1 5 G I U G N O
11ª DOMENICA T.O.
DA PERDONATI A
DISCEPOLI
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1 5 G I U G N O
11ª DOMENICA T.O.
DA PERDONATI A
DISCEPOLI
COMMENTO
Per sei domeniche la liturgia ci ha accompagnato, nel nostro cammino post-pasquale, con la lettura del Vangelo di Giovanni.
Alla settima tappa compie una svolta presentandoci la parte finale della narrazione evangelica di Luca.
Giovanni, fra gli evangelisti, è il fine teologo per eccellenza. Luca, invece, è’ un forbito letterato che sfoggia una magistrale padronanza della lingua e della cultura greca.
La narrazione dell’ascensione del racconto evangelico di questa domenica dobbiamo innestarla nella visione cosmologica religiosa del tempo. Dio risiedeva nell’alto dei cieli, gli uomini abitavano la terra. Il divino scendeva dall’alto, l’umano saliva verso l’alto. Ascendere non voleva dire separarsi dall’imano piuttosto indicava rendere il divino una presenza costante nella storia. Ascendendo Gesù non si allontana ma si radica per sempre, come Spirito Santo, nel nostro cuore
Questo momento importante non avviene in Gerusalemme, ma a Betania, poco distante dalla città santa, perché dopo la Risurrezione non è più la città di Davide, con il suo Tempio, con la sua Legge, con i suoi sacrifici e con la sua ossessiva e nevrotica osservanza del Sabato, ad occupare il centro della relazione con Dio, ma l’amore testimoniato e vissuto fino alla morte e alla Risurrezione dal Figlio di Dio.
Per questo Luca nel descrivere l’uscita di Gesù e dei discepoli verso Betania adopera lo stesso verbo (“condusse fuori”) usato nell’Esodo per narrare l’uscita dall’Egitto del popolo di Israele guidato da Mosè. Credere nella morte e risurrezione comporta uscire dal formalismo legale del culto, per camminare con intelligenza e libertà nel mondo della carità del perdono, della giustizia e della pace.
Gli apostoli come al solito prendono fischi per fiaschi. Giulivi ritornano a Gerusalemme per rifugiarsi sotto la protezione del Tempio, della Legge e della tradizione. Solo l’intervento diretto dello Spirito Santo scioglierà i loro blocchi mentali, vincerà le paure che li impietriscono e aprirà, finalmente, i loro occhi. Ma questo Luca ce lo racconterà negli Atti degli Apostoli al capitolo 2 dove Pietro, finalmente convertito, sintetizza l’essere cristiano con queste parole: «Cambiate mentalità’ e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei vostri peccati e riceverete lo Spirito Santo» (Atti 2,38).
La discesa dello Spirito Santo è il sigillo e la garanzia dell’eterna nuova Alleanza tra il divino e l’umano che tocca a noi vivere ed incarnare nella storia.
MEDITAZIONE
Nella liturgia della Parola di questa solennità ciò che crea un po’ di disorientamento è che lo stesso evento, l’ascensione al cielo di Gesù, è narrato in due versioni leggermente differenti dallo stesso autore (cf Lc 24,51 e At 1,9-10). L’evento in sé è il medesimo: il Risorto è con i suoi discepoli e, salendo al cielo, scompare alla loro vista. Nei due racconti, però, il fatto accade secondo cronologie notevolmente diverse.
Due diverse intenzioni teologiche
Luca scrive due opere che concepisce in continuità. Gli Atti cominciano, infatti, con un richiamo al Vangelo. I due libri sono dedicati allo stesso lettore fittizio, Teofilo (cf Lc 1,3 e At 1,1), e narrano di due periodi storici diversi ma contigui. Il Vangelo, la vita di Gesù. Gli Atti, la storia successiva alla sua risurrezione (cf At 1,1-2).
Ritornando alla cronologia dell’ascensione, nel Vangelo essa avviene la sera dello stesso giorno di Pasqua, negli Atti degli Apostoli quaranta giorni dopo la sua risurrezione (At 1,3). La ragione di questa differenza consiste nel fatto che nel Vangelo l’attenzione è rivolta all’unità di risurrezione e ascensione. Con la risurrezione Gesù è già entrato nella sfera della gloria divina e non ritorna alla condizione di vita precedente alla passione. Ed essendo l’attenzione del vangelo rivolta alla vicenda di Gesù, dall’incarnazione alla sua risurrezione, l’ascensione, che è parte integrante di quest’ultima, è legata alla risurrezione. Negli Atti degli Apostoli, invece, l’attenzione è rivolta al periodo successivo alla risurrezione, al futuro della comunità cristiana. Il distanziamento temporale di risurrezione e ascensione (e successivamente ancora della Pentecoste) è, per Luca, un modo per inserire un importante elemento tematico in vista della missione della Chiesa: quello della preparazione a essa (cf At 1,3;6,7).
Da tutto ciò deriva una conclusione. Sia in una versione che nell’altra l’ascensione è il termine del tempo caratterizzato dalla presenza di Gesù e con essa inizia il tempo della Chiesa, il tempo della missione per la quale il Risorto deve abilitare la sua comunità.
Il tempo della Chiesa
La caratteristica fondamentale di questo tempo è di essere un «tempo di mezzo» perché sta tra la risurrezione-ascensione e la parusia, il ritorno del Figlio dell’Uomo, tra il ministero di Gesù che è compiuto e la fine dei tempi (cf At 1,11). Il «tempo di mezzo» è il nostro tempo.
Pensare la storia che viviamo in termini di «tempo di mezzo» dà a essa particolari connotazioni.
In primo luogo, significa che la storia di cui facciamo parte è orientata a un fine, l’incontro con il Risorto alla fine dei tempi. Questo dà un significato particolare alla parola progresso, che è lo sviluppo della storia intera verso un fine che non realizza ma che le viene incontro. D’altra parte, però, rende ragione della presenza del male. La storia ha un orientamento verso la pienezza, ma il percorso è interrotto e frammentato. L’esito è certo, il cammino, dove prevale il peccato, soggetto a interruzioni e ritorni indietro.
In secondo luogo il tempo di mezzo è il tempo della Chiesa. Questo significa che la Chiesa non è il Regno di Dio ma solamente funzionale a esso.
In terzo luogo il tempo di mezzo, essendo il tempo della Chiesa, è per essa tempo di responsabilità sulla storia e di missione. Le letture di oggi sul tema missione danno delle indicazioni. Sono detti esplicitamente: l’estensione della missione (cf At 1,8) e i suoi contenuti (cf Lc 24,46).
In quarto luogo il tempo di mezzo è il tempo dell’attesa vigilante e gioiosa (cf Lc 24,52) perché, come recita l’Orazione di Colletta, la risurrezione e ascensione al cielo non è un privilegio di Gesù, ma per mezzo di lui è il destino di ciascuno di noi. Di quest’orizzonte si nutre la speranza nella quale viviamo.
L’ultimo aspetto del tempo di mezzo è che Gesù, in entrambi i testi (Vangelo e Atti), prima di lasciare i discepoli fa loro una promessa. Gesù si sottrae alla vista dei discepoli, ma non li lascia orfani. Promette lo Spirito Santo. Questo è il punto che ci rimanda alla Pentecoste, e che unisce risurrezione, ascensione e Pentecoste. Il protagonista del tempo di mezzo, infatti, è lo Spirito Santo.
Le separazioni, specialmente quando ad andarsene è una persona amata, possono essere dure. La volontà di rimanere fedeli al rapporto d’amore fa infatti presagire che la distanza dall’amato causerà momenti di sofferenza.
L’ascensione di Gesù non lascia però alla nostalgia e alla tristezza l’ultima parola. Al di là delle apparenze, egli è infatti rimasto con noi: nella Chiesa e nella promessa della sua seconda venuta nel mondo. Se siamo dunque chiamati a rimanere fedeli al suo dono d’amore, testimoniando della sua croce e risurrezione, l’ultimo volto di questa fedeltà è quello della gioia.
Fu elevato in alto sotto i loro occhi.
Indirizzando a Teofilo (letteralmente «amante di Dio») il suo scritto, l’evangelista Luca si rivolge in realtà a ciascuno di noi. Così facendo, mette già in pratica le parole di Gesù: «di me sarete testimoni, fino ai confini della terra» (cf At 1,8). Si tratta di un messaggio molto concreto, di fronte al quale non occorre speculare sulle cose di lassù, ma rimboccarsi le maniche.
Dal Salmo 46 (47)
L’ascensione del Signore al suo trono di gloria è, attraverso la morte e risurrezione di Cristo, la nostra stessa beatificazione.
SECONDA LETTURA
Cristo è entrato nel cielo stesso.
La Chiesa non si fonda sui sacrifici ma su un sacrificio. Gesù è il nostro sacerdote: l’unica via per arrivare al Padre e per liberarci dal peccato. Per amore dell’uomo, egli ha sconfitto la morte e per il perdurare di quest’amore ci offre continuamente una via di salvezza.
Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.
Tre sono i temi del vangelo di oggi. Il primo è l’ascensione al cielo di Gesù, il quale, attraverso i discepoli, ci nomina come suoi testimoni. Il secondo è il dono dello Spirito, che è ispirazione per questa testimonianza. Il terzo è la lode che i discepoli innalzano ritornando a Gerusalemme, che ci ricorda che la missione che ci è stata affidata è anch’essa un dono.
Fu elevato in alto sotto i loro occhi.
Indirizzando a Teofilo (letteralmente «amante di Dio») il suo scritto, l’evangelista Luca si rivolge in realtà a ciascuno di noi. Così facendo, mette già in pratica le parole di Gesù: «di me sarete testimoni, fino ai confini della terra» (cf At 1,8). Si tratta di un messaggio molto concreto, di fronte al quale non occorre speculare sulle cose di lassù, ma rimboccarsi le maniche.
Dagli Atti degli Apostoli At 1,1-11
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Parola di Dio.
Dal Salmo 46 (47)
L’ascensione del Signore al suo trono di gloria è, attraverso la morte e risurrezione di Cristo, la nostra stessa beatificazione.
Rit. Ascende il Signore tra canti di gioia.
Oppure:
Alleluia, alleluia, alleluia.
Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
grande re su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.
Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo.
SECONDA LETTURA
Cristo è entrato nel cielo stesso.
La Chiesa non si fonda sui sacrifici ma su un sacrificio. Gesù è il nostro sacerdote: l’unica via per arrivare al Padre e per liberarci dal peccato. Per amore dell’uomo, egli ha sconfitto la morte e per il perdurare di quest’amore ci offre continuamente una via di salvezza.
Dalla lettera agli Ebrei Eb 9,24-28; 10,19-23
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.
Parola di Dio.
Mt 28,19a.20b
Alleluia, alleluia.
Andate e fate discepoli tutti i popoli, dice il Signore.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.
Alleluia.
Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.
Tre sono i temi del vangelo di oggi. Il primo è l’ascensione al cielo di Gesù, il quale, attraverso i discepoli, ci nomina come suoi testimoni. Il secondo è il dono dello Spirito, che è ispirazione per questa testimonianza. Il terzo è la lode che i discepoli innalzano ritornando a Gerusalemme, che ci ricorda che la missione che ci è stata affidata è anch’essa un dono.
Dal vangelo secondo Luca Lc 24,46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Parola del Signore.
1 GIUGNO 2025
ASCENSIONE DEL SIGNORE
(Giornata mondiale per le comunicazioni sociali)
DALLA RISURREZIONE ALLA CHIESA
Il Signore è salito al cielo per portarci un giorno con lui. Nel frattempo ci ha lasciato
una missione: essere testimonianza viva, nella storia, del suo amore. Preghiamo
insieme e diciamo:
Signore, guida la tua Chiesa verso il Regno.
• Perché il tuo popolo non guardi mai al futuro con apprensione, ma confortato dalla tua
promessa di libertà. Preghiamo.
• Perché il fallimento delle molte utopie umane non ci faccia dubitare della solidità delle
tue promesse. Preghiamo.
• Perché sappiamo riconoscere i tempi che siamo chiamati a vivere come un dono. Preghiamo.
• Perché la tua benedizione ci incoraggi a sentirci responsabili per l’annuncio del tuo
Vangelo. Preghiamo.
O Padre, hai mandato sulla terra il tuo unico Figlio per salvarci dal peccato e dalla morte.
Nel lungo e faticoso cammino della storia, ricordaci che il tuo amore ci ha
redenti per sempre.
Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.
1 GIUGNO 2025
ASCENSIONE DEL SIGNORE
(Giornata mondiale per le comunicazioni sociali)
DALLA RISURREZIONE ALLA CHIESA
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Laudato sii

Ancilla Domini

Un anno straordinario

Sorrisi divini

I Love Francesco

La montagna, con il suo silenzio e la sua maestà, continua a essere fonte di ispirazione spirituale. In questo quarto volume, Don Enzo Del Favero prosegue il suo cammino tra le alture dell’anima, offrendo nuove parabole nate dall’incontro tra fede e natura.
Il volume è stato presentato ufficialmente al Salone Internazionale del Libro di Torino 2025, presso lo stand Elledici, con la presenza dell’autore.
🌄 In questi racconti, semplici ma profondi, il lettore adulto ritrova se stesso: le fatiche della salita, la bellezza delle vette, le nebbie del dubbio, il respiro dell’essenziale. La montagna diventa metafora viva del nostro percorso interiore.
📖 Una lettura pensata per chi cerca tempo di riflessione, parole che fanno luce, e spunti per ritrovare senso e direzione nella vita quotidiana.
📌 Ideale per:
• incontri di spiritualità per adulti
• lettura personale o in gruppi parrocchiali
• momenti di meditazione e discernimento
COMMENTO
Per capire bene il messaggio che Gesù ci rivolge oggi, dobbiamo soffermarci a riflettere sul versetto 23 del capitolo 14 di Giovanni: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.
È un messaggio che rivoluziona il modo di vivere la fede. La dimora di Dio non sono le basiliche , le cattedrali, i santuari, le chiese, le abbazie, i templi, le sinagoghe o le moschee.
È il cuore di chi ascolta e vive la Parola con libertà , coerenza e coraggio. Il Signore non ci vuole proni in adorazione, ma in piedi con l’intelligenza inserita , le orecchie tese, il cuore disposto all’ascolto e la volontà pronta a trasformare in condotta le Parola annunciata.
La sacralità non risiede nelle magnifiche infrastrutture , ma nelle persone che accolgono e vivono il messaggio evangelico che appartiene a tutta l’umanità. L’esistenza umana si realizza non nel vivere per Lui, ma di Lui. In ebraico la parola non è solo un mezzo per comunicare , ma è un impegno di vita. Essa diventa l’identikit che rivela il nostro essere più intimo. È lo strumento con cui dimostriamo la nostra vera natura. È la verifica della nostro impegno e responsabilità.
Al tempo di Gesù la presenza di Dio era imprigionata nel Santo dei Santi inaccessibile alle persone. Il Tempio era dominato dalla classe sacerdotale che si era appropriata della relazione del popolo con Dio appesantendola di dazi, tributi, sacrifici ed offerte destinate non al Padre ma alle capaci tasche degli addetti al culto.
Gesù fa piazza pulita di tutto questo ciarpame. Semplifica la relazione con Dio. La colloca non nei luoghi di culto ma nella coscienza dell’uomo.
Sacralizza non le infrastrutture ma la persona umana. Il culto ha bisogno di segni e manifestazioni umane. La fede necessita solo della Parola e del cuore di chi è disposto ad ascoltarla, meditarla, farla propria per viverla nella coerenza alimentata dalla misericordia , dall’amore, dalla collaborazione e dal coraggio della testimonianza visibile e verificabile nella vita di tutti i giorni.
Di fronte al brano evangelico odierno viene spontaneo richiamare quanto diceva San Girolamo: “Ignorare la Parola significa ignorare Cristo”.
Forse che alla base della nostra poca fede c’è una robusta non conoscenza del Vangelo?
MEDITAZIONE
Lo Spirito Santo è il grande protagonista della vita del credente oggi. È lo Spirito l’animatore della vita del credente. Vivere secondo lo Spirito non significa vivere disincarnati, indifferenti alle vicende della storia degli uomini. Lo Spirito non estrae il credente dalla storia, bensì ne abita il cuore ponendolo in relazione con Dio, mentre egli è e rimane immerso nella storia.
Le funzioni dello Spirito
Nel tratto di vangelo di questa domenica Gesù attribuisce allo Spirito due funzioni: «lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Poiché «insegnerà», lo Spirito inserisce la sua azione in continuità con l’insegnamento e con la rivelazione di Gesù: porta a comprenderla in profondità e in estensione. Poiché «ricorderà», lo Spirito non solo riporta alla memoria ma, insieme e oltre ciò, fa rivivere le parole di Gesù nel cuore del credente, rendendole vive nella sua vita, carne nella sua carne.
Gli effetti della presenza dello Spirito
Per mezzo dello Spirito la Trinità prende dimora nella vita del credente, inserendolo nella sua stessa relazione di amore e di vita (cf Gv 14,23). Il Dio Trinità è un Dio che abita nel credente, legandosi in una così intima solidarietà con esso da trasfigurarne la vita. Per mezzo dello Spirito l’uomo ama Dio nello stesso flusso d’amore con cui Dio lo ama. La vita religiosa così non è più un sommarsi di pratiche più o meno devote o morali, atti scollegati e posti per accumulare meriti, finendo in tal modo solo per aumentare l’ansia da prestazione dinnanzi a Dio. La vita religiosa diventa vita animata dallo Spirito (vita spirituale appunto). E quegli atti, che una volta erano mero accumulo di pratiche, diventano modalità dell’amore, occasioni in cui si manifesta l’amore, e strumenti di supporto al suo accrescersi. Ciò significa passare dalla prestazione all’osservanza della Parola (cf Gv 14,23) Non si tratta di fare qua e là qualcosa di cristiano. Si tratta di lasciar imbibire l’intera propria esistenza dalla Parola.
In secondo luogo la presenza dello Spirito nella vita del credente e nella comunità cristiana instaura la pace, non a caso il primo dono del Risorto. La pace portata dallo Spirito è diversa da quella conseguita dagli strumenti di negoziazione o d’imposizione della forza di cui sono capaci gli uomini. La pace portata dallo Spirito è dono di Dio, è il compimento delle promesse messianiche, è il complesso dei beni che porterà il Messia.
In terzo luogo, lo Spirito, presente e attivo nella vita dei credenti, trasforma le scelte e le decisioni in «discernimento». Un caso tipico lo si vede nella lettura degli Atti degli Apostoli, il cosiddetto «concilio di Gerusalemme».
Discernimento spirituale nel singolo e nella comunità
Alla comunità cristiana si presenta il problema di conciliare la propria origine ebraica e l’apertura missionaria ai pagani. È un problema culturale, oggi diremmo d’inculturazione. Soprattutto, però, si tratta di comprendere correttamente l’opera redentrice di Gesù e di non tradirla. Alla predicazione giudaizzante di alcuni (cf At 15,1) si oppongono in maniera netta Paolo e Barnaba.
È un punto di svolta nella comunità: la conclusione del cosiddetto concilio di Gerusalemme è un’apertura nella direzione della missionarietà di Paolo. Ma il lungo e travagliato processo per giungere alla decisione non è solo opera delle discussioni (aspre) fra i rappresentanti delle varie parti. È apertura dell’intelligenza alle ispirazioni dello Spirito Santo (At 15,28).
Il concilio di Gerusalemme è «tipico» perché in esso una riflessione, una scelta, una decisione, sono momenti del discernimento. E dal discernimento dipende la qualità spirituale della vita della Chiesa: quella di ogni credente e quella della comunità nel suo complesso.
Anche oggi non si può rinunciare a questa caratteristica. Ne verrebbe pregiudicata la qualità spirituale della vita di ciascuno e, di fronte alle sfide che la storia ci pone – esattamente come alla comunità dei discepoli, ma forse trovandoci meno preparati ed entusiasti –, ne verrebbe pregiudicata la nostra capacità missionaria. Avrebbe allora ancora senso pregare, con il Salmo 67: «Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti»?
C’è una saggezza del mondo e c’è una saggezza del Vangelo. La prima è una caratteristica che, quasi inevitabilmente, si acquisisce con l’età e sul cui statuto di virtù è lecito sollevare più di un dubbio (siamo proprio sicuri che non sia meglio chiamarla «disillusione»?).
La seconda è un dono dello Spirito e permette al credente di vedere il mondo con occhi nuovi, la cui vista è stata resa acuta dalla consapevolezza dell’amore del Padre, manifestatosi pienamente e inequivocabilmente nella croce e risurrezione del Figlio.
È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie.
Nelle liturgie delle scorse domeniche abbiamo udito di come Paolo e Barnaba abbiano fondato nuove comunità in tutto il Medioriente e di come la loro evangelizzazione si sia rivolta anche ai pagani. Oggi l’evangelista Luca ci narra di un problema sorto all’interno di queste comunità e di come reagisca la Chiesa delle origini di fronte a esso.
Dal Salmo 66 (67)
Dio si manifesta agli uomini, fa sì che essi possano conoscere la sua volontà e abbiano motivo di gioirne.
SECONDA LETTURA
L’angelo mi mostrò la città santa che scende dal cielo.
La Chiesa non è il Regno, è in funzione del Regno. Nel tempo in cui tutte le promesse saranno portate a compimento, ella celebrerà le sue nozze con l’Agnello: fino ad allora rimane pellegrina sulla terra.
Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
L’autorità che viene dal Padre e l’osservanza della Parola sono un tutt’uno. L’intimo rapporto tra queste due realtà si è incarnato in Gesù Cristo ed è testimoniato continuamente dall’azione dello Spirito. Quest’ultima porta poi i suoi frutti nella storia, attraverso la fede e le opere della Chiesa e di ciascun credente.
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