Pubblicato il

3. Annunciare la Parola – XXII C, 1 set ’19

• Sir 3,17-18.20.28-29 – Umìliati e troverai grazia davanti al Signore.
• Dal Salmo 67 – Rit.: Sei tu, Signore, il Padre degli umili.
• Eb 12,18-19.22-24a – Vi siete accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente.
• Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri la buona novella, a proclamare ai prigionieri la liberazione. Alleluia.
• Lc 14,1.7-14 – Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

PER COMPRENDERE LA PAROLA

Le massime di saggezza della 1ª lettura sono orientate nello stesso senso della prima parte del Vangelo (vv. 7-11).

PRIMA LETTURA
Estratti dalla lunga raccolta di sentenze di Ben Sirac, questi pochi versetti sono consigli di umiltà. Non fanno parte semplicemente del saper vivere. Due motivi religiosi li giustificano: trovar grazia davanti a Dio e rendergli gloria. C’è anche un invito ad ascoltare la Sapienza, che è l’opposto dell’orgoglio.

SALMO
Salmo dei poveri: esprime la gioia dei giusti e in particolare di tutti i poveri: vedove, orfani, prigionieri, che non hanno altro difensore che il Signore.
La bontà verso il povero si estende a tutti gli umili, a coloro che si riconoscono poveri.

SECONDA LETTURA
“Non rifiutate di ascoltare colui che vi parla”. Questa frase non si trova in questo brano dell’epistola, ma lo segue immediatamente e lo chiarisce. Si tratta infatti di richiamare alla fedeltà coloro che sono preoccupati per la persecuzione e rischiano di ritornare al passato, al giudaismo. La lettera rimette quindi a confronto l’Antica e la Nuova Alleanza.
I segni che accompagnavano la prima erano “terreni”, materiali: il fuoco, l’oscurità, la tempesta. Non hanno fatto altro che spaventare i figli di Israele. È comprensibile che essi, scoraggiati, abbiano finito per scongiurare Dio “che non rivolgesse più loro la parola”.
L’iniziazione ai misteri cristiani, invece, è avvenuta in modo del tutto diverso.
La realtà terrena ha fatto posto a quella celeste: Sion è diventata la città del Dio vivente. Ormai c’è soltanto la Gerusalemme celeste, dove ci uniamo agli angeli festanti e ai santi.
Finalmente tutto trova il suo centro in Gesù, il “Mediatore della Nuova Alleanza”, e “in Dio, giudice di tutti”, sottolineando così il carattere universale della Nuova Alleanza.
Il contesto della lettera ci porta a capire una cosa: nonostante le persecuzioni non dobbiamo guardare indietro, non dobbiamo attaccarci a simboli decaduti e a un’alleanza che si esaurisce sulla terra. Dobbiamo invece continuare ad ascoltare Gesù che ci conduce in cielo.

VANGELO
A una prima impressione, sembra un insegnamento di saggezza: richiamo all’umiltà; non è prudente mettersi subito al primo posto… In realtà, dietro tale consiglio, c’è una legge del Regno. Può essere colta a diversi livelli:
– in casa del fariseo dove Gesù è a tavola: l’insegnamento riguarda i contemporanei di Gesù. È una lezione morale sui sentimenti di superiorità, sulla ricerca degli onori;
– nelle comunità cristiane: per loro Luca riferisce il consiglio di Gesù. Si tratta di superare le rivalità che oppongono i cristiani venuti dal paganesimo e di accogliere i poveri (1 Cor 11,21-22 presenta il caso concreto);
– per tutti i cristiani: la lezione è universale purché si superi il semplice buon senso per leggervi il comportamento dello stesso Cristo: “Egli ha preso l’ultimo posto in modo definitivo, per cui nessuno glielo può togliere” (Abbé Huvelin). È la legge fondamentale del Vangelo, che Gesù ha vissuto sino a lavare i piedi degli apostoli: “Io sono in mezzo a voi come uno che serve” (Lc 22,24-27).
È anche l’appello al disinteresse: visitare i poveri… Fare un favore senza aspettarsi la ricompensa. È l’insegnamento del discorso della montagna (Lc 6,32-34). È il comportamento di Dio nella parabola degli invitati al banchetto, nella storia della salvezza.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

Una religione nuova?
Gli Ebrei ai quali è indirizzata la lettera si trovavano in una situazione di vero disagio. Col cristianesimo, la pratica della fede era totalmente trasformata. Da una parte Gesù aveva introdotto nella continuità dell’Alleanza un elemento radicalmente nuovo e definitivo. Da un’altra parte, le tradizioni della loro infanzia venivano ad essere relativizzate. Anche in ciò c’è un elemento nuovo e permanente introdotto da Cristo: il valore relativo delle tradizioni.
Il ritorno alla fede della nostra infanzia sotto un aspetto è senz’altro buono: conserviamo certe intuizioni che in quei primi anni erano per noi di una chiarezza totale. Sotto un altro aspetto, però, questo ritorno rivela una nostalgia malsana, la sostituzione della riflessione con le norme esteriori, la fuga di fronte ai problemi insolubili ma reali del presente.
È doveroso purificare continuamente la nostra fede:
– dalle ingenuità anche se poetiche, che impediscono che siamo presi sul serio: pie leggende, interpretazioni semplicistiche della Scrittura, riti arcaici, ecc.;
– dalle durezze verbali sul peccato e l’inferno, che ci hanno “spaventati”, come il Sinai spaventò i Giudei. Certamente non sono state esse a farci amare di più il Signore;
– da un modo di metterci in rapporto agli “altri” che favorisce l’orgoglio (1ª lettura). Esso ci dà sicurezza nei riguardi degli increduli o dei seguaci di altre religioni, ma ostacola il dialogo e l’apostolato;
– talvolta persino dagli aspetti estetici d’una liturgia che rischiano sempre di nascondere la Parola e l’Eucaristia sotto vesti sontuose.
Pur senza disprezzare il valore positivo di questi segni, bisogna riconoscerne la relatività. Ed è anche un invito a verificare se ogni cambiamento è veramente autentico.
Soprattutto, nella nostra fede, nella nostra liturgia, nella nostra attività cristiana, Gesù ha il posto unico che gli compete: il “Mediatore della Nuova Alleanza”?
Le forme attuali della religione ci avvicinano alla “città del Dio vivente” oppure sostituiscono un formalismo con un altro? Ci permettono di imbevere di fede tutta la nostra vita personale e sociale?
Siamo preoccupati che il nostro Dio sia il Dio di “tutti gli uomini”, o piuttosto che sia il loro “giudice”?
Siamo uniti coi “primogeniti, i cui nomi sono scritti in cielo, che sono già arrivati alla perfezione”, i santi? Una Chiesa che rinnegasse la tradizione dei santi sarebbe ancora Chiesa? La nostra religione respira la gioia? È quell’“adunanza festosa di angeli” di cui parla la lettera?
Infine, siamo pronti ad altri cambiamenti, siamo umili e disponibili per essere i continuatori di “colui che parla”?

Onorare i poveri
Tutte le società umane hanno una loro gerarchia, i loro gradi di onore e di influenza: l’amministrazione, l’università, le imprese industriali, ecc. La contestazione di tale gerarchia porta quasi sempre a crearne un’altra. Ciò rivela una “scala di valori”.
Persino nella Chiesa ci sono i piccoli che non osano farsi avanti, coloro che accendono un cero vicino all’entrata, coloro che non riescono a esprimere il loro parere.
Il Vangelo sconvolge sempre l’ordine stabilito, capovolge la gerarchia di stima e di onore che i posti acquisiti di per sé esprimono: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Come metter in pratica questo principio, senza cadere nell’affettazione e in un altro formalismo?
– Nelle nostre assemblee: mettendo ognuno a proprio agio, ascoltando tutti singolarmente, facendo regnare maggior semplicità. Lavare i piedi dei poveri il Giovedì Santo non è sempre un segno di rispetto.
– Nella vita abituale: rispettando gli umili, coloro che si presentano nei dispensari o negli ospedali; evitando di favorire le persone altolocate o raccomandate; favorendo un dialogo dignitoso e reciprocamente rispettoso fra persone socialmente diverse, ecc…


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno C, tempo ordinario – Elledici 2003)