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3. Commento alle Letture – 1 novembre – Festa di tutti i Santi

1° N O V E M B R E
TUTTI I SANTI
(Giornata della santificazione universale)
RICERCARE DIO E FARSI SIMILI A CRISTO

 

COMMENTO

La prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse ci inchioda davanti ad una domanda precisa: “Coloro che sono vestiti di bianco chi sono e da dove vengono?. Le risposte sono ovvie: sono coloro che si sono presentati al cospetto divino e sono purificati dalla misericordia di Dio e provengono dalle nostre famiglie.
Non è un problema per noi identificarli con un nome. Con loro abbiamo vissuto e percorso insieme un tratto del nostro cammino di vita. Ci siamo relazionati nei più diversi modi. Abbiamo condiviso allegria e dolori. Insieme abbiamo riso e pianto. A loro dobbiamo la nostra vita e l’educazione ricevuta. Ci hanno trasmesso la fede. Essi sono i santi che oggi ricordiamo vivi e presenti davanti a Dio. Continuano ad intercedere per noi e a proteggerci come quando erano in mezzo a noi. Sono vestiti di bianco perché davanti al Padre che li ha accolti con amore e liberati dai loro limiti umani sbianchettando tutte le eventuali macchie e sfumature.

Il Vangelo di Matteo ci presenta la magna carta del cristianesimo che ha guidato la vita dei nostri cari e che deve illuminare il nostro cammino e permeare la nostra condotta.
Sono le beatitudini. Esse sono otto. È questo un numero  che nella spiritualità evangelica significa la Resurrezione. Abbozzano l’identikit del cristiano  autentico e, per questo, beato.
La prima beatitudine è basilare: “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Matteo solo parla di regno dei cieli, mentre gli altri evangelisti parlano di regno di Dio. Ma chi sono i poveri in spirito. Dobbiamo subito precisare che mai il Maestro chiama beati coloro che vivono nella miseria.
Allora chi sono i poveri nella spirito? Sono coloro che pur possedendo beni materiali, liberamente li condividono generosamente con gli altri in modo che tra gli uomini nessuno si trovi nella povertà  e nella miseria. Sono quelli che hanno il cuore libero e, per questo, sperimentano già ora cosa significhi abitare il regno dei cieli nella solidarietà e nella pace. La loro libertà di cuore li rende capaci di vicinanza con gli afflitti; miti ed accoglienti con tutti; impegnati nel costruire relazioni radicate nella giustizia; sempre misericordiosi. Tutto questo purifica il loro cuore e li rende in grado di cogliere il volto di Dio in tutto ciò che Egli ha creato e messo a nostra disposizione.
È un progetto di vita che oggi è profondamente in crisi. Eppure è  proprio su questo che saremo giudicati e vagliati per essere anche noi, come i nostri santi, degni di essere rivestiti di bianco che è la divisa che contraddistinguerà anche noi. Il numero dei beati , 144.000, non significa come sostengono i Testimoni di Geova, il numero di coloro che si salvano. Nel linguaggio biblico questo numero sta ad indicare la totalità  degli uomini.
È significativo che il numero delle parole usate da Matteo per elencare le beatitudini sia 72.
Guarda caso proprio quello che allora enumerava i popoli considerati “Goim” dagli ebrei suoi contemporanei.
Il meta-significato è che tutti siamo chiamati ad essere “poveri in  spirito”.
Nella nostra condotta siamo sempre sintonizzati su questa frequenza?

MEDITAZIONE

La solennità di «tutti i Santi» invita a una sorta di “strabismo” spirituale, perché getta contemporaneamente uno sguardo al nostro futuro e al nostro presente. È una celebrazione che ci immette nell’intelligenza della speranza della nostra identità cristiana, la santità cui siamo chiamati e che perciò ci richiama al senso del nostro vivere come discepoli di Cristo.

La memoria del futuro
È il testo dell’Apocalisse che ci introduce alla dimensione della memoria del futuro. La visione si inserisce in un contesto il cui tema è il giudizio del Signore sulla storia. Il visionario dell’Apocalisse vede gli eletti divisi in due gruppi, corrispondenti alle due parti del testo (cf Ap 7,3;9) Tra i due gruppi vi è una distinzione di origine, non di condizione, ma quel che ci riguarda è che la salvezza è aperta a tutti gli uomini, di ogni provenienza.
Quando Giovanni spiega chi sono quelli che appartengono al secondo gruppo indica in essi i martiri (cf Ap 7,14), chi ha dato testimonianza della propria fede fino alla fine, associando la propria vita e la propria morte alla vita e alla morte di Cristo. Per la passione di Cristo essi hanno ottenuto quella purificazione che li ha introdotti nella comunione con Dio. Partecipano, infatti, alla gloriosa liturgia celeste, nella quella vengono celebrate la salvezza e la potenza di Dio.

Figli per l’amore del Padre
Immergerci nella contemplazione delle cose del cielo non deve farci fuggire in avanti. Certamente quella è la meta, il bersaglio cui tende la freccia, ma la nostra condizione è ancora quella della freccia che corre al bersaglio. Questa constatazione ci riporta all’oggi della fede, alla nostra esperienza storica che da quella meta acquista senso, non per svilirla bensì per valorizzarla in pienezza. La seconda lettura afferma che la nostra identità è quella di «figli di Dio» (1 Gv 3,1). Questa identità è però ancora da approfondire e accrescere (cf 1 Gv 3,2). In questo versetto Giovanni condensa tutto il dinamismo della vita cristiana che è continuo sviluppo, mai staticità.
Il progresso della vita cristiana impegna asceticamente ed eticamente il credente, secondo quello sforzo di purificazione (cf 1 Gv
3,3) che è sicuramente impegno, ma volto alla piena valorizzazione della propria umanità per conformarla alla divino-umanità di Cristo. Per questa tensione i discepoli, crescendo nella sequela, riceveranno in dono di essere «simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv
3,2). È il passaggio dalla visione nella fede, quella di oggi, alla visione nella gloria, quella della comunione dei santi.
Tutto il discorso giovanneo si sviluppa a partire dalla constatazione entusiastica dell’amore del Padre che sta alla base dell’identità e dello sviluppo del cristiano (cf 1 Gv 3,1): un amore non riservato alla fine dei tempi, ma già efficace oggi.

La via delle beatitudini
Solo questo amore, sovrabbondante, gratuito, sorregge lo sforzo di conformazione a Cristo nella sequela. L’oggi che viviamo, al quale rimanda la celebrazione della solennità di «tutti i Santi», è pervaso dell’amore di Dio, e per esso siamo dinamizzati alla conversione. Il modello da avere presente e a cui tendere è, ovviamente, Cristo.
Così si possono leggere le beatitudini. Esse sono la più precisa descrizione della figura di Gesù: per questo sono la precisa descrizione del discepolo.
Dice il vangelo che «Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli» (Mt 5,1). C’è un approssimarsi spaziale che allude all’avvicinarsi esistenziale. Quest’ultimo avviene ponendo ascolto all’insegnamento di Gesù, il discorso che sta per cominciare; ma un ascolto che si traduca in pratica.
Le otto beatitudini sono indicazione di una via percorribile per la vita cristiana. Essa è sempre certamente condizionata dalla fragilità storica: in questo oggi tutto è un incompiuto. Tuttavia, perseguirle è già ora profezia del Regno, della compiutezza cui ci richiama la solennità odierna. L’importante, però, è non dimenticare che le beatitudini non sono il manifesto di ciò che l’uomo deve fare per instaurare lui il Regno, bensì le condizioni perché l’uomo possa accogliere il dono del Regno.