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8. Aforismi – 5 t.o. C, 10 feb ’19

DIO HA BISOGNO DEGLI UOMINI?
– Dio si è messo in condizione di aver bisogno di noi. Charles Péguy
– Il mondo aspetta che noi gli diciamo nella sua lingua la verità su Cristo e sulla sua salvezza. Card. François Marty
– La Chiesa, quando prende coscienza di se stessa, diventa missionaria. Papa Paolo VI
– Bisogna sentire la mano di Dio sulla nostra spalla, per essere la sua mano sulla spalla degli altri. Philippe Zeissig
– Vivete in modo tale da essere la dimostrazione di Dio. Teresa di Calcutta
– Mi propongo di smuovere e agitare la gente. Non vendo pane, ma lievito. Miguel de Unamuno
– Solo una fiamma può accendere un’altra fiamma. Lèon Harmel
– Siate come la candela accesa, che illumina se stessa, e senza diminuire la propria fiamma accende altre candele per illuminare altri luoghi. Chassid Serafino di Sarov

O APOSTOLI O APOSTATI?
– Chi non è apostolo, è apostata. Luigi Orione
– Per tanti cristiani il cristianesimo è un’attività domenicale senza rapporto col lunedì. Martin Luther King
– La nostra religione è così vera, mentre il nostro modo di praticarla la fa apparire così falsa! Bruce Marshall
– Se i cristiani fossero dei soldati, sarebbero stati fucilati tutti da un pezzo per tradimento. Bruce Marshall
– Se ti accusassero di essere cristiano, troverebbero delle prove contro di te? Dietrich Bonhoeffer
– Chi fa il cattolico / con mani in mano, / non è cattolico / ma è pagano. Giuseppe Giusti

(tratto da: E. Bianco, All’altare di Dio – Anno B – Elledici 2009)

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1. Letture – 6 t.o. C, 17 feb ’19

PRIMA LETTURA
Maledetto chi confida nell’uomo;
   benedetto chi confida nel Signore.

Dal libro del profeta Geremìa 17,5-8

Così dice il Signore:
«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamarisco nella steppa;
non vedrà venire il bene,
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti».
Parola di Dio

 

SALMO RESPONSORIALE Sl. 1

R. Beato l’uomo che confida nel Signore.

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

 

SECONDA LETTURA
Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,12.16-20

Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?
Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.
Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.
Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Parola di Dio

 

CANTO AL VANGELO Lc 6,23ab
Alleluia, alleluia.
Rallegratevi ed esultate, dice il Signore,
   perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo.
Alleluia.

 

VANGELO
Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.

Dal Vangelo secondo Luca (6,17.20-26)

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
Parola del Signore


(tratto da Nuovo Messale della comunità, Domeniche e feste – Elledici 2008)

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2. Esegesi – 6 t.o. C, 17 feb ’19

NE EBBE COMPASSIONE

Geremia 17,5-8 – Una scelta da fare
1 Corinzi 15,12.16-20 – Il risorto senso della fede
Luca 6,17.20-26 – La beatitudine da accogliere

Stare con Dio
La maledizione del Signore è rivolta all’uomo che trae la sua forza e sicurezza da un altro uomo, da un essere fatto di carne come lui e che pertanto allontana il suo cuore da Dio. La maledizione si dà in quanto viene rifiutata la benedizione di Dio, non confidando nel suo amore: Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare (Sal 146,3). Lontano da Dio, l’uomo non riconoscerà l’arrivo del bene che il Signore invia al suo popolo (cfr. 2Re 7,17- 18). La maledizione è associata alla terra arida del deserto e a terreni salmastri in cui è impossibile la vita; l’uomo maledetto è incapace di frutto. Benedetto è invece l’uomo che confida nel Signore e da Lui trae ogni sua forza: beato l’uomo che in Lui si rifugia (Sal 34,9). Confidare nel Signore è fidarsi di Lui e dunque porre il fondamento della propria casa sulla roccia; l’uomo benedetto è come un albero piantato lungo un corso d’acqua che non teme caldo né arsura. La benedizione è infatti associata alla fecondità: Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1,28).

Una fede fondata
L’annuncio della risurrezione di Gesù è il fondamento su cui poggia la fede cristiana. Non deve meravigliare che dubbi sulla risurrezione dei morti sorgano nel cuore dei cristiani. L’argomentazione di Paolo parte dall’ipotesi che i morti non risorgano, per poi confutarla attraverso la considerazione delle conseguenze negative che ne verrebbero, contraddette dall’esperienza di fede dei suoi interlocutori. Negare la risurrezione finale dei morti porta infatti a negare anche la risurrezione del Signore, oppure conduce a diventare falsi testimoni. C’è un legame tra la risurrezione di Cristo e il perdono dei peccati, perché la risurrezione fa vedere che Gesù non è un semplice maestro di morale ma è il Figlio di Dio, che nel Battesimo unisce il discepolo al suo mistero di morte e di risurrezione donandogli la vita nuova. Se Cristo non fossa risorto, i morti in Cristo sarebbero perduti, non potendo Cristo liberarli dalla morte e dal giudizio. Inoltre una fede cristiana priva della fede nella risurrezione si ridurrebbe ad un’etica incapace di aprire nuovi cammini.

Stare nella beatitudine
Tra la risurrezione di Cristo Gesù e la vittoria finale sulla morte c’è il cammino delle Beatitudini che porterà il mondo dell’uomo alla trasfigurazione. Il Vangelo è un pedagogo realista che vuole prepararci a fare le nostre scelte a partire da un’accresciuta consapevolezza di pericoli e rischi di fallimento. Ma l’addestramento a scegliere bene, l’educazione a saper valutare scopi giusti e mezzi acconci (dentro una gran varietà di opportunità «umanistiche»), non è la verità più profonda del Vangelo, non è il suo messaggio essenziale. Parecchie volte, si chiede al Vangelo di essere una specie di scuola super dello Spirito, aperto al mito dell’«eccellenza formativa». Ma le parole del Vangelo ci informano di come le cose sono e stanno nel «suo» sguardo. Di fatto ci aiuta a vedere l’uomo più in profondità, a contatto con drammi anche inevitabili, con contraddizioni e insufficienze che riguardano bravi e meno bravi, e proprio a questa «povertà di tutti» esso osa spalancare orizzonti grandiosi, non per ciò che gli uomini sanno fare, scegliere e realizzare, ma perché di essi si cura il Signore della misericordia, che li salva, li grazia, ne previene pensieri e sostiene fatiche, ne indirizza lo spirito.

Alla presenza dell’Unico
È la presenza invisibile ma potente di Dio che rende «beati» i poveri e annuncia e vede i «guai» dei ricchi sazi. I nostri progetti, fragili soprattutto se ambiziosi, nascono quasi tutti da desideri e bisogni umani e comuni. Possono dirsi cristiani solo se e quando nascano segnati dalla sorpresa e gratitudine per questa rivelazione, che è incarnazione di Dio e risurrezione dell’uomo. Con i suoi insegnamenti Gesù delinea e propone una morale di altissimo livello. Ricevere queste Parole e chiedere umilmente di poterle accogliere nella nostra vita personale e comune, è certamente risposta giusta al dono di Dio.

 

PER IL CONFRONTO NEL GRUPPO
– Come si manifesta il nostro stare con Dio?
– Perché risulta tanto difficile compiere quello che la Parola chiede?

 

IN FAMIGLIA
Nel corso della vita ci capita di fare dei bilanci.
Forse ci siamo allenati molto a tenere in ordine i bilanci economici,
oppure a calcolare le nostre forze nell’affrontare un nuovo compito che ci è stato affidato.
È bello poter fare anche un bilancio di com’è il nostro rapporto con Cristo Gesù,
evidenziando quali sono gli elementi che abbiamo fatto nostri,
le resistenze che poniamo, le incomprensioni che ci accompagnano.


(tratto da R. Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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3. Annunciare la Parola – 6 t.o. C, 17 feb ’19

PER COMPRENDERE LA PAROLA

Il legame fra la 1ª lettura e il Vangelo nella forma è chiaro. Si tratta di due esempi di maledizione-benedizione contrapposte. Nella sostanza invece il rapporto è solo indiretto: in Geremia: fiducia nell’uomo o fiducia in Dio; nel Vangelo: beatitudine e maledizione nel Regno di Dio.

PRIMA LETTURA
Non è un testo secondo lo stile abituale di Geremia. Si tratta d’un insegnamento sapienziale, costruito seguendo un parallelismo abbastanza sviluppato.
L’autore pone i contemporanei davanti a una scelta: maledizione o benedizione. A tale scopo, riprende il tema delle due vie, frequente nella Bibbia.
Mettere la propria fiducia nell’uomo: è l’aridità, l’accecamento, il deserto. Fuori di Dio l’uomo non può riconoscere la grandezza della propria esistenza.
Invece l’uomo che mette la sua fiducia in Dio, che fonda la sua vita sul rapporto con Dio, non teme il caldo, non ha paura dell’aridità, non è sterile. Le sue foglie rimangono verdi, perché è piantato lungo l’acqua.
Il parallelismo è chiarissimo fra le due parti del testo:
– fiducia nell’uomo = terra desolata, arida, nessuna felicità;
– fiducia in Dio = acqua corrente, foglie verdi, frutti.
Scegliere Dio vuol dire felicità, scegliere se stesso vuol dire infelicità.

SALMO
Riprende i temi della 1ª lettura, aggiungendovi altre immagini. In una lettura cristiana, Cristo in croce è il giusto per eccellenza.

SECONDA LETTURA
È il seguito della domenica precedente. Il pensiero greco, segnato dal platonismo, non può capire la risurrezione dei morti (la risurrezione della carne, cf At 17,32).
Per Paolo, la risurrezione di Cristo è l’avvenimento centrale della fede cristiana: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti”.
Senza la risurrezione, la fede cristiana sarebbe illusione e utopia. Senza di essa gli uomini rimarrebbero schiavi dei loro peccati. La fede diventerebbe peggio del nulla.
La risurrezione trasforma l’intera esistenza umana. Col Cristo risorto è cominciata una nuova creazione.

VANGELO
È la versione delle “beatitudini” secondo la tradizione lucana (6,20-49). Diversamente da Mt 5, Cristo discende dal monte e si ferma in un luogo pianeggiante. È sceso dal monte dove aveva pregato dopo la scelta dei Dodici. E ritornato in mezzo al popolo. Luca sottolinea volentieri questo contatto diretto di Gesù con le folle.
L’insegnamento di Gesù è in stretto rapporto con ciò che vivono i destinatari: alcuni cristiani se ne stavano tranquilli nella loro ricchezza, altri erano perseguitati, altri avevano fame ora… (tono molto diretto: “Ora” ripetuto, “in quel giorno”).
La situazione dell’epoca non presenta niente di nuovo: anche i loro padri trattavano così i profeti. È una situazione che fa parte dell’esistenza cristiana di ogni tempo.
L’opera di Dio non si sviluppa necessariamente in continuità con l’opera del mondo e degli uomini. È piuttosto in contraddizione con ciò che a noi sembra felicità o infelicità (differenza fra maledetto e infelice: 1ª lettura). Avverrà un capovolgimento delle situazioni: “I primi saranno gli ultimi…”.


PER ANNUNCIARE LA PAROLA (piste di omelia)

La felicità
Per molti è una questione di fortuna o di denaro: col denaro si possono avere tutti i beni materiali e acquistare cultura, considerazione, potere, ecc. Per la Scrittura è una questione di scelta: in chi porre la propria fiducia?
Gesù va oltre: coloro che noi giudichiamo disgraziati, egli li dichiara beati. Chi sono oggi questi “beati”? Sanno in che cosa consiste la loro felicità? Possono credervi se coloro che dovrebbero predicarla vivono in realtà in una felicità diversa e fanno di tutto per attirarvi anche loro?
Il Vangelo ci appare duro e utopistico. E lo è per una vita che si limitasse alla terra. La sua validità si fa evidente soltanto se crediamo alla risurrezione.
Ma già da quaggiù il suo insegnamento è verificabile. Tanti uomini vi hanno creduto (Francesco d’Assisi, per esempio, Charles de Foucauld, ecc.). Alcuni propongono alla nostra società obiettivi diversi dalla ricchezza. Tutti noi abbiamo bisogno della scossa del Vangelo per ridar ordine alle nostre idee di felicità e per orientare le nostre scelte.

La speranza cristiana
La felicità materiale non è sopportabile se è limitata al solo presente. Perché è corrosa dall’inquietudine del domani.
La felicità di cui parla Cristo vale insieme per l’oggi e per il domani. Dice ai poveri: Vostro è il Regno di Dio (al presente); sarete saziati… riderete (al futuro).
La speranza del cristiano si fonda interamente sulla fede nel Cristo risorto: qualche cosa è cominciato. È un fatto. In lui ora abbiamo una vita nuova che il Vangelo chiama “Regno di Dio”.
Se Cristo non è risorto, allora i poveri e gli afflitti sono le creature più infelici e senza rimedio. La loro vita è un fallimento definitivo. E coloro che hanno scelto volontariamente la povertà sono degli sciocchi.
La speranza del cristiano non è quindi un vago ottimismo, ma la fiducia in qualcuno: il Signore. “Benedetto l’uomo che confida nel Signore” (1ª lettura). Cristo è risorto, ma per essere “primizia di coloro che sono morti”, “affinché dove sono io, siate anche voi”.

In chi mettere la propria fiducia?
Chi sono oggi i maestri di pensiero e di vita? Scrittori, responsabili della pubblicità, capi di movimenti…
Il cristiano non è un “credulone”. Egli ha precisi criteri per distinguere nei messaggi che gli si rivolgono ciò che è benedetto e ciò che è maledetto: quanto si limita alla felicità terrena è inevitabilmente illusione e miraggio. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (1ª lettura).
Da parte nostra, che profeti siamo? Preoccupati anzitutto che si dica bene di noi? di “che cosa se ne dirà”? Dimostriamo fermezza nelle nostre convinzioni? coraggio per manifestarle? Negli impegni della vita quotidiana siamo a servizio degli autentici valori: la verità, la libertà, la giustizia e l’amore? Il nostro messaggio supera le nostre idee personali, la nostra stessa persona?


(tratto da: M. Gobbin, Omelie per un anno – vol. 2, anno C, tempo ordinario – Elledici 2003)

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4. Ti Spiego la Messa

Prepariamo i nostri piccoli alla comprensione delle parti della Santa Messa


(N. 1) Da questa domenica 11 novembre 2018 (32a del Tempo Ordinario “B”) in due riquadri per volta, proponiamo una semplice presentazione delle parti della messa e del loro significato (utile anche per giovani e adulti!). Buona catechesi!

PRESENTAZIONE GENERALE
Non siamo noi che “andiamo a messa”: è Gesù stesso che ci rivolge l’invito di prender parte alla sua Ultima Cena, e lo fa attraverso la persona del Sacerdote che “gli presta” gesti e voce. Gesù vuole associarci alla sua grande preghiera di ringraziamento che rivolge al Padre, affinché pure noi diventiamo più simili a Lui nell’ascolto della sua Parola e nell’offerta di noi stessi a Dio e al prossimo. Per questo la messa è il luogo privilegiato per il nostro personale incontro con Gesù vissuto nella fede.

La “messa” o Celebrazione dell’Eucaristia si compone di QUATTRO PARTI (a loro volta comprendenti diversi momenti):
I. i Riti di Introduzione
II. la Liturgia della Parola
III. la Liturgia Eucaristica
IV. i Riti di Conclusione

Fanno parte dei riti introduttivi:
1. il Canto Iniziale (scelto solitamente in modo da dare il tono generale al tema della domenica);
2. il Saluto del Celebrante, (che dopo il Segno della Croce(*) saluta ed esorta i fedeli alla partecipazione viva e attenta);
3. l’Atto Penitenziale (che, se vissuto con la giusta devozione, comporta la remissione dei peccati veniali: tale remissione non è “automatica”, perché frequentemente lo si compie con totale distrazione… ma se si partecipa con le dovute disposizioni, tutta la Messa produce come effetto la remissione dei peccati veniali – Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1394 – pur restando vivamente raccomandato, anche per questa remissione, accostarsi al Sacramento della Riconciliazione);
4. il canto o la declamazione dell’Inno di Gloria;
5. la Preghiera di Colletta, che raccorda gli animi di ciascun fedele con lo spirito generale dell’Assemblea, e conclude la parte iniziale della messa richiamandone il tema portante.

È anche bene che i lettori della Parola di Dio (o, prima di essi, quelli delle introduzioni) attendano alcuni secondi prima di cominciare, in modo che tutti si siano seduti e non ci siano rumori che pregiudichino o impediscano un ascolto attento.

(*) Il Segno di Croce (mano sinistra sul petto)
 Nel nome del Padre… (ci tocchiamo il capo perché Lui è in alto, è colui che ci ha creati. Ed è il centro dei nostri pensieri e della nostra intelligenza.)
• e del Figlio… (mettiamo la mano sul cuore perché Gesù ci ha amati talmente tanto da dare la sua vita per noi. Si è incarnato, è morto e risorto per la nostra salvezza)
• e dello Spirito Santo… (la nostra mano tocca le spalle perché lo Spirito Santo, il dono di Gesù risorto per noi, rappresenta l’abbraccio di Dio)

► da una catechesi di papa Francesco, all’Udienza Generale del 18 aprile 2018. (segue)

 


(N. 2 – 18nov2018) La seconda parte della messa prevede:

1. l’ascolto della Parola di Dio
2. la spiegazione da parte del celebrante, comunemente detta “omelia
3. la recita del Credo
4. le Preghiere dei fedeli.

Soffermandoci questa domenica sui primi due punti, va detto che l’assemblea deve prestare la massima attenzione a ciò che viene letto: non sono puri e semplici modi di dire, o fatti e fatterelli del passato… è Dio che ci parlaè la Storia della Salvezza che ci raggiunge nell’oggi! sono le opere di Dio compiute nel tempo attraverso il popolo eletto e giunte a compimento nel dono del Messia atteso che ha rivelato il volto di Dio, che ha realizzato la salvezza dell’uomo, che ha rivelato all’umanità il suo destino eterno!

Tutto ciò non può e non deve trovarci ascoltatori annoiati, distratti, frettolosi… E tutta l’assemblea deve favorire l’ascolto attento (lettori ben preparati, pause di silenzio tra una lettura e l’altra, microfoni funzionanti e senza interferenze fastidiose, ecc…) e ridurre al minimo i fattori di distrazione (rumori di ogni genere, cigolii di porte, inginocchiatoi ribaltabili, sedie che si spostano, persone che vanno e vengono, squilli di cellulare, ecc…).

Nel libro del profeta Amos la Parola di Dio è paragonata ad un ruggito: «Il Signore ruggisce da Sion e da Gerusalemme fa udire la sua voce» (Am 1,2). Questo ruggito è una vera e propria manifestazione di Dio, come la voce del tuono: «Ruggisce il leone: chi non trema? Il Signore ha parlato: chi può non profetare?» (Am 3,8). Così, l’assemblea deve accogliere la proclamazione delle Sacre Scritture come il dono che Dio ci fa oggi, nel contesto storico e personale che stiamo vivendo adesso: qui ed oggi Dio ci parla, Dio mi parla. E a ben guardare, ad ogni partecipazione attenta alla messa vi è sempre almeno una frase, una parola, un’espressione, un dialogo, un insegnamento… che viene a nutrire la mia, la nostra vita spirituale; che viene a consolarmi da una pena; che mi è di stimolo per la mia fede; che illumina la mia situazione di coscienza e i rapporti col prossimo; che mi fa apprezzare di più il fascino della persona di Gesù. Ed ha il potere di renderci migliori e di accrescere la nostra amicizia con Dio!

Solitamente il Vangelo è collegato, richiamato o preparato dalla Prima lettura, che è tratta dall’Antico Testamento e alla quale l’assemblea esprime il suo assenso mediante i versetti del Salmo, detto appunto “responsoriale”, cioè “di risposta” a quanto ascoltato; la Seconda lettura (presa dalle Lettere apostoliche, o dagli Atti degli Apostoli o dal Libro dell’Apocalisse), invece, non è necessariamente collegata al tema della domenica.

Al sacerdote, poi, il compito di spiegare le letture, di attualizzare la Parola di Dio, di sviluppare il tema del giorno, facilitando l’applicazione alla vita che ciascuno farà da parte sua. E di farlo in tempi ragionevolmente contenuti, con un linguaggio comprensibile e capace di far presa sull’uditorio, con un tono per lo più esortativo e mai colpevolizzante, senza pensare di sostituirsi all’azione dello Spirito di Dio che parla ai cuori. L’omelia va preparata, e non improvvisata sul momento come attingendo ad un repertorio. Va pregata e meditata già lungo la settimana. E i contenuti, gli esempi, i modi vanno calibrati alla tipologia di assemblea che si ha davanti.

Per quanto importante (se non addirittura strategico, in ottica di una pastorale ben curata!), tuttavia da parte dei fedeli questo momento della messa costituisce un elemento accessorio e non essenziale del proprio personale incontro con Gesù nell’Eucarestia. Il fedele dalla spiritualità matura benedirà in cuor suo il Signore per un’omelia gradevole, interessante, ben fatta, ricca di spunti utili… E saprà anche offrirla come forma di penitenza se l’avrà trovata lunga, noiosa e inconcludente…! (segue)



(N. 3 – 25nov2018) La seconda parte della messa (Liturgia della Parola) prevede, ancora:

(oltre a: 1. l’ascolto della Parola di Dio
2. la spiegazione da parte del celebrante, comunemente detta “omelia“, già trattati…)

3. la recita del Credo
4. le Preghiere dei Fedeli.

Alla Parola di Dio proclamata, ascoltata, spiegata, applicata alla vita e accolta come dono di Dio in persona, segue qualche istante di SILENZIO. Questo tipo di pause meditative tra un momento e un altro della messa, normalmente, non devono essere vissute con disagio, perplessità, incertezza… come se stesse accadendo qualcosa di strano o qualcuno si fosse dimenticato qualcosa di necessario e vi si stesse provvedendo… No! Le pause sono utilissime per l’interiorizzazione di quanto si sta vivendo o di una parola che ha colpito particolarmente. Così è dopo l’omelia del celebrante.
– La prima risposta dell’assemblea al Signore è, così, la proclamazione della nostra fede: di domenica in domenica ci ricordiamo e rafforziamo la convinzione nelle verità contenute nel CREDO. A seconda del periodo liturgico o del tipo di celebrazione, il Credo può essere espresso nella formula (abituale) del Simbolo Niceno-Costantinopolitano, oppure in quella del Simbolo degli Apostoli (più breve), o ancora mediante la formula interrogativa delle Promesse Battesimali (pag. 180 del Messale Romano).
– La seconda risposta è poi la serie di PREGHIERE DEI FEDELI, lette solitamente dal foglietto ufficiale dell’assemblea, oppure (meglio!) preparate dal Gruppo Liturgico parrocchiale o a turno dai vari gruppi, associazioni o movimenti incaricati di animare la liturgia. Solitamente la prima di queste preghiere è espressa a beneficio della Chiesa universale, la seconda è formulata per varie categorie del genere umano (governanti, nazioni, fedeli di altre religioni, professioni varie, ecc…), le altre  considerano situazioni contingenti, del posto o di ricorrenze particolari, alla luce degli spunti e dei temi offerti dal Vangelo. Ci si ricordi però che oltre alle preghiere che vengono “lette”, anche Dio legge nei nostri cuori le preghiere che ci portiamo dentro, per il prossimo, per le persone che ci sono care, per i defunti che amiamo ricordare e anche per le nostre necessità. Sarà dunque bene che il celebrante riservi degli istanti di silenzio prima di riassumere tutto nell’orazione conclusiva. Il canto di offertorio chiude la Liturgia della Parola e introduce la Liturgia Eucaristica. (segue)


(N. 4 – 2dic2018) E siamo alla terza parte della messa: la Liturgia Eucaristica.

Mentre il ministro (sacerdote o diacono) stende sull’altare il “corporale” (=un quadrato di stoffa rigida che accoglierà i sacri vasi contenenti il Corpo di Cristo), dal centro o dal fondo della chiesa vengono portate le offerte: il pane e il vino da consacrare, il denaro o ceste di viveri per le necessità della chiesa e per i poveri, alcuni oggetti simbolici (che sarà bene accompagnare da una spiegazione) indicanti l’offerta spirituale dell’assemblea a seconda del tema del giorno o di un particolare periodo liturgico. Si abbia cura di distinguere ciò che è “offerto” a Dio, da ciò che è segno di qualcos’altro (un impegno, un atteggiamento che si vuole assumere, ecc…): ad esempio, il pallone portato all’altare non viene “offerto”, dal momento che poi viene nuovamente adoperato per il gioco, ma viene indicato come simbolo di amicizia, di fraternità, di rispetto del prossimo, o altro. E lo stesso dicasi per un cartellone, una lampada, un mappamondo, lo zaino con i libri di scuola, e così via.
Comunque venga organizzata la processione offertoriale, in questo momento della messa ciascun fedele, interiormente, offre e depone ai piedi dell’altare la sua stessa vita: le proprie opere buone, le proprie sofferenze, qualche preoccupazione, qualche sacrificio accettato come penitenza o come atto di amore per il prossimo… Nulla di ciò che si sta vivendo è estraneo né di poco conto agli occhi di Dio! Raccogliersi in preghiera e unire la propria vita all’offerta che Gesù fa di se stesso al Padre fa pienamente parte del significato profondo della messa e di una partecipazione viva, intensa e fruttuosa.

Oltre al vino, il sacerdote lascia cadere nel calice alcune goccioline d’acqua, accompagnando il gesto dalle parole sottovoce
L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione
con la vita divina di colui
che ha voluto assumere la nostra natura umana
“.
   San Cipriano di Cartagine (III sec.) in una delle sue lettere, indirizzata a Cecilio, legge in questo gesto la mescolanza dell’umanità con il Cristo:
Se qualcuno offrisse solo vino,
il sangue di Cristo inizierebbe a essere senza di noi.
Se invece ci fosse solo acqua,
allora il popolo inizierebbe a essere senza Cristo
” (Epistola 63,13).
Anche san Tommaso D’Aquino (XIII sec.) nella Summa theologiae difende quest’uso, dandovi quattro ragioni differenti, tra cui quella di significare l’unione del popolo cristiano con Cristo.

Con la Preghiera sopra le offerte, il sacerdote invita l’assemblea a vivere con fede la fase successiva della messa: la grande preghiera eucaristica. (segue)


(N. 5 – 9dic2018) Proseguendo in questa terza parte della messa, la Liturgia Eucaristica…

…ci ha fatto appena rievocare il festoso ingresso di Gesù a Gerusalemme, tra i cori del “Santo”.

Ora siamo nel Cenacolo, con gli Apostoli, accanto a Gesù, da Lui invitati a rivivere la sua Ultima Cena. Questa parte della messa è un’altra splendida invenzione del Signore: noi tutti duemila anni fa non eravamo presente nell’atto culminante della Storia della Salvezza. Ma QUELL’EVENTO, grazie alla liturgia, ci raggiunge nell’oggi: nella persona, per le mani e la voce del sacerdote, e grazie all’azione dello Spirito Santo vivo e operante nella vita della Chieda e nei Sacramenti, Gesù stesso cambia il pane e il vino nel suo vero corpo e nel suo vero sangue. Propriamente, non è una “trasformazione” del pane e del vino (dal momento che proprio la “forma” resta la stessa!): ma un “cambiamento della sostanza”. Oh povertà del nostro linguaggio che ci fa dire in maniera imperfetta “pane e vino si trasformano in Gesù“…! Dovremmo imparare a dire che “si transustanziano in Gesù“…, ma capiamo che si tratta di un linguaggio un po’ difficile. L’importante, però, è che i fedeli piccoli e adulti con gli occhi della fede vedano e capiscano quello che avviene sull’altare. Gesù è qui!

E le parole della Preghiera Eucaristica ci invitano ad associarci al grande ringraziamento di Gesù al Padre per aver amato ciascun uomo nel crearlo libero e nell’averlo salvato da quel cattivo uso della sua stessa libertà che chiamiamo “peccato“. Da figli disobbedienti e bricconcelli quali siamo, meriteremmo solamente castighi e punizioni… e invece Lui ci perdona continuamente e pazientemente aspetta che lo riamiamo – finalmente, liberamente, convintamente – come Padre!

Il sacerdote invita a riconoscere tutto questo: è “Mistero della Fede!” e noi come assenso pieno rispondiamo insieme “Annunciamo la tua morte, Signore / proclamiamo la tua Resurrezione / nell’attesa della tua venuta!“.

Seguono preghiere per il papa, i vescovi, i sacerdoti e l’unità dei cristiani … il ricordo dei defunti … l’invocazione dei santi a protezione del nostro stesso cammino terreno verso il Regno dei Cieli.

Tutto viene riassunto nell’offerta che il sacerdote rivolge alzando il corpo e il calice con il sangue di Gesù, e insieme con Lui anche noi CI OFFRIAMO al Padre con un convinto “AMEN!“.

Il Padre Nostro e lo Scambio della Pace esprimono il nostro riconoscerci suoi Figli e fratelli tra di noi proprio grazie a Gesù.  (segue)


(N. 6 – 16dic2018) La Liturgia Eucaristica…

…si sta avviando verso la Comunione. Il sacerdote invita TUTTI i fedeli, quelli che facendo la comunione riceveranno Gesù e quelli che per diverse situazioni se ne asterranno, ad unirsi spiritualmente a Lui. Con l’ “Agnello di Dio”, chiediamo ancora perdono a Colui che ha dato la sua vita a motivo dei nostri peccati per riconciliarci col Padre, riconoscendoci bisognosi di tutto questo e desiderosi della sua pace.

Mostrando ancora ai fedeli l’ostia sacra e spezzata (si ricorda così il Cristo crocifisso), il celebrante introduce le parole cariche di fede del centurione (uomo di per sé non appartenente al popolo eletto!) che tutti facciamo nostre: chi si trova nell’incertezza di poter accedere alla comunione (pur non avendo peccati gravi) affinché superi il suo senso di indegnità e aderisca con slancio all’invito di Gesù (non siamo noi che “facciamo” la comunione… è Gesù che si dona!); e chi vive situazioni di vita non compatibili con il senso profondo dei sacramenti (ai quali, per questo, non può accedere) affinché viva la comunione “spirituale” e invochi l’aiuto dall’alto per vivere con rettitudine la sua vita.

La processione verso la comunione, accompagnata dal canto e dal raccogliemento, resta l’immagine della Chiesa in cammino verso Cristo. Ancora un atto di fede viene richiesto nell’atto di ricevere l’Eucarestia (sulle mani ben aperte o direttamente in bocca): pronunciare la parola “Amen” (=”Si, è così, credo che questo è il Corpo di Cristo!”). La compostezza del momento, poi, impone che non si facciano inchini, che non si sposti la testa, che non si faccia uno scatto all’indietro, che ci si allontani dalla parte esterna della fila senza intralciare gli altri fedeli, che non si facciano svariati metri con l’ostia in mano prima di portarla alla bocca. Tornando al posto, ci si raccoglie in silenzio o ci si accorda con i canti di comunione o di ringraziamento. Normalmente, quello che fanno i ministri nel loro compito di riordinare l’altare o di riporre nel Tabernacolo le ostie avanzate, non dovrebbe interessare: ciascuno prega il Signore presente nel Sacramento e appena ricevuto nel proprio corpo.

Queste semplici raccomandazioni ci fanno concludere la terza parte della messa e ci fanno passare direttamente all’ultima: il Rito di Conclusione.

1. Qualche avviso aiuta a tenere il passo con gli appuntamenti della vita della comunità.

2. La preghiera conclusiva riprende il tema della liturgia ed esorta ad un rinnovato impegno nella vita.

3. La benedizione finale infonde l’incoraggiamento di Dio a perseverare senza indugi nella vita di fede.

4. Le parole di congedo e il canto finale sciolgono l’assemblea e ci ricordano che la messa, intesa come “incontro con Cristo” prosegue nella vita di ogni giorno, al di fuori della chiesa e al di là di tempi “riservati” per pregare Dio.

SE LA MESSA È STATA VISSUTA CON PARTECIPAZIONE E RACCOGLIMENTO,
se si sarà tenuto il telefonino spento…
se non ci si è distratti con pensieri inutili…
se non si è passato il tempo a chiacchierare…
se non si è passato tutto il tempo a guardare l’orologio…
SI USCIRÀ DALLA CHIESA MIGLIORI DI COME SI È ENTRATI,
PIÙ DISPONIBILI AD AMARE E SERVIRE DIO E IL PROSSIMO,
PIÙ RICCHI NELLO SPIRITO E RADIOSI IN VOLTO,
INTIMAMENTE CONVINTI CHE “SENZA LA MESSA NON È DOMENICA”,
CHE SENZA LA MESSA IL CRISTIANO NON PUÒ STARE.




(N. 7 – 23dic2018) I Colori della Liturgia.

I paramenti del sacerdote, come i veli che ricoprono l’ambone e orlano l’altare, cambiano di colore a seconda del periodo liturgico o della festività del giorno, come è indicato nello specchietto di seguito…


(N. 8 – 30dic2018) I collaboratori.

La liturgia è un azione comunitaria. La celebrazione dell’Eucarestia è sempre valida anche se e quando il sacerdote si ritrova a celebrarla da solo.
Ma il senso di comunità, tanto nei giorni feriali quanto in quelli festivi, risalta e riempie i cuori nella varietà dei ministeri, ossia dei compiti che ciascun fedele svolge.
Gli addetti a servizio all’altare, in maniera sempre composta, silenziosa, con movimenti sobri e incedere soave in tutti gli spostamenti e i passaggi
(evitando di attirare l’attenzione su di sè con acconciature o abbigliamento stravagante,
con fare distratto o disordinatamente affaccendato, colpi di tosse ricorrenti, risolini, ecc…)

contribuiranno, come degli angeli, a far convergere tutta l’attenzione
sull’ascolto della Parola dall’ambone
e nel rivivere all’altare l’Ultima Cena di Gesù.
Il coro ben guidato, si occupa di abbellire i vari momenti della messa cercando di invogliare l’assemblea al canto senza sostituirsi ad essa completamente.
Gli strumentisti accompagnano il canto, con l’attenzione che il volume della musica non sovrasti quello delle voci.
lettori, consapevoli del compito di prestare la loro voce affichè la Parola di Dio giunga chiara e ben impostata alle orecchie dei fedeli,
devono far attenzione che le labbra siano ben allineate col microfono, adeguatamente funzionante con tutto l’impianto di amplificazione.
Ed è preferibile che, avendo letto in anticipo i testi che andranno a proclamare, chiedano consiglio di come si pronunciano alcune parole di uso non frequente o nomi particolari.
Coloro che accompagnano la processione offertoriale, hanno cura di recarsi in tempo nei pressi del tavolino da dove prenderanno pane, vino e altri segni utili.
Allo stesso modo, gli incaricati di svariati altri compiti (raccolta delle offerte, distribuzione di libretti dei canti, foglietti per la messa, avvisi settimanali, ecc…)
devono far tutto con spirito di servizio e non con il sottile intento di mettersi in mostra…
la gran parte dei fedeli presenti, pur non avendo compiti particolari, contribuirà all’edificazione vicendevole
attraverso una partecipazione attenta, rispondendo alle acclamazioni, mettendo a tacere il telefonino…

In una liturgia ben preparata, ben curata e ben partecipata
tutti si è al servizio gli uni degli altri,
nessuno è indispensabile,
tutti possono rendersi utili…
per vivere al meglio e sempre fruttuosamente il proprio incontro con il Signore Gesù!


(N. 9 – 13gen2019) I Simboli della liturgia.


(N. 10 – 20gen2019) La chiesa.

* commenti: Giovanni Bisconti
* illustrazioni: F. Vitali Capello-O. Mendolia Gallino, Ti spiego la Messa. Schede didattiche per catechisti e insegnanti di religione, Elledici 2006

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5. Parola da Vivere – 6 t.o. C, 17 feb ’19

NE EBBE COMPASSIONE
Vivere come attuale possesso quello che è regalo e pienezza dell’amore di Dio per noi, è una strada opposta a quella della fede, e opposta alla strada percorsa e donata da Gesù! La categoria del «dono» e quindi della comunione tra il Signore e l’umanità è il cuore di tutto il mistero rivelato dalla Parola. E la fede vede in tutto ciò non una conquista e una virtù umana, ma semplicemente il dono di Dio.

(tratto da R.Paganelli – Vivere la domenica aprendoci alla Parola, anno C, Elledici 2015)

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6. Preghiere dei Fedeli – 6 t.o. C, 17 feb ’19

Ai discepoli: beatitudini e invettive

Celebrante. Ora nella Preghiera dei fedeli chiediamo al Signore che faccia di noi gli uomini delle Beatitudini, rendendoci operatori del bene.

Lettore. Preghiamo insieme e diciamo: Accresci, Signore, la nostra giustizia.

1. Preghiamo per la santa Chiesa di Dio. Suo dovere è riporre la propria sicurezza non nei beni della terra, ma unicamente in Cristo morto e risorto.
Perché non scenda a compromessi con i poteri del mondo, ma la sua azione sia sempre ispirata e guidata dallo spirito delle Beatitudini, preghiamo.

2. Per tutti gli uomini sulla terra. La venuta di Gesù è risultata sconvolgente e decisiva per la crescita spirituale e il futuro dell’umanità.
Perché ogni uomo comprenda che nell’accettazione o rifiuto di Dio e del suo Regno si gioca il significato delle nostre esistenze, preghiamo.

3. Per quelli che sono poveri, oppressi, soffrono ingiustizia e persecuzione. Di loro è pieno il nostro pianeta, soprattutto il Terzo Mondo.
Perché trovino nei cristiani i fratelli che s’impegnano al loro fianco, e realizzano le condizioni di una società più equa e più umana, preghiamo.

4. Per gli uomini e i popoli che vivono nel benessere. Sovente il loro stile di vita – fatto di sperpero e di vana ostentazione – è in netto contrasto con lo spirito genuino del Vangelo.
Perché essi accolgano la parola di Gesù, imparino a condividere, e operino la giustizia sociale nella verità e nella carità, preghiamo.

5. Per la nostra comunità (parrocchiale). Vediamo anche attorno alle nostre case gente facoltosa che si comporta male, e gente povera, sovente sfruttata e umiliata.
Perché con la nostra presenza operosa in mezzo agli altri ci impegniamo per primi a realizzare il Regno del Signore, che è regno di giustizia, di amore e di pace, preghiamo.

Celebrante. Donaci, Padre, con abbondanza la forza della tua grazia, perché nelle molte difficoltà del mondo d’oggi sappiamo vivere con generosità lo spirito delle beatitudini, come ci ha insegnato il tuo Figlio Gesù. Te lo chiediamo per lo stesso Cristo nostro Signore.

 

(tratto da: ENZO BIANCO, Preghiera dei fedeli, proposte per le domeniche e feste degli anni A-B-C – Elledici 2002)

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8. Aforismi – 6 t.o. C, 17 feb ’19

LA LEZIONE SAPIENZIALE DI GEREMIA
Già nella Prima Lettura benedizioni e maledizioni sono poste dal profeta Geremia in netta contrapposizione: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo…», e «Benedetto l’uomo che confida nel Signore…».
Quel verbo «confidare» andrà preso non nel senso di fare confidenze, ma nel senso di «affidarsi totalmente a…». Cioè impostare l’esistenza puntando tutto su una persona. “Su Dio o sull’uomo?” è il dilemma impostato da Geremia.

* Geremia si è spiegato con immagini poetiche facili da ricordare. Ha detto:
– chi confida nell’uomo, è come il tamarisco nella steppa;
– chi confida in Dio è come l’albero piantato lungo un corso d’acqua.
«La steppa, il deserto, la terra di salsedine», era «dove niente può vivere»: l’uomo che confida nell’uomo è come il tamarisco, pianta stentata, tristanzuola, che vivacchia nei terreni aridi, e fa pena a vedersi.
All’opposto, la sponda del fiume: fresca, irrigata, ombrosa. Le piante affondando le radici, trovano facilmente l’acqua, e crescono rigogliose.

* Si può puntare tutto sull’uomo, per esempio perchè dalla vita si esclude Dio. Oggi ci sono pensatori che parlano di una morale laica. Ritengono che si possa organizzare la vita sociale indipendentemente da Dio.
Parlano di una qualche solidarietà possibile, di socialità da praticare. Finiscono per dire: dal momento che siamo tutti sullo stesso zatterone, cerchiamo di barcamenarci tutti insieme meglio che si può.
Ma poi trovano difficile spiegare perché dovremmo essere onesti, sociali, solidali.

* Perché pagare le tasse, non rubare, non ammazzare?
– Ha scritto Dostoevskij: «Se Dio non esiste, allora tutto è permesso».
– E Jean-Jacques Rousseau, che non era uno stinco di santo: «Se Dio non esistesse, il solo logico, terribilmente logico, sarebbe il malfattore».
– Spiegate un po’ a un mafioso perché non dovrebbe imporre tangenti o non dovrebbe spacciare la droga.
– E che dire a quelli che oggi si vantano della trasgressione, e la praticano vantandosene, quasi fosse una virtù?

* Quando si taglia fuori dalla vita Dio, non si sa più a chi appellarsi. Proprio per questo Geremia richiamava i suoi concittadini alla necessità di impostare l’esistenza sull’amicizia con Dio: «Benedetto l’uomo che confida nel Signore». Non nell’uomo, nella morale laica, ma nel Signore.
La lezione sapienziale del profeta è un invito a organizzare l’esistenza puntando su Dio: quel Dio che aveva scelto Israele, e attendeva a sua volta di essere scelto.

(tratto da: ENZO BIANCO, All’altare di Dio – Anno B – Elledici 2009)

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9. Canto Liturgico – 6 t.o. C, 17 feb ’19

Ecco a voi questa settimana un canto di INIZIO

RITMATE SUI TAMBURI – A. Fant
     dal cantico di Giuditta e dal salmo 150
(Nella Casa del Padre, n. 714 – Elledici)

1. Ritmate sui tamburi un inno al mio Dio,
sull’arpa e sulla cetra la lode per Lui.

Rit. Ti dirò grazie, ti benedirò Signore
Ti dirò grazie, ti benedirò.
Dio sei mia forza se m’abbandono in Te,
sei la mia salvezza se confido in Te Signore.
Ti dirò grazie, ti benedirò Signore
Ti dirò grazie, ti benedirò.

2. Andate per il mondo, portate la sua luce,
donate nella vita amore e verità.

3. Lodate il Signore con gioia e allegria,
o giovani del mondo, cantate con noi.