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NATAlE DEL SIGNORE
COMMENTO
L’evangelista Luca, profondo conoscitore della cultura ellenistica e forbito scrittore in greco, pone sempre particolare attenzione ai dati storici e geografici nella sua narrazione. Per questo il racconto della natività del Messia viene inquadrato in un luogo ben preciso (Betlemme) ed in un determinato periodo storico (al tempo dell’imperatore Ottaviano Augusto).
A Betlemme perché luogo natio di Davide come attestato e preannunciato dai profeti. L’atteso Messia deve uscire dalla discendenza davidica. La nascita nel medesimo luogo viene letto come certificato di garanzia richiesto per essere riconosciuto il Messia autentico.
Per quanto riguarda Ottaviano Augusto (27 a.c. -14 d.C.) per primo viene venerato, per decreto del Senato imperiale, quasi come un Dio.
A lui Luca contrappone Gesù che, invece, da Dio si fa uomo. L’umanità del Bambinello viene sottolineata dalle fasce in cui viene avvolto.
Luca si riferisce ad una affermazione messa in bocca a Salomone in Sapienza 7, 3-4: “Anch’io appena nato ho respirato l’aria comune e sono caduto su una terra uguale per tutti, levando nel pianto uguale a tutti il mio primo grido. E fui allevato in fasce e circondato di cure: nessun re iniziò in modo diverso l’esistenza. Si entra nella vita e se ne esce alla stessa maniera”.
L’evangelista non parla del bue e dell’asino. Nella tradizione vengono introdotti dal Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo citando Isaia 1,3: ” Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”.
Importante nella narrazione evangelica risulta essere la presenza dei pastori. Godono di pessima fama ed occupano uno degli ultimi gradini della scala sociale.
La solitudine, la quotidiana frequentazione con gli animali, l’ignoranza ed i pericoli costanti li rendono rudi, volgari, misantropi e anche ladri di agnelli perché sempre attanagliati dalla fame. Nonostante questo sono i primi ad essere coinvolti nella Natività.
Il bimbo Salvatore si manifesta non ai grandi ma ai piccoli ed ai poveri emarginati. Porta la pace, la luce e l’amore non come premio di una buona condotta ma come gratuito dono e proposta di un nuovo modo di vivere. Questo vale per tutti, nessuno escluso.
Il Natale spinge ognuno di noi non a rimpiangere chi siamo stati, ma a chiederci come vogliamo vivere la nostra fede nella quotidianità futura.
Gli angeli, segno della presenza divina nella nostra storia, svolgono lo stesso ruolo che giocano nel cuore dei pastori?
MEDITAZIONE
L’esordio dell’oracolo di Isaia, in una celebrazione che si svolge nella notte, è particolarmente suggestivo: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1).
Il profeta si rivolge al popolo fiaccato dalla guerra e dalle sue conseguenze. A chi soffre per deportazioni, oppressioni, devastazioni, miseria, carestia Isaia proclama l’intervento di Dio: verranno il riscatto e la liberazione. Il profeta annuncia che Dio non abbandona l’umanità nella sua debolezza.
È questa parola, debolezza, che può offrire una chiave di lettura per comprendere e dire il mistero che stiamo celebrando, il dono che stiamo accogliendo, l’Evangelo che ci sta raggiungendo. Il profeta Isaia arriva con il suo messaggio a tutta l’umanità.
Il paradosso salvifico
L’umanità è bisognosa di salvezza per la sua debolezza, che si mostra nella miseria, nella malattia, nella sofferenza, nell’angoscia, nella morte. Le tenebre di cui parla Isaia sono l’oscurità e lo smarrimento che sperimenta chi soffre. E non solo di dolore fisico. Esiste un sordo dolore interiore, che ottunde la vita e la rende più grigia. Lì, nel non-senso, nell’angoscia, nella disperazione è necessario che una luce brilli nelle tenebre.
Dio salva l’uomo condividendone la debolezza. Nel paradosso dell’onnipotenza che si manifesta nella piccolezza e nella debolezza di un bambino, ci è dato di meditare e di contemplare l’inizio di questa speranza.
Luca accentua molto questo paradosso, inquadrando la nascita di Gesù nel tempo del censimento di Cesare Augusto (cf Lc 2,1). Il potere conta i suoi sudditi, sicuramente per motivi fiscali o militari, e con ciò afferma l’orgoglio della propria potenza. Luca sottolinea il forte contrasto tra l’ostentazione del potere e l’oscurità di una nascita povera in uno sperduto villaggio della provincia dell’Impero, fra il potere che si erge come dominio e la nascita di questo bambino che viene al mondo per servire sia il Padre, aderendo al Suo progetto di salvezza, sia gli uomini, per i quali spenderà e offrirà la sua vita.
Natale e Pasqua
Dio salva l’uomo condividendone la debolezza. Se l’esordio è contemplabile in quella stalla, il massimo dell’azione e della potenza di Dio si manifesta nell’immobilità di un crocefisso. Lì Dio scende al fondo della debolezza. Lì Dio è sovranamente potente.
Il mistero del Natale e quello della Pasqua sono intimamente legati. Con il Natale il tempo umano, compiendosi per Maria «i giorni del parto» (Lc 2,6), cessa di essere solo il tempo che scorre in un’inarrestabile e implacabile successione di istanti che porta alla morte. Con il Natale il tempo umano è «trasvalutato» in tempo di salvezza. Come dice l’Apostolo, «è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini» (Tt 2,11). L’azione di salvezza giunge al compimento nei misteri della Pasqua.
Luca stesso suggerisce che i due momenti sono collegati descrivendo la scena della nascita. Il bambino Gesù non trova posto nell’alloggio (cf Lc 2,7), come avverrà al tempo della passione, quando sarà rifiutato dagli uomini, espulso dalla città, ucciso dalla durezza di cuore dei peccatori. Il bambino Gesù è avvolto in fasce, come il Gesù morto. È posto in una mangiatoia, prefigurazione eucaristica.
Ancor di più la connessione fra i due misteri è stabilita da Luca quando dice che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito» (Lc
2,7). Non dice qualcosa come «figlio unico». Usa una parola che ritorna nel Nuovo Testamento per dire il Cristo risorto, per indicare che in Lui si compie la promessa di un rinnovamento dell’umanità per effetto della risurrezione. Cristo, infatti, è «il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra» (Ap 1,5); oppure, è «il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti» (Col 1,18). È Cristo l’inizio dell’umanità rinnovata nel perdono e nell’amore, dell’umanità divinizzata dalla grazia.
La salvezza per tutti gli uomini
I primi a ricevere l’annuncio della nascita sono i pastori (cf Lc 2,10-11). A loro è dato un «segno» (Lc 2,12). Ciò che appare come un mero elemento narrativo del testo (fasce, mangiatoia) è invece un qualcosa che dice altro rispetto a ciò che sembra dire immediatamente. Il segno dato ai pastori, ai credenti di ogni tempo, è che la prova della grandezza di Dio è la sua piccolezza. Il segno della sua potenza è la sua debolezza.
La salvezza di cui Gesù è portatore vuole raggiungere tutti gli uomini, ma riserva un particolare privilegio per i poveri, gli ultimi,
i reietti, i prostrati. I pastori. Coloro che vivono nella notte come i pastori, i peccatori, ricevono l’annuncio di «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2, 1011).
Questo significa augurarsi Buon Natale. Rinnovare la fiducia che anche noi, nella nostra povertà, nella nostra debolezza, nel nostro peccato, siamo raggiunti dalla misericordia di Dio.