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3. Annunciare la Parola – 1 Quar. C, 10 mar ’19

PER COMPRENDERE LA PAROLA

Durante le cinque domeniche di Quaresima non cercheremo un legame particolare fra le tre letture. Esse infatti non sono state scelte sistematicamente l’una in funzione dell’altra.
L’Antico Testamento presenta cinque tappe importanti della storia della salvezza.
La 2ª lettura contiene vari testi cristologici. Il Vangelo offre ogni volta un annuncio del mistero pasquale, al quale partecipiamo mediante i sacramenti.
Tutti i testi vanno letti in prospettiva pasquale.

PRIMA LETTURA
In questo testo del Deuteronomio troviamo contemporaneamente la prescrizione di un rito d’offerta dei beni materiali e l’enunciato della fede di Israele che indica il significato del rito.
– L’offerta delle primizie: per gli Ebrei si tratta di donare il primo prodotto dei raccolti (come i primi nati dei greggi) al Signore, rappresentato dall’altare (cf le nostre “offerte quaresimali”).
– La fede di Israele: è confessione della propria povertà originaria (“Mio padre era un Arameo errante”) e del fallimento della propria crescita in Egitto (cattivi trattamenti e schiavitù). Essa è riconoscimento dell’amore di Dio: Dio ha ascoltato – ha liberato – ha dato la ricca Terra promessa. In breve, abbiamo qui descritta la Pasqua. Spiritualmente il popolo cristiano ne ripete l’itinerario al seguito di Cristo.

SALMO
È una contemplazione serena della sicurezza che il giusto trova nel dimorare accanto a Dio.
Nel Vangelo il demonio si serve di questo salmo per tentare Gesù, come per mettere alla prova la sua fedeltà.

SECONDA LETTURA
Espone la sorpresa di Paolo nel constatare che la salvezza mediante la fede è data sia ai pagani, sia al popolo eletto.
– Dio è generoso con tutti, e non più soltanto con i discendenti dell’Arameo errante.
– La fede ci ottiene la salvezza (e non le nostre “opere” per obbedire alla Legge; cf il contesto immediato della lettura).
Fede interiore (nel cuore) e confessata (con la bocca).
Fede il cui contenuto è la Signoria di Cristo, da lui ottenuta col suo mistero pasquale, con la sua vittoria sulla morte.
Mentre stiamo per iniziare l’impegno quaresimale, vediamo di non ingannarci sul cammino…

VANGELO
È il racconto della tentazione di Cristo.
Cristo rivive la tentazione di Israele durante l’esodo: cf il luogo: il deserto; la durata: 40 giorni (Israele rimase nel deserto 40 anni; Mosè 40 giorni alla presenza di Dio sul Sinai; Elia camminerà 40 giorni nel deserto verso l’Oreb).
Le parole di Gesù sono prese tutte e tre dal Deuteronomio, da uno dei “discorsi” che il libro mette sulla bocca di Mosè nel deserto.
– Cristo ne trionfa per la potenza dello Spirito che s’è manifestato al Battesimo.
La sua forza si basa sulla Parola di Dio, per mezzo della quale respinge il Tentatore: “Sta scritto… È stato detto”.
Diversamente dagli altri evangelisti, Luca pone l’ultima tentazione a Gerusalemme. Si direbbe che in tal modo voglia annunciare che il ritorno di Satana, nel momento fissato, avverrà a Gerusalemme, durante la Passione.
Il trionfo di Gesù su Satana, all’inizio della sua vita pubblica, è il preludio al suo trionfo definitivo con la vittoria sulla morte.
– Il contenuto delle tentazioni: in un modo o in un altro si tratta di distogliere Gesù da Dio e di orientare la sua missione verso un successo temporale.
Il pane: Gesù è invitato a preoccuparsene, come se Dio non si prendesse cura di far vivere il suo popolo. Gesù è invitato a usare il suo potere di Figlio di Dio per sé e per la sua fame materiale.
Il potere: Satana afferma che appartiene a lui e invita Gesù a riceverlo dalle sue mani e ad alterare così la sua missione: il potere del Messia sarà spirituale e la sua regalità quella della Croce.
La prova di Dio: Gesù è invitato ad abusare della fedeltà di Dio per manifestare in modo spettacolare di essere il Messia.
Secondo s. Luca, nell’episodio c’è “ogni specie di tentazione”, radicalmente.
I quaranta giorni di Quaresima vorrebbero aiutarci a scoprire in che modo le tentazioni di Cristo sono anche le nostre; in che modo, seguendo Cristo, possiamo liberarcene dopo aver riconosciuto che troppo spesso vi soccombiamo.

 

PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Per la Quaresima, prendere la giusta strada
Esiste una certa immagine della Quaresima fatta di austerità, di impegno coscienzioso, di sfinimento fisico. Avere un aspetto quaresimale non è qualcosa di attraente.
È pur vero che tutto ciò è ormai superato. Noi non digiuniamo più come i nostri nonni. E tuttavia, anche con le migliori intenzioni, rischiamo di cadere nello stesso difetto: non misuriamo più il pane, ma contiamo le nostre privazioni. La penitenza è leggera, ma qualche sforzo vogliamo pur farlo.
Tutto ciò non è sbagliato, ma può nascondere l’essenziale. L’essenziale è la riconoscenza verso Dio. Il senso di meraviglia della fede: tutto ci è donato da Dio (cf l’Israelita della 1ª lettura).
Dio è generoso oltre ogni limite: la salvezza trionfa sulla morte in noi come in Gesù Cristo. Nostro “Signore” ci invita a seguirlo (2ª lettura).
Dio ci fa vivere della sua parola: essa è potenza contro le tentazioni per raddrizzare le nostre vite.
In questa prospettiva, dove Dio viene per primo, tutto il resto assume un significato. Le nostre privazioni e le nostre condivisioni: dal momento che tutto è di Dio, è normale farne parte a lui nei suoi poveri.
Il nostro impegno nella preghiera: è Gesù il Signore delle nostre vite.
La lotta contro i nostri difetti, i nostri peccati: per consentire alla Parola di operare in noi e portare frutto.
Questo è il nostro cammino verso Pasqua: Dio ritrovato, “Dio, mio rifugio e mia fortezza” (Salmo).

Conosciamo la tentazione?
A prima vista, le tentazioni di Cristo non ci riguardano assolutamente.
– Noi non potremo mai cambiare le pietre in pane. Il pane lo si guadagna col sudore della fronte. E se potessimo, non dovremmo servirci di questo potere? Ci sono tanti affamati! Anche Gesù ha moltiplicato i pani.
– Il potere, la gloria del comando, interessa i grandi. Satana non ha mai invitato noi a prostrarci davanti a lui…
– Il salto nel vuoto per mettere alla prova la fedeltà di Dio: noi siamo certamente troppo prudenti per farlo…
E tuttavia, le tentazioni di Cristo, secondo l’osservazione di Luca, contengono “ogni specie di tentazione” e Satana non è lontano dalla nostra vita.
– L’eccesso delle nostre preoccupazioni materiali – per noi o per i nostri – che ci prendono tutte le energie, tutto il nostro tempo, non potrebbe essere per noi la tentazione del pane?
– I compromessi, l’adulazione verso chi è più potente di noi, la perdita del nostro equilibrio “pur di riuscire”, non potrebbero essere il nostro modo di adorare Satana?
– Giocare col fuoco, in un modo o nell’altro, crederci più forti di quanto lo siamo… “esagerare” per farci valere…
Ma più che esaminare la coscienza, quel che importa è guardare verso Cristo. È lui il vincitore del male. In questo tempo di Quaresima la sua parola potrà raggiungere il nostro cuore, avvicinarci a Dio, e farci nuovamente scegliere il bene. Tutta la Chiesa e lo stesso mondo, sempre sottomessi alla tentazione, potranno liberarsi dalla schiavitù del peccato.

Abbiamo gridato verso il Signore
Tutti sogniamo un mondo migliore. Per noi, per gli altri.
La vita degli uomini dei nostri giorni si presenta così poco umana, irretita in tante schiavitù! E lontano da noi: i popoli della fame, gli orrori della guerra, la dura realtà dei totalitarismi.
Di fronte a questa realtà, ancor più dura della schiavitù di Israele in Egitto, sappiamo gridare verso il Signore? Istintivamente ci piacerebbe intervenire, fare qualcosa. D’altra parte non è un dovere impegnarsi? Gli stessi Ebrei non si sono limitati a invocare “la mano potente di Dio e il suo braccio teso”; non hanno impedito a Mosè e a molti altri di fare di persona ciò che era necessario.
Tutto ciò è vero e tuttavia solamente “il grido verso il Signore” può dare un significato di verità a tutte le nostre lotte umane, darci il coraggio di lottare senza stanchezza e senza orgoglio, mantenere viva la speranza pur nella debolezza dei nostri mezzi.
Se tante persone sono fataliste, se tanti impegni generosi scadono nell’attivismo, se tante lotte vengono abbandonate alla prima prova, non è anche perché dal cuore dei credenti non è salito al Signore questo grido? La Quaresima è anche il tempo per gridare verso il Signore.


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 1, anno C, tempi forti – Elledici 2003)

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4. Parola da Vivere – 1 Quar. C

ANDÒ NEL DESERTO
Tutte e tre le provocazioni narrate nel Vangelo concordano in un punto preciso: la fede come fiducia, come affidamento mite e filiale al Padre. Lui solo ci sostiene «e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze» (1Cor 10,13); da Lui viene ogni bene e passa «per beneficare» (At 10,38); Lui salva «gli spiriti affranti (Sal 34,19). Cristo Gesù ci dona gli atteggiamenti fondamentali che ci guidano nella vita che trascorriamo nel deserto, mentre camminiamo verso la terra promessa della risurrezione. Siamo sollecitati ad una rinuncia rigorosa di ogni potere e possesso individuale, per ricevere tutto dall’amore del Padre.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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5. Preghiere dei Fedeli – 1 Quar. C, 10 mar ’19

Gesù è tentato nel deserto

Celebrante. Nella Preghiera dei fedeli chiediamo al Padre celeste che ci renda capaci di intensificare il nostro impegno di conversione interiore, sull’esempio del Signore Gesù uscito vittorioso dall’ora della tentazione.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Sii tu, Signore, nostra forza nella prova.

1. Preghiamo per la santa Chiesa di Dio. Il Cristo si presenta agli uomini come uomo nuovo, come progetto di un’umanità da riconciliare al Padre.
Perché tutti i cristiani, in questo cammino verso la Pasqua di risurrezione, imparino a imitare il Signore Gesù, loro maestro e modello, preghiamo.

2. Per le famiglie cristiane. La Quaresima può e deve avere una dimensione anche familiare, e va vissuta anche all’interno delle mura domestiche.
Perché nelle nostre famiglie venga aperto il libro del Vangelo, si creino occasioni di preghiera comune, e in unione di carità si faccia delle proprie mura un luogo di accoglienza fraterna, preghiamo.

3. Per quelli costituiti in autorità che sono tentati di dominare sugli altri. L’autorità, ci ha spiegato Gesù, consiste nel servizio reso ai fratelli.
Perché i governanti della cosa pubblica, e i responsabili a tutti i livelli, non si affannino ad accrescere il loro potere sugli altri, ma siano mossi unicamente dall’intento di conseguire il bene comune, preghiamo.

4. Per coloro che sono tentati dal possesso delle ricchezze. Le cose materiali sono creature uscite belle dalle mani di Dio, perciò dotate di un grande fascino.
Perché il desiderio del benessere e della ricchezza non abbia in noi il sopravvento, fino a soffocare il mondo dei valori spirituali, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Tutti noi in questo tempo di Quaresima siamo chiamati a «fare deserto» con il Signore, cioè a prestare – nel silenzio interiore – un ascolto più attento della Parola di Dio.
Perché, sostenuti dalla forza dello Spirito, ci impegniamo di più nella preghiera e nella carità, e rinnoviamo la nostra fedeltà al Signore, preghiamo.

Celebrante. Padre misericordioso, tu ci hai indicato nella vittoria di Gesù sulla tentazione il modello del coraggio nelle scelte a volte difficili della vita. Donaci la forza di superare ogni prova, e il desiderio di vivere, con cuore rinnovato, nella libertà dei veri tuoi figli. Per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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7. Aforismi – 1 Quar. C, 10 mar ’19

LA TENTAZIONE
Vista dai maestri di spirito.
– Il fuoco mette alla prova il ferro, e la tentazione l’uomo giusto. «L’Imitazione di Cristo»
– Ammettere di essere tentati è ammettere di essere uomini. Joseph Guibert
– Una virtù che non ha mai subito una tentazione, non è una virtù ma soltanto un’ipotesi. D. Darc
– Le tentazioni, anche se gravi e moleste, sono spesso utilissime all’uomo, perché lo umiliano, lo purificano e lo ammaestrano. «L’Imitazione di Cristo»

Vista dagli smaliziati.
– Coloro che si rifugiano lontano dalla tentazione, di solito le lasciano il loro nuovo indirizzo. Lane Olinghouse
– Quando i diavoli vogliono spingere ai peccati più neri, li rivestono di apparenze celesti. William Shakespeare
– I più vogliono essere liberati dalla tentazione, ma gradirebbero non perdere del tutto i contatti con essa. Robert Orban
– Non ti preoccupare di evitare le tentazioni. Man mano che invecchi, saranno le tentazioni a evitare te. Bertrand Russell

Vista dai libertini.
– Resistere a una tentazione è più facile, se si pensa che prima o poi si presenterà di nuovo. Anonimo
– Si può resistere a tutto, tranne che alle tentazioni. Oscar Wilde
– Dio si è fatto uomo, e va bene. Invece il diavolo si è fatto donna. Victor Hugo
– Il solo modo per liberarsi di una tentazione è cederle. Oscar Wilde

Vista dalla Bibbia.
– Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Gesù (Matteo 26,41)
– Dio è fedele, e non permetter? che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita, e la forza di sopportarla. Paolo apostolo (1 Corinzi 10,13)
– Beato l’uomo che resiste alle tentazioni: superata la prova, riceverà in dono la vita eterna, promessa da Dio a coloro che lo amano. Giacomo (Lettera 1,12)


(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno C – Elledici 2009)

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8. Canto Liturgico – 1 Quar. C, 10 mar ’19

Ecco a voi questa settimana un canto di INIZIO

DONO DI GRAZIA – Cruger-Albisetti
(Nella Casa del Padre, n. 493 – Elledici)

1. Dono di grazia, dono di salvezza
è questo tempo che ci guida a Pasqua:
Cristo, tu chiami tutti a penitenza.
Kyrie, eleison!

2. Cuore contrito, spirito affranto,
lotta e preghiera sono l’arma santa
che ci assicura grande il tuo perdono.
Christe, eleison!

3. Lungo il cammino sei al nostro fianco
per sostenerci nella tentazione:
Figlio di Dio, dona a noi vittoria.
Kyrie, eleison!

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9. Narrazione – 1 Quar. C, 10 mar ’19

LA TENTAZIONE

In una giornata estiva molto calda, un bracciante agricolo ricevette l’ordine di vangare il giardino del suo padrone.
Si mise al lavoro di malavoglia, e cominciò ad inveire contro Adamo che, a suo parere, era l’unico responsabile di ogni sfruttamento.
Le sue bestemmie e imprecazioni giunsero all’orecchio del padrone.
Il quale gli si avvicinò e gli disse: «Ma perché inveisci contro Adamo? Scommetto che al suo posto avresti fatto la stessa cosa».
«No di certo», rispose il bracciante, «io avrei resistito alla tentazione!».
«Vedremo!» disse il padrone e lo invitò a pranzo.
All’ora stabilita, il badilante si presentò in casa del padrone e questi lo introdusse in una saletta dove c’era una tavola imbandita con ogni ben di Dio.
«Puoi mangiare tutto quanto vuoi» disse l’uomo al suo dipendente. «Soltanto la zuppiera coperta al centro della tavola non la devi toccare finché non torno».
Il badilante non aspettò neppure un minuto: si sedette al tavolo e con il suo formidabile appetito cominciò ad assaggiare una dopo l’altra le leccornie che gli venivano servite.
Alla fine il suo sguardo fu magnetizzato dalla zuppiera.
La curiosità lo fece quasi ammattire, tanto che alla fine non resistette più e, con la massima circospezione, sollevò appena appena il coperchio che copriva la zuppiera.
Saltò fuori un sorcio.
Il badilante fece l’atto di acciuffarlo, ma il topo gli sgusciò di mano.
Iniziò la caccia, mentre il giovane rovesciava tavoli e sedie.
Il gran baccano richiamò il padrone.
«Hai visto?» chiese, e ridendo lo minacciò:
«Al tuo posto, in futuro, non imprecherei più a voce alta contro Adamo e il suo errore!».

«Ma io no! Io sono diverso! Io non mi sarei certamente comportato così!».
«Quanto sei stato stupido! Dovevi fare così e così…».
Quanti modi per puntare il dito contro gli altri.
Ma chi punta il dito contro un altro ne punta tre contro se stesso.
Un discepolo parlava con disprezzo dell’avidità e della violenza della gente «fuori nel mondo».
Il maestro disse: «Mi ricordi quel lupo che stava attraversando una fase di bontà. Quando vide un gatto che dava la caccia a un topo, si girò verso un lupo suo compagno e disse indignato: “Non sarebbe ora che qualcuno facesse qualcosa per fermare questi teppisti?


(tratto da: B. Ferrero, 365 Piccole Storie per l’anima, Vol. 1, pag. 296 – Elledici 2007)

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1. Letture – 8 t.o. C,

PRIMA LETTURA
Non lodare nessuno prima che abbia parlato.

Dal libro del Siràcide 27,5-8(NV) [gr. 27,4-7]

Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.
I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo.
Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore.
Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.
Parola di Dio

 

SALMO RESPONSORIALE Sl. 91(92)

R. È bello rendere grazie al Signore.

È bello rendere grazie al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte.

Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio.

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia: in lui non c’è malvagità.

 

SECONDA LETTURA
Ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,54-58

Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?».
Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!
Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Parola di Dio

 

CANTO AL VANGELO Fil 2,15d.16a
Alleluia, alleluia.
Risplendete come astri nel mondo,
tenendo salda la parola di vita.
Alleluia.

 

VANGELO
La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

Dal Vangelo secondo Luca (6,39-45)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
Parola del Signore


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

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2. Esegesi – 8 t.o. C

NON DIGIUNATE PIÙ

Siracide 27,5-8 (NV) [gr. 27,4-7] – La parola rivela il sentimento
1 Corinzi 15,54-58 – La morte è stata inghiottita
Luca 6,39-45 – L’albero si riconosce dal frutto

Un agire segnato dalla Parola
La sapienza maturata nei secoli fa dire al profeta che vi è uno stretto legame tra il cuore e la parola; il parlare, non può essere altro che l’esplicitazione dei sentimenti e dei pensieri. Per questo stesso motivo, dunque, la parola pronunziata assume un valore altissimo perché costituisce la manifestazione, la conoscibilità, l’epifania della persona; questo è vero sia per l’uomo che per Dio stesso. Quando la persona parla, lo voglia o no, si espone, si mette a nudo e si sottopone anche al giudizio degli uomini e di Dio. Nell’immagine del «vaglio», si dice che la parola lascia trasparire la negatività dell’uomo; la parola come «fornace» suggerisce la possibilità di un discernimento in cui si evidenzia ciò che in noi è incorruttibile in quanto proveniente da Dio e quanto invece è prossimo a finire, perché non resistente al fuoco dello Spirito. L’immagine del «frutto» è ancora più ricca: essa lascia intravedere la pluriformità della parola che è eloquente non solo quando viene espressa verbalmente, ma anche, e forse ancor più, quando è parola «sofferta» nel silenzio della passione; inoltre la parola paragonata al «frutto» rivela che essa stessa è un cibo che, alimentando il cuore degli uomini, introduce nel mondo effetti buoni o cattivi. Se si considera, infine, che il Cristo è Parola di Dio fatta carne e che Egli è per eccellenza l’uomo nel quale Dio stesso ha parlato, la prima lettura canta pienamente la lode del Signore, a motivo di tutte le parole buone e salvifiche che ci ha detto.

La morte è stata inghiottita
Paolo esulta in un inno di vittoria, e ci trasmette l’idea che la morte è stata vinta. Il verbo «inghiottire» dà l’idea del divorare senza lasciare traccia del potere del peccato, che è la Legge, che indica il precetto, ma non dà la forza interiore per adempierlo. Quindi la Legge trasgredita moltiplica i peccati. Anche se la vittoria definitiva è ancora nel futuro, Paolo rende grazie a Dio, che nella risurrezione di Cristo ci concede già adesso una primizia di questa gioia. Significativo è il modo di questa vittoria che consiste nell’essere strappati al peccato che trova nella legge tutta la sua forza per essere immersi nella grazia di Cristo Gesù, alla luce del quale anche la legge diventa rivelazione della misericordia di Dio. Il pungiglione della morte non è la legge, ma il peccato. In Cristo Gesù la legge non è più l’indicazione delle cose da fare o da evitare per salvarci, ma lo strumento che ci permette di dimorare nella salvezza data gratuitamente.

Non giudicare, non condannare
Può forse un cieco guidare un altro cieco? Per comprendere meglio questa piccola parabola possiamo ricordare che per Gesù tutti sono malati e bisognosi di cura. In particolare la cecità è una condizione che descrive ogni uomo; ricordiamo la risposta ai farisei: siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane (Gv 9,41). Con l’immagine di chi guarda la pagliuzza nell’occhio del fratello il discorso di Gesù si fa ancora più stringente: qui non si tratta di parità, come nel caso di due ciechi, ma di maggior gravità della condizione di chi presume di correggere gli altri. Il confronto degli alberi dice che l’albero cattivo è l’uomo che confida nell’uomo, l’albero buono è l’uomo che confida nel Signore. Qui il contrasto è forte: o si è albero buono e allora il frutto sarà buono, o si è albero cattivo e il frutto sarà cattivo, ma sembra che non si spieghi come si fa ad essere albero buono. Tuttavia l’ultimo versetto, che fa riferimento ad un tesoro presente nel cuore e nella bocca, che parla dalla pienezza del cuore, suggerisce un’attenzione speciale al cuore dell’uomo, che non deve essere pieno di giudizi verso il prossimo. La sapienza cristiana è molto dubbiosa per non dire scettica circa la possibilità che l’uomo avrebbe di essere capace di «migliorare» i contenuti e i volti della sua vita. Ma è piena di speranza verso tutte le situazioni che sanno accogliere ogni aiuto che gli venga offerto; e verso chi non pretende di affermare ragioni e diritti si fa positivamente plasmare e condurre da tutto ciò che di buono riceve. In tal senso è molto più proficuo collocarsi nella situazione del cieco che ha bisogno di essere illuminato che in quella di chi pretende di vederci fino ad aiutare altri.

Essere, più che fare o dire
Si aiuta qualcuno non quando si pretende di poterlo salvare ma quando avendo bisogno di essere salvati gli si può dare un segnale di consegna e di affidamento al Maestro che solo può «ben prepararci». Si potrebbe quindi dire che, in questo orizzonte, l’essere è più prezioso del dire o del fare: ma con un’avvertenza irrinunciabile: che non si pensi a un essere nella vanità della propria autogiustificazione ma al desiderio profondo di essere tralci della vera vite e quindi frutti dell’unico albero buono, Gesù Cristo. Il gran segreto è tenersi sempre nel «cuore» dell’unico «Buono», nel «vaglio» del Vangelo, nella «fornace» del suo Spirito. Allora sarà eventualmente Lui, l’Uomo buono, a trarci dal tesoro del suo cuore come e quando vorrà.

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Permetti che altri ti aiutino a migliorare?
– Che cosa hai di buono nella tua vita?

IN FAMIGLIA
Ognuno ha un suo carattere, e sappiamo che non tutto del nostro carattere è il meglio.
Per non lasciare che le nostre punte negative siano sempre in luce mettiamo in evidenza gli aspetti belli di ciascuno.
Facciamo in modo che ci sia una gara nel segnalare le realtà belle.
Dopo questo esercizio ci sentiremo tutti più capaci di regalare qualcosa di vero all’altro.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – 8 t.o. C

Una parabola che chiama alla conversione: l’albero si riconosce dal suo frutto

Chiave di lettura
Il vangelo di oggi ci riporta alcuni passaggi del discorso che Gesù pronuncia sulla pianura dopo aver trascorso la notte in preghiera (Lc 6,12) e dopo aver chiamato i Dodici ad essere suoi apostoli (Lc 6,13-14). Gran parte delle frasi riunite in questo discorso sono state pronunciate in altre occasioni, però Luca, imitando Matteo, le riunisce qui in questo Discorso della Pianura.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura
*6,39: La parabola del cieco che guida un altro cieco.
*6,40: Discepolo – Maestro.
*6,41-42: La pagliuzza nell’occhio del fratello.
*6,43-45: La parabola dell’albero che dà buoni frutti.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione
– Ti sei qualche volta messo nella situazione di un cieco?
– Che sensazioni hai avuto?
– Pagliuzza e trave nell’occhio. Come sono i miei rapporti con gli altri in casa e in famiglia, nel lavoro e con i colleghi, in comunità e con i fratelli e le sorelle?
– Maestro e discepolo. Come sono discepolo/a di Gesù?
– Qual è la qualità del mio cuore?

La parabola del cieco che guida un altro cieco.
Gesù racconta una parabola ai discepoli: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?». Parabola di una riga, assai simile alle avvertenze che, nel vangelo di Matteo, sono rivolte ai farisei: «Guai a voi, guide cieche!» (Mt 23,16.17.19.24.26). Qui nel contesto del vangelo di Luca, questa parabola è rivolta agli animatori delle comunità che si considerano padroni della verità, superiori agli altri. Per questo sono guide cieche.

Discepolo – Maestro.
«Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro». Gesù è il Maestro. Non il professore. Il professore in classe impartisce diverse materie, ma non vive con gli alunni. Il maestro non impartisce lezioni, vive con gli alunni. La sua materia è lui stesso, la sua testimonianza di vita, il suo modo di vivere le cose che insegna. La convivenza con il maestro assume tre aspetti:
(a) Il maestro è il modello o l’esempio da imitare (cf Gv 13,13-15);
(b) Il discepolo non solamente contempla ed imita, si impegna anche con il destino del maestro, con le sue tentazioni (Lc 22,28), con la sua persecuzione (Mt 10,24-25), con la sua morte (Gv 11,16);
(c) Non solamente imita il modello, non solo assume l’impegno, ma giunge ad identificarsi con lui: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questo terzo aspetto è la dimensione mistica della sequela di Gesù, frutto dell’azione dello Spirito.

La pagliuzza nell’occhio del fratello.
«Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». Nel Discorso della Montagna, Matteo tratta lo stesso tema e spiega un poco meglio la parabola della pagliuzza nell’occhio. Gesù chiede un atteggiamento creativo che ci renda capaci di andare incontro all’altro senza giudicarlo, senza preconcetti e razionalizzazioni, accogliendolo da fratello (Mt 7,1-5). Questa apertura totale verso l’altro considerato fratello/sorella nascerà in noi solo quando saremo capaci di rapportarci con Dio con totale fiducia di figli (Mt 7,7-11).

La parabola dell’albero che dà buoni frutti.
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo». La lettera dell’apostolo Giacomo serve da commento a questa parola di Gesù: «La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce» (Gc 3,11-12). Una persona ben formata nella tradizione della convivenza comunitaria fa crescere dentro di sé una buona indole che la porta a praticare il bene. «Trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore», ma la persona che non fa attenzione alla sua formazione avrà difficoltà a produrre cose buone. Anzi, «dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». Riguardo il «buon tesoro del cuore» vale la pena ricordare ciò che dice il libro del Siracide sul cuore, fonte del buon consiglio: «Attieniti al consiglio del tuo cuore, perché nessuno ti è più fedele. Infatti la coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare. Per tutte queste cose invoca l’Altissimo, perché guidi la tua via secondo verità» (Sir 37,13-15).


(tratto da: A. Cilia, Lectio Divina Anno C – Elledici 2009)