Pubblicato il

10. Ti Spiego la Messa

Prepariamo i nostri piccoli alla comprensione delle parti della Santa Messa


(N. 1) Da questa domenica 11 novembre 2018 (32a del Tempo Ordinario “B") in due riquadri per volta, proponiamo una semplice presentazione delle parti della messa e del loro significato (utile anche per giovani e adulti!). Buona catechesi!

PRESENTAZIONE GENERALE
Non siamo noi che “andiamo a messa": è Gesù stesso che ci rivolge l’invito di prender parte alla sua Ultima Cena, e lo fa attraverso la persona del Sacerdote che “gli presta" gesti e voce. Gesù vuole associarci alla sua grande preghiera di ringraziamento che rivolge al Padre, affinché pure noi diventiamo più simili a Lui nell’ascolto della sua Parola e nell’offerta di noi stessi a Dio e al prossimo. Per questo la messa è il luogo privilegiato per il nostro personale incontro con Gesù vissuto nella fede.

La “messa" o Celebrazione dell’Eucaristia si compone di QUATTRO PARTI (a loro volta comprendenti diversi momenti):
I. i Riti di Introduzione
II. la Liturgia della Parola
III. la Liturgia Eucaristica
IV. i Riti di Conclusione

Fanno parte dei riti introduttivi:
1. il Canto Iniziale (scelto solitamente in modo da dare il tono generale al tema della domenica);
2. il Saluto del Celebrante, (che dopo il Segno della Croce(*) saluta ed esorta i fedeli alla partecipazione viva e attenta);
3. l’Atto Penitenziale (che, se vissuto con la giusta devozione, comporta la remissione dei peccati veniali: tale remissione non è “automatica", perché frequentemente lo si compie con totale distrazione… ma se si partecipa con le dovute disposizioni, tutta la Messa produce come effetto la remissione dei peccati veniali – Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1394 – pur restando vivamente raccomandato, anche per questa remissione, accostarsi al Sacramento della Riconciliazione);
4. il canto o la declamazione dell’Inno di Gloria;
5. la Preghiera di Colletta, che raccorda gli animi di ciascun fedele con lo spirito generale dell’Assemblea, e conclude la parte iniziale della messa richiamandone il tema portante.

È anche bene che i lettori della Parola di Dio (o, prima di essi, quelli delle introduzioni) attendano alcuni secondi prima di cominciare, in modo che tutti si siano seduti e non ci siano rumori che pregiudichino o impediscano un ascolto attento.

(*) Il Segno di Croce (mano sinistra sul petto)
 Nel nome del Padre… (ci tocchiamo il capo perché Lui è in alto, è colui che ci ha creati. Ed è il centro dei nostri pensieri e della nostra intelligenza.)
• e del Figlio… (mettiamo la mano sul cuore perché Gesù ci ha amati talmente tanto da dare la sua vita per noi. Si è incarnato, è morto e risorto per la nostra salvezza)
• e dello Spirito Santo… (la nostra mano tocca le spalle perché lo Spirito Santo, il dono di Gesù risorto per noi, rappresenta l’abbraccio di Dio)

► da una catechesi di papa Francesco, all’Udienza Generale del 18 aprile 2018. (segue)

 


(N. 2 – 18nov2018) La seconda parte della messa prevede:

1. l’ascolto della Parola di Dio
2. la spiegazione da parte del celebrante, comunemente detta “omelia"
3. la recita del Credo
4. le Preghiere dei fedeli.

Soffermandoci questa domenica sui primi due punti, va detto che l’assemblea deve prestare la massima attenzione a ciò che viene letto: non sono puri e semplici modi di dire, o fatti e fatterelli del passato… è Dio che ci parlaè la Storia della Salvezza che ci raggiunge nell’oggi! sono le opere di Dio compiute nel tempo attraverso il popolo eletto e giunte a compimento nel dono del Messia atteso che ha rivelato il volto di Dio, che ha realizzato la salvezza dell’uomo, che ha rivelato all’umanità il suo destino eterno!

Tutto ciò non può e non deve trovarci ascoltatori annoiati, distratti, frettolosi… E tutta l’assemblea deve favorire l’ascolto attento (lettori ben preparati, pause di silenzio tra una lettura e l’altra, microfoni funzionanti e senza interferenze fastidiose, ecc…) e ridurre al minimo i fattori di distrazione (rumori di ogni genere, cigolii di porte, inginocchiatoi ribaltabili, sedie che si spostano, persone che vanno e vengono, squilli di cellulare, ecc…).

Nel libro del profeta Amos la Parola di Dio è paragonata ad un ruggito: «Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa udire la sua voce» (Am 1,2). Questo ruggito è una vera e propria manifestazione di Dio, come la voce del tuono: «Ruggisce il leone: chi non trema? Il Signore ha parlato: chi può non profetare?» (Am 3,8). Così, l’assemblea deve accogliere la proclamazione delle Sacre Scritture come il dono che Dio ci fa oggi, nel contesto storico e personale che stiamo vivendo adesso: qui ed oggi Dio ci parla, Dio mi parla. E a ben guardare, ad ogni partecipazione attenta alla messa vi è sempre almeno una frase, una parola, un’espressione, un dialogo, un insegnamento… che viene a nutrire la mia, la nostra vita spirituale; che viene a consolarmi da una pena; che mi è di stimolo per la mia fede; che illumina la mia situazione di coscienza e i rapporti col prossimo; che mi fa apprezzare di più il fascino della persona di Gesù. Ed ha il potere di renderci migliori e di accrescere la nostra amicizia con Dio!

Solitamente il Vangelo è collegato, richiamato o preparato dalla Prima lettura, che è tratta dall’Antico Testamento e alla quale l’assemblea esprime il suo assenso mediante i versetti del Salmo, detto appunto “responsoriale", cioè “di risposta" a quanto ascoltato; la Seconda lettura (presa dalle Lettere apostoliche, o dagli Atti degli Apostoli o dal Libro dell’Apocalisse), invece, non è necessariamente collegata al tema della domenica.

Al sacerdote, poi, il compito di spiegare le letture, di attualizzare la Parola di Dio, di sviluppare il tema del giorno, facilitando l’applicazione alla vita che ciascuno farà da parte sua. E di farlo in tempi ragionevolmente contenuti, con un linguaggio comprensibile e capace di far presa sull’uditorio, con un tono per lo più esortativo e mai colpevolizzante, senza pensare di sostituirsi all’azione dello Spirito di Dio che parla ai cuori. L’omelia va preparata, e non improvvisata sul momento come attingendo ad un repertorio. Va pregata e meditata già lungo la settimana. E i contenuti, gli esempi, i modi vanno calibrati alla tipologia di assemblea che si ha davanti.

Per quanto importante (se non addirittura strategico, in ottica di una pastorale ben curata!), tuttavia da parte dei fedeli questo momento della messa costituisce un elemento accessorio e non essenziale del proprio personale incontro con Gesù nell’Eucarestia. Il fedele dalla spiritualità matura benedirà in cuor suo il Signore per un’omelia gradevole, interessante, ben fatta, ricca di spunti utili… E saprà anche offrirla come forma di penitenza se l’avrà trovata lunga, noiosa e inconcludente…! (segue)



(N. 3 – 25nov2018) La seconda parte della messa (Liturgia della Parola) prevede, ancora:

(oltre a: 1. l’ascolto della Parola di Dio
2. la spiegazione da parte del celebrante, comunemente detta “omelia“, già trattati…)

3. la recita del Credo
4. le Preghiere dei Fedeli.

Alla Parola di Dio proclamata, ascoltata, spiegata, applicata alla vita e accolta come dono di Dio in persona, segue qualche istante di SILENZIO. Questo tipo di pause meditative tra un momento e un altro della messa, normalmente, non devono essere vissute con disagio, perplessità, incertezza… come se stesse accadendo qualcosa di strano o qualcuno si fosse dimenticato qualcosa di necessario e vi si stesse provvedendo… No! Le pause sono utilissime per l’interiorizzazione di quanto si sta vivendo o di una parola che ha colpito particolarmente. Così è dopo l’omelia del celebrante.
– La prima risposta dell’assemblea al Signore è, così, la proclamazione della nostra fede: di domenica in domenica ci ricordiamo e rafforziamo la convinzione nelle verità contenute nel CREDO. A seconda del periodo liturgico o del tipo di celebrazione, il Credo può essere espresso nella formula (abituale) del Simbolo Niceno-Costantinopolitano, oppure in quella del Simbolo degli Apostoli (più breve), o ancora mediante la formula interrogativa delle Promesse Battesimali (pag. 180 del Messale Romano).
– La seconda risposta è poi la serie di PREGHIERE DEI FEDELI, lette solitamente dal foglietto ufficiale dell’assemblea, oppure (meglio!) preparate dal Gruppo Liturgico parrocchiale o a turno dai vari gruppi, associazioni o movimenti incaricati di animare la liturgia. Solitamente la prima di queste preghiere è espressa a beneficio della Chiesa universale, la seconda è formulata per varie categorie del genere umano (governanti, nazioni, fedeli di altre religioni, professioni varie, ecc…), le altre  considerano situazioni contingenti, del posto o di ricorrenze particolari, alla luce degli spunti e dei temi offerti dal Vangelo. Ci si ricordi però che oltre alle preghiere che vengono “lette", anche Dio legge nei nostri cuori le preghiere che ci portiamo dentro, per il prossimo, per le persone che ci sono care, per i defunti che amiamo ricordare e anche per le nostre necessità. Sarà dunque bene che il celebrante riservi degli istanti di silenzio prima di riassumere tutto nell’orazione conclusiva. Il canto di offertorio chiude la Liturgia della Parola e introduce la Liturgia Eucaristica. (segue)


(N. 4 – 2dic2018) E siamo alla terza parte della messa: la Liturgia Eucaristica.

Mentre il ministro (sacerdote o diacono) stende sull’altare il “corporale" (=un quadrato di stoffa rigida che accoglierà i sacri vasi contenenti il Corpo di Cristo), dal centro o dal fondo della chiesa vengono portate le offerte: il pane e il vino da consacrare, il denaro o ceste di viveri per le necessità della chiesa e per i poveri, alcuni oggetti simbolici (che sarà bene accompagnare da una spiegazione) indicanti l’offerta spirituale dell’assemblea a seconda del tema del giorno o di un particolare periodo liturgico. Si abbia cura di distinguere ciò che è “offerto" a Dio, da ciò che è segno di qualcos’altro (un impegno, un atteggiamento che si vuole assumere, ecc…): ad esempio, il pallone portato all’altare non viene “offerto", dal momento che poi viene nuovamente adoperato per il gioco, ma viene indicato come simbolo di amicizia, di fraternità, di rispetto del prossimo, o altro. E lo stesso dicasi per un cartellone, una lampada, un mappamondo, lo zaino con i libri di scuola, e così via.
Comunque venga organizzata la processione offertoriale, in questo momento della messa ciascun fedele, interiormente, offre e depone ai piedi dell’altare la sua stessa vita: le proprie opere buone, le proprie sofferenze, qualche preoccupazione, qualche sacrificio accettato come penitenza o come atto di amore per il prossimo… Nulla di ciò che si sta vivendo è estraneo né di poco conto agli occhi di Dio! Raccogliersi in preghiera e unire la propria vita all’offerta che Gesù fa di se stesso al Padre fa pienamente parte del significato profondo della messa e di una partecipazione viva, intensa e fruttuosa.

Oltre al vino, il sacerdote lascia cadere nel calice alcune goccioline d’acqua, accompagnando il gesto dalle parole sottovoce
L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione
con la vita divina di colui
che ha voluto assumere la nostra natura umana
“.
   San Cipriano di Cartagine (III sec.) in una delle sue lettere, indirizzata a Cecilio, legge in questo gesto la mescolanza dell’umanità con il Cristo:
Se qualcuno offrisse solo vino,
il sangue di Cristo inizierebbe a essere senza di noi.
Se invece ci fosse solo acqua,
allora il popolo inizierebbe a essere senza Cristo
” (Epistola 63,13).
Anche san Tommaso D’Aquino (XIII sec.) nella Summa theologiae difende quest’uso, dandovi quattro ragioni differenti, tra cui quella di significare l’unione del popolo cristiano con Cristo.

Con la Preghiera sopra le offerte, il sacerdote invita l’assemblea a vivere con fede la fase successiva della messa: la grande preghiera eucaristica. (segue)


(N. 5 – 9dic2018) Proseguendo in questa terza parte della messa, la Liturgia Eucaristica…

…ci ha fatto appena rievocare il festoso ingresso di Gesù a Gerusalemme, tra i cori del “Santo".

Ora siamo nel Cenacolo, con gli Apostoli, accanto a Gesù, da Lui invitati a rivivere la sua Ultima Cena. Questa parte della messa è un’altra splendida invenzione del Signore: noi tutti duemila anni fa non eravamo presente nell’atto culminante della Storia della Salvezza. Ma QUELL’EVENTO, grazie alla liturgia, ci raggiunge nell’oggi: nella persona, per le mani e la voce del sacerdote, e grazie all’azione dello Spirito Santo vivo e operante nella vita della Chieda e nei Sacramenti, Gesù stesso cambia il pane e il vino nel suo vero corpo e nel suo vero sangue. Propriamente, non è una “trasformazione" del pane e del vino (dal momento che proprio la “forma" resta la stessa!): ma un “cambiamento della sostanza". Oh povertà del nostro linguaggio che ci fa dire in maniera imperfetta “pane e vino si trasformano in Gesù“…! Dovremmo imparare a dire che “si transustanziano in Gesù“…, ma capiamo che si tratta di un linguaggio un po’ difficile. L’importante, però, è che i fedeli piccoli e adulti con gli occhi della fede vedano e capiscano quello che avviene sull’altare. Gesù è qui!

E le parole della Preghiera Eucaristica ci invitano ad associarci al grande ringraziamento di Gesù al Padre per aver amato ciascun uomo nel crearlo libero e nell’averlo salvato da quel cattivo uso della sua stessa libertà che chiamiamo “peccato“. Da figli disobbedienti e bricconcelli quali siamo, meriteremmo solamente castighi e punizioni… e invece Lui ci perdona continuamente e pazientemente aspetta che lo riamiamo – finalmente, liberamente, convintamente – come Padre!

Il sacerdote invita a riconoscere tutto questo: è “Mistero della Fede!" e noi come assenso pieno rispondiamo insieme “Annunciamo la tua morte, Signore / proclamiamo la tua Resurrezione / nell’attesa della tua venuta!“.

Seguono preghiere per il papa, i vescovi, i sacerdoti e l’unità dei cristiani … il ricordo dei defunti … l’invocazione dei santi a protezione del nostro stesso cammino terreno verso il Regno dei Cieli.

Tutto viene riassunto nell’offerta che il sacerdote rivolge alzando il corpo e il calice con il sangue di Gesù, e insieme con Lui anche noi CI OFFRIAMO al Padre con un convinto “AMEN!“.

Il Padre Nostro e lo Scambio della Pace esprimono il nostro riconoscerci suoi Figli e fratelli tra di noi proprio grazie a Gesù.  (segue)


(N. 6 – 16dic2018) La Liturgia Eucaristica…

…si sta avviando verso la Comunione. Il sacerdote invita TUTTI i fedeli, quelli che facendo la comunione riceveranno Gesù e quelli che per diverse situazioni se ne asterranno, ad unirsi spiritualmente a Lui. Con l’ “Agnello di Dio", chiediamo ancora perdono a Colui che ha dato la sua vita a motivo dei nostri peccati per riconciliarci col Padre, riconoscendoci bisognosi di tutto questo e desiderosi della sua pace.

Mostrando ancora ai fedeli l’ostia sacra e spezzata (si ricorda così il Cristo crocifisso), il celebrante introduce le parole cariche di fede del centurione (uomo di per sé non appartenente al popolo eletto!) che tutti facciamo nostre: chi si trova nell’incertezza di poter accedere alla comunione (pur non avendo peccati gravi) affinché superi il suo senso di indegnità e aderisca con slancio all’invito di Gesù (non siamo noi che “facciamo" la comunione… è Gesù che si dona!); e chi vive situazioni di vita non compatibili con il senso profondo dei sacramenti (ai quali, per questo, non può accedere) affinché viva la comunione “spirituale" e invochi l’aiuto dall’alto per vivere con rettitudine la sua vita.

La processione verso la comunione, accompagnata dal canto e dal raccogliemento, resta l’immagine della Chiesa in cammino verso Cristo. Ancora un atto di fede viene richiesto nell’atto di ricevere l’Eucarestia (sulle mani ben aperte o direttamente in bocca): pronunciare la parola “Amen(="Si, è così, credo che questo è il Corpo di Cristo!"). La compostezza del momento, poi, impone che non si facciano inchini, che non si sposti la testa, che non si faccia uno scatto all’indietro, che ci si allontani dalla parte esterna della fila senza intralciare gli altri fedeli, che non si facciano svariati metri con l’ostia in mano prima di portarla alla bocca. Tornando al posto, ci si raccoglie in silenzio o ci si accorda con i canti di comunione o di ringraziamento. Normalmente, quello che fanno i ministri nel loro compito di riordinare l’altare o di riporre nel Tabernacolo le ostie avanzate, non dovrebbe interessare: ciascuno prega il Signore presente nel Sacramento e appena ricevuto nel proprio corpo.

Queste semplici raccomandazioni ci fanno concludere la terza parte della messa e ci fanno passare direttamente all’ultima: il Rito di Conclusione.

1. Qualche avviso aiuta a tenere il passo con gli appuntamenti della vita della comunità.

2. La preghiera conclusiva riprende il tema della liturgia ed esorta ad un rinnovato impegno nella vita.

3. La benedizione finale infonde l’incoraggiamento di Dio a perseverare senza indugi nella vita di fede.

4. Le parole di congedo e il canto finale sciolgono l’assemblea e ci ricordano che la messa, intesa come “incontro con Cristo" prosegue nella vita di ogni giorno, al di fuori della chiesa e al di là di tempi “riservati" per pregare Dio.

SE LA MESSA È STATA VISSUTA CON PARTECIPAZIONE E RACCOGLIMENTO,
se si sarà tenuto il telefonino spento…
se non ci si è distratti con pensieri inutili…
se non si è passato il tempo a chiacchierare…
se non si è passato tutto il tempo a guardare l’orologio…
SI USCIRÀ DALLA CHIESA MIGLIORI DI COME SI È ENTRATI,
PIÙ DISPONIBILI AD AMARE E SERVIRE DIO E IL PROSSIMO,
PIÙ RICCHI NELLO SPIRITO E RADIOSI IN VOLTO,
INTIMAMENTE CONVINTI CHE “SENZA LA MESSA NON È DOMENICA",
CHE SENZA LA MESSA IL CRISTIANO NON PUÒ STARE.




(N. 7 – 23dic2018) I Colori della Liturgia.

I paramenti del sacerdote, come i veli che ricoprono l’ambone e orlano l’altare, cambiano di colore a seconda del periodo liturgico o della festività del giorno, come è indicato nello specchietto di seguito…


(N. 8 – 30dic2018) I collaboratori.

La liturgia è un azione comunitaria. La celebrazione dell’Eucarestia è sempre valida anche se e quando il sacerdote si ritrova a celebrarla da solo.
Ma il senso di comunità, tanto nei giorni feriali quanto in quelli festivi, risalta e riempie i cuori nella varietà dei ministeri, ossia dei compiti che ciascun fedele svolge.
Gli addetti a servizio all’altare, in maniera sempre composta, silenziosa, con movimenti sobri e incedere soave in tutti gli spostamenti e i passaggi
(evitando di attirare l’attenzione su di sè con acconciature o abbigliamento stravagante,
con fare distratto o disordinatamente affaccendato, colpi di tosse ricorrenti, risolini, ecc…)

contribuiranno, come degli angeli, a far convergere tutta l’attenzione
sull’ascolto della Parola dall’ambone
e nel rivivere all’altare l’Ultima Cena di Gesù.
Il coro ben guidato, si occupa di abbellire i vari momenti della messa cercando di invogliare l’assemblea al canto senza sostituirsi ad essa completamente.
Gli strumentisti accompagnano il canto, con l’attenzione che il volume della musica non sovrasti quello delle voci.
lettori, consapevoli del compito di prestare la loro voce affichè la Parola di Dio giunga chiara e ben impostata alle orecchie dei fedeli,
devono far attenzione che le labbra siano ben allineate col microfono, adeguatamente funzionante con tutto l’impianto di amplificazione.
Ed è preferibile che, avendo letto in anticipo i testi che andranno a proclamare, chiedano consiglio di come si pronunciano alcune parole di uso non frequente o nomi particolari.
Coloro che accompagnano la processione offertoriale, hanno cura di recarsi in tempo nei pressi del tavolino da dove prenderanno pane, vino e altri segni utili.
Allo stesso modo, gli incaricati di svariati altri compiti (raccolta delle offerte, distribuzione di libretti dei canti, foglietti per la messa, avvisi settimanali, ecc…)
devono far tutto con spirito di servizio e non con il sottile intento di mettersi in mostra…
la gran parte dei fedeli presenti, pur non avendo compiti particolari, contribuirà all’edificazione vicendevole
attraverso una partecipazione attenta, rispondendo alle acclamazioni, mettendo a tacere il telefonino…

In una liturgia ben preparata, ben curata e ben partecipata
tutti si è al servizio gli uni degli altri,
nessuno è indispensabile,
tutti possono rendersi utili…
per vivere al meglio e sempre fruttuosamente il proprio incontro con il Signore Gesù!


(N. 9 – 13gen2019) I Simboli della liturgia.


(N. 10 – 20gen2019) La chiesa.

* commenti: Giovanni Bisconti
* illustrazioni: F. Vitali Capello-O. Mendolia Gallino, Ti spiego la Messa. Schede didattiche per catechisti e insegnanti di religione, Elledici 2006

Pubblicato il

5. Parola da Vivere – 7 t.o. C,

FACCIO UNA COSA NUOVA
La grazia esprime con forza quello che nessuna persona può conquistare, meritare, o comperare, o rubare, perché è sempre e solo «dono» del Signore. Il regalo supremo che possiamo ricevere noi poveri peccatori è quello di poter vivere, pensare e agire come Gesù ci ha mostrato in se stesso. Il cristiano non è uno «bravo». È piuttosto uno che senza merito e senza fatica ha ricevuto il supremo regalo della vita di Dio. È il regalo del Vangelo.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

Pubblicato il

6. Preghiere dei Fedeli – 7 t.o. C,

Ai discepoli: amore anche ai nemici

Celebrante. Ora abbiamo imparato quanto è esigente la legge dell’amore fraterno promulgata da Cristo: raggiunge anche i nemici. Nella Preghiera dei fedeli chiediamo al Signore che ci renda capaci di solidarietà e amicizia verso tutti.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Insegnaci, Padre, a vivere nel tuo amore.

1. Preghiamo per la santa Chiesa di Dio. Essa è chiamata a essere nel mondo il simbolo dell’amore gratuito e universale del Padre per le sue creature.
Perché la Chiesa sia di fatto, anche per mezzo nostro, uno stimolo alla concordia, alla pace e alla speranza di un mondo migliore, preghiamo.

2. Per tutti i cristiani. È loro fondamentale impegno morale infrangere le barriere dell’egoismo, e aprirsi agli altri nella carità.
Perché con il servizio cordiale reso ai fratelli più poveri dimostrino la verità del loro amore verso il Padre che è nei cieli, preghiamo.

3. Per quanti, soprattutto giovani, lottano contro le tante forme di discriminazione, razzismo, violenza. Non sono pochi i veri cristiani che si impegnano con coraggio in questo senso, nel privato e nel sociale.
Perché trovino in Dio Padre misericordioso, e in Cristo che fu il primo dei non-violenti, il modello per la loro azione nel quotidiano, preghiamo.

4. Per quelli che si sentono sfiduciati, ignorati, sfruttati. Molti, nel groviglio della società, si trovano tagliati fuori e abbandonati a se stessi.
Perché incontrando la solidarietà fattiva dei cristiani acquistino nuova fiducia in sé, e la forza di risollevarsi, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Anche molte persone accanto a noi incappano in ingiustizie, e trovano difficoltà a vivere in condizioni umane.
Perché a imitazione del Signore noi sappiamo interrompere la spirale della violenza, portando la carità per primi, e nonostante tutto, nella nostra famiglia,
nell’ambiente di lavoro, nel quartiere, nella società, preghiamo.

Celebrante. O Padre, tu ci hai creati a tua immagine e somiglianza. Rendici capaci – sull’esempio della tua paternità – di amare anche i nemici, e vivere in amicizia, carità e misericordia verso tutti. Per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

Pubblicato il

8. Aforismi – 7 t.o. C,

AMORE FRATERNO: C’È UNA STRADA GIUSTA…
– Non parlate d’amore al vostro fratello: amatelo. Agostino
– Amare qualcuno significa vederlo com’era nelle intenzioni di Dio. Dostoevskij
Se vuoi amare Cristo stendi la carità sul mondo intero, poiché le membra di Cristo sono sparse in tutto il mondo. Agostino
Dal momento della risurrezione, Cristo non ha altro corpo visibile che quello dei cristiani, né altro amore da donare se non il loro. Louis Evely
– La vera fraternità umana abita solo nei cuori che riconoscono la paternità di Dio. Pierre Grelot
– L’amore di Dio e l’amore del prossimo sono due battenti di una porta, che non si possono aprire e chiudere se non insieme. Soeren Kierkegaard
– Il più bel viaggio che si possa fare quaggiù, è quello che si fa andando l’uno verso l’altro. Paul Morand
– Se uno mi cavasse per odio l’occhio sinistro, sento che lo guarderei benevolmente con l’occhio destro. Se mi cavasse anche questo, mi resterebbe il cuore per volergli bene. Francesco di Sales
– L’amore del prossimo è la misura del nostro amore di Dio. Edith Stein
– Vedo Dio in ogni essere umano. Madre Teresa di Calcutta
– Signore, fa’ che viva a braccia aperte. Non farò carriera, ma avrò tanta gente da abbracciare. Pino Pellegrino
– Là dove non c’è amore, mettete amore e raccoglierete amore. Giovanni della Croce
– La sola verità è amarsi. Raoul Follereau

…E CI SONO I DEPISTAGGI
– Noi abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli. Martin Luther King
– Il guaio di chi ama tutti in generale, è che non ama nessuno in particolare. Claudio Lamparelli
– Come può un uomo dire di amare Dio e di non aver nulla di più caro, quando vede nell’immondezza l’immagine di Colui che ama, e non si dà pensiero di tirarlo fuori? Bonaventura da Bagnoregio
– Molti amano il prossimo loro soltanto quando è miserabile, ammalato, agonizzante; quando insomma sono sicuri della propria superiorità. Ugo Ojetti
– Spesso è più facile amare le piante che amare gli uomini. Claude Aubrun
– Io amo l’umanità. È la gente che non sopporto! Charles Schulz [Linus]
– Pensiamo meno all’umanità, e più agli uomini. Elisabeth Leseur
– Ama il prossimo. Non questo… il prossimo. Anonimo
– «Noi siamo sulla terra per aiutare gli altri». «E gli altri, allora, cosa ci stanno a fare?». Anonimo
– Amare gli uomini come sono, è impossibile. Eppure proprio questo è il comandamento. Perciò metti da parte i tuoi sentimenti, chiudi il naso e gli occhi, e ama. Fédor Dostoevskij


(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno C – Elledici 2009)

Pubblicato il

9. Canto Liturgico – 7 t.o. C, 24 feb ’19

Ecco a voi questa settimana un canto di COMUNIONE

PANE VIVO, SPEZZATO PER NOI – Akepsimas – Costa
(Nella Casa del Padre, n. 699 – Elledici)

Rit. Pane vivo, spezzato per noi, a te gloria, Gesù!
Pane nuovo, vivente per noi, tu ci salvi da morte!

1. Ti sei donato a tutti, corpo crocifisso;
hai dato la tua vita, pace per il mondo.

2. Hai condiviso il pane che rinnova l’uomo;
a quelli che hanno fame tu prometti il Regno.

3. Tu sei fermento vivo per la vita eterna.
Tu semini il Vangelo nelle nostre mani.

4. Venuta la tua ora di passare al Padre,
tu apri le tue braccia per morire in croce.

5. Per chi ha vera sete cambi l’acqua in vino.
Per chi si è fatto schiavo spezzi le catene.

6. A chi non ha più nulla offri il vero amore:
il cuore può cambiare, se rimani in noi.

7. In te riconciliati, cielo e terra cantano!
Mistero della fede: Cristo, ti annunciamo!

Pubblicato il

10. Narrazione – 7 t.o. C,

DUE BLOCCHI DI GHIACCIO
C’erano una volta due blocchi di ghiaccio.
Si erano formati durante il lungo inverno, all’interno di una grotta di tronchi, rocce e sterpaglie in mezzo ad un bosco sulle pendici di un monte.
Si fronteggiavano con ostentata reciproca indifferenza.
I loro rapporti erano di una certa freddezza.
Qualche «buongiorno», qualche «buonasera».
Niente di più.
Non riuscivano cioè a «rompere il ghiaccio».
Ognuno pensava dell’altro: «Potrebbe anche venirmi incontro».
Ma i blocchi di ghiaccio, da soli, non possono né andare né venire.
Ma non succedeva niente e ogni blocco di ghiaccio si chiudeva ancor di più in se stesso.
Nella grotta viveva un tasso.
Che un giorno sbottò: «Peccato che ve ne dobbiate stare qui. È una magnifica giornata di sole!».
I due blocchi di ghiaccio scricchiolarono penosamente.
Fin da piccoli avevano appreso che il sole era il grande pericolo.
Sorprendentemente quella volta, uno dei due blocchi di ghiaccio chiese: «Com’è il sole?».
«È meraviglioso… È la vita» rispose imbarazzato il tasso.
«Puoi aprirci un buco nel tetto della tana… Vorrei vedere il sole…» disse l’altro.
Il tasso non se lo fece ripetere.
Aprì uno squarcio nell’intrico delle radici e la luce calda e dolce del sole entrò come un fiotto dorato.
Dopo qualche mese, un mezzodì, mentre il sole intiepidiva l’aria, uno dei blocchi si accorse che poteva fondere un po’ e liquefarsi diventando un limpido rivolo d’acqua.
Si sentiva diverso, non era più lo stesso blocco di ghiaccio di prima.
Anche l’altro fece la stessa meravigliosa scoperta.
Giorno dopo giorno, dai blocchi di ghiaccio sgorgarono due ruscelli d’acqua che scorrevano all’imboccatura della grotta e, dopo poco, si fondevano insieme formando un laghetto cristallino, che rifletteva il colore del cielo.
I due blocchi di ghiaccio sentivano ancora la loro freddezza, ma anche la loro fragilità e la loro solitudine, la preoccupazione e l’insicurezza comuni.
Scoprirono di essere fatti allo stesso modo e di aver bisogno in realtà l’uno dell’altro.
Arrivarono due cardellini e un’allodola e si dissetarono.
Gli insetti vennero a ronzare intorno al laghetto, uno scoiattolo dalla lunga coda morbida ci fece il bagno.
E in tutta questa felicità si rispecchiavano i due blocchi di ghiaccio che ora avevano trovato un cuore.

A volte basta solo un raggio di sole.
Una parola gentile.
Un saluto.
Una carezza.
Un sorriso.
Ci vuole così poco a fare felici quelli che ci stanno accanto.
Allora, perché non lo facciamo?


(tratto da: B. Ferrero, 365 Piccole Storie per l’anima, Vol. 1, pag. 407 – Elledici 2007)

Pubblicato il

1. Letture – 5 t.o. C, 10 feb ’19

PRIMA LETTURA
Eccomi, manda me!

Dal libro del profeta Isaìa 6,1-2a.3-8

Nell’anno in cui morì il re Ozìa, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo:
«Santo, santo, santo il Signore degli eserciti!
Tutta la terra è piena della sua gloria».
Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi:
«Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo
dalle labbra impure io abito;
eppure i miei occhi hanno visto
il re, il Signore degli eserciti».
Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse:
«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua colpa
e il tuo peccato è espiato».
Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».
Parola di Dio

 

SALMO RESPONSORIALE Sl. 137(138)

R. Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore!

La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

 

SECONDA LETTURA
Così predichiamo e così avete creduto.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,1–11

Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.
Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Parola di Dio

CANTO AL VANGELO Mt 4,19
Alleluia, alleluia.
Venite dietro a me, dice il Signore,
vi farò pescatori di uomini.
Alleluia.

 

VANGELO
Lasciarono tutto e lo seguirono.

Dal Vangelo secondo Luca (5,1-11)

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Parola del Signore


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

Pubblicato il

2. Esegesi – 5 t.o. C, 10 feb ’19

PRENDI IL LARGO

Isaia 6,1-2a.3-8 – Uomo dalle labbra impure io sono
1 Corinzi 15,1-11 – Ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto
Luca 5,1-11 – Insegnava alle folle dalla barca

Dio, dono incontenibile
Le esperienze di fede riferite dai tre testi biblici celebrati oggi, sottolineano l’«incapacità» dell’uomo a «contenere» il dono di Dio. «Uomo dalle labbra impure», «peccatore», «aborto», sono le definizioni spaventate ma sincere che si attribuiscono i tre protagonisti delle letture. Mentre il profeta sta vivendo in maniera intensa una funzione religiosa, la percezione della trascendenza, della santità della gloria di Dio, gli fa toccare con mano quale sia l’impurità sua e del popolo. Il profeta ha paura, si sente inadeguato al compito profetico. Ma colui che si rivela è anche colui che rende simili a sé e purifica. Dopo di che Isaia dice: «Ecco, manda me» (v. 8).

Dio ha bisogno di aiuto
Perché possa avvenire, per tutti, l’incontro col Signore, Cristo Gesù ha bisogno di essere accolto da Simone e ricevuto sulla sua barca. Sedendo sulla barca e distanziandosi un poco da quella folla, si fa pescatore di uomini, diventa Colui che getta la rete della sua Parola per raggiungere ciascuno personalmente. Pietro coglie tutta la potenza della Parola, ma scopre anche di essere «uomo peccatore». Solo partendo dalla consapevolezza del suo nulla, conosce la grandezza di Dio. «Prendi il largo e gettate le reti» (Lc 5,4). Pietro è invitato ad andare al largo e noi con lui, dove lo sguardo spazia libero tra cielo e mare, dove finito ed infinito si incontrano.
Andiamo al largo, ma dopo essere stati in mezzo alla folla che fa ressa intorno… dopo che abbiamo preso su di noi le fatiche e la vita dei fratelli. Andiamo al largo con Lui che ci chiede di compiere i gesti di sempre, ma nel suo nome, nella fedeltà e verità della sua parola. Allora i gesti quotidiani, il vivere di ogni giorno che sembra monotono, banale, vengono vissuti «al largo», cioè oltre ogni piccola sicurezza, oltre le chiusure, le prigioni.

Cristo Gesù trasforma l’esistente
La barca di Pietro è un elemento essenziale nella scena. Da essa Cristo Gesù fa un annuncio alla folla e viene l’obbedienza dei tre uomini che la governano. Con questa barca si realizza una pesca straordinaria, si esplica l’atto di fede in Gesù, e un modo totalmente nuovo di essere pescatori. Gli uomini ricevono un’identità nuova e si qualificano: Simone diventa Pietro, lui e i suoi amici diventano pescatori di uomini. Ora i gesti di sempre hanno il sapore dell’infinito perché sono ricchi della sua presenza, saranno trasformati, trasfigurati, moltiplicati. La nostra vita, sulla sua Parola, diventerà alimento per sfamare tanti, diventerà ricchezza condivisa e sovrabbondante. Abbandonare il superfluo, quel pesce che è tanto da non poterlo contenere, non è segno di disprezzo, ma giusta collocazione delle cose della nostra vita, perché Qualcuno, sulla sua Parola ci chiama a seguirlo.

Dio si imbarca nella nostra storia
«Il mandato da Dio», «il Pescatore di uomini», «l’Apostolo», sono le definizioni di risposta da parte di Dio. Non esprimono l’«evasione» di questi uomini dalla loro storia, ma l’«imbarcarsi» di Dio nella loro vita. In tal senso, ognuno di noi, qualunque sia la sua situazione, è profeta, pescatore di uomini e apostolo. Per portare frutto, la Parola non può essere ricevuta con mezze misure, ma è dono che chiede di essere accolto e mantenuto in tutta la sua forza. Paolo si considera indegno di essere chiamato apostolo a causa delle persecuzioni da lui compiute contro la Chiesa prima della sua conversione. Tuttavia, non per merito suo, ma per grazia, per dono di Dio, è pur sempre apostolo. È provvidenziale il regalo di questa domenica e dei suoi tre celebri protagonisti: Isaia, Simone il peccatore detto Pietro, Paolo di Tarso. Il «punto di partenza» che hanno in comune è la loro condizione di peccatori. Dio li ha sorpresi nello spazio negativo della loro vita.

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Di fronte ad una richiesta imprevista come reagiamo?
– In che modo Dio agisce nella storia?

IN FAMIGLIA
Gli imprevisti in famiglia sono all’ordine del giorno.
Lasciamo per un momento da parte l’inevitabile fatica che generano e proviamo a scoprire nelle loro pieghe la novità.
Insieme cerchiamo di dire a che cosa aprono e quali spunti di creatività suggeriscono.

 

(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

Pubblicato il

3. Annunciare la Parola – 5 t.o. C, 10 feb ’19

PER COMPRENDERE LA PAROLA

La liturgia mette in parallelo due racconti di vocazione, tra i quali troviamo parecchi punti di somiglianza: Dio si manifesta, il chiamato si dichiara peccatore, egli è mandato in missione.

PRIMA LETTURA
1. Nello scenario grandioso del tempio (certamente i serafini facevano parte delle decorazioni che ornavano il tempio sino alla riforma di Ezechia), Isaia riceve la rivelazione della grandezza di Dio. Si tratta del “Dio dell’universo”, del “Signore degli eserciti” che domina le potenze cosmiche, e non solo del Dio del piccolo mondo nel quale egli vive.
2. La vicinanza di Dio gli fa prendere coscienza della sua indegnità, del suo peccato. Dio è santo.
3. Di fronte all’appello di Dio, Isaia si offre per la missione. Peccatore purificato, accetta di denunciare il peccato del popolo di cui fa parte. In confronto agli altri racconti di vocazione, è degna di nota questa spontaneità.

SALMO
È una lode di Dio, cantata nel tempio, “davanti agli angeli”, il che corrisponde alla visione di Isaia.
Inoltre ha una portata universale: “Tutti i re della terra”, ed è nello stesso tempo molto personale: ricorda al Signore un suo particolare gesto di salvezza: “Mi hai risposto”.
Messe sulle labbra purificate del profeta, queste parole diventano più concrete.

SECONDA LETTURA
È una delle prime formulazioni del messaggio essenziale della fede in Cristo morto e risorto. È ciò che vien detto il “kerygma” e che Paolo riprende certamente da una specie di Credo usato nelle assemblee liturgiche, nel quale va notato il ripetuto riferimento alle Scritture.
Segue l’enumerazione dei testimoni della risurrezione, fra i quali Paolo mette anche se stesso.
Sul kerygma, invece, Paolo riferisce soltanto ciò che ha ricevuto.
Infine, se vogliamo accostare questa lettura alle altre due, possiamo notare che Paolo, coinvolto da questa rivelazione e dalla missione di trasmetterla, prende coscienza della propria indegnità. Unicamente per la grazia di Dio può “faticare”.

VANGELO
È un racconto che leggiamo soltanto in Luca. Giovanni racconta una pesca miracolosa nel contesto della Risurrezione (3a domenica di Pasqua). Marco e Matteo raccontano la vocazione degli apostoli, ma senza la pesca miracolosa.
Luca e Giovanni centrano il loro racconto sulla vocazione di Pietro e sottolineano che Gesù ha affidato la missione a un uomo peccatore (in Giovanni, allusione al rinnegamento).
Per di più, quest’uomo fallisce proprio nel mestiere nel quale dovrebbe essere competente. Interviene Gesù, e con lui (“sulla tua parola”) la pesca supera ogni aspettativa. La missione della Chiesa riceverà efficacia unicamente dalla potenza di Cristo.
Di fronte a questa manifestazione di potenza, Pietro è preso da stupore e chiama Gesù col titolo di “Signore”.
Paradossalmente, la pesca miracolosa spinge i discepoli ad abbandonare la pesca per seguire colui che parla loro di “pescare uomini”. “Lasciare tutto”: l’espressione sottolinea l’esigenza della vocazione e si ritroverà per Levi (5,28) e per il giovane ricco (18,22).


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

La chiamata
Non siamo noi a scegliere Dio, è lui che ci interpella: il più delle volte, in un momento imprevedibile e in circostanze inaspettate. Isaia (1ª lettura) credeva alla presenza di Dio nel tempio, ma non si aspettava certo di “vederlo”. Paolo (cf At 26,12-18) era sicuro di difendere Dio perseguitando la nuova setta dei discepoli d’un certo Gesù, ed è proprio questo Gesù che lo getta a terra sulla strada di Damasco. Pietro e i suoi amici (Vangelo) si ritenevano pescatori esperti: questo “Maestro” provoca una pesca inaspettata, miracolosa, che li lascia stupefatti.
Ognuno ha un incontro tutto speciale con Dio, il quale si fa conoscere nel profondo, cosicché il chiamato entra in un’intimità tutta nuova col Signore.
Isaia viene a conoscere dal cielo (l’inno dei serafini) che Dio non è semplicemente il più grande e il più forte di tutti gli dèi, bensì il “Totalmente Altro”, il “tre volte Santo”. Egli ci descrive la scossa della visione con le immagini e le figurazioni religiose del suo tempo (un trono, un coro di angeli, un manto regale, un luogo profumato d’incensi e risonante di grida d’acclamazione), proprio nel tentativo di raccontarci l’incontro della sua vita, il contatto inesprimibile con una Presenza immensa e sovrana.
Paolo rivendica il suo titolo d’apostolo basandosi sulla nascita improvvisa della sua fede nel Cristo: “Apparve anche a me come a un aborto”.
Pietro aveva accettato con scetticismo di ritornare a pescare, ed ecco che lo sgomento lo prende, non solo “perché le reti si rompevano” per la quantità di pesci, ma anche perché sente la potenza strana di quell’uomo: non lo chiama più “Maestro”, bensì “Signore”.
Talvolta le circostanze della vita ci portano alla scoperta d’una verità importante, a una scelta che ci impegna, a una riflessione che ci costringe a giudicarci, anche se la decisione che potrebbe derivarne supera le nostre forze o le nostre possibilità: forse è un incontro di Dio.
Isaia diventerà profeta e trasmetterà al popolo i rimproveri di Dio, le sue meravigliose promesse messianiche. Paolo diffonderà tra i popoli pagani (qui, fra i Corinzi) il Vangelo di Cristo che fino allora aveva rifiutato: faticherà “più di tutti gli apostoli” e meriterà di essere chiamato “l’Apostolo”. Pietro lascerà le barche della sua pesca sul lago di Genesaret per andare a “prendere uomini”, e ben presto Gesù gli affiderà la barca della sua Chiesa nascente.
L’incontro con Dio non ci lascia mai come prima.

I messaggeri
L’incontro improvviso col Signore illumina di colpo il fondo dei nostri cuori. Chi non si sentirebbe senz’altro piccolo e povero se incontrasse Dio? Isaia, la cui fede era profonda, si crede improvvisamente perduto quando il Tempio risuona delle grida degli angeli attorno a Dio: si vede come “un uomo dalle labbra impure”. Paolo non tralascia occasione per ripetere ai fratelli di esser stato all’inizio un persecutore e di essere quindi indegno del titolo di apostolo. Pietro si rende conto di essere un peccatore e di non meritare i vantaggi di un miracolo: “Signore, allontanati da me”.
Queste confessioni d’umiltà sono già un segno di fede verso il Signore; l’incontro si fa adorazione e offerta di sé. Isaia osa addirittura proporsi come messaggero: “Eccomi, manda me!”. Paolo attribuisce a Cristo i meriti del suo zelo apostolico: “Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana”. Pietro si getta alle ginocchia di Gesù, “lascia tutto per seguire Gesù”.
Per noi cristiani, il primo passo è riconoscere la nostra povertà. Esso precede e accompagna ogni missione apostolica, ogni testimonianza autentica.

Il messaggio
Quando si è scelti come messaggeri, non si viene chiamati a una funzione anonima, né si tratta di passare poi il tempo a rivivere l’istante privilegiato del primo incontro. A coloro che chiama e arricchisce dei suoi doni, il Signore affida un messaggio da trasmettere, una parola divina da diffondere con la predicazione e la testimonianza. Dio vuole che la fede in lui nasca per mezzo d’una Parola trasmessa da apostolo ad apostolo.
Scrivendo il racconto della sua vocazione, una delle pagine più grandiose dell’Antico Testamento, Isaia spinge il popolo d’Israele a riconoscere nel Dio che ha così spesso guidato il corso della sua storia un essere onnipotente, un Re, che è anzitutto il Totalmente Altro, il Santo; logicamente quindi lo invita a ringraziarlo in primo luogo per la sua immensa gloria. Anche noi, oggi, ripetiamo il canto solenne dei Serafini durante il banchetto dell’Eucaristia, però sappiamo che Dio non ci si presenta più “su un trono alto ed elevato”, ma su una tavola dove si dona in comunione.
Paolo e tutti gli apostoli di Gesù trasmettono il Vangelo della Nuova Alleanza. In realtà, al centro del loro messaggio, nel cuore della loro predicazione, all’inizio della fede cristiana, c’è una sola affermazione: “Cristo morì per i nostri peccati, fu sepolto ed è risuscitato”. Pietro e i Dodici “l’hanno visto” vivo (2ª lettura): anche Paolo, il persecutore diventato apostolo, l’ha visto vivo e l’ha sentito parlargli. Da allora credere in Cristo non significa tanto imparare una dottrina o abbracciare una religione, quanto aprirsi alla parola del testimone, riferirsi alla fede della comunità primitiva e rimanere fedeli all’avvenimento centrale della nostra storia: il Figlio di Dio morto per noi e vincitore della morte con la sua risurrezione. La fede cristiana, nel suo significato più alto, è fede “apostolica”.

(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno C, tempo ordinario – Elledici 2003)