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3. Commento alle Letture – 19ª DOMENICA T.O.

7  A G O S T O
19ª DOMENICA T.O.
UNA NUOVA PATRIA: IL REGNO DEI CIELI

Gesù pose al centro il Regno di Dio, e tutto il sistema di valori e gli altri aspetti della vita dell’uomo in relazione a esso. Con questo modello copernicano tutte le dimensioni della vita umana mantengono la loro importanza, ma nessuna di esse prende il sopravvento, rischiando così di estenuare l’esistenza nell’orizzonte limitato della sua dimensione terrena.

La centralità del Regno
La premessa del brano di vangelo proposto dalla liturgia è il versetto precedente a quello con cui oggi si inizia: «cercate il suo [di Dio] regno, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Lc 12,31).

Il Regno è l’elemento di trasvalutazione dei valori umani. Domenica scorsa l’attenzione andava al rapporto con i beni materiali. Questa domenica il discorso si amplia, e l’attenzione si dirige al rapporto dell’uomo con il suo futuro. Perché il presente non esaurisca in sé tutto il suo potenziale, ha bisogno di essere costantemente vissuto come apertura al futuro.
Quando il Regno è il centro dell’interesse del credente, l’intera esistenza è vissuta come tensione verso di esso. Questo motiva alcuni atteggiamenti spirituali del cristiano su cui si focalizzano le letture di oggi.
Innanzitutto la considerazione della vita come costante attesa. Attesa che invita a un più intenso coinvolgimento nel presente, non attesa che logora il presente. È l’attesa che spinge a vivere per ciò che veramente conta. In tal modo si giustifica il richiamo all’elemosina, oggi considerata non come esercizio della carità o forma di ripristino dell’equità sociale, bensì come esercizio di libertà. Se veramente si crede che lì «dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc
12,34), e il tesoro è il Regno, allora la vita non sarà passata nello sterile tesaurizzare beni e ricchezze, bensì sarà volta a rendere beni e ricchezze strumenti, che mani sapienti sapranno usare con libertà e distacco (cf Lc 12,33).
È la prospettiva dell’attesa che porta a considerare la vigilanza come virtù. Essa comporta piena attenzione alla storia che si vive e a se stessi, consapevolezza, intensità di presenza, tensione verso l’incontro e preparazione ad esso. Non timore della morte dunque, bensì intensa immersione nella vita per essere preparati e pronti all’incontro.

La fede di Abramo e Sara
A questo proposito, però, ci si deve anche interrogare su quale immagine di Dio stia a fondamento della nostra fede. Parlare d’incontro con il Signore, il Risorto, il Figlio dell’Uomo, suscita in noi la paura del giudizio e della condanna, come se si trattasse di un incontro impietoso, o invece la trepidazione e la serenità dell’amore, alla luce del Vangelo (cf Lc 12,37)?
Nella lettera agli Ebrei lo scrittore sacro affronta il tema della fede, la virtù principale del credente. Fede da intendersi, nel contesto della liturgia di oggi, non come insieme di verità da ritenere, bensì come atteggiamento verso Dio e verso il suo Regno.
Su questa fede fondarono la loro esistenza i grandi personaggi della Bibbia menzionati nel cap. 11 della lettera. La liturgia di oggi ritaglia i versetti che parlano di Abramo a Sara, che in virtù della loro fede affrontarono il distacco dalla loro patria natia, vissero come stranieri la loro vicenda terrena, ricevettero la promessa e la caparra del suo adempimento, si protesero alla ricerca di una patria che non abitarono, ma che indicarono a noi come mèta. Il nome di questa patria, nel Vangelo di Gesù, è divenuto il Regno di Dio.

Tre parabole: la tensione al Regno
Tutta la vita del credente è tensione verso il Regno. Del modo di vivere questa tensione parlano le tre parabole conclusive del vangelo. Nella prima vi è un invito alla vigilanza, non per timore dell’incontro ma per essere trovati pronti.
Nella seconda s’insiste sull’imprevedibilità della venuta del Regno. Ciò significa che il Regno non è fatto dall’uomo con le sue azioni. Ma con la propria vigilanza e le proprie azioni bisogna mantenersi preparati a riceverlo come dono.
La terza è una parabola che, nuovamente, nella prospettiva del Regno restituisce valore e senso al presente. In questo presente che viviamo ci sono affidate responsabilità. La fedeltà a esse è il nostro ordinario e feriale compito. Non ambiguo senso del dovere ma assunzione libera del compito che ci è affidato come senso della nostra esistenza.