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3. Annunciare la Parola – 28 giugno 2020


28 giugno

13ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Chi accoglie voi, accoglie me


PER RIFLETTERE E MEDITARE

Gesù parla agli apostoli, ma in realtà detta le condizioni per chiunque voglia mettersi sul serio al suo seguito. Sono parole esigenti e impegnative: chiede a chi lo vuole seguire di impegnarsi fino in fondo, senza misura. Del resto, ogni volta che lo fa, Gesù non parla mai della chiamata missionaria come di una scelta di comodo. Eppure gli apostoli si mettono a disposizione e non si stupiscono che Gesù chieda tanto.

 

Radicalità di una scelta

Ciò che impressiona maggiormente nelle affermazioni di Gesù è sicuramente la radicalità della scelta che il discepolo è chiamato a fare, la libertà che gli viene richiesta di fronte alle cose e alle persone. Quando si tratta di Dio, tutto deve passare in secondo ordine. Le frasi che Gesù dice assumono un tono così paradossale da apparire quasi sgradevoli e poco reali. Invece proprio il riferirsi alla famiglia, agli affetti più cari e quotidiani, rende estremamente concrete le sue parole. In fondo Gesù chiede a ogni cristiano di non assolutizzare le persone, le cose, le situazioni che riempiono la sua vita. E si tratta di una rinuncia vera, anche se non sempre il distacco diventa fisico. Non a tutti infatti Gesù chiede di abbandonare fisicamente parenti e beni, ma certamente a tutti chiede di cambiare il proprio atteggiamento nei loro confronti. Si tratta di legami veri e profondi, che non possono essere rinnegati, ma che un vero discepolo vive in un modo nuovo, mettendoli a servizio del Vangelo.

 

Scelti per una missione

Il capitolo 10 di Matteo è tutto dedicato all’impegno missionario degli apostoli. Dopo aver scelto i dodici (vv. 1-4), Gesù li manda al popolo d’Israele (vv. 5-6). Intanto traccia per loro uno stile di comportamento (vv. 7-15), li invita a non scomporsi nelle persecuzioni (vv. 16-25) e infine a essere liberi anche di fronte ai legami familiari per potersi impegnare in questo nuovo tipo di vita (vv. 34-39).

Che significano oggi le impressionanti e impegnative parole di Gesù? Dicono evidentemente di mettere a disposizione di Dio ciò che abbiamo: il nostro tempo, i nostri legami, il denaro, i nostri progetti. A qualcuno Dio chiederà anche un distacco concreto e radicale, visibile, a molti altri chiederà di diventare più disponibili, di dedicare più spazio alle cose di Dio: alla preghiera, alla comunità cristiana, al servizio.

Ma nello stesso tempo Gesù invita tutti a essere ospitali con gli inviati. «Chi accoglie voi, accoglie me», dice esplicitamente. Come Gesù è mandato dal Padre, così gli apostoli sono mandati da Gesù. Nel modo con cui gli uomini accoglieranno gli apostoli, così accolgono lui e il Padre. E aggiunge che chi non accoglie e non ascolta gli apostoli, nel giorno del giudizio sarà punito più severamente della gente di Sodoma e Gomorra (v. 15). Chi invece li ospita e quindi permette al profeta o al giusto di poter annunciare il Vangelo riceverà la stessa ricompensa riservata a loro.

 

Dalla parte di Dio

Se riflettiamo a certe scelte importanti della nostra vita (matrimonio, scelta professionale…) ci accorgiamo che tutti siamo chiamati qualche volta a fare scelte radicali, e le facciamo sovente in modo non necessariamente traumatico, anzi con gioia ed entusiasmo, semplicemente perché riteniamo che la strada che vogliamo iniziare per noi è molto importante.

Così per sposarsi, due giovani lasciano realmente padre, madre, fratelli e sorelle, la propria casa… Per il proprio lavoro, a volte soltanto per elevarsi socialmente, c’è chi lascia tutto, la propria famiglia, gli amici, la nazione. Dunque la scelta di Gesù non è assurda: dipende soltanto dal valore che noi attribuiamo alla sua chiamata.

Abbiamo probabilmente fatto l’abitudine a Dio, fino al punto da dimenticare che dal momento che è Dio, nei nostri confronti non può che diventare un assoluto.

Scegliere Dio può comportare questa fatica: ma la nostra scelta ha la possibilità di fare il miracolo di legarci maggiormente alle persone care, di farci gustare in modo più intenso e genuino le cose di questo mondo. Ogni volta che offriamo qualcosa a Dio, ci viene restituita rinnovata: come quando durante la messa offriamo pane e vino e riceviamo in cambio il corpo e il sangue del suo Figlio.

 

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

«Erano una “buona e bella famiglia”: brava gente, onesta e stimata. Anche con Dio c’era un buon rapporto: messa la domenica e le altre feste comandate, rispetto verso il prossimo e, all’occorrenza, opere di carità. II futuro già programmato con giuste ambizioni: una laurea in ingegneria per il figlio, in previsione di un lavoro redditizio, anni di riposo per i genitori in attesa dei nipotini. Fu il ragazzo, un giorno, a dire: “Appena laureato andrò a lavorare lontano, in un paese senza soccorsi. Il Dio che mi avete insegnato ad amare e a pregare in chiesa, la domenica, mi sta stretto. Voglio scoprire da vicino il Dio che mi avete insegnato ad amare e a pregare fra chi ha bisogno di un aiuto per sopravvivere, fra quegli ‘ultimi’ dove ha un domicilio privilegiato. È un’esigenza che mi brucia dentro”. Un fulmine a ciel sereno, la guerra in famiglia, pianti, accuse, ricatti. I genitori al figlio: “Non puoi farci questo!”» (Mariapia Bonanate).