7 SETTEMBRE
23ª DOMENICA T.O.
CRISTIANI SOVVERSIVI
COMMENTO
Spiazzati dalla violenza e dalla crudeltà delle guerre in atto, sgorga spontanea dai nostri cuori la preghiera del salmista : “Ritorna, Signore, ed abbi pietà di noi”. Dacci il coraggio di riconoscerci tuoi figli e rendici capaci di esserlo non solo a parole , ma con la testimonianza tangibile della nostra fede vissuta nella coerenza.
La cosa più difficile del vivere moderno è di salvaguardare la nostra capacità di testimoniare la libertà cristiana senza essere fagocitati ed omologati dall’oppressione e dai condizionamenti tipici della società globalizzata e caratterizzata dallo strapotere dei mezzi di comunicazione sociali.
Ci troviamo nella condizione dei molti che seguivano Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme, di cui parla il Vangelo di questa domenica. La moltitudine dei seguaci non è animata dal desiderio di convertirsi, ma dalla speranza che Lui non sia il Figlio di Dio ma li discendente di Davide che con la forza avrebbe portato libertà, potenza, ricchezza ed onori da cui anch’essi avrebbero tratto giovamento.
Il Maestro li stoppa nelle aspettative e gela nelle loro brame. Con una franchezza cruda ed essenziale il Nazzareno pone sul tavolo le tre condizioni essenziali per essere cristiani. Sono principi e regole di vita difficili da accettare e, senza l’aiuto dello Spirito Santo, al limite dell’impossibile da vivere.
Innanzitutto il Messia richiede di essere amato senza il condizionamento degli affetti familiari.
Inoltre la sua sequela comporta la capacità e la responsabilità di portare sulle proprie spalle, senza lamentarsi, le croci e le prove che la vita riserva a chi vuole vivere in pienezza e non sopravvivere nella mediocrità. I piagnoni sono fuori posto nel novero dei credenti in Lui.
Infine richiede, ed è di gran lunga la cosa più difficile da osservare, di liberarsi da ogni desiderio di possedere egoisticamente affetti, cose ed onori. In sintesi essere cristiani comporta di avere il cuore sgombro per potere essere in grado di vivere liberamente nel bene.
È la stessa libertà che Paolo richiede a Filemone nei riguardi dello schiavo fuggitivo Onesimo. Secondo la legge, il primo avrebbe dovuto ammazzare il secondo. Paolo non entra nella discussione sulla liceità della schiavitù e nemmeno loda la fuga dello schiavo. Semplicemente ricorda che essendo tutti figli di Dio siamo tutti fratelli bisognosi di perdono ed accoglienza vicendevole. Il cuore di Cristo alberga tutti; la fede del vero cristiano è abitata da persone, e non da cose, cementate dalla carità, dall’incondizionata accoglienza e dal perdono.
Tutti comportamenti che mancano nella società moderna e, a volte, anche nel cristianesimo vissuto da comunità nella insipida tiepidezza di riti senza calore e senza cuore.
MEDITAZIONE
Porre il Regno al centro del sistema dei propri criteri esistenziali, come il vangelo di queste ultime settimane invita a fare, non è senza conseguenze concrete, e anche impegnative e faticose. Significa testimoniare una diversità, un’alterità rispetto ai principi e ai modi di condurre la propria esistenza secondo criteri non evangelici. Richiede capacità riflessiva e attenzione, perché vuole dedizione e ripensamento delle abitudini consuete. Su questo le comunità cristiane sono chiamate a confrontarsi con se stesse: il cristianesimo ha ancora capacità di testimoniare un’alterità possibile? Dove si fonda l’alterità del cristianesimo?
La rivoluzione di Paolo
La lettera a Filemone è un breve scritto di Paolo, occasionale e pratico, dove parla il pastore più che lo speculativo. Tuttavia, proprio per questo è interessante. Lo speculativo passa la parola al pratico e il pratico trae le conseguenze concrete di quanto sostiene lo speculativo.
Paolo rimanda a casa lo schiavo Onesimo, dopo che egli, fuggito dal padrone Filemone, ha trovato rifugio presso di lui. L’apostolo rivendica di essergli padre nella fede (cf Fm 9). Secondo la legge vigente, in quanto schiavo fuggitivo, rischia pene severe, fino alla morte. Paolo non intenta a sua difesa una battaglia legale. E forse è troppo distante da Paolo pensare a un sistema sociale e produttivo senza schiavi. Tuttavia lo rimanda a Filemone non più come schiavo, bensì come fratello nel Signore. In una società come quella romana è il sovvertimento dell’ordine costituito, operato dal cristianesimo: il riconoscimento della dignità dell’uomo e l’uguaglianza fra servo e padrone.
Se qui, come detto, siamo al piano operativo è interessante cercare le motivazioni a livello teologico. Perché Onesimo è fratello di Filemone? Perché è battezzato. In quanto battezzato è libero in Cristo (cf Gal 5,13); è rivestito di una nuova identità (cf Gal 3,26); di una nuova dignità (cf Gal 3,28; ma anche: Col 3,9-11).
Risaliamo così alla fonte: Cristo, la cui croce ci ha redenti, la cui salvezza ci ha resi liberi, la cui grazia ci è donata nel battesimo, inaugura una nuova realtà del credente e nel credente. Nuova realtà che significa, anche, nuove relazioni. Per esempio, Onesimo non è più schiavo ma fratello. Paolo non ha ghigliottinato nessuno, ma in quanto a liberté, égalité e fraternité qualcosa da dire l’aveva anche lui. E ce l’aveva perché il punto d’avvio di tutta la sua riflessione è Gesù Cristo, colui nel quale e per il quale si danno libertà dell’uomo, uguaglianza e fraternità fra gli uomini.
Qui sta la potenzialità sovversiva, la proposta di alterità del cristianesimo: in Cristo salvatore. La sua persona è un elemento di totale innovazione e d’integrale rilettura della realtà che, se portata fino alle conseguenze operative, diventa capace di rovesciare l’ordine costituito.
La centralità di Cristo
Nel vangelo Gesù rivendica un’esigente centralità (cf Lc 14,25- 27). Né l’ordine degli affetti, né quello economico possono avere il sopravvento su di lui. Non è disprezzo delle realtà mondane e dei beni materiali, né ideologico rifiuto. Non è, ovviamente, distruzione dei legami familiari. È, però, rimettere ordine, per cui tutto sta in relazione a Cristo, e in questa relazione acquista il suo significato.
Avverte, infatti, il libro della Sapienza che nessuna sapienza umana è capace di cogliere il vero senso delle cose, tanto meno di comprendere Dio. Perciò è necessaria la sapienza divina mandata dall’alto. Sapienza, però, che bisogna cercare e desiderare, e che ha un’esplicita funzione concreta (cf Sap 9,18). E qui siamo, dunque, di nuovo alla carica sovversiva del cristianesimo, alla sua origine, causa e modello: Gesù Cristo, sapienza incarnata.
Come modello, però, Gesù è scomodo: è un modello crocifisso (cf Lc 14,27). Il cristianesimo ha in sé, e deve avere, una carica sovversiva. Ce l’ha in Cristo e nel Vangelo letto, meditato, vissuto. Ma questo significa per i discepoli l’assunzione della croce. Il problema è che quella di Cristo può ancora essere digerita, ma la propria personale è sempre indigesta. Anche solo a parlarne. Forse è questo il motivo per cui il cristianesimo ha perso potenza eversiva, non riesce più a dire un’alterità affascinante, si è omologato al mondo.
Un cristianesimo, però, che non si spogli della tentazione del compromesso col mondo non è più evangelico e non attira più nessuno.
