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3. Commento alle Letture – 21ª DOMENICA T.O.

21        A G O S T O

21ª DOMENICA T.O.
LA PORTA STRETTA

Non ci si deve lasciare ingannare dall’apparente semplicità della domanda posta a Gesù (Lc 13,23). Sembra che la risposta appropriata sia immediata: sì o no. Eppure non funziona così. Per questo Gesù non risponde, apparentemente, e impone due svolte al discorso. Viene così impressa la giusta direzione alla ricerca, obiettivo che un’errata domanda impedisce di sicuro di raggiungere.

Implicita proclamazione di fede
L’anonimo interlocutore si rivolge a Gesù chiamandolo «Signore» (Lc 13,23), non maestro (come il dottore della legge), o rabbì o altro. «Signore» è un titolo impegnativo. È un appellativo che a Gesù si può rivolgere solo riconoscendo, implicitamente, la sua divinità. È un titolo che può essere dato a Gesù dalla Chiesa dopo la professione di fede nella sua risurrezione. In altri termini è un annuncio di fede. Luca, e la Chiesa con lui, rivolgendosi a Gesù dicendo «Signore» riconosce che se c’è qualcuno che può parlare di quello che riguarda la salvezza e di ciò che avverrà alla fine della storia, quello è proprio Gesù il Cristo.

Ambiguità e attualità della domanda
Così si giunge alla domanda vera e propria: «Sono pochi quelli che si salvano?» (Lc 13,23). La questione è centrale per la vita umana, perché essa abbia un senso, perché tutto non finisca con la morte. È la domanda che assilla ogni uomo da quando percepisce la propria vita diversa da quella delle piante e si è chiesto che cosa la facesse umana e in che cosa potesse sperare.
Tuttavia, la domanda di questo tale aggiunge un elemento di ambiguità: quanti? Questa preoccupazione era sicuramente ben presente ai tempi di Gesù. Ma non si potrebbe ritrovare la medesima tentazione di riservare i posti in paradiso anche in alcuni atteggiamenti di oggi? Per esempio in quelle istanze che dividono il mondo in noi e gli altri, dove, ovviamente, il «noi» è sempre identificato con chi fa il bene, mentre «gli altri» sbagliano. È un modo per riservarsi un posto in prima fila in cielo.
Tutte le forme di computo dei salvati hanno alla base lo stesso atteggiamento errato: quello di ogni uomo pseudo-religioso che tenta di incapsulare Dio entro ambiti da lui definiti. È un modo di ammaestrare Dio per farlo a mia immagine e somiglianza.

La prima svolta del discorso
Ecco perché Gesù non risponde e va oltre: egli non s’interessa del numero. Il problema non è quantitativo ma qualitativo. Gesù, infatti, risponde dicendo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta» (Lc 13,24). Per entrare nel Regno si richiede determinazione e agonismo, impegno e lotta.
L’intero passo del vangelo ha il sapore della minaccia: «Molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (Lc 13,24); anche la risposta del padrone di casa suona piuttosto dura (cf Lc 13,27). Il verbo con cui Gesù inizia la sua risposta, però, cambia tutte le carte in tavola, sia rispetto alla domanda dell’interlocutore, sia alla percezione di un tono di minaccia. È un’esortazione. Proprio questo invito porta il discorso sulla questione della qualità, e non della quantità.

Riguardo alla salvezza, Dio guarda l’impegno e la qualità della vita; non i risultati raggiunti, per fortuna, ma l’impegno profuso. Questo è il senso della parabola. I rimasti fuori dalla porta millantano una familiarità con il padrone di casa (cf Lc 13,26). Forse possono veramente vantare una comune presenza ai banchetti, ma ciò significa intimità e sintonia? Coloro che si sono trovati a tavola con Gesù, o l’hanno anche ascoltato parlare, hanno anche creduto in lui?

La seconda svolta del discorso
Gesù esorta, e richiede rigore. Tuttavia, alla fine del brano (cf Lc 13,29-30) si rovescia nuovamente la prospettiva. Prima sembra chiudere e poi, inaspettatamente, apre. Qui si rivela la volontà salvifica universale di Dio (cf anche Is 66,18;20). Non vi è contraddizione con quanto detto prima. Chi confida su privilegi infondati rischia di trovarsi escluso. Molti sono, però, coloro che, pur non vantando privilegi agli occhi umani, acquisiscono meriti agli occhi di Dio.
La liturgia di oggi è un invito alla conversione per passare attraverso la «porta stretta» (Lc 13,24). Cristo è la porta stretta (cf anche Gv 10,7). Lasciarci trasformare da Cristo è assumere la sua stessa forma per passare.