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3. Annunciare la Parola – 26 gennaio 2020

• Sof 2,3; 3,12-13 – Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero.
• Dal Salmo 145 – Rit.: Beati i poveri in spirito.
• 1 Cor 1,26-31 – Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole.
• Canto al Vangelo – Alleluia, alleluia. Rallegratevi, esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Alleluia.
• Mt 5,1-12a – Beati i poveri in spirito.

PER COMPRENDERE LA PAROLA

Una cosa è evidente: la sapienza di Dio è l’opposto di quella degli uomini; egli sceglie gli umili e i poveri e promette loro la beatitudine: è una follia. La 2a lettura offre lo stesso insegnamento.

PRIMA LETTURA
Sofonia, contemporaneo di Geremia, visse in Giuda prima della presa di Gerusalemme, è il profeta dell’ira di Iahvè, ma invita a cercare Dio e promette un popolo nuovo. Questo popolo nuovo sarà un «resto», sopravvissuto a una terribile purificazione; resteranno solo gli umili e i poveri e questi saranno beati: si troveranno «al riparo nel giorno dell’ira del Signore». «Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti».

SALMO
Il Signore preferisce «i giusti» alle persone che hanno successo. Sono giusti coloro che continuano ad avere fiducia in Dio nell’oppressione, nella prigionia, nel dolore, nella fame. Fare il confronto col salmo 22 o 90,7-11.

SECONDA LETTURA
Paolo stigmatizza le cricche di Corinto che dividono la comunità: liti fondate su prefe-renze, preferenze fondate sulla vanità. Eppure, qual è l’origine di questi primi cristiani? Se lo ricordino e moderino il loro orgoglio. Notare l’ironia pungente di s. Paolo per inculcare l’idea. Dio ha scelto queste persone modeste per confondere i sapienti. Un’unica fierezza: Cristo; è la citazione di Geremia (9,22-23), è già l’annuncio della follia della croce.

VANGELO
• Le beatitudini che Gesù, «nuovo Mosè», proclama dal monte,1 indicano fino a qual punto lo spirito del nuovo regno (la giustizia del regno) si differenzia da quello dell’antico.

L’Antico Testamento, specialmente la letteratura sapienziale, aveva già offerto esempi di beatitudini; ma esse si riferivano prevalentemente a uomini timorati di Dio, cioè onesti e religiosi. La benedizione consisteva nella salute, ricchezza, prole numerosa, moglie saggia e prudente, vita longeva e felice. La 1a lettura di oggi suggerisce già un superamento di questa prospettiva, ma il testo evangelico compie un vero capovolgimento di situazione: Gesù proclama beati nel regno che è venuto a inaugurare coloro che non lo sono affatto secondo i comuni criteri di giudizio.
• La prima beatitudine è, in certo senso, la sintesi di tutte quelle che seguono:
– secondo alcuni testi profetici (cf p. es. Is 57,15; 61,1) i poveri sarebbero stati i beneficiari dei beni messianici;
– la beatitudine dei «poveri» annunciata da Gesù conferma che il tempo della salvezza messianica è ormai in atto;
– è però importante notare la sottolineatura della povertà che fa Matteo: «Beati i poveri in spirito» (v. 2): la povertà non è più vista come condizione sociale, ma come disposizione dell’anima e del cuore, come atteggiamento spirituale interiore.
Povero non è soltanto colui che non possiede ricchezze; chiunque è privato di qualche cosa (amore, libertà, giustizia…) e soffre per questa privazione è messo nella condizione di sperimentare la fragilità umana, e, quindi, di non cercare più nulla dal mondo, ma di aspettarsi tutto da Dio, di stare davanti a lui come un povero che ha bisogno. Scopo dell’evangelista non è quello di esaltare la povertà o altre situazioni limite dell’esistenza umana: in se stessa la povertà non è beata, rimane un male e una privazione; ma rivela che il regno di Dio va al di là delle concezioni umane di felicità, di potere e di successo; le cose più deboli servono a Dio per manifestare la sua forza ed egli è presente e si fa presente in chiunque e per chiunque ha bisogno di lui. È in ciascuna di queste situazioni che il regno di Dio viene; perciò non è più tempo di tristezza, ma di esultanza e di gioia (v. 12a). Il regno di Dio presente in coloro a cui si rivolge il discorso («Beati voi», v. 11) è in questa povertà di spirito vissuta con un cuore che esulta nella gioia perché sa elevarsi a Dio e sperare in lui. Di qui nascono le beatitudini della mitezza, della misericordia, della purità di cuore (cioè della semplicità e libertà interiore), della sollecitudine per la pace…
• Il rapporto fra il discorso delle beatitudini e il successivo sviluppo del vangelo di s. Matteo mette in luce che Cristo stesso ha vissuto il suo insegnamento: ognuna delle beatitudini diventa una caratteristica di Gesù e potrebbe essere spiegata e illustrata con qualche esempio della sua vita.
Chi non si sente in queste categorie, deve farsi, come Gesù Cristo, di queste categorie, per ricevere il regno. Ma poiché in Gesù Cristo è Dio che liberamente e gratuitamente viene a portare la salvezza del regno, sotto il tema delle beatitudini sta anche una profonda teologia della grazia: senza Gesù Cristo, senza il suo aiuto e la sua grazia non è possibile mettere in pratica la sua Parola e realizzare la giustizia del regno, la quale non è nient’altro se non la potenza creatrice di Dio, che ci rigenera e, in Gesù Cristo, ci rende giusti e buoni.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

I chiamati a far parte del regno
Gesù dopo aver inaugurato la sua predicazione con l’annuncio del regno, esplicita le caratteristiche di coloro che ne fanno parte: è la proclamazione delle beatitudini. Queste, mentre rovesciano la gerarchia dei valori comunemente accettata, sono la pubblica e precisa designazione di coloro che egli chiama a far parte del suo regno. I «poveri di Iahvè», che nelle avversità della vita hanno affinato il loro spirito, distaccandosi dalle speranze terrene per porre in Dio solo tutta la loro fiducia, sono, a titolo di privilegio, i primi chiamati. Nel corteo di questi «poveri» entrano quanti, a giudizio del mondo, non sono beati: gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici, i perseguitati (cf Mt 5,1-12 – Vangelo).
Il mondo li disprezza e li considera infelici, Gesù li proclama «beati». Si realizza così l’antica promessa: «I poveri mangeranno e saranno saziati» (Sal 21,27 e 145,7-10 – Sal resp.). Gesù appare come il Messia venuto per annunciare il Vangelo ai poveri: questo è il segno che il regno di Dio è ormai in atto.

Il Messia dei poveri
Cristo è il perfetto esemplare di questi «poveri»; è il «povero» per eccellenza, l’umiliato fino allo spogliamento totale. Ha realizzato in pieno l’oracolo del «Servo sofferente di Iahvè» (Is 53).
Le tappe della sua vita mortale rispondono ad altrettanti aspetti della sua «povertà», accettata in piena adesione alla volontà del Padre: la nascita a Betlemme, l’esilio in Egitto, la vita nascosta a Nazaret, la vita pubblica, la passione e il sacrificio della croce.
Alle caratteristiche della povertà del Messia corrispondono le beatitudini che egli annuncia ai «chiamati» nel regno. La legge delle beatitudini evangeliche è la legge della partecipazione al mistero di Gesù «povero». Si entra nel «regno» nella misura in cui si entra nella «povertà» proclamata e vissuta da Gesù.
Partecipando al mistero della povertà di Cristo, i «chiamati» avranno parte agli infiniti tesori della sua liberalità divina, poiché egli «da ricco si è fatto povero per arricchire noi mediante la sua povertà» (cf 2 Cor 8,9; Fil 2,5ss.).

Il «resto», fermento di santità
Piccole cause possono produrre grandi effetti… Un po’ di polvere può bloccare la macchina più perfetta e far fallire una missione su Marte. «Se il naso di Cleopatra…», diceva Pascal. Così pure, un piccolo germe (il granellino di senapa del Vangelo, il frumento che produce il centuplo), l’azione di alcune persone decise (i Dodici nel mondo pagano, i compagni di Mao dopo la lunga marcia) possono provocare reazioni a catena. Così avviene per il «piccolo resto».
È necessario distinguere il resto «storico», il piccolo numero dei superstiti delle prove dell’esilio, non necessariamente migliori dei morti, e il resto «fedele», cioè la comunità pia e purificata che pone la sua speranza nella salvezza messianica. È la frazione del popolo vivente agli occhi di Dio, è l’élite religiosa e il lievito della santità; la qualità prevale sempre sul numero (cf l’esercito di Gedeone: Gdc 7).
A poco a poco il popolo di Dio si identificherà con «i poveri di Iahvè». Iahvè si compiace del suo popolo: incorona gli umili di vittoria (Sal 149,4), salva il popolo degli umili (Sal 17,28), ha pietà dei suoi miseri (Is 49,13), anche se vengono da lontano e dal paese d’Egitto (cf Is 12).
Gli scampati saranno mandati a portare la loro testimonianza «ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me… essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni» (Is 66,19). Nel Nuovo Testamento, coloro che si stringeranno a Cristo con tutto il cuore – provenienti dal giudaismo o dalle nazioni – formeranno il nuovo lievito, il nuovo resto. Questo resto sarà la Chiesa. Ma anche la Chiesa nel corso della sua storia rischierà di sclerotizzarsi e avrà sempre bisogno di essere scossa, spolverata. È questo il ruolo dei veri «poveri», chierici o laici, grandi ordini o piccole comunità, individui di statura eccezionale…, che prendono sul serio la lettera e lo spirito del Vangelo, che mettono in evidenza le esigenze della santità di cui le beatitudini sono lo statuto.
Ciascuno di noi può essere questo piccolo resto, e far risplendere qualcosa delle beatitudini e della follia dell’Amore di Dio per noi. È ancora un paradosso del Vangelo che i migliori provengano dalla massa e non abbiano bisogno di onori o di potere per svolgere una funzione trainante.

Le beatitudini oggi
Le beatitudini ci interpellano come interpellavano i farisei – quando ci comportiamo come loro, soddisfatti di noi – e come interpellano gli umili che cercano Dio, invitandoci a uno spogliamento interiore.
Si possono vivere le beatitudini soltanto se si prende sul serio il loro significato concreto: non c’è spirito di povertà se non si capiscono coloro che sono provati dalla povertà materiale (mancanza di denaro, di alloggio, di nutrimento…, cf Mt 25: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…»). «Beati i poveri» significa anzitutto agire perché i poveri vivano meglio: che non ci siano più le bidonvilles, i vecchi abbandonati, i proletari schiacciati dalla macchina economica… Il regno dei cieli è già iniziato dove c’è l’amore. L’amore non spinge soltanto ad avvicinarsi ai poveri, a chinarsi su di loro, a occuparsi di loro; l’amore autentico cerca l’identificazione. Fa ricercare la povertà a motivo di Gesù Cristo, rende effettivamente povero in spirito; fa comprendere i poveri e consente un’azione efficace.
Certo, la vastità dei problemi della povertà, della giustizia, della pace, del perdono ci supera: ma «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (2a lettura). Cosa c’era di più debole del neonato di Betlemme, del carpentiere di Nazaret, del crocifisso del Golgota? E dei pescatori del lago? E di s. Vincenzo de’ Paoli, parroco di Chàtillon? E di tanti altri?…


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno A, tempo ordinario – Elledici 2003)