è centrato sul tema del convegno che sarà quello dell’educazione nell’ambito del digitale. In questi ultimi decenni le nuove tecnologie hanno profondamente cambiato le dinamiche familiari e posto nuovi modi di relazionarsi. “Educare insieme nell’era digitale” di Ricci e Formella presenta le tante opportunità offerte dai nuovi media e le implicazioni sulla crescita psicologica dei figli. Scopo del libro è di dare ai genitori non competenze tecnicoinformatiche, ma suggerimenti e idee dal punto di vista socioeducativo, per sostenere l’ azione quotidiana di crescita dei loro figli.

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Recensione del libro “Anche a Dio piace scherzare” di Gioele Anni

Anche a Dio piace scherzare

A tu per tu con 14 protagonisti della Chiesa

Si riporta l’articolo pubblicato in data odierna sul quotidiano di  Avvenire a cura di Matteo Liut, dedicato al libro Anche a Dio piace scherzare dell’autore Gioele Anni.

Non c’è dubbio: «Anche a Dio piace scherzare»
Lo dicono 14 grandi protagonisti della Chiesa di oggi

SINODO – Chi volesse assaporare il clima che si è respirato tra i padri sinodali durante i lavori del Sinodo dei giovani l’anno scorso inVaticano non avrà miglior “guida” in Anche a Dio piace scherzare. A tu per tu con 14 protagonisti della Chiesa, libro da poco pubblicato per i tipi di Elledici (120 pagine, 8 euro) e curato da Gioele Anni, giornalista e uditore al Sinodo come consigliere nazionale per il Settore giovani delI’Azione Cattolica Italiana.

Dal cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, fino a Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di Città del Messico, passando da frère Alois, priore di Taizé, e altri 11 pastori: il libro riporta le interviste a 14 voci autorevoli che si raccontano in modo semplice e diretto. Nelle interviste, realizzate nelle pause del Sinodo, spesso arricchite da aneddoti autobiografici, emerge il racconto di una Chiesa che vive nella quotidianità, ma che sa scorgere nell’ordinario l’eccezionale presenza di Dio. E sa comunicarla ai giovani. Perché la sfida—vinta senza difficoltà — alla base del lavoro di Anni è quella di mostrare come il dibattito dell’aula sinodale possa diventare cammino condiviso nelle comunità di tutto il mondo. D’altra parte, a mettere il libro su questi “binari” è anche la prefazione di suor Alessandra Smerilli, anche lei uditrice al Sinodo.

Matteo Liut

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Recensione del libro Perché insegnare religione cattolica nello Stato laico?

Perché insegnare religione cattolica nello Stato laico?

Angele Rachel Bilegue

Si riporta la recensione pubblicata il 22 settembre 2019 sul settimanale Nuova Stagione dedicata al libro Perché insegnare religione cattolica nello Stato laico? di Angele Rachel Bilegue.

Un libro per chiarire dubbi e domande sulla realtà dell’insegnamento della religione cattolica come disciplina scolastica curriculare che contribuisce alla formazione culturale, umana e religiosa degli alunni e offre risposte alle domande di senso della vita servendosi dei contenuti confessionali del cattolicesimo. È composto di tre capitoli: Il principio di laicità dello Stato italiano e nella Costituzione italiana, Lo statuto epistemologico dell’insegnamento della religione cattolica e Il rapporto tra l’insegnamento della religione cattolica e la Chiesa.

Il volume contiene, fra l’altro, diverse testimonianze di insegnanti di religione cattolica, genitori e alunni che si avvalgono della disciplina. Angele Rachel Bilegue, Perché insegnare religione cattolica nello Stato laico? (Edizioni Elledici 2019, Pagine 104, euro 7,00)

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Recensione del libro Oltre il cattolicesimo convenzionale di Antonio Staglianò

Oltre il cattolicesimo convenzionale

L’umanità di Gesù, verità, senso, libertà per tutti

Si riporta l’articolo pubblicato il 1° settembre 2019 su ilfattoquotidiano.it  a cura del Vaticanista Francesco Antonio Grana, dedicato al libro Oltre il cattolicesimo convenzionale del Vescovo di Noto, Antonio Staglianò.

Noto, il vescovo canta Mengoni a messa e fonda la ‘pop-theology’. E non è una provocazione

In un tempo in cui si discute molto dei simboli religiosi e della loro strumentalizzazione, il vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò, chiede di superare quello che definisce “il cattolicesimo convenzionale”. Quella che può sembrare solo una provocazione è, invece, un vero e proprio allarme lanciato dal presule, noto per la sua “Pop-Theology” e le sue omelie nelle quali cita, anzi canta, le canzoni di Marco Mengoni, Noemi, Francesco Gabbani e altri artisti famosi contemporanei. Del resto anche il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ama citare sul suo profilo Twitter alcuni versi dei brani di Sanremo.

Il pensiero di monsignor Staglianò è racchiuso nel suo ultimo libro che si intitola Oltre il cattolicesimo convenzionale. L’umanità di Gesù, verità, senso, libertà per tutti (Elledici). Il vescovo precisa cosa intende con questa espressione. Si tratta di “una religione vuota di carità e dunque – per dirla con le parole di San Giacomo – una ‘fede morta’. Una fede che lascia praticare i riti sacri, le assemblee liturgiche, le feste religiose, le devozioni e le ‘tradizioni popolari’, ma non converte i cuori delle persone, non fa incontrare Gesù nei sacramenti (oggi troppo spesso ‘appaltati’ alla mentalità consumistica del centro commerciale) e, dunque, non accompagna le persone e le comunità alla pratica dell’amore”.

L’obiettivo di Staglianò è offrire una risposta alla questione fondamentale:

“Come vincere il narcisismo dell’anima e andare oltre il cattolicesimo convenzionale, vivendo una fede che operi attraverso la carità e sia capace, come chiede Papa Francesco, di ‘uscire, andare, accompagnare, discernere, accogliere’?”.

Parole che fanno pensare, per esempio, ai tanti cattolici praticanti che alle scorse elezioni europee hanno votato per la Lega nonostante le posizioni di Matteo Salvini sui migranti siano assolutamente inconciliabili col Vangelo. Ma anche alla strumentalizzazione dei simboli religiosi nel dibattito politico.

Staglianò non risparmia una dura critica a coloro che, senza mezzi termini, definisce “praticanti non credenti”.

“Chi fa il bene e si esibisce – spiega il presule – ha già ottenuto la ricompensa nel ‘plauso della gente’, nell’ammirazione conseguente, e rischia di coltivare una malattia diffusa in tutti (ma particolarmente presente in chi ritiene di non averla): il narcisismo dell’anima. Questa malattia trasforma tutto in una grande specchiera, perché dovunque si guardi si possa riconoscere la propria ‘bella’ faccia. Anche questo appartiene al ‘cattolicesimo convenzionale’ che ospita in sé forme sottili di spiritualità mascherata: quando la maschera è tolta (e prima o poi capita) si vede subito che non è Dio a essere adorato, ma sempre il proprio io”.

E ciò, come ha sottolineato spesso anche Bergoglio, non risparmia nemmeno gli ecclesiastici: preti, suore, vescovi e cardinali.

Nel libro, il vescovo risponde anche alle critiche che gli sono piovute addosso per aver cantato durante le omelie (tra l’altro con un’intonazione perfetta) alcune canzoni di musica leggera, a volte anche accompagnandosi con la chitarra. Sempre, però, con riferimenti inerenti al tema sviluppato durante le meditazioni, con lo scopo di catturare l’attenzione del giovane uditorio “svecchiando la predica” e fare così in modo che il messaggio del Vangelo non solo passi, ma resti impresso nelle menti.

“C’è chi – spiega in merito il presule – sta all’ombra del Papa e si limita a citare quello che dice, ma non si sforza di metterlo in pratica. E c’è chi invece ‘vuole stare convintamente dalla sua parte’ e s’inventa qualcosa per dare carne al suo magistero missionario tra i giovani. Con la ‘Pop-Theology’ cerco di spiegare quello che sto facendo con i giovani della mia diocesi di Noto e i giovani dei vescovi che mi invitano. Anche se capita di cantare e suonare qualche canzone, è evidente a tutti che non sono un cantante, ma un predicatore del Vangelo. Tanti sono gli apprezzamenti, ma le critiche non mancano e d’altronde resta vero quello che Nietzsche disse: ‘Coloro che furono visti danzare, vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica’”.