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3. Commento alle Letture – 21 DICEMBRE 4ª DOMENICA DI AVVENTO

21     DICEMBRE

4ª DOMENICA DI AVVENTO

IL TEMPO DELL’ACCOGLIENZA

COMMENTO

Il Vangelo di Matteo è stato scritto per una comunità cristiana impregnata ancora di influenze ebraiche.
Per questo l’evangelista, nel suo racconto, abbonda di citazioni vetero testamentarie.
La genealogia, contenuta nell’odierno brano evangelico, presenta la linea di discendenza da Abramo, attraverso Davide, fino al Messia Gesù.  Il motivo è quello di legittimare le credenziali di israelita e di re del figlio di Maria.  Nella mentalità del tempo chi genera è esclusivamente il marito; la moglie svolge esclusivamente il compito di incubatrice. Per 39 volte questo viene ribadito. Quando, nell’elenco genealogico, si arriva al nome di Giuseppe succede una cosa inaudita: «Iacob generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale fu generato Gesù, che è detto Cristo» (Mt 1, 16).
La donna che genera è un fatto inaudito e scandaloso. È una tragedia per il capofamiglia. Procreare  senza il contributo dello sposo. per la legge ebraica,  essendo considerato un grave delitto, comporta la lapidazione della colpevole. Giuseppe è sconvolto. È  un uomo giusto che osserva scrupolosamente la legge. Nello stesso tempo è buono ed innamorato di Maria. Escogita lo  stratagemma di ripudiarla in segreto. Comportandosi in questo modo la salva dalla morte, anche se la condanna all’infamia ed al disprezzo di tutti. Questo atto di amore e di pietà non sfugge a Dio.
Ma non ci può essere un confronto diretto fra il divino e l’umano. Matteo ricorre all’escamotage dell’angelo che appare in sogno: «Giuseppe, figlio di David, non avere paura a prendere con te Maria, la tua donna, perché ciò che è stato generato in lei è opera dello Spirito santo, partorirà un figlio e tu lo chiamerai con  il nome  di Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 20-21).
Il nome Gesù è di moda in quel tempo. Dare il nome  vuol dire legittimare il figlio ed inserirlo nella genealogia degli ascendenti paterni. Yehoshua  in ebraico significa “Yhwh salva”. Questo ben si addice al ruolo di colui che libera il popolo dai  peccati.
Il senso biblico di peccato investe non una singola azione malvagia, ma tutto un modo di comportarsi nel passato. La salvezza cristiana non può limitarsi a sbianchettare la coscienza, ma richiede un radicale cambio del proprio modo di vivere  convertendosi e rinunciando al male per seguire seriamente il bene ed il giusto.
A Natale non basta commuoversi davanti al Bambinello. Egli è il Salvatore. Siamo sicuri di essere interessati e coinvolti nella sua missione di riportarci sulla strada che Dio ci ha tracciato e testimoniato?
Dostoevskij scrive che se ci dimentichiamo d Dio tutto è permesso. Questo è vero anche per noi?
La realtà storica moderna testimonia che dove regna la violenza, il capitale e la gelida tecnocrazia le tracce di Dio diventano sempre più evanescenti. Un po’ più di autentica fede sarebbe il più bel dono che il prossimo Natale può regalarci .
Questo vale per tutti. Noi compresi.

RIFLESSIONE

Isaia parla ad Acaz, e lo invita a chiedere un segno a Dio. Acaz rifiuta, e Isaia annuncia la nascita di un bambino che sarà segno della fedeltà di Dio alla promessa d’una discendenza fatta a Davide e pegno di salvezza per il Regno.

Bibbia e storia

Matteo comprende la profezia di Isaia attraverso Gesù. L’opera del credente è questa: faticosa ricostruzione del rapporto fra Scrittura e storia, sapendo leggere l’una con l’altra, l’una attraverso l’altra, l’una nell’altra. Così si rivela il mistero di un Dio fedele alla sua promessa, ma sempre più creativo delle ristrette previsioni umane; un Dio fedele all’uomo poiché lo incontra nella sua situazione di uomo. Se Dio è l’Emmanuele, il Dio con noi, con il carico di solidarietà di Dio verso l’uomo che questo nome comporta, ciò richiede che l’uomo sia con Dio, con il carico di fede responsabile che questo comporta.

I modelli dell’Avvento: Giuseppe

Il problema di Matteo, giunto a questo punto della sua narrazione, è di spiegare come Gesù sia concepito da una vergine, dunque di natura divina, e contemporaneamente sia della discendenza di Davide. Narra, dunque, il sogno di Giuseppe.
Il sogno è un motivo biblico. È il contesto di una relazione fra un uomo e Dio. Matteo, narrandolo, sostiene una tesi. Il bambino è di natura divina perché ciò che «è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20); ma dice anche: «Tu lo chiamerai Gesù» (Mt 1,21), lasciando dunque a Giuseppe il compito di esercitare le prerogative della paternità. Ed essendo Giuseppe discendente di Davide, è lui l’anello di congiunzione. Con Gesù si realizza la profezia di Isaia.
Non si deve sottovalutare il dramma umano di Giuseppe. È un giovane in procinto di sposarsi, con tutti i sogni che può avere un giovane alle soglie di questo passo. Qui si trova di fronte ad un altro sogno, che infrange i suoi. Abbiamo così tutta l’intensità del dubbio di Giuseppe: che fare? Ripudiare Maria? Come comprendere quanto avviene? Qual è il mio posto? Giuseppe si interroga, con fatica. La fatica del credente.
Questo è l’atteggiamento di Giuseppe, il quarto modello in questo percorso d’Avvento. Giuseppe è «giusto» (Mt 1,19). Non della giustizia legalistica che applica la norma, bensì di quella che s’interroga cercando quale sia l’appello di Dio. Disponibilità del vero uomo di fede, perciò disponibilità non facile, non a buon mercato.
Giuseppe ascolta la parola che gli viene rivolta. Infrange i suoi sogni di giovane sposo. Applica la parola alla situazione imprevista e imprevedibile, e così muta indirizzo della sua vita assumendosi tutte le responsabilità dell’uomo adulto nella fede che collabora con Dio.

Il compito della duttilità spirituale

Mirabile questa duttilità spirituale di Giuseppe, virtù sulla quale sembra invitarci a riflettere la sua vicenda. Ciò che è duttile è plasmabile in modo che assuma forme convenienti alle circostanze.
Siamo diffidenti nei confronti della duttilità, confondendola con l’incostanza. La seconda muta rotta senza mai mantenersi fedele al proprio orientamento originario; è instabile e inaffidabile. La duttilità spirituale, invece, mantiene l’atteggiamento di fondo, l’orientamento delle scelte, la fedeltà all’appello che emerge. La duttilità è frutto di discernimento.
Siamo diffidenti nei confronti della duttilità, preferendole la rigidezza perché sembra essere più virile e resistente. La rigidezza, però, non è capace di coniugare creativamente Parola e realtà. O forza la prima con interpretazioni precostituite, o forza la seconda non ascoltandone gli appelli.
La duttilità consente di rimanere fedeli nella sostanza, ed essenziali e liberi nelle forme. La duttilità non confonde sostanziale ed accidentale, e preferisce il primo, trovando vie diverse e nuove per viverlo.

L’atteggiamento della creatività

Altro esempio di questa duttilità è san Paolo. L’apostolo è sempre stato creativo nel vivere la propria vocazione (cf Rm 1,1). Pur trovando molti modi diversi per dirlo, e cercando molte occasioni per farlo, si è sempre prodigato per far conoscere il messaggio del Vangelo (cf Rm 1,3-4).
Fedele al contenuto essenziale della fede che ha compreso e indagato, collaboratore di Dio con la sua azione, creativo nel farlo, inventando sempre nuovi modi in relazione ai cambiamenti che avvenivano intorno a lui.
Tutto il cammino dell’Avvento conduce alla duttilità spirituale. Attraverso di essa s’individua una via, nel concreto della vita, per essere credenti nella storia. Non è questo l’impegno che comporta celebrare il Natale?