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2. Esegesi – 6 Pasqua C, 26 mag ’19

CHI MI AMA OSSERVERÀ LA MIA PAROLA

Atti 15,1-2.22-29 – Abbiamo deciso di non imporvi nessun altro obbligo
Apocalisse 21,10-14.22-23 – L’angelo mi mostrò la città santa
Giovanni 14,23-29 – Prenderemo dimora presso di lui

La forza dell’apertura
Il «dramma giudaico» espresso oggi nel testo degli Atti descrive bene il pericolo che una sapienza corre quando si chiude in se stessa, quando si identifica con delle leggi che la definiscono, ma inevitabilmente la limitano. Le «leggi» sono sempre provvisorie e relative di fronte al Vangelo. L’immagine della città descritta dall’Apocalisse esprime bene la straordinaria capacità universale di accoglienza. Essa ha delle mura che non sono quelle di una fortezza assediata, ma le «cornici» di dodici porte aperte verso tutte le direzioni della creazione e della storia. Non c’è più la devastazione dell’esilio, ma la città santa. La nuova Gerusalemme si mostra splendente della Gloria di Dio: le tue mura sono sempre davanti a me. I tuoi costruttori accorrono, e i tuoi devastatori si allontanano (cfr. Is 49,16). Il gran numero di porte vuol significare che nessuno è escluso, tutti sono accolti qualunque sia la loro provenienza: bussate e vi sarà aperto (Mt 7,7). I nomi posti sulle porte ed i basamenti della città santa significano che vi è continuità (cfr. anche Ap 7) fra il popolo d’Israele e quello generato dalla predicazione apostolica, che è il compimento delle promesse fatte da Dio ad Israele.

Il superamento delle diversità
Il fatto stesso che il Vangelo si apre alle genti, senza alcuna limitazione, è segno che il giudaismo è superato, la prima Chiesa ne prende atto. Lo Spirito che si manifesta nella comunione dei fratelli non è uno spirito dialettico, ma uno spirito di comunione. La dialettica è finalizzata alla spartizione del potere, la comunione non spartisce, ma condivide tutto. Le diversità si uniscono come ricchezza offerte per far crescere l’unità nell’amore. La consolazione vera sta nel saper cogliere il disegno d’amore di Dio, «se uno mi ama…» (v. 23), che ha come fine la salvezza e la pace di tutti i suoi figli. L’amore ci costituisce tempio della trinità. Nell’osservanza della Parola c’è tutta la dinamica dell’impegno inteso non in dimensione legalistica, ma vitale. Il cristiano realizza la Parola, e questa diviene evento nella sua vita. Non è esecuzione di un ordine, ma realizzazione di un piano. Quando Gesù ci parla di una relazione di amore con Lui, ci immette sempre nella relazione trinitaria in una dinamica di pace e «sicurezza». Il Padre insieme a Lui prende dimora in noi. Lo Spirito al tempo opportuno svelerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che il nostro cuore povero e limitato non può comprendere.

La luce dell’ascolto
Ascoltare la Parola è diventare dimora di Dio: l’annuncio e le opere, tutto verrà dopo e verrà semplicemente e naturalmente, perché noi, dimora di Dio, diventeremo casa aperta, porta attraverso cui i fratelli entreranno e ci sarà comunione e la dimora di Dio sarà grande. Allora la pace che il Signore ci donerà diventerà in noi dimora, terreno fertile per essere donata, e il cuore, pur vivendo nella fatica, non sarà turbato e non avrà timore. Al centro dell’ascolto della Parola c’è lo Spirito, per evitare ogni tentazione di personalizzazione, e perché l’osservanza non si tramuti in moralismo vuoto. L’ultimo dono di Gesù è la pace, coscienza di essere in Cristo nonostante ogni apparente circostanza storica contraria. La pace è costruita dalla luce dello Spirito e non dalla calma emotiva. Questa è l’ora di intraprendere, a tutti i livelli personali e collettivi, il grande impegno per la pace, l’annuncio di «buone notizie» ad ogni creatura, e l’accoglienza dell’altro, chiunque egli sia.

La grazia del dimorare
Quale compimento di tutto si proclama che l’incontro con Dio avviene perché Egli viene a noi per stabilirsi in noi: «Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (v. 23). Non quindi la prospettiva di vivere la terra per andare in cielo, ma di vivere la terra per accogliere Colui che viene dal cielo, Dio stesso. I segni dell’attesa di tale compimento devono lasciare ormai il posto alla «Presenza» di cui essi erano profezia e custodia della speranza. Più in generale, l’osservanza del comandamento non è una «via al cielo», ma espressione di una comunione d’amore già in atto pienamente, e quindi celebrazione di questo amore: «Se uno mi ama osserverà la mia parola». La «vita eterna» non è «oltre la morte», perché la morte non c’è più, e la vita è ormai la vita di Dio in noi e la vita nostra nell’amore di Dio.


PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Perché non entrano nuove presenze nel nostro gruppo?
– I tempi di ascolto sono sufficienti per dare spazio alla novità della Parola?

IN FAMIGLIA
Apertura, diversità, ascolto e dimorare sono tutti atteggiamenti che fanno ricco il rapporto all’interno della famiglia e al suo esterno.
Rivisitiamo questi atteggiamenti e cerchiamo di attribuire a ogni membro della famiglia quello che vive o interpreta con maggior autenticità.
Ci si incoraggia a tenerli vivi per maturare rapporti sempre più veri e autentici fra tutti.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – 6 Pasqua C, 26 mag ’19

• At 15,1-2.22-29 – Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie.
• Dal Salmo 66 – Rit.: Popoli tutti, lodate il Signore.
• Ap 21,10-14.22-23 – L’angelo mi mostrò la città santa che scendeva dal cielo.
• Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui. Alleluia.
• Gv 14,23-29 – Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

PER COMPRENDERE LA PAROLA

Questa domenica predispone già la comunità alla Pentecoste. L’opera dello Spirito sarà un’opera di approfondimento e di pace (Vangelo), un’opera di apertura a tutti i popoli, Ebrei e pagani (1ª lettura), un’opera di rinnovamento e di creazione che annuncia la nuova Gerusalemme (2ª lettura).

PRIMA LETTURA
Dopo il primo viaggio di Paolo e Barnaba (nel 47-48), si presenta inevitabilmente un problema: la Chiesa è destinata a rimanere legata al giudaismo oppure no? Ci vuole la circoncisione per essere salvati? All’epoca si trattò di un conflitto piuttosto grave (v. 2). Era in gioco l’autorità di Paolo e di Barnaba, l’autenticità delle loro parole e della loro missione. Di qui il ricorso ai Dodici e alla Chiesa di Gerusalemme. L’avvenimento è fondamentale:
– per far conoscere la carica spirituale, il modo di vita e il ruolo dell’autorità nella Chiesa primitiva;
– per sottolineare anche l’affrancamento della comunità dei discepoli dal giudaismo e dalle sue esigenze legali.
Il brano di questa domenica presenta l’origine del conflitto e il documento che lo risolve. Omette la discussione in se stessa. L’intervento orale – su proposta di Giacomo – è identico alla lettera conclusiva. Tutte le autorità della Chiesa nascente si mettono d’accordo:
– la delegazione di Antiochia (bisogna supporre che abbia voce deliberativa),
– Pietro, che ricorda l’episodio di Cesarea (At 10,11),
– Giacomo, che pure è di tendenza diversa ed è preoccupato per i giudaizzanti.
La risposta di Gerusalemme è precisa: è una risposta di Chiesa (v. 22). È confermata e sostenuta dall’invio di Giuda e di Sila ad Antiochia. “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi…”. Nella Chiesa primitiva, questa non è una formula di convenienza.
Una cosa è certa al momento: il rito ebraico della circoncisione non è necessario per entrare nella Chiesa. La lettera di Gerusalemme – un testo conciliare – ricorda soltanto l’obbligo di astenersi dalle carni offerte agli idoli e dalle unioni illegittime. Un’esigenza senz’altro modesta… Non sta certo in questo il nucleo minimo della morale dei discepoli di Gesù, che invece rimane l’insegnamento del Vangelo. Le condizioni proposte vogliono unicamente rendere possibile la convivenza fra cristiani di diversa provenienza (cf Gal 2,11-15).

SALMO
Questo salmo sottolinea – in risposta alla 1ª lettura – l’universalità del Vangelo (si noti la terminologia universalista: terra, genti, nazioni: “Lo temano tutti i confini della terra”).

SECONDA LETTURA
È tratta dalla visione finale della nuova Gerusalemme nell’Apocalisse (21,9–22,5). È il seguito della lettura della 5a domenica. Dopo il giudizio del mondo compare, splendore del nuovo mondo, la Città santa.
Già nell’Antico Testamento Gerusalemme non era soltanto la capitale politica, bensì il luogo di adorazione di Dio.
Nel Nuovo Testamento, Gerusalemme è il luogo della morte e risurrezione di Cristo, il luogo della Pentecoste, il luogo delle origini, della nascita. La nuova Gerusalemme è l’espressione del nuovo popolo di Dio, nel suo compimento e nella sua pienezza.
La nuova Gerusalemme viene descritta con immagini prese dai profeti (Isaia ed Ezechiele). Già nell’Antico Testamento il numero 12 era un segno di pienezza per il popolo di Dio.
La nuova Gerusalemme realizza ciò che al presente può essere annunciato soltanto con simboli e segni. Quando Cristo tornerà, i simboli saranno superflui, perché la presenza della realtà divina sarà evidente.

VANGELO
Questo passo del discorso dopo la Cena (finale della prima parte) è la risposta a una domanda di Giuda Taddeo: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?” (v. 22). Una domanda spiegabile prima della Pentecoste. Gesù vi risponde annunciando la venuta dello Spirito.
Cristo se ne va (v. 26). Ma questa partenza è la condizione per una presenza nuova e diversa di Cristo nella Chiesa. Lo Spirito Santo non sostituisce Cristo, non occuperà il posto lasciato libero dalla sua partenza, anzi renderà Cristo più presente. Mandato dal Padre, in nome di Cristo: “Vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (v. 26).
La pace portata da Gesù non è una coesistenza pacifica: è un dono del Signore che immerge il credente nella fiducia. Gesù ritornerà. È questa la speranza che lo Spirito dà alla Chiesa.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

La pace, la gioia…
Giovanni scrive verso la fine del I secolo, quindi molto tempo dopo la morte di Cristo. Innegabilmente i destinatari del suo Vangelo hanno dato con piena sincerità la loro vita a Cristo, nella fede. Le prove però non mancano: persecuzioni, errori dottrinali… Non è facile credere.
Si tratta d’una generazione che non ha conosciuto Cristo. Si sentono come orfani. Per la fede, l’invisibilità di Dio, la lontananza di Cristo nel tempo costituiscono sempre una difficoltà.
Altrove Gesù risponde (20,29): “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. Qui è la stessa cosa: “Dovreste rallegrarvi perché vado dal Padre”. Gesù se ne va. Si tratta anzitutto della sua morte. Senza questo estremo annientamento non conosceremmo Dio, il suo amore illimitato, il suo perdono. Gesù se ne va. Ha finito di conversare visibilmente con i discepoli che ha fatto suoi amici. D’ora in avanti gli uomini dovranno mettersi alla ricerca del Dio del Vangelo, senza pensare di poterlo trattare con facile familiarità. La vera conoscenza di Dio suppone questo prezzo: “Se dici: lo conosco… non è lui” afferma sant’Agostino. Gesù se ne va. Ne consegue una maggiore vicinanza: in noi opera il suo Spirito. D’ora in avanti la ricerca umana, quando sia leale e fedele, è marcia verso Dio. Gesù non è più presente come un maestro. Si rimette alla nostra libertà, che col suo Spirito rende sensibili alla verità e all’amore.
Infine, in Cristo tornato al Padre l’uomo diventa religioso, capace di progressi meravigliosi nella conoscenza di Dio.
Cristo in realtà ha posto invisibilmente la sua dimora in mezzo a noi, fonte di pace e di gioia.

Le tradizioni e la tradizione
– Tutti ereditiamo certe usanze alle quali teniamo. Tali usanze, talvolta molto valide, ma non indispensabili, non sono identiche da una famiglia all’altra, da un paese all’altro.
– Ogni società durevole moltiplica le sue prescrizioni, i buoni consigli, le esigenze. “Il parroco di qualche nuovo Santo fa la sua predica sempre più pesante”, osserva il ciabattino. Altrettanti mezzi sicuri per giungere sempre meglio a Dio, si afferma.
– In questo modo si è sviluppata – Paolo ne è testimone – la legge di Israele, fino a pesare in modo insopportabile sulle spalle di coloro che volevano osservarla.
– Cristo era forse venuto ad aggiungere il suo aumento di esigenze a una tradizione già troppo pesante? Molto presto, fin dalle prime conversioni di pagani, la Chiesa si è posta questo problema che rimane tutt’oggi attuale. Le tradizioni di ogni origine, le usanze locali, le scoperte della pietà si sono fuse insieme, passando attraverso la “Tradizione”; e poi in Cina o in Africa hanno incontrato usanze e riti che sarebbe stato bene rispettare, addirittura favorire. C’è forse un ordine di Cristo che imponga di far diventare tutto ciò obbligo, cammino di salvezza?
– Riuniti a Gerusalemme, “gli apostoli e gli anziani” hanno, fin dalle origini, risolto il problema: la fedeltà a Cristo è cosa ben diversa dall’osservanza, di stile giudaico, delle innumerevoli prescrizioni accumulatesi nei secoli. Essa è una fede nel mistero vissuto da una persona mandata da Dio per condurci a lui. Facendo ciò, presentavano il cristianesimo nella sua originalità, sia in rapporto alle filosofie, sia in rapporto alle altre religioni.
– Per ogni cristiano e per ogni comunità, rimane il dovere di verificare la propria fedeltà. Ma soprattutto per la Chiesa intera rimane il compito di garantire tale fedeltà, sia proclamandone la totale esigenza, sia liberandola da tutte le tradizioni che soffocano la voce della tradizione autentica, che è il ricorso permanente di tutte le generazioni a Cristo.


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 1, anno C, tempi forti – Elledici 2003)

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4. Parola da Vivere – 6 Pasqua C, 26 mag ’19

CHI MI AMA OSSERVERÀ LA MIA PAROLA
Ogni realtà è invitata a diventare tenda accogliente di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Tutto è dunque chiamato ad accoglierli, e onorarli. Questa è la Pace: non una tranquillità individuale, né la cupa quiete di un regime, ma la pienezza di un incontro e di una dimora comune. E conseguentemente ogni ambito della creazione e della storia diventa «tempio» dello Spirito: tutto è prezioso, ogni persona, anzi, il corpo di ogni persona, ogni gruppo ed etnia, ogni paese e cultura, ogni lingua e nazione, ogni evento piccolo e grande, ogni festa e ogni dolore… tutto è il luogo e il tempo dove Dio abita.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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5. Preghiere dei Fedeli – 6 Pasqua C, 26 mag ’19

Gesù promette agli apostoli lo Spirito

Celebrante. Gesù ci ha descritto la futura comunità dei discepoli, guidata dallo Spirito e animata dalla carità. Nella Preghiera dei fedeli domandiamo al Padre di saper realizzare la nostra comunità di fede secondo il suo cuore.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Dio dell’amore e della pace, ascoltaci.

1. Preghiamo per la santa Chiesa. Coloro che sono chiamati a guidarla siano uomini di Dio, sempre docili ai suggerimenti dello Spirito Santo.
Perché si rendano sensibili alle esigenze e necessità dei fratelli, e diventino operatori di pace nel mondo, preghiamo.

2. Per i cristiani che nelle strutture sociali hanno compiti di responsabilità. Possono sentirsi tentati di pensare più al loro tornaconto che al bene comune. Ma l’autorità va vissuta come servizio.
Perché i responsabili cristiani sappiano ascoltare la voce dello Spirito che è in loro, e lavorare per i poveri realizzando una società più giusta, preghiamo.

3. Per questo nostro mondo senza pace. Molti dei paesi che si definiscono cristiani oggi appaiono ricchi e forse anche sfruttatori. Il loro benessere è motivo di invidia e odio, e causa di guerre.
Perché sappiamo condividere nella solidarietà il destino dei popoli mortificati dalla miseria, spartendo con loro i beni della terra, i valori dello spirito, e la pace, preghiamo.

4. Per quelli tra noi che si sentono sfiduciati, ignorati, sfruttati. L’egoismo del cuore umano è sovente causa di disuguaglianze e ingiustizie.
Perché questi sfiduciati incontrino la solidarietà fattiva dei cristiani più fortunati, e sentano nascere in se stessi la forza di risollevarsi a un livello di vita degno dei figli di Dio, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). La carità operosa è la tessera di riconoscimento dei veri discepoli del Signore.
Perché sappiamo partecipare attivamente qui e ora alla vita della nostra comunità di fede, ponendo fatti e non parole, preghiamo.

Celebrante. O Padre, ti preghiamo: suscita nel mondo tante comunità di cristiani docili all’insegnamento dello Spirito Santo, che sappiano essere messaggere del tuo amore nel mondo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


(tratto da: E. Bianco, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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7. Aforismi – 6 Pasqua C, 26 mag ’19

Raccolta di aforismi o testi utili per la riflessione o l’approfondimento

UN PESANTE RIMPROVERO
Un filosofo indiano nostro contemporaneo, Sudhu Sundar Sing, ha scritto a proposito dei cristiani europei:
«Un giorno io stavo seduto sulla riva di un fiume. Presi dall’acqua un bel sasso rotondo, e lo spezzai. L’interno era perfettamente asciutto. Quel sasso giaceva in acqua da tanto tempo, ma l’acqua non era riuscita a penetrargli dentro. Allora pensai che la stessa cosa succede agli uomini in Europa. Da secoli il cristianesimo li circonda, ma non è penetrato, non vive in loro. L’errore non sta nel cristianesimo, ma nel cuore dei cristiani, che è impenetrabile come il duro sasso del torrente». (TOMMASO TOSCHI, Gandhi ai giovani, Ed. Emi 1983, pag. 166-167)


(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno C – Elledici 2009)

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8. Canto Liturgico – 6 Pasqua C, 26 mag ’19

Ecco a voi questa settimana un canto di INIZIO

O FONTE DELL'AMORE – Techner-Rossi
(Nella Casa del Padre, n. 562 – Elledici)

1. O Fonte dell'amore,
o immensa carità,
o Spirito che regni
per sempre in ogni età.

Rit. A te con gioia canti
chi vive e crede in te,
innalzi lodi e inni
chi t'ama e spera in te.

2. Tu sei pastore e guida
Di questa umanità,
i popoli del mondo
raccogli in unità.

3. Tu reggi la tua Chiesa,
le doni verità;
i figli tuoi eletti
conduci a santità.

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9. Narrazione – 6 Pasqua C, 26 mag ’19

IL VECCHIO VIOLINO

Ad una vendita all’asta, il banditore sollevò un violino.
Era graffiato e scheggiato.
Le corde pendevano allentate e il banditore pensava non valesse la pena perdere tanto tempo con il vecchio violino, ma lo sollevò con un sorriso.
«Che offerta mi fate, signori?» gridò. «Partiamo da… 100 euro!».
«Centocinque!» disse una voce. Poi centodieci.
«Centoquindici!» disse un altro. Poi centoventi.
«Centoventi euro, uno; centoventi euro, due; centoventi euro…».
Dal fondo della stanza un uomo dai capelli grigi avanzò e prese l’archetto.
Con il fazzoletto spolverò il vecchio violino, tese le corde allentate, lo impugnò con energia e suonò una melodia pura e dolce come il canto degli angeli.
Quando la musica cessò, il banditore, con una voce calma e bassa, disse: «Quanto mi offrite per il vecchio violino?».
E lo sollevò insieme con l’archetto.
«Mille euro, e chi dice duemila? Duemila! E chi dice tremila?
Tremila, uno; tremila, due; tremila e tre, aggiudicato» disse il banditore.
La gente applaudì, ma alcuni chiesero: «Che cosa ha cambiato il valore del violino?».
Pronta giunse la risposta: «Il tocco del Maestro».

Siamo vecchi strumenti impolverati e sfregiati.
Ma siamo in grado di suonare sublimi armonie.
Basta il tocco del Maestro.
«Eccoti qui, mio Dio.
Cerchi me? Che cosa vuoi? Non ho niente da darti.
Dopo il nostro ultimo incontro, per te non ho messo da parte niente.
Niente… Non una buona azione. Ero troppo stanca.
Niente… Non una buona parola. Ero troppo triste.
Il disgusto della vita, la noia, la sterilità.
– Offri!
L’impazienza, ogni giorno, di veder la giornata finita, inutilmente;
il desiderio di riposare libera dal dovere e dagli impegni, l’indifferenza per il bene da fare, la stanchezza di te, mio Dio!
– Offri!
Il torpore dell’anima, il rimorso per la mia apatia e l’apatia più forte del rimorso…
Il bisogno di essere felice, la tenerezza che sfibra, il dolore di essere quel che sono senza scampo…
– Offri!
Turbamenti, paure, dubbi.
Signore! Proprio come uno straccivendolo te ne vai in giro a raccattare… rifiuti e immondizie. Che ne vuoi fare, Signore?
– Il Regno dei Cieli» (Marie-Noël).


(tratto da “365 Piccole Storie per l’anima”, Vol. 1, pag. 291 – Bruno Ferrero, Elledici)

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10. Anche Noi Vogliamo Capire – 6 Pasqua C, 26/5/19

Per aiutare i nostri piccoli a vivere meglio la Liturgia della Parola

PRIMA LETTURA (At 15,1-2.22-29)
Il Concilio di Gerusalemme traccia una strada fondamentale per l’opera evangelizzatrice della Chiesa in tutti i tempi e in ogni luogo: il Vangelo è capace di incarnarsi in tutte le culture; il Vangelo rende più vere e più belle tutte le culture, aiutandole a liberarsi da tutto ciò che contraddice la verità di Dio e il bene delle persone e dei popoli.

* Capire le parole
Giudea. Regione nel sud della Palestina, ovvero il Regno di Giuda, in contrapposizione al Regno di Israele, situato nella zona a nord.
Al di fuori di queste cose necessarie. Delle proibizioni della religione antica imposte ai nuovi fedeli, ci si limita a mantenerne poche: quelle che offenderebbero Dio (idolatria e assenza di pudore) e quelle che, secondo la concezione del tempo, mancherebbero di rispetto allo spirito vitale degli animali sacrificati.


SECONDA LETTURA (Ap 21,10-14.22-23)
La descrizione della Gerusalemme celeste infonde speranza e gioia nei cristiani perseguitati in questo mondo. Le porte ai quattro punti cardinali dicono che tutti i popoli sono chiamati alla salvezza.

* Capire le parole
Dodici. 12 angeli, 12 nomi, 12 porte, 12 basamenti… Il numero 12 è comune alle tribù di Israele e agli Apostoli, e indica la continuità tra l’antico e il nuovo popolo dell’Alleanza.
Non vidi alcun tempio. Il nuovo popolo dei credenti non si caratterizza principalmente per “avere” un luogo materiale in cui ritrovarsi, ma essenzialmente per “essere” il tempio santo di Dio. Dio abita nel cuore di ogni suo discepolo.


VANGELO (Gv 14,23-29)
Gesù, rispondendo a Giuda Taddeo, spiega perché non si manifesta al mondo, che vuole un messia potente, ma solo ai discepoli. Non vuole conquistare regni e persone, ma offrire la vita stessa di Dio, attraverso il dono dello Spirito, a tutti coloro che accolgono la sua parola e la vivono. Per questo anche la pace che egli offre è diversa e nuova.

* Capire le parole
Prenderemo dimora. Se uno crede in Gesù in quanto Figlio e inviato di Dio, Lui e il Padre già abitano nel suo animo.
Paràclito. Parola greca che significa letteralmente “avvocato”, qui nel senso di “difensore”: lo Spirito Santo ha funzione di suggerirci le cose giuste da dire e ci difende al cospetto del Padre.


PER RIASSUMERE… Nelle domeniche che seguono la festa della Pasqua le letture ci mostrano come alcuni uomini e donne hanno creduto in Gesù Risorto: anche noi possiamo credere come loro. E ci mostrano che Gesù ci dona il suo Santo Spirito: anche noi possiamo amare e amarci come ci ama Lui.


Le parole da capire sono curate dall’autore del sito liturgico; le parti in corsivo sono un libero adattamento da “Messale delle Domeniche e feste 2019 – LDC”

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1. Letture – 5 Pasqua C, 19 mag ’19

PRIMA LETTURA
Riferirono alla comunità tutto quello
che Dio aveva fatto per mezzo loro.

Dagli Atti degli Apostoli 14,21b-27

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».
Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.
Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
Parola di Dio.


SALMO RESPONSORIALE
Dal Salmo 144 (145)

R. Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

Oppure: R. Alleluia, alleluia, alleluia.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Per far conoscere agli uomini le tue imprese
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno,
il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.


SECONDA LETTURA
Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 21,1-5a

Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più.
E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
Parola di Dio.


CANTO AL VANGELO Gv 13,34

Alleluia, alleluia.
Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:
come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Alleluia.


VANGELO
Alle mie pecore io do la vita eterna.

Dal Vangelo secondo Giovanni 10,27-30

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Parola del Signore


(tratto da: Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)