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3. Annunciare la Parola – 18 ottobre 2020


18 ottobre
29ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Invitati alla festa di nozze del Figlio di Dio


PER RIFLETTERE E MEDITARE

Gesù non ha risparmiato accuse durissime nei confronti di scribi e farisei, ed essi passano al contrattacco. Gli presentano una questione spinosa, cercano di portarlo sul terreno della politica. Facilmente Gesù poteva fare un passo falso e offrire il pretesto per accusarlo davanti alle autorità. La risposta data da Gesù ai farisei e agli erodiani viene usata spesso quasi fosse un proverbio: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Ma della frase si è persa la saggezza evangelica, facendo dire a Gesù parole di sola furbizia umana. Invece fanno riferimento al primato di Dio su ogni scelta dell’uomo.

La domanda maliziosa

La questione posta dal Vangelo di oggi la si trova anche in Marco (12,13-17) e in Luca (20,20-26). Decisamente una questione scottante.
Ogni ebreo − dai ragazzi di una dozzina d’anni ai 65 anni − uomini, donne e gli stessi schiavi, dovevano pagare ai Romani la tassa annuale di un denaro d’argento a testa (la paga quotidiana di un lavoratore). Ma questo pagamento determinava il riconoscimento dell’autorità di Cesare, che avveniva in un contesto tale per cui − così sostenevano soprattutto gli zeloti − l’accettarlo poteva apparire idolatria, e si opponeva direttamente al primo comandamento della Legge.
A partire da questa tassa sgradita al popolo, i farisei si fanno sotto e pongono a Gesù la domanda insidiosa. E per essere più forti si fanno accompagnare dagli erodiani. Si tratta di una questione cruciale: pagare o non pagare le tasse agli invasori romani? E la testimonianza degli erodiani poteva diventare importante nel caso di un’accusa, perché essi erano vicini a Erode, che governava in pieno accordo con i Romani.
E per indurlo a sbilanciarsi cominciano con il complimentarsi con Gesù: «Sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno…». Ma poi ecco la domanda velenosa: «Di’ a noi il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?».

La risposta di Gesù

La risposta di Gesù è un misto di ironia e di logica stretta. Gesù li costringe a porsi di fronte a quella moneta che ad essi ripugnava. Nella moneta c’era infatti l’immagine dell’imperatore e la scritta Tiberius Caesar Divi Augusti Filius Augustus Pontifex Maximus. Per un vero ebreo questo era intollerabile.
Gesù non cade però nel tranello di presentarsi come ribelle a Roma e dice: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare». E l’atmosfera si fa pesante. Lo era già sin dall’inizio, a dire il vero. Quel loro presentarsi servile e astuto («Sappiamo che sei veritiero… Tu non hai soggezione di alcuno…») era ripugnante. E Gesù aveva risposto senza alcun timore alla loro doppiezza: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?».
La risposta di Gesù però va oltre e aggiunge: «Ma rendete a Dio quello che è di Dio». Ed è questa l’originalità di ciò che dice. La prima parte poteva apparire una risposta dettata da realismo, dalla saggezza, forse anche dalla furbizia, la seconda parte allarga gli orizzonti, perché non c’è nulla che si sottragga veramente a Dio, nemmeno la politica. Le parole di Gesù in realtà più che affermare l’accettazione dell’autorità di Cesare, suonavano dunque così: «Non lasciatevi sottomettere da nessun Cesare di questo mondo. Non rassegnatevi alla logica del mondo, ma trovate la vera libertà in Dio, signore del mondo».

La fede diventa lievito di storia

La Chiesa deve/può occuparsi di politica? Il tema è spesso in prima pagina e di altissimo interesse. Alcuni pensano che la Chiesa non dovrebbe parlare di politica, che lo fa troppo, che ciò che dice a volte le si ritorce contro. Ma in ogni epoca storica gli uomini di Chiesa si sono espressi sui temi scottanti del loro tempo. Nel 1845 Louis Rendu, vescovo di Annecy – dove c’era il più grande cotonificio dello stato savoiardo-piemontese – denunciò presso Carlo Alberto la condizione disumana degli operai-bambini, proprio mentre il Congresso degli scienziati italiani – tutti grandi capitalisti – affermava che «il lavoro infantile nelle officine e nelle fabbriche era assolutamente necessario per reggere la concorrenza straniera». In anni recenti tutti ricordiamo gli interventi contro la guerra in Iraq di Giovanni Paolo II, tra un coro di consensi.
Ma che direbbe Gesù di questa questione? Il brano di Vangelo di questa domenica si direbbe che ci risponda. «Pagare o non pagare il tributo a Cesare?», gli chiedono. La risposta di Gesù l’abbiamo sentita. Lui sa bene che i farisei ed gli erodiani di fronte a quell’odiata moneta sono a disagio; anche se nello stesso tempo non cercano lo scontro. Gesù con la sua risposta dice a loro e ai credenti di ogni tempo che davanti a qualsiasi aberrazione e abuso di potere, anche democratico, dovranno testimoniare e promuovere i diritti di Dio. È questo il significato vero e rivoluzionario delle parole di Gesù.
È un fatto che in ogni tempo chi si colloca dalla parte di Dio e vive la propria fede, essa si incarna e si fa visibile, trasforma l’ambiente e la società, diventa fermento, lievito di storia, si fa «politica». Questo dovrebbero ricordare i laici cristiani, che oggi guardano con diffidenza alla politica, e la lasciano a uomini di altre ambizioni, e magari a qualche vescovo.

UN FATTO – UNA TESTIMONIANZA

«Gesù riceve richieste di aiuto da molte persone, eppure non si rassegna, anzi, cerca dei giovani e li prepara per farne suoi collaboratori, apostoli. Questa formazione dei suoi discepoli era senz’altro anche “politica”. I suoi discepoli dovevano andare da coloro che cercavano aiuto e far sentire loro l’amore di Dio per tutti gli uomini» (Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme).

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