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2. Esegesi – XXIX C, 20 ott ’19

TROVERÀ LA FEDE SULLA TERRA

Esodo 17,8-13 – Quando Mosè alzava le mani Israele prevaleva
2 Timoteo 3,14–4,2 – Le Scritture possono istruirti per la salvezza
Luca 18,1-8 – Farà loro giustizia prontamente

Preghiera è potenza verso Dio
Fare della debolezza la nostra vera forza. Fare della preghiera la nostra potenza presso Dio. Fare della Sacra Scrittura il nostro orizzonte sapienziale. Fare dell’annuncio evangelico la nostra quotidiana comunicazione con le donne e gli uomini che incontriamo. Questi sono i temi di questa domenica, affidata alla silenziosa intercessione di Mosè, alla fede sapiente e feconda di Paolo e di Timoteo, e al grido sponsale della vedova del Vangelo. Amalek è termine collettivo. Sta ad indicare tribù nomadi che dimoravano nel deserto del Negheb, a nord del Sinai, e ne controllavano le piste carovaniere. A partire da questo primo scontro, la relazione con Israele fu sempre di aperta e reciproca inimicizia (cfr. Dt 25,17). Questo episodio segue immediatamente il miracolo della manna e dell’acqua scaturita dalla roccia. Prima di questi due episodi non si raccontano combattimenti del popolo, anzi in Es 14,14 era stato detto: «Il Signore combatterà per voi». Sono il pane celeste dunque, cioè la Parola di Dio, e l’acqua viva della sua sapienza che ci preparano a sostenere il combattimento spirituale, la buona battaglia della vita cristiana.

Essere sempre aperti
Mosè decide le sorti della battaglia con un gesto simbolico: le mani alzate. Questo uomo orante, con le braccia distese, è come un crocifisso che non abbasserà mai più le mani sulla terra, per cui la battaglia per il bene continuerà sempre. Un uomo che prega per la storia che sta vivendo, perché la preghiera non è una cosa avulsa dalla realtà, è unita alla battaglia. La vittoria, però non è affidata alla forza di Mosè, egli è un uomo povero e fragile che ha bisogno di aiuto per le sua braccia stanche. La preghiera è la potenza di Dio che si fa storia per l’amore e l’intercessione di un uomo per il suo popolo. La lettera a Timoteo continua l’esortazione ai responsabili della comunità perché come modello dei cristiani. Il compito dell’uomo di Dio è quello di annunciare in ogni tempo e circostanza la Parola di Dio che ha in sé l’efficacia per la salvezza. Il racconto lucano serve ad illustrare in modo paradossale l’agire di Dio nella storia. Il «pregare sempre» (v. 1), oltre che atto specifico, è prima di tutto una disposizione dell’animo. In quel «senza stancarsi mai» è compreso anche il «perdersi d’animo», lo scoraggiamento che può giungere. E anche semplicemente la stanchezza. Il credente è dunque fondamentalmente un orante, perché vive tutto in comunione con l’Amante-Amato, Colui che sempre guarda a lui e che anche lui, il credente, guarda.

Perseverare nella preghiera
Ogni mattino ognuno si ritrova davanti il suo Amalek minaccioso, imbattibile dalle nostre deboli forze. Così la vedova, immagine dell’orante, ma immagine anche di colei che crede nell’irrealizzabile, si muove e agisce. La sua preghiera diventa anima dell’azione di chi crede che a Dio tutto è possibile. Il giudice fa del suo potere la prepotenza della sua chiusura. Ma la vedova riesce a spuntarla per la sua perseveranza. Se un giudice iniquo può togliersi una scocciatura, quanto più Dio giusto interverrà a favore dei poveri e degli oppressi (v. 7). Dio che è giusto e fedele interviene per smascherare la prepotenza del male. Il Vangelo si chiude con un invito pressante a quelli che vivono nella prova. Quello che si chiede ad essi è la fedeltà perseverante che si esprime nella preghiera fiduciosa e costante. «Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (v. 8): non è un dubbio riguardo all’esistenza dei credenti fino alla fine, ma un invito alla salvezza nell’attesa della venuta del Giudice. La giustizia da parte di Dio è certa e decisa, ma si richiede da parte dei credenti l’attesa perseverante e fiduciosa.

Eseguire un compito
Perseverare nella fedeltà vuol dire eseguire il compito ricevuto da Dio, facendo affidamento a quella forza salvifica connessa con la sua Parola. Questo confronto con la Parola aiuta a capire che pregare non significa delegare a Dio le proprie responsabilità, vuol dire trovare la forza di resistere, lottando contro il male e la prepotenza. La preghiera è la forza dei non violenti che possono contare sulla giustizia o fedeltà di Dio, che va al di là delle scadenze storiche. Il subito di Dio è nell’ordine della certezza di fede, non nella cronologia storica. La giustizia di Dio non è rappresaglia e vendetta, ma pieno trionfo della bontà che vince anche il male.


PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Qual è la qualità della tua preghiera?
– Sei insistente nelle tue richieste o lasci che le cose «vadano»?

IN FAMIGLIA
Sicuramente c’è un momento in cui in famiglia ci si rivolge a Dio.
Può essere che ognuno lo compia individualmente, oppure che attenda che siano altri a sollecitare la preghiera.
Troviamo un momento comune in cui pregare e lo conserviamo nel corso di tutta la settimana.
Al termine proviamo a dirci che cosa ha significato per ognuno la preghiera condivisa.


(tratto da: R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C – Elledici 2015)