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3. Commento alle Letture – 23 NOVEMBRE – 34ª DOMENICA T.O.

23 NOVEMBRE

34ª DOMENICA T.O.

GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
(Giornata nazionale di sensibilizzazione per il sostentamento del clero)

UN REDENTORE IN CROCE

COMMENTO

Vari anni fa, la sonnolente tradizione cattolica venne squassata dall’uragano scatenato da un libro dello scrittore greco Nikos Kazantzakis intitolato “L’ultima tentazione di Cristo”.
Non si trattava certo di un libro di esegesi biblica ma di un romanzo attinente un argomento scottante ed intrigante.
Se il Messia era vero uomo, quali tentazioni aveva provato? L’autore, non certo un pio cattolico osservante, aveva avanzato delle ipotesi fantasiose azzardate, mandando in tilt molti  moralisti tanto da spingere, nel 1954, il Papa a proibirlo alla lettura dei credenti.
Nei Vangeli è Luca ad occuparsi dell’argomento. Ne parla all’inizio e alla fine della vita pubblica del Cristo. Subito dopo il battesimo, prima di iniziare la missione affidatagli dal Padre, il Signore viene messo alla prova.
Sono tre tentazioni che investono la natura umana, e che mietono, ancora oggi, parecchie vittime (Lc, 4, 1-13). Vengono superate brillantemente. È interessante notare che il diavolo, secondo Luca, si ritrae ma non scompare in quanto “si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato” (Lc, 4, 13).
Oggi l’evangelista ci narra che il tempo fissato (kairos in greco) è giunto proprio al momento della crocifissione. A sottoporre alla prova non è più il diavolo ma uomini malvagi davanti ad una folla di guardoni sadici che indifferente assiste alla tragica esecuzione. I tentatori sono i capi che lo scherniscono dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio”  (23,35). Anche i soldati romani indossano i panni dei cinici provocatori porgendogli dell’aceto, che nel linguaggio evangelico  significa disprezzo mentre il vino simboleggia amicizia, urlandogli: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso» (23,37). Anche uno dei due malfattori lo  tormenta con astio sibilando ironicamente: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi»  (23, 39).
A questi atteggiamenti ostili il Crocifisso risponde con misericordia infinita che lo porta, in punto di morte, ad ammutolire la folla indifferente, i capi vendicativi, i soldati crudeli ed il malfattore ironico, con un atto d’amore infinito verso l’unica persona che lo riconosce come il Messia. «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (23,43).
È interessante sottolineare che il malfattore non compie nessun atto di pentimento per meritare questo. Basta un gesto di umanità per entrare nel Regno di Dio. È questo un insegnamento che non dobbiamo mai dimenticare se ci riconosciamo discepoli del Risorto.
Il perdono di Dio risponde sempre al bisogno dell’uomo al di là dei meriti acquisiti oltrepassando la nostra giustizia umana.
Ricordiamocelo quando siamo tentati di giudicare ed etichettare tutti e tutto.

 

RIFLESSIONE

L’anno liturgico si conclude con una solennità dalla forte dimensione contemplativa. «Il popolo stava a vedere» (Lc 23,35). Altra traduzione possibile è, però, «stava a contemplare». Davanti allo spettacolo della croce, l’atteggiamento del credente, al quale ci richiama la solennità di oggi, è la contemplazione, unica via di accesso alla comprensione della regalità di Gesù.

La proclamazione della regalità di Cristo

La croce è il luogo di manifestazione della regalità di Gesù. Sulla croce di Gesù è posta un’iscrizione con le motivazioni della condanna (cf Lc 23,38). Pilato, scrivendo il cartiglio, trasforma la croce di Gesù in un trono, inconsapevole e paradossale proclamazione di fede da parte di un pagano. La contemplazione della regalità di Gesù deve partire dall’ambiguità della croce: patibolo e trono.
Sulla croce Gesù è re, ma di una regalità alternativa a quella gloriosa e potente. L’incomprensione di questa differenza è la base di tutti gli scherni di cui è oggetto. Parole che vorrebbero essere dileggio di un condannato, ma che diventano bestemmie di un Dio non compreso. Parole che sono la ripresa delle tre tentazioni nel deserto (cf Lc 4,1-12). Sia le tentazioni sia gli scherni sotto la croce sono una proposta a Gesù di realizzarsi in autonomia dal Padre: «Salvati! Dimostra quanto vali! Dimostra che ciò che hai detto è vero!».
Gesù risponde con il silenzio a queste tentazioni, perché nel silenzio delle parole fiorisca la risposta della Parola. Se Gesù avesse accettato l’itinerario delle tentazioni avrebbe tradito la logica della kènosi che dall’incarnazione in poi aveva retto la sua esistenza, fino dunque alla passione. Se le avesse accettate avrebbe tradito la sua fedeltà all’uomo di cui ha assunto la fragilità fino all’estremo limite della morte. Se le avesse accettate avrebbe tradito la sua fedeltà al Padre. Se si fosse salvato, non avrebbe salvato.

L’eloquenza del silenzio

Il suo tacere, però, non è silenzio. Gesù ha risposto alle tentazioni essendo crocifisso fra due malfattori, estremo atto di conferma di tutta la sua esistenza. È il culmine della sua accettazione della condivisione dello stato dell’umanità; della sua ricerca continua dei peccatori, per annunciare loro il perdono; della sua condivisione con la sorte dell’umanità.
Al centro della scena oggetto di contemplazione vi sono i tre crocifissi. Fra essi si tesse un dialogo. Il primo malfattore dice parole di rabbia. Accusa, protesta un fallimento. Lui è un fallito, perché lo hanno arrestato e condannato. Gesù è un fallito, perché dopo aver tanto detto, ora muore come lui. È la rabbia impotente del disperato.
Ma c’è l’altro malfattore, quello che riconosce la giustezza della condanna che lui e il suo socio nel malaffare subiscono. Non chiede di essere schiodato ma di essere perdonato e ricordato (cf Lc 23,42). Ci vuole una grande intimità per essere sulla croce e chiamare Gesù per nome, stabilendo così un rapporto diretto senza negare la propria condizione. Sono le parole del vero credente.
Il momento estremo della debolezza e dell’impotenza di Gesù è quello in cui massimamente esprime la sua potenza salvifica. La sua croce, il suo dialogo, sono la rivelazione del senso di tutta la sua vita e la sua missione: giungere a quel definitivo annuncio che dal malfattore crocifisso si estende universalmente a tutti gli uomini. Tutti gli uomini sono malfattori. A tutti, dalla croce, viene estesa la promessa della speranza. La croce è la rivelazione della fedeltà mantenuta di Gesù a Dio, agli uomini, alla sua missione.

La regalità nel perdono

Dal trono della croce Gesù manifesta la sua regalità non nell’ostentazione della potenza, ma nel dono di sé e del suo perdono. Gli uomini di religione cercano un Dio potente ed elargitore di benefici e non accettano un Dio crocifisso. Gli uomini di fede riconoscono Dio nel volto sfigurato di un crocifisso e ne condividono la sofferenza. Ma questo non basta: ci si potrebbe trasformare in uomini di religione se si continuasse a pensare quello scoprire e quel condividere come merito, e a viverlo come protagonisti. Ci si mantiene uomini di fede solo se in quel crocifisso si vede Dio che annuncia il proprio amore sovrano e libero a tutti gli uomini. Anche a quelli che non lo riconoscono.